FOGLIE di FRANCESCO MARRONI


Proponiamo un racconto di Francesco Marroni, docente universitario, saggista, scrittore di notevolissimo talento, autore di racconti pregevoli da noi molto amati.

FOGLIE

– No, non ne faccio un dramma –. Si accarezzò il mento con

un gesto nervoso e sorrise alla parete bianca. – Guardo avanti,

come sempre.

– Nemmeno io.

– È dura, ma bisogna andare avanti, professore.

– Ci proviamo ad andare avanti.

– Ci sono cose peggiori, non le pare? – insisté l’altro.

– Assolutamente sì –, rispose il professore. Non aveva molta

voglia di parlare.

Le finestre erano aperte.

Quattordici poltrone: sette da un lato, sette dall’altro. Contò

otto persone: sei uomini e due donne. Via via che continuava

l’appello, i posti venivano occupati. Il lenzuolo sterile si prendeva

nella saletta attigua che portava a un doppio bagno. Questo, lo

aveva imparato il primo giorno.

Sale di attesa e corridoi erano attrezzati con gli altoparlanti

per le chiamate.

Si stava sempre con le orecchie tese. A volte la voce faceva due

o tre chiamate di fila e si faceva fatica a interpretare l’altoparlante:

A27, B19, B29… Viveva l’angoscia della chiamata e si stava convincendo

di aver perso parte dell’udito. Lo chiamavano tutti “il

professore”, invece le infermiere gli davano del tu. Era la legge del

reparto. Al quinto piano i rumori della strada giungevano attutiti.

Di tanto in tanto, le sirene delle ambulanze invadevano la sala

come un urlo primordiale. Per il resto l’ambiente era tranquillo.

LEAVES - MAJA HRNJAK

LEAVES – MAJA HRNJAK

La gente si muoveva lentamente, con cautela. Tutto pulito e in

ordine. Sopra la porta, in alto, lo schermo piatto di un televisore

acceso. Il volume era al minimo.

– Oggi pomeriggio ho due ore di allenamento –, riprese l’altro.

Gli si rivolgeva con il tono con cui si parla a un vecchio amico.

– Sono il coach della squadra di calcio a cinque… finché posso, non

vorrei mollare. Proprio non vorrei.

Il professore rispose con un sorriso.

L’altro si accarezzò di nuovo il mento e ripiegò La Gazzetta

dello Sport che aveva sul grembo come un lenzuolo. Posò il quotidiano

sul comodino che condivideva con il professore, badando a

occupare solo la sua metà. Subito dopo accese il telefonino: – Avviso

i ragazzi che oggi pomeriggio ci sarò regolarmente, non si sa

mai… Lei mi capisce, – e accennò un sorriso d’intesa. – A volte si

esagera con le notizie…

Il coach dava l’impressione di chi ha sempre molto da fare.

A tratti parlava velocemente, con affanno, a volte. Bisbigliò

alcune frasi al telefonino che poi lasciò sulla poltrona. Lanciò

un’occhiata al quadrante verde della pompa per infusione: – Manca

ancora una mezz’oretta… e poi via! – esclamò. Tirò giù la zip

della tuta. Le scarpe da ginnastica le aveva sistemate al lato del

borsone giallo bordato di nero.

Il professore tirò fuori dalla cartella di cuoio un fascicolo rilegato

con la spirale. La sua parte di comodino era occupata da

una penna rossa, un portamina con gomma incorporata, l’astuccio

trasparente degli occhiali, una matita nuova di zecca, i fazzolettini

di carta e una scatola di biscotti integrali.

Prese la matita e ne scrutò la punta. Poi, per qualche attimo

fissò lo sguardo sulle gocce di liquido rosso che dalla sacca,

una dopo l’altra, scendevano fino al suo polso sinistro. Cominciò

a leggere. Ogni tanto faceva un segno con la matita, una pagina

avanti, una pagina indietro, l’inizio, la fine del fascicolo. Saltava

da un punto all’altro. Posava la matita, prendeva la penna rossa,

scarabocchiava qualcosa. Si concentrava e sottolineava. Si fermava

esitante. Da un po’ di tempo un raggio di sole tagliava a metà la

sua poltrona. Lo infastidiva. Il suo sguardo vagò sulle pareti della

stanza. Uno sguardo senza fissa dimora. Riprese a leggere, torturando

la penna rossa fra i denti.

