SERGIO DE RISIO – UN RICORDO DI MARCO TORNAR


Proponiamo l’intervento che Marco Tornar ha tenuto al convegno “Il pensato su Sergio De Risio” organizzato presso l’Università “D’Annunzio” di Chieti dall’A.P.A. (Associazione Psicoanalitica Abruzzese, Istituto di Psicoterapia Psicoanalitica “Marco Levi Bianchini – Sergio De Risio”) a cui hanno partecipato, tra gli altri, il prof. Mario Fulcheri e il prof. Cesare Milanese.

LA DERISIONE di MARCO TORNAR

Propongo all’attenzione di voi tutti un’intervista che feci a Sergio de Risio, per il Messaggero Abruzzo, pubblicata il 14 luglio 1994. Appare funzionale come memoria di un mirabile pensiero, sebbene possa giungere in qualche modo didascalica, a tanti di voi specialisti in discipline scientifiche e umanistiche. Però riconoscerete che per la destinazione a un quotidiano il repertorio trattato sia molto alto. De Risio uomo, psicoanalista, poeta: il tema posto dall’APA tanto appassionante e ricco che non posso espormi ad una critica o a un commento all’opera di De Risio, a maggior ragione avendo a fianco l’autorità di Cesare Milanese. Solo alcune considerazioni dopo il testo sintetizzato.

“La psicoanalisi e la poesia si fondono sulla pratica della parola, ma le loro declinazioni sono diverse. La poesia è più privata e più pubblica, la psicoanalisi implica un atto concreto con cui si lavora. Già a 15 anni per entrambe avevo la stessa passione. Anche se oggi sono caduti certi aspetti la poesia è volta all’universale. In psico-analisi la parola è costretta in un preciso esercizio: il setting. Ma entrambe mirano verso il cuore dell’esperienza umana; i metodi sono diversi, l’ideale è in comune, è la verità. La parola è il fulcro dell’esperienza umana. Lo spazio della poesia è angusto: Holderlin e Rimbaud ce lo hanno insegnato, l’uno con la follia, l’altro cercando il deserto. Oggi la poesia è una circolazione fasulla che conferma una riduzione di spazio: molti parlano, scrivono, e nessuno legge o ascolta. Così come la lingua, che oggi è l’inglese, la lingua del computer, sempre meno lingua rispetto all’eccellenza del greco. La lingua non è scambio di informazioni, ma formazione dell’essere umano, come singolo e collettività. Inoltre è cresciuto il deserto: Rimbaud poteva toccarlo, oggi è un posto da turismo. La collettività si deve porre il problema di ritrovare questo spazio. La psicoanalisi e la poesia lo rivendicano. E’ lo spazio dell’aver cura, non del curare, e quello ben più radicale del lutto, di chi ha perso una funzione formativa. Non a caso dopo l’ultima guerra dell’era atomica si ha la poesia. Lo psicoanalista non è lo strizzacervelli come il poeta non è l’imbrattacarte. La poesia è non scrivere, e quello che si scrive è cedimento al narcisismo. Allo stesso modo lo psicoanalista ascolta e non dice, seleziona solo ciò che è vivo, attuale. L’esperienza della follia è un insieme più eterogeneo, entra in gioco l’uomo come corpo-essere-cervello. Affonda le sue radici nel reale come simbolo ma non c’è un’idea di connessione. L’artista invece si confronta sempre col simbolo. Non elimina la sofferenza perché non si può eliminare la morte. Perciò l’artista non è pazzo, mentre occorre diffidare di qualcuno che pretende di non essere pazzo per niente”.

In ottemperanza a quest’ultima asserzione derisiana non pretendo di non essere pazzo per niente, fra poco capirete. Per la mia esperienza, Sergio è stato qualcuno che quando parlava cancellava me stesso, e quando cancellava me stesso mi sentivo felice. All’epoca stavo male, tachicardia e poliuria antagonizzavano la mia quotidianità. Poi ci hanno pensato miei connazionali a completare l’opera, ad ogni lustro della mia vita. Ogni lustro un nuovo tradimento italiano. Sempre da maschi, mai da mie fidanzate. In sua presenza invece ogni allarme spariva, tanta la perfezione che ravvisavo, innanzitutto nei suoi versi. Dopo un’analisi durata cinque anni ho riacquistato una normalità.

