VIAGGIO A MALACCA di LUCIANO TROISIO


Malacca, giugno 2014

Kuala Lumpur (lett: Confluenza Fangosa) è una delle peggiori metropoli asiatiche. (Di peggio ho visto solo Giakarta e Bengaluru). L’avevo già visitata nello scorso millennio, forse nel 1998. Allora viaggiavo alla grande, ora mi sono impoverito in molti sensi; già all’aeroporto, quello vecchio, molto lontano, con dentro vispi uccellini che svolazzavano, avevo comperato un pacchetto di tre notti più il taxi, all’hotel Concordia, molto lussuoso (sebbene ricordi che il colore dell’acqua dei rubinetti e del bagno era di un intenso giallo paglierino, contrastante con la spocchia del personale quasi tutto cinese). Il giro della città non mi aveva esaltato, me n’ero subito andato in aereo alla famosa isola di Tioman ricca di varani.

In cerca del pittoresco, stavolta sono sceso alla China Town, interessante e sordido quartiere colmo di gente di varie etnie, malesi, cinesi, arabi vestiti di bianco,donne musulmane turiste straniere tutte in nero, completamente coperte esclusi gli occhi (alcuni bellissimi), straccioni, mendicanti, ubriachi (o morti) per terra, colori vivacissimi, sozzerie, lanterne e palloncini rossi. Inutile chiedere informazioni per strada: la gente risponde con villania. Trattandosi di un quartiere cinese ci si aspetterebbe di trovare dei ristoranti decenti. Non esiste nemmeno il concetto di breakfast, qui gli alberghi non lo forniscono. Le stanze di solito sono piccole, senza finestre, però pulite e in ordine, con Tv locale (programmi scadentissimi), acqua calda, A/c. Frequenti zanzare vengono eliminate chiedendo l’apposito spray. Perfino un 7eleven diventa un confortevole riferimento.

In un paio di giorni, orientatomi sebbene insonne in preda al jet leg, avevo deciso di battermela. Cercata e trovata un’agenzia viaggi, mi informai sul volo per Bali dopo aver atteso a lungo che rozzi clienti cinesi finissero di discutere all’infinito senza acquistare nulla. Era venerdì, la commessa mi avvisò che essendo passate le 17 non poteva informarsi presso le compagnie; che andassi l’indomani, essendo aperti anche il sabato. L’agenzia era nel gigantesco ingresso di un supermercato. Il pianoterra era vuoto, fresco, con altre piccole agenzie, molto personale della sicurezza (avevo delle banconote locali che spuntavano dal taschino e uno dei vigilantes mi fece segno di toglierle). Per salire al supermercato c’erano le scale mobili. Quella in salita non funzionava. Mi ricordai immediatamente della metropolitana di Tokyo dove riscontrai l’identico fenomeno. Approfittai di una botteghetta che esponeva orologi da parete per acquistare un adattatore di tipo triangolare, dato che la spina del mio computer nuovo non era compatibile. A Bali ne dovrò comprare ancora un altro.

Durante la notte insonne lessi la guida. Conclusi che il mese di giugno sulla costa occidentale è il meno piovoso dell’anno. Cambiai idea e decisi dunque di visitare subito Malaka. Il giorno dopo tornai all’agenzia. C’era un’altra bifolca cinese d’oltremare che infastidiva la commessa con infinite richieste, rimestando per finta sul telefonino (che ha sostituito la zappa). Mi sedetti su uno dei trespoli. A un certo punto la commessa mi chiese se avevo deciso la data e le spiegai il rinvio al primo luglio. La cinese si infuriò dicendomi che c’era prima lei. Le risposi che la commessa (la quale rimase assolutamente estranea), non potendone più, mi aveva rivolto la parola, sapendo che lei non avrebbe comprato nulla; era troppo corretta per mandarla direttamente a quel paese. Lei continuò col telefonino urlando, ma allontanandosi lentamente a segmenti e uscendo finalmente in strada e dalla nostra vita. Il volo del primo luglio è costato 405 ringgit, invece di 750. In pochi minuti ebbi in A4 il biglietto e la fattura. Velocità, correttezza, anche cortesia.