ULLA MOERCH - GREEN LEAVES

ULLA MOERCH – GREEN LEAVES

Gli accompagnatori dei pazienti aspettavano in una saletta

quadrata proprio all’inizio della sala medica. La prima volta che

era entrato nella sala medica aveva avuto una brutta reazione. La

sua prima immagine era stata quella dei pazienti che si sottoponevano

alla chemioterapia. Mentre la caposala riempiva il modulo

facendogli ogni tipo di domanda, si era guardato intorno e aveva

capito che quello era un altro mondo.

Pareva lontano, quel giorno di marzo.

Il professore non ancora aveva capito quante fossero le stanze

predisposte per l’infusione. Sapeva che erano sempre piene. Le

chiamate continuavano; le poltrone erano quasi tutte occupate e

le infermiere non avevano un attimo di tregua. Nonostante tutto,

riuscivano a essere sempre gentili e delicate nei modi. Una in

particolare era sempre premurosa. Ogni tanto si avvicinava alla

poltrona, dava uno sguardo alle sacche e gli chiedeva: – Come va

oggi, Edgardo?

– Benissimo, sempre meglio.

Lui rispondeva con un sorriso aperto. Si sentiva protetto da

quella infermiera. Era comunicativa, Marisa, e in più gli trasmetteva

tranquillità. I problemi non mancavano mai, ma Marisa non

drammatizzava. Era sempre in movimento.

Dal taschino della camicia tolse il numero che gli era stato assegnato

per la chiamata mattutina: K05. Allungò il braccio libero

verso la cartella. Ne estrasse un taccuino Moleskine: infilò il talloncino

nella tasca del taccuino. Era il quinto – li aveva conservati

tutti, aggiungendoci a matita la data: A43, B50, K65, A57… e

ora K05. Li raccoglieva come foglie del suo erbario. Spesso, nella

sala di attesa, gli capitava di osservare i bambini che, con i genitori,

facevano un giro per gli spazi del quinto piano in cerca di qualche

distrazione. Portavano tutti le mascherine protettive. Erano

pallidi e leggeri, con gli occhi infossati, quei bambini; nel loro

silenzioso girovagare, gli comunicavano una rassegnata diligenza.

– Le dà fastidio? – fece il coach, indicando il polso sinistro

del professore.

– No, no… non molto –. Posò il fascicolo sul comodino e,

dopo una breve pausa, aggiunse: – Ci si abitua a tutto.

– La vena… non si gonfia?

– Per ora no… ho le mie compresse di ghiaccio.

– Considerata la mia situazione… faccio tre sedute per ogni

ciclo, il dottor Brunetti mi ha consigliato il porter, – e indicò un

punto preciso del petto da cui sbucava un tubicino. – Il medico è

un amico, io lo seguo ciecamente. Non è stato difficile inserirlo, il

porter. Un piccolo intervento sottopelle e via. Ora non penso più

né a buchi né a possibili flebiti.

Parlava della sua malattia con disinvoltura.

Era uno sportivo che non temeva la sfida. Era solo l’inizio di

una partita. Uno lo avrebbe facilmente scambiato per un calciatore

brasiliano. La carnagione scura e i lineamenti molto marcati del

viso contrastavano con quelli del professore. – Ora sono qui e…

cerco di assentarmi il meno possibile da scuola. Ho bisogno del

contatto con i ragazzi –. Frugò nel suo portafoglio e tirò fuori un

bigliettino da visita. Lo diede al professore e si presentò: – Oliviero

Lentini.

EAVE - CHRISTIANE MULLER

EAVE – CHRISTIANE MULLER

– Ah, grazie! – esclamò il professore. Vide gli occhi sorridenti

dell’amico. Era scattato qualcosa: – Un po’ lo avevo pensato che

lei insegna educazione fi sica… –. Fece una pausa, posò il fascicolo

e la penna: – Possiamo darci del tu, allora. Beh, io mi chiamo Edgardo…

Edgardo Pardi.