Quel che oggi mi appare abnorme è il tragico iato tra le parole di De Risio e la vita presente. So bene di non esser in un convegno di sociologia, la mia devozione e gratitudine alla pratica dell’inconscio mi impediscono comprensioni di un inconscio e di un immaginario collettivi. Nutro l’illusione di credere, tuttavia, che la letteratura per me sia una sferza, la sferza della mia vita, in subordine alla medesima, grandiosa, ricevuta da De Risio. Qualcosa che viene dall’alto, mai da un regime orizzontale, soprattutto misero come quello attuale. Tra i miei ricordi di lui, un’ illuminazione che ebbe a un ristorante di Chieti Scalo a cui mi invitò una sera, dopo aver finto di fingere di arrabbiarsi col cameriere che non gli aveva procurato la ventricina di Gissi: “… la benedizione! Ben detto, è bene dire, è la dizione del bene. Tutto è in questo, in analisi”

Sergio è morto ma ancora bene-dice. Ora è capo carismatico di un potere forte, la psicoanalisi. Nell’odierna Italia dei cosiddetti poteri forti, ridicoli, non ne vedo che due, veri, di questi: la psicoanalisi, la religione. Penso che ci sia correlazione più di quanto immaginasse la Kristeva.

Un passaggio di santa Caterina da Siena: “Non offre il cuore all’anima la colpa – perché non è lecito all’uomo commettere una minima mancanza per salvare tutto il mondo, se anche gli fosse possibile, perché per l’utilità della creatura, che non è nulla, non si offenda il Creatore, che è fonte di ogni bene (…) E’ così aperto, questo cuore, che non c’è persona che lo trovi falso, ma ognuno lo può comprendere perché non dice una cosa con lo sguardo e la lingua mentre dentro ne pensa un’altra”.

Sergio non va confuso con tante dimensioni, chiamiamole così, della contemporaneità. Non c’entra nulla col nichilismo, nella sua vita lui voleva “aver cura”. Non c’entra nulla lui col negativo, per esempio Perniola, non c’entra nulla con la menzogna, per esempio Manganelli. Né con nevrosi compiaciute di Zanzotto né con debolezze vattimiane. Non c’entra nulla con poeti quali De Angelis e Viviani, psichici sì, ma orientati verso una sublimazione reticente della materia. Che finisce lì, senza trasfigurazione. Sergio al contrario nel verso perseguiva i fenomeni magici del cristallo goethiano trafitto dalla luce.

Una esegesi della sua scrittura dovrà ancora avvenire, la quotidianità di oggi, malata, è una dislogia rispetto a quel che continua ad accadere con la sua opera complessiva, che ha esperito passione fino all’estremo. Cosa c’è di italiano nella parola di Sergio? Nulla. Quel niente che lui attestò è, in un suo saggio sulla critica come spodestamento pubblicato nel 1980. Lì enucleò una formidabile citazione da Wilfred Bion:

“L’analista deve diventare infinito, grazie alla sospensione della memoria, del desiderio, della comprensione. Quanto più l’analista si approssima a sopprimere il desiderio, la memoria e la comprensione, tanto più è probabile che egli cada in uno stato di sonno simile allo stupore”.

Così per ricordarlo e celebrarlo con voi, ho fatto come l’ideale psicoanalista di Bion. Dall’intervista ho tolto le mie domande affinché di Sergio rimanesse solo la voce scritta. Se mi cancellavo da lui quando era vivo tanto più vale cancellarmi ora. Vent’anni fa parlò dell’avanzata del deserto. La domanda la ribalto a voi. E’ arrivato in Italia, il deserto? Sergio oggi che direbbe? Quando instaurerà, in Italia, finalmente, il suo incontrastato potere forte, la psicoanalisi? Occorrerebbe o no, oggi, psicoanalizzare l’Italia? La mia partigianeria verso la psicoanalisi, verso Sergio e il mio psicoanalista, non può non portarmi a chiedere che ne è di una nazione che non è stata mai tale, che tuttora non è patria, perché semplicemente ha forcluso il nome del padre.

Non c’è sociologia. Però in Italia c’è una collettività di pulsioni incontrollate, senza elaborazione, allo sbaraglio, alla morra, come credo dicesse Lacan. Qual è il padre dell’Italia? Chi? Come può definirsi popolo un’insieme di pulsioni le cui origini storiche sono frenasteniche? Quale padre tradisce, l’Italia, ad ogni cambio generazionale? Non posso far altro che riportare lo stato di un delirio, per Sergio. Compatitemi, un materiale puro su cui operare, come lui sosteneva. Ho vissuto la mia esperienza analitica su una percezione di allarme ad ogni istante, credo di aver compiuto una mia esperienza interiore.

Ora l’infinito pensiero di Sergio rimette in gioco le carte rispetto a una partita collettiva.