La Malesia suggerisce un’idea fortemente contraddittoria: da una parte, all’interno delle strutture, si nota grande efficienza e ordine, dall’altra, nella strada, sporcizia, bassezza e villania. Nessuno dà informazioni, o le dà inesatte, anche in buona fede. Ad esempio: alla reception del mio albergo la gentile signora in chador mi ha assicurato che per andare alla stazione dei bus per Malacca non occorreva che prendessi un taxi. È perfino uscita in strada per indicarmi una grande scritta su un palazzone distante un 400 metri. Quella era la mia stazione. Infatti era così, ma gli autobus partivano per tutto il sistema solare esclusa Malacca. Gli imbonitori mi uccellavano, mi davano indicazioni fasulle. Finalmente un ragazzo fu così gentile da spiegarmi che bisognava prendere un autobus urbano per andare a un’altra stazione. Mi disse di attendere all’ombra di un albero (un caldo pazzesco) e quando arrivò il mio autobus si premurò di indicarmelo. Caricai le valige (2 ringgit), dopo 20 minuti di autostrada arrivammo a una gigantesca stazione. Prima che aprissi bocca mi indicarono un ascensore che saliva a un altissimo cavalcavia. Lo attraversai, entrai nella stazione superefficiente. In un minuto, a uno dei tanti sportelli, una signora dopo avermi chiesto il passaporto, mi consegnò il mio biglietto (10 ringgit. Un euro: circa 4 ringgit).c’erano molte gate come in aeroporto. L’autobus partì con qualche minuto di ritardo, percorse l’autostrada velocemente, tanto che dopo nemmeno 2 ore eravamo giunti a Melaka Sentral. Paesaggio banale, non lussureggiante, la Malesia è povera di fiori. Sapevo che c’era un autobus economico. Preferii un taxi che mi portò fino alla guesthouse indicata, dal prestigioso nome di Eastern Heritage.

Nella guida (vecchia di qualche anno) era descritta in modo davvero affascinante. Si trattava di un edificio costruito nel 1914, in stile cinese-liberty, (in nero e oro, sempre troppo scuro, e soprattutto di pessimo gusto). Un lussuoso passato gravava sul presente assai squallido. Alla reception un vecchio cinese mi avvertì che non esisteva Bf, e che le camere avevano un solo bagno comune per piano e solo il fan. In compenso il prezzo era bassissimo: 30 ringgit. La guida descriveva anche una piscina “per tuffi”, che infatti c’era, la più piccola piscina della mia vita, circa 150 cm. per 180. La località era piuttosto fuorimano, nella Bukit China, dove aveva abitato una mitica principessa figlia dell’imperatore della Cina, che si era portata dietro 500 ancelle, e c’era il più grande cimitero cinese, in parte di epoca Ming ecc. ecc.

Ero attratto e respinto, come mi succede spesso. Prevalse la mia volontà di autodistruzione e rimasi. Salii attraverso una bellissima scala di legno stile Sezession originale, curva e istoriata di neri, ori e rossi. La stanza era invece piuttosto misera, sebbene molto grande e con immense finestre. Mancava al solito il lenzuolo superiore e l’asciugamano. Scesi a chiederlo e il vecchio mi assicurò che me l’avrebbe fornito. Fino a questo momento non avevo visto anima viva, però apparve un bianco abbastanza giovane, serio, antipatico, molto tranquillo, forse di nemmeno 50 anni. Aveva in mano un boccale di tè. Lo vidi più tardi uscire con un bottiglione di plastica vuoto e ritornare dopo averlo riempito d’acqua. (un ottimo protagonista per le scene del delitto. In un baleno pensai un intero romanzo. Non c’era dubbio, l’omicida era lui senza attenuanti generiche). Sul nero bancone, a sinistra, c’era una decina di bottiglie d’acqua. Un posto davvero strano, che associai immediatamente a qualche thriller americano di provincia; lo scenario, la location, lo sfacelo di un lusso passato ma non trascorso erano adattissimi per i pensati efferati assassinii di normale follia quotidiana.