– Senz’altro, senz’altro del tu! – esclamò. – Vuoi sapere una

cosa? Beh, nell’ambiente dello sport mi chiamano “il professore”–.

Oliviero sorrise in modo divertito, anche se gli occhi tradivano

ogni tanto un certo smarrimento. – Ora siamo in due a essere professori,

bene, bene! – Edgardo non capì se in quelle parole vi era

autoironia o dell’altro.

Prima di mettere il biglietto nel suo portafoglio, Edgardo

studiò il cartoncino: il nome e i numeri di telefono erano scritti in

blu e il cognome in oro come l’indirizzo. – Allora, Oliviero, sono

contento di sapere che pure tu sei dalla parte di chi non è solo… Sì,

insomma, siamo in mezzo ai ragazzi. Io lavoro all’università, ma in

fondo è la stessa cosa.

– Sì, in fondo è la stessa cosa. Hai ragione tu, – ripeté il coach.

– Non è facile insegnare di questi tempi, ma io senza la palestra

e i miei allievi non so vivere.

– La stessa cosa vale per me.

– Che cosa insegni? – chiese Oliviero, incuriosito. – Sicuramente

una materia… – e volgendo lo sguardo oltre la finestra,

quasi che la parola giusta si nascondesse fra le pieghe del cielo:

– Immagino una materia umanistica. Ho visto giusto, Edgardo?

– Non esattamente, insegno botanica sistematica.

PAVEL LEFTEROV  - AUTUMN LEAVES

PAVEL LEFTEROV – AUTUMN LEAVES

Non aveva voglia di dare importanza al suo lavoro. Aveva

percepito che Oliviero aveva pronunciato il suo nome quasi fossero

vecchi amici. D’un tratto gli venne voglia di uscire dalla sua trincea

fatta di silenzio: – Sai, Oliviero, ora sono tranquillo, sono tornato

a comportarmi come una persona normale, ma per un mese

e più ho camminato nel buio totale, non capivo più nulla, tutto

appannato, il mondo appannato. Anche le parole mi facevano paura,

non volevo sentire nulla che avesse a che fare con la malattia.

Se qualcuno mi chiedeva, “Come va, va meglio?”, mi irrigidivo

e dentro di me soffrivo tremendamente –. Una breve pausa, un

sorso d’acqua. – Ora è diverso, una mattina ho capito che potevo

sopravvivere, che ero forte e che ero preparato a vincerla questa

battaglia. Se era scritto che dovevo morire, ebbene io, Edgardo

Pardi, sarei morto in piedi, senza vigliaccheria e piagnucolamenti–.

Aveva alzato fin troppo il tono della voce. Se ne rese conto e

continuò quasi sottovoce, con lo sguardo fi sso sulle due sacche che

pendevano dall’asta: – E ora sono qui, contento di avere scoperto

su questo piano molta brava gente. Sono pronto a tutto. Sono

preparato –. Fissò l’altro negli occhi. – So che la pensi allo stesso

modo. Esattamente allo stesso modo, non è vero?

Oliviero aveva gli occhi lucidi: – Sai, quello che mi dici è

per me importante, molto importante –. Fece una smorfia con la

bocca. Poi si girò col corpo verso Edgardo e bisbigliò: – Ho tanta

paura, sì, paura. Una paura che non rivelo a nessuno. Tanto meno

a mia moglie e a mio figlio… Le tue parole, non so come dire… Mi

hanno illuminato, forse il terrore della malattia ha fatto un passo

indietro e forse… andrà tutto bene.

– Me lo auguro proprio!

– Sì, dobbiamo farcela.

RON DIRVEN - BLACK LEAVES

RON DIRVEN – BLACK LEAVES

Dall’altro lato della stanza, che era divisa a metà da una serie

di pannelli mobili, era entrata una ragazza di colore. Era alta e agile.

I suoi occhi erano spalancati – il suo sguardo paralizzato invase

l’intera stanza di panico. Stava parlando in inglese all’infermiera:

la stavano sottoponendo all’infusione, ma probabilmente non capiva

quello che stava succedendo. La sua amica italiana le spiegava

in un inglese sgrammaticato che quella era la cura, ma il panico

rimaneva negli occhi della ragazza.

Edgardo ripensò al primo giorno di infusione. Era stata per

lui una giornata vissuta nella nebbia. Finita la seduta, nel tardo

pomeriggio, non aveva capito nulla di quello che il dottor Spada

gli aveva detto, mentre riempiva la cartella clinica. Le varie

medicine da prendere, e le procedure burocratiche da compiere,

e l’iniezione di Neulasta da fare la mattina seguente. E tante

altre informazioni che gli aveva fornito insieme a un libretto di

istruzioni per l’alimentazione. Tutto nella nebbia. La sera tardi,

quando si era reso conto di non avere le medicine necessarie per il

giorno dopo, era uscito preso dal panico in cerca di una farmacia…

ripetendosi ossessivamente Zofran e Lansox, Lansox e Zofran, Zofran

e Lansox.

Oliviero stava di nuovo con il suo giornale sportivo.

Di tanto in tanto guardava la sacca ormai quasi del tutto

svuotata.

Poi un’occhiata all’orologio: la sua seduta stava per finire.

Edgardo ebbe voglia di parlare ancora a Oliviero prima che

andasse via: – Sai, Oliviero, io ho scoperto la cosa per caso… un

controllo alla tiroide e il giorno dopo ero qui… il dottor Spada

ha impiegato poco a fare la diagnosi. Ho capito subito che avrei

dovuto mettercela tutta. Non è stato facile… Dapprima solo buio.

Il coach aveva ascoltato con attenzione. Poi, solo poche parole:

– Ecco, quasi sempre queste cose avvengono per caso. Ho fatto

un’analisi di routine e qualcosa non quadrava. Risultato: leucemia

cronica. Brunetti dice che si può guarire, ma ho capito che è una

cosa seria.

ANN SHOGREN - SPRING LEAVES

ANN SHOGREN – SPRING LEAVES

Li interruppe l’infermiera che staccò le sacche vuote e tutto

il resto dall’asta. Oliviero prese le sue cose e si affrettò ad andare.

Prima di uscire, esibendo il telefonino che stringeva in mano, fece:

– Magari ci sentiamo per un saluto.

– Ve bene, ti chiamo io… se non ci vediamo nei prossimi giorni,

– rispose Edgardo, tenendo basso il tono della voce. Quasi un

sussurro complice.

Poco dopo arrivò Marisa a controllare il livello delle sacche: –

Ancora una ventina di minuti e poi anche tu sarai libero.

Marisa tolse il lenzuolo dalla poltrona di Oliviero e sottolineò:

– Lo sai che è anche un ottimo scultore? L’anno scorso c’è

stata una mostra delle sue statuette di terracotta.

– Veramente!

– Sì, ed è anche pittore. Pare sia molto bravo.

Oliviero pittore e scultore. Esattamente quello che, a tempo

perso, cercava di fare lui. Vi era stato un tempo in cui si era illuso

di poter diventare un grande artista.

Edgardo lasciò il reparto di ematologia senza fretta. Preferiva

sempre fare a piedi i cinque piani. Sia a salire che a scendere.

Cercava sempre di verificare quanta forza aveva nelle gambe. Gli

ascensori si trovano nei luoghi più nascosti del piano. Una volta

fuori fu fortunato di trovare subito l’autobus. Lo avrebbe riportato

nella parte alta della città.

Il giorno dopo Edgardo non incrociò Oliviero.