Anche questa la sua forza. Ripeto, è l’offerta di un privato delirio, nella memoria gloriosa di De Risio, che vorrebbe esser sulla linea del Thomas Mann del Doctor Faustus, il cui protagonista, Adrian Leverkuhn, incontrò lo spirito del male a Palestrina. Perché proprio lì? Perché tanti italiani oggi votati alla pulsione di morte? Perché prolificano, nell’esperienza quotidiana di tanti, i traditori? Perché tutti i paesi e le città d’Italia sono una stessa Palestrina immemore di Mann? vorrei chiedere a De Risio, ora domando a voi. Chi è il padre che continuamente tradiscono gli italiani, ancora ignari di un’analisi puramente tedesca?

Continuo la delirante offerta. E’ possibile che, prima di Mann, Freud abbia commesso un altro atto mancato, una paratassia, nella Psicopatologia della vita quotidiana, anche per aver visto davvero il male a Orvieto, negli affreschi del Finimondo e delle Storie dell’Anticristo del Signorelli, per poi spostarlo su un altro oggetto?

L’Anticristo, il niente, per De Risio era un è. Un ente. Dunque voleva combatterlo. Perseguiva la verità, non, come spesso accade di sentire da intellettuali di oggi, una ricerca autoreferenziale, senza meta, una verità intesa solo come tensione di ricerca. Come se la mia pulsione erotica si fondasse da sé, valesse non per l’effettivo raggiungimento del corpo della donna per godere. Oltre quello della donna che in Italia quotidianamente si accoltella, c’è il corpo della letteratura, la scrittura, che in Italia è stato ucciso. Gli italiani hanno ucciso la scrittura. Amano l’oralità, i rapporti orali, la televisione e l’industria fallimentare della kultur, la parodia dell’amplesso, di fatto in Italia la letteratura è più morta di Sergio. Perché tanto male? Che direbbe De Risio, quale la sua derisione? Qual è il lutto che dovrebbe fare l’Italia colpevole non di omertà ma, peggio, di forclusione?

E’ stato il mio unico maestro. Non mi avrebbe tradito mai. Non era comico nemmeno quando divertiva, in questo senso non era italiano. Del petite object a ne parlava come di una casella vuota, ma con intonazione da beato, di beanza, non per certo per infettare, com’è di moda. Ai tanti italiani artisti, psicoanalisti, psichiatri, intellettuali che vivono come prigionieri morali nel nostro paese, nella moltitudine delle Palestrine, vorrei rammentare, pensando all’antesignana parola di De Risio, la necessità di una psicoanalisi che oggi diventasse obbligatoria: in un “paese” i cui abitanti, per troppo, troppo tempo, fino a diventare inetti, l’hanno fatto franca dallo straniante, dal confronto coi giganti dell’angoscia.

DE RISIOSergio De Risio

Annunci

One thought on “SERGIO DE RISIO – UN RICORDO DI MARCO TORNAR

  1. sabatino ciocca ha detto:

    Un omaggio sincero, profondo e ben scritto per chi non ha conosciuto De Risio

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Emergenza Cultura

In difesa dell'articolo 9

cuoreruotante

Le cose belle hanno il passo lento

Le mille e una Tavola

Autobiografia culinaria

pagine che amo

Just another WordPress.com weblog

Poeti d'Abruzzo

Focus Po-etico sul territorio abruzzese

from the morning

le passioni infernali mai conosciute prendono fuoco nella casa vicina.

solovignette.it

Quotidiano di satira illustrata

Anna&H

sono approdata qui

Linguaggio del corpo

Bodylanguage & PNL

And Other Poems

New poems to read every week.

filmcritica rivista

cinema filosofia inconscio lingua polis scrittura

Gio. ✎

Avete presente quegli scomodi abiti vittoriani? Quelli con la gonna che strascica un po' per terra, gonfiata sul di dietro dalla tournure? Quelli con i corsetti strettissimi e i colletti alti che solleticano il collo? Ecco. Io non vorrei indossare altro.

AnItalianGirl

Sii chi vuoi, ma se sei te stesso è meglio!

Edilio Ciclostile

I buzz into your head

operaidelleditoriaunitevi

Just another WordPress.com site

lagunaweblog

La narrativa è la più esigente delle fidanzate

Nel vento...

Pensieri e dintorni

L'Inconfessabile

ciò che non si può dire lo scrivo

Cristina Khay Blog

La Vita e' un Fiore*

lamentesepolta

0, 1, 2, ecc. - si.tormento@gmail.com

Parole Inconsistenti

Appunti di scrittura di Luca Romano

Briciolanellatte Weblog

Navigare con attenzione, il blog si sbriciola facilmente

miglieruolo

La vita è sogno

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: