IL POTERE LOGORA CHE CE L’HA di Massimo Pamio


Riportiamo una recensione di Massimo Pamio sull’ultimo romanzo di Antonio Del Giudice, “Buonasera dottor Nisticò” (Edizioni Noubs) che sta riscuotendo uno straordinario consenso da parte di critici e lettori. Pamio cerca di comprenderne i motivi.

IL POETER LOGORA CHI CE L’HA di MASSIMO PAMIO

L’unico imperativo realistico oggi accettabile in un romanzo è quello del realismo psicologico: la coerenza interna di un destino, di una storia, per quanto fantastica o surreale. (p. 142, Filippo La Porta, La nuova narrativa italiana, Bollati Boringhieri, 1999).

Aggiungiamo a tal proposito una osservazione di John Keats: “C’è molta gente superficiale che prende le cose alla lettera. Ma la vita di un uomo che abbia in sé qualche valore è una continua Allegoria. Solo pochi possono capire il mistero della sua vita”.

E per finire, una breve citazione tratta dal romanzo “La compromissione” di Mario Pomilio: “Un anno conta molto nella storia di un uomo. Conta molto, tanto più se qualcosa in lui declina”.

Queste tre frasi riassumono le mie notule di lettura del romanzo “Buonasera dottor Nisticò” di Antonio Del Giudice, la cui coerenza interna, di un destino, descritto nel momento del suo declino, è esposta nel testo nel breve giro di alcuni mesi, alla luce di una potente allegoria, quella del Potere.

Agnello Bellisario era il riferimento primario in questa terra di cemento ammassato ogni dove… (p. 54)

Questa è la pagina chiave del romanzo, in cui il direttore di banca Nisticò esprime il suo punto di vista su quello che gli è accaduto, il perché, il come, e il suo atteggiamento morale. Coinvolto nