In esilio nell’immaginifico Trompe-l’Oeil del Reale di Massimo Pamio


La realtà che viviamo, mutevole, sfuggente, in perenne trasformazione, se implica la nostra partecipazione è perché mostra di aver bisogno di essere immaginata, commentata, di essere in qualche modo confortata e confermata, partecipata nel suo mutare. Il giorno e la notte si trasformano, così le stagioni e con loro, inesorabilmente, inavvertitamente, tremendamente: noi. Mutiamo, per fame e sete di partecipazione attiva alla realtà, della quale mai riusciamo a comprendere il che: sempre incompleti, inaffidabili, incerti, sempre mancanti di un occhio, di una bocca, di un orecchio, sempre perciò costretti a immaginare, a sognare, ed è questa la sostanza del nostro trasformarci, del nostro riappropriarci dell’occhio perduto acquistandone un altro, della mano mozzata con l’idea dell’arto mancante.

La realtà è una spaventosa abitudine sullo sfondo della quale navighiamo, barcolliamo come equilibristi sul filo teso sull’abisso del nostro cuore, ma con cui evitiamo rigorosamente di fonderci: perché il Reale è Libertà Assoluta, Fine di ogni cosa in ogni cosa, l’Irriducibile che nega ogni altra sostanza. Dal Reale è possibile soltanto fuggire: chi se ne lascia impadronire, diventa tutt’uno con Essa, perde l’Ordine del Simbolico, cicatrizza la ferita che ciascuno si porta appresso, ovvero quella mano mancante, quell’occhio o quell’orecchio mancante.

Il Reale è l’Enorme Fondale in cui tutto è e appare vero, verosimile, luce assoluta e pura dell’assenza di significato.

Paura Assoluta, perché il Reale precipita addosso senza pietà, avvolge e fa scomparire l’Io, Inferno al quale ci sottraiamo per paura di annullarci.

Questo, il pensiero che i filosofi hanno del Reale, codificazione a livello gnoseologico della Rimozione di ciò che eravamo prima del linguaggio, prima che il linguaggio mettesse fine al Caos dell’Istinto e degli Appetiti Immediati, in cui l’uomo era puro Animale e pura Natura.

Lo Spaventoso del Reale per i filosofi è l’Ineffabile, il momento prima della parola, in cui l’uomo non è quell’essere simbolico dotato di linguaggio che costituisce l’orgoglio della sua “civilizzata, borghese” diversità.

E’ il ricordo ancestrale di un tempo in cui l’uomo, inseguito dalle fiere, piccola preda insignificante, aveva paura di Tutto il Reale che lo circondava, guardingo, solitario, privo di protezioni, pervaso da una possibile forma persecutoria che egli identificava con l’esterno, con tutto l’Esterno.

Di questa Paura l’uomo non si è liberato, perfino oggi, nei giochi virtuali delle Playstation egli combatte nemici di ogni specie e di ogni forma e di ogni Galassia: la Paura è la sua costante forma di rapporto con il reale, sempre avvertito come forma persecutoria, come minaccia alla sua sopravvivenza.

Se immaginiamo una condizione in cui ci è impossibile distinguere tra la camera, la luce che l’investe, le pareti, il computer, le mani, ecco il reale. Rinunciando al Reale, entrando nel campo del simbolico e cioè del linguaggio, il reale è definibile solo a pezzetti, a moncherini, evocandone ora una cosa – la camera- ora un’altra – il computer- un’altra ancora – la luce che l’investe. La realtà ci viene incontro solo a brani: e questi lacerti sono il nostro modo di concepirla.

Forse noi concepiamo la frammentarietà come nostra, un essere-al-mondo frammentario, frammentato, incompleto, presso il quale mondo, sempre mancanti, sempre in ritardo, siamo sempre in esilio.

Il Reale è dunque la Pienezza, la Vita dell’Uomo, invece, nostalgia di questa pienezza, un pervenire al mondo derivandone solo una percezione sghemba, un bagliore, una medicina a piccole dosi da mandar giù, da ingoiare e guarire per poi godere. La libertà dell’uomo è un frammento, così come il suo sogno, il suo morire; morire, atto di maggiore bellezza che egli possa mai concepire.

 

 

 

 

 

Massimo Pamio a cavallo della Sfinge del Reale

Massimo Pamio a cavallo della Sfinge del Reale

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