Qualcosa mi comunicava terribilità, disperazione, il limite era stato violato in misura irreversibile. Non restai in camera perché la Wi Fi non funzionava, mentre nella hall sì. Un altro vecchio cinese mi aiutò a sistemare la spina triangolare tra le fatiscenti decine di prese. Gli chiesi di nuovo un lenzuolo. Rispose meravigliato che quello del mio letto era pulitissimo; e allora dovetti spiegare ancora una volta che volevo un secondo lenzuolo per coprirmi. Aprì dei cassetti, me lo dette subito, in spugna, più un misero liso asciugamanino bianco. So per esperienza che è inutile chiedere il sapone. Stetti al computer un’ora. Ora il giovane si era tuffato nella piscina per tuffi. Mi è sembrato che stesse da papi in quella folle casa da homeless e jobless. A sera uscii. Mi avevano fornito di una rudimentale piantina. Confesso che sbagliai direzione e finii ancora più in periferia. Arrivai fino al fiume (che si chiama Malacca), vidi molti edifici interessanti, grandi murales, giostre, una gigantesca giunca finta, un ponte che imitava quello di Rialto, poi mangiai in una di quelle piazze con molte bancarelle, una zuppa discreta colma di ignoti ingredienti.

Al ritorno, nella hall erano seduti il giovane che se ne andò subito (trapelando la sua nefanda colpa), una donna inglese alta mia coetanea scheletrica e brutta, un vecchio giapponese. La donna mi salutò in italiano. Io intanto avevo preso una delle bottiglie d’acqua a sinistra del bancone deserto. La donna mi avvertì che si trattava di acqua sporca per innaffiare. Volendo mi avrebbe venduto lei quella potabile. Cominciai a parlare, mi disse molte cose, parlava spagnolo, anche italiano, era stata 8 anni in Brasile (Fasi? Amori? Divorzi? Vite che collassano? Un altro instant book?), aveva visitato Venezia e Padova. Proveniva con ogni probabilità da un grandioso passato. Passammo a parlare in francese, isolando il vecchio giapponese che parlava solo portoghese. Approfittai per intervistarla, sebbene parlasse poco, mi raccontò che quella grande casa, assieme ad altre tre adiacenti e comunicanti tra loro dall’interno, senza dover uscire sulla strada, erano il frutto dei risparmi di quattro fratelli cinesi, emigrati a Malacca sotto gli Inglesi. Poi cercai di coinvolgere nella conversazione il giapponese (a questo punto istantaneamente la signora riprese con stranissima velocità il solitario che però aveva interrotto prima del mio arrivo). Ambedue sapevano molte cose sull’Italia, sui migranti. Mi dissero che proprio quel giorno i giornali malesi parlavano del problema, citavano il fatto che anche in Australia la situazione è peggiorata (mi pare di aver capito che offrono 5000 dollari australiani a chi se ne va). Chiesi ancora dell’acqua, lei si alzò, andò al bancone, aprì un tendaggio in quello che sembrava il residuato di un palcoscenico Art Nouveau prima o dopo lo spettacolo, apparve un gigantesco frigorifero, estrasse la bottiglia, due ringgit, 50 cent di euro. Molto più cara che in altre nazioni asiatiche. Ebbi l’impressione che lei fosse la padrona dell’ambaradan, ormai prigioniera volontaria.

Dormii coi sonniferi poche ore, alle sette ero già in piedi, mi ero portato giù per la bella scala le valigie. La signora era già nella hall colla sua fida rassicurante pot di tè, coperta da uno spesso panno rosso. In quel momento il giapponese rientrava dalla strada. Salutai gentilmente, la signora mi ricordò di riconsegnare la chiave, uscii, tornai indietro e le chiesi quale fosse la direzione del centro. Essendo un mancino contrastato a volte ho gravi problemi di orientamento, e infatti mi stavo di nuovo sbagliando; trascinai le valige fino alla curva, mi fermai sotto un portico quasi ansimando. Dopo qualche minuto passò un taxi. Per 10 ringgit, mi portò fino al ponte centrale e mi piantò lì (perché a Malacca le strade hanno senso unico e non poteva proseguire).

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