Ormai scandiva il suo tempo con il ritmo quindicinale dei cicli

di chemioterapia. Aveva archiviato il terzo ciclo… B16 era stata

la sua chiamata. I capelli gli cadevano a ciocche: anche a questo si

era abituato. Alla vigilia del quarto ciclo decise che non era il caso

di continuare: capelli a zero. Si guardò con la testa rapata e non si

piacque per niente. Fra un ciclo e l’altro sapeva di dover compiere

una serie di rituali: consumava le ore del giorno passando da una

medicina all’altra, dosaggi e orari da rispettare. In questo modo, si

ritrovava di nuovo sottoposto a un nuovo ciclo di infusione quasi

senza rendersene conto. I mesi scivolavano velocemente. Edgardo

sentiva che gli stavano ritornando le forze. Si stava persuadendo

che la stava vincendo, la battaglia… A89 e B87. Anche il quarto

ciclo era passato e non aveva incontrato Oliviero. Le loro strade,

come i loro turni, si erano separate.

Quando era a casa, Edgardo aveva sempre la tentazione di

guardarsi allo specchio. Registrava la sua metamorfosi fisica. Maggio

fu il suo mese: la TAC aveva confermato che tutto stava andando

benissimo. Come aveva detto il radiologo, il suo corpo era

pulito.

Dal giardino della sua casa guardava il mare.

La figlia gli aveva portato in regalo due vasetti di edera. Le

foglioline di edera sembravano manine pronte ad arrampicarsi sul

muro con tenace pazienza.

Era l’inizio di giugno.

Edgardo ebbe voglia di chiamare Oliviero. Lo immaginò alle

prese con i suoi ragazzi del calcio a cinque, a impartire istruzioni

con il fischietto in bocca, a correre fra un allenamento e un consiglio

scolastico. Dal dottor Spada aveva avuto un appuntamento

per il controllo mensile per il venerdì successivo alle sette di sera.

– Ciao Oliviero, sono Edgardo…

– Ah, che piacere sentirti! – esclamò, interrompendolo. –

Come stai? Tutto bene?

Sì, sì, tutto bene, – si affrettò a rispondere. – E tu? Imma gino benissimo.

– Abbastanza bene… un controllo la prossima settimana. Il

dottor Brunetti vuole rivedermi con le analisi… me ne ha fatte

fare un centinaio –. Un paio di colpi di tosse, una breve pausa e

poi riprese: – In effetti, mi sento un po’ debole ma riesco ancora

a lavorare.

– Io andrò venerdì sera alle sette, magari ci si può vedere. Tu

hai fissato l’appuntamento?

– Non ancora, ma so che anche Brunetti rimane fino a tardi il

venerdì. Cercherò di essere lì anch’io alle sette. Così ci salutiamo…

– Molto bene. Così parliamo anche di arte. So che sei noto

anche come pittore e scultore… L’ho saputo per caso e poi mi sono

documentato. E i tuoi lavori mi piacciono molto, credimi.

Dove li hai visti?

– Ho verificato su internet. Complimenti. Ho visto che hanno

dedicato molti articoli alla tua mostra dell’anno scorso: mi piacerebbe

vederli… i tuoi lavori.

– Grazie, Edgardo. Allora cerchiamo di incontrarci venerdì,

altrimenti ci risentiremo presto per un caffè.

– Okay. Se venerdì non ci vediamo, ti richiamerò.

Edgardo era contento di avere sentito Oliviero. La possibilità

di incontrarsi dentro o fuori dall’ospedale lo rese euforico. Si

spostò in giardino. Mentre osservava una serie di motopescherecci

che prendevano il largo lasciando nette scie sulla distesa d’acqua,

gli capitò di notare un’averla che volava sopra i rovi di un terreno

incolto. Il terreno confinava con un lato del giardino ed era una

piccola giungla di rovi e sterpaglie. L’averla si avvicinò alla siepe

del giardino: aveva catturato una lucertola. Con un colpo deciso

del becco infilzò la preda in una spina della robinia che era cresciuta

sul confine. La lucertola agitò la coda a lungo, prima di

decidersi a morire.

Il gatto scrutava le mosse di Edgardo. Ne seguiva lo sguardo,

incuriosito. Pareva interessato ai pensieri del suo padrone: spiccò

un salto da terra e prese possesso del tavolo. Aveva sempre le idee

chiare in fatto di lucertole, il gatto. Ogni tanto ne catturava una.

I primi giorni di giugno passavano velocemente.

Il venerdì della visita arrivò presto.

Oliviero era già nella sala di attesa. Non c’era nessuno. Ogni

tanto passava un’infermiera o qualche visitatore in cerca dell’uscita.

Il quinto per i più era un labirinto.

– Ciao, ti vedo in piena forma! – fece Oliviero.

– Me la cavo.

– Brunetti c’è… mi ha appena detto di aspettare. È andato

nel reparto di chemioterapia ad alte dosi… è venuto un infermiere

a chiamarlo. Pareva una cosa urgente –. Gli occhi, più tristi del

solito, parevano rassegnati.

– Sono contento di vederti. Come va?

– Insomma… così, così. Ieri mi ha telefonato l’ematologo,

sempre premuroso… e mi ha raccomandato di non mancare stasera,

– fece un lungo sospiro. Edgardo lo guardava ma l’altro aspettava,

quasi reticente: – La voce di Brunetti mi ha fatto pensare al

peggio, perché ha accennato a un possibile ricovero.

– Ma tu, come ti senti?

– Diciamo che mi sento bene, anche se la debolezza è tanta, –

si fermò pensieroso. – Non sempre, ma a volte mi sveglio sudato

e mi accorgo di avere un po’ di febbre. E altre volte mi capita di

avere giramenti di testa.

La visita di Edgardo non durò più di cinque minuti.

Il dottor Spada gli aveva detto che tutto procedeva al meglio

e che la parte più pericolosa del percorso era alle spalle, anche se

bisognava arrivare alla fine. Gli aveva anticipato che gli ultimi due

cicli sarebbero stati più duri.

Edgardo rimase in sala di aspetto: Oliviero era ancora nello

studio di Brunetti.

Passarono più di dieci minuti durante i quali pesò e soppesò

tutte le parole che gli aveva detto il dottor Spada. Erano quasi le

nove. Si spostò fino alla fi nestra della sala di attesa di ematologia

pediatrica.

Oliviero lo raggiunse distogliendolo dai suoi pensieri.

Diede uno sguardo all’orologio e poi si affrettò a dirgli:

– Facciamo un altro test nei prossimi giorni e, se le cose non

vanno, hanno deciso di ricoverarmi. Brunetti si è sentito con il

primario e mi dice che, da ospedalizzato, potrà seguirmi meglio.

Lo spero…

– Se è necessario, si fa… in questi casi non c’è scelta.

– Sì, è vero… però non ho più certezze. Brunetti mi aveva

assicurato che per la leucemia cronica non serve il ricovero… e

adesso, perché questa urgenza?

– Ma, non è detto…

– So che mi ricovereranno… Ne sono sicuro.

Edgardo si rese conto che per lui che aveva la squadra di calcetto

da allenare, la scuola con i suoi allievi, e i suoi interessi artistici, la degenza ospedaliera

avrebbe significato un distacco doloroso

da tutto questo. Non sapeva cosa dire a Oliviero. Era chiaro

che lui non aveva voglia di parlare.

– Allora, ci vedremo presto! – fece Edgardo. Non vedeva l’ora

di tornare a casa.

– Ci vedremo?

– Sì certo! – esclamò convinto. Poi prese la direzione dell’uscita.

Edgardo, come sempre, avrebbe preso la scala. – Non scendi

con me?

– No, non scendo a piedi, – rispose Oliviero. – Preferisco

prendere l’ascensore.

Si diresse in fondo al corridoio, Oliviero. Invece di affrettarsi

a raggiungere il pianerottolo della scala, Edgardo si fermò e continuò

a guardare l’amico. L’ascensore più vicino, quello che si trovava

oltre il reparto oncologico, vicino ai distributori di bevande

e merendine, era malamente illuminato. Lo vide camminare verso

l’ascensore.

Senza volerlo, per un attimo Edgardo chiuse gli occhi.

Quando li riaprì, vide che Oliviero stava scomparendo nel

buio.

La verità l’avrebbe conosciuta un paio di mesi dopo.

(per gentile concessione della Rivista “Erba d’Arno”)
“Foglie”, Erba d’Arno, 130-131 (Autunno-Inverno 2012/2013), pp. 35-44.

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