TROISIO A BALI


Mercoledì 30 luglio 2008, ore 21.45

Oggi pomeriggio mi sono fatto portare dal manager dell’albergo all’Hotel Ibah, molto vicino alla nota Ubud Clinic.

[Inserisco questa parentesi a Ubud, il 26 luglio 2014. Anticipo alcune conclusioni, poiché la pagina doveva parlare di una cerimonia organizzata dai residenti europei, a Campuan/Bali, in onore della nota danzatrice e regista Cristina Formaggia che era appena morta di cancro dopo essere rientrata a Milano quando non c’era più nulla da fare, avendo la metastasi invaso vari organi e ivi cremata. Alla cerimonia era presente tutta l’intellighenzia (formata in maggioranza da miserabili falliti europei senza via di scampo, senza possibile alternativa che vivacchiare lì, nel “paradiso”). C’erano vari noti parassiti, mantenute non di primo pelo, gigolo, insignificanti lentigginose fessacchiotte di mezzetà con squallida botteghetta di cotonato, rapaci importatori di dozzinale artigianato ora travolti dalla crisi occidentale, gente fine ascetica in posa, tutta vestita di bianco con decorazioni e medaglie d’oro al risvolto della giacca immacolata (che significava: attenzione, sono qualcuno).
Ma erano presenti anche il Console Dottor Confessa, la famosa scrittrice Idanna Pucci, Antonella con tutta la famiglia e colf locale, notabili europei titolari di pizzeria a me ignoti, più vari decorosi personaggi indigeni vestiti di bianco. C’erano anche molte ragazze balinesi piuttosto belle in elegantissimi costumi, c’era l’intero corpo di ballo della Formaggia, che dopo i molti discorsi in più lingue, hanno eseguito molte danze accompagnati da un complesso di percussioni, sebbene non fossero nè truccati nè provvisti degli appositi abiti di scena. Abbiamo anche mangiato alla balinese: ci sono stati distribuiti grigioverdi cartocci contenenti riso e carni varie, poi frutta e bevande. Questo succedeva nella villa/casetta delle fate, alla sacra confluenza dei due fiumi, in mezzo a un giardino colmo di fiori, dove qualcuno vorrebbe ritirarsi per morirvi. Casetta abbandonata intatta da Cristina, con tutto l’arredamento, i vestiti, la preziosa biblioteca, i dipinti, le sculture, il suo mondo intero, e mille altre cose di gusto raffinato. Antonella e le altre penseranno a vendere/devolvere il tutto in beneficenza.
Questa parentesi mi pareva necessaria integrazione, perché tutti quei personaggi, quelle danze e cerimonie mi hanno così travolto emotivamente, che, nonostante le centinaia di foto scattate (risultano il mio reale reportage, la mia testimonianza muta), non ho poi scritto più nulla, parlando d’altro finendo fuori tema, lasciando la pagina a metà, come spesso mi succede quando prendo a cuore qualcosa di troppo prezioso.]

Si arriva a un posto di blocco, la sbarra si alza, procediamo in discesa fino al parcheggio. Qui licenzio il centauro, come d’accordo mi faccio indicare la casa di Cristina Formaggia. Se ho ben capito questo è un albergo lussuoso e davvero strano: non ha un edificio centrale, ma tanti edifici/villette spersi in mezzo a una foltissima incantevole vegetazione. Altri arrivavano; siamo proceduti per una stradina in leggera discesa, molto lunga. Sulla nostra sinistra in giù si sentiva scrosciare l’acqua del fiume Tjampuhan (pron: Ciampuàn), che letteralmente significa “confluenza tra due fiumi”. Dopo 500 metri, scendendo un po’, il paesaggio si apriva, abbiamo passato un ponte: un altro fiumicello che si getta nel Campuan oppure il Campuan stesso?

Mi faccio questa domanda perché la mia curiosità resta quasi sempre inappagata quando chiedo informazioni ai bianchi che vivono qui da decine di anni; sembra che siano degli idioti, che non sappiano mai nulla. E’ questo il fiume Campuan? Pare che pensino: ma di che s’impiccia questo! Dal che si deduce o che non hanno voglia di rispondere, o che non vogliono cedere informazioni segrete, o molto più probabilmente (ipotesi che ho potuto direttamente verificare in vari contesti) che sono dei poveri fessacchiotti rimbecilliti dall’isolamento culturale che non hanno un’idea del mondo che li circonda come realtà palpabile (in greco “To de ti”). Soprattutto ho il sospetto che non abbiano mai avuto “un’idea del mondo”, e che quando sono arrivati qui abbiano capito immediatamente che era il posto per loro, per vivere senza pensare, senza rispondere. Ma questo è un discorso che ci porterebbe lontano (perché per dimenticare una cultura bisogna prima averla), e che una volta si liquidava con: forse fumano. Anche a Shanghai le cosiddette sinologhe erano gelosissime delle loro conoscenze, non dicevano mai nulla. Insomma nel giro si entrava solo se c’era un interesse economico, se eri loro scopino oppure se avevi una valigia diplomatica, anche dei paesi comunisti dell’est. Poveretti, che brutta fine nell’ 89: ricordo benissimo il consolato della Germania Est che non esisteva più e i colleghi della Germania Federale che li mandavano in quel posto… e gli impiegati degli altri paesi comunisti, che al mercatino del carbone si vendevano dozzinali bottiglioni di profumo, orologi da parete, soprammobili, suppellettili varie, accettavano anche baratto, vestiti usati. Che brutto investimento avevano fatto le sinologhe amanti (delle valigie) dell’est! Che squallore!
Ogni sera andavamo al creek dove inizia il bund di Shanghai perché lì c’è l’edificio del consolato russo, ancora lo stesso dello zar, dove la fazione dei “bianchi” resistette per tre o quattro anni prima di issare la bandiera rossa. Ora l’asta era nuda, quella rossa non c’era più e le nuove bandiere non arrivavano da Mosca. La cosa andò avanti circa una settimana.

Le comunità di bianchi in Asia tendono a essere molto chiuse. Nonostante gli stimoli delle comunicazioni, sembrano pochissimo informati. Se si escludono i giornalisti (e qualche diplomatico che non abbia fatto le magistrali), l’impressione generale è che la cultura sia subdola, che gli possa anche produrre uno shoc anafilattico. In un’isola poi… c’è come la sensazione che siano in una condizione che non ammette alternative. Molti sono dei falliti in patria, falliti anche nella vita, nei sentimenti, nel lavoro, hanno conti in sospeso di qua e di là. Molti “non hanno finito gli studi”, si interessano di scienze alternative, di allopatie, di medicina alternativa, ayurvedica, di scienza delle erbe, di piante dei piedi, di magia, di danza, di strumenti strani, di arti che non sono state capite (se non da loro che te la contano), fanno delle cose, vedono gente…. Donne sui 50-60, con figli, senza uomo, seno esibito nello squallore dell’afflosciamento totale, rughe su lentiggini da troppo sole, avvizzimento, visi interessanti, caviglie grosse, culoni. (Ma peggio è quando le giovani iniziano a velocemente sformarsi. Ho visto le tettone di L. quasi del tutto: a 14 anni sono completamente smagliate, e immagino che anche le cosce e l’ambaradan megapigico sia su quella strada. Forse scorretta alimentazione? Verificato anche a Shanghai). Ahi…
Poi ci sono i molti furbi, ammanicati con fantomatiche fondazioni, con enti internazionali per la protezione del custode di anatre, per il salvataggio di zanzare omosessuali in estinzione, per la difesa della tartaruga strabica ecc. Ogni anno attribuiscono un cospicuo ambìto premio internazionale… In un certo senso hanno un potere discrezionale. Se gli telefoni ti rispondono: -sono in riunione- come fossero in Lombardia. Altri hanno la sfacciata possibiltà di essere invitati nei paesi ricchi a tenere gloriose lezioni sulle marionette, sulle maschere. In tal modo oscillano tra l’inedia totale, l’insopportabile depressione nel verificare quotidianamente la propria nullità, e il prestigio -per quanto da Mister Hyde- dell’autorevole indiscusso docente di Marionette.
Ce n’è più di uno che, avendone i mezzi, ha avuto la fortuna di andarsene, di mollare in tempo l’Insula Deorum prima del definitivo collasso nella pazzia.
Ci sono anche quelli che stanno benissimo essendo immuni da esaurimenti nervosi come anche i somari.
Una categoria a parte: le ricche vecchie con scrittore giovane a carico, casa a Bali ma anche a Parigi e New York: temono sempre che tu vada a trovarle… Sono oberate da infiniti impegni sociali, anche religiosi indù, non possono darti udienza. Io, che lo so, se per caso le incontro mi diverto a insistere, a mendicare inviti, ad ascoltare l’articolato perché non possono concedermisi. (Questo mi fa anche riaffiorare la spocchia di certi riccastri veneti di Melbourne, dove mi recai in visita universitaria di scambio: zotici cialtroni analfabeti che mi guardavano con sussiego -convinti che potessi abbassarmi al loro livello- come se fossero degli aristocratici. Le risate…)
Ma la risultante è sempre la stessa: in parecchi casi la nebbia culturale probabilmente viaggia in sinergia col fumo, il grande conforto che rende liberi.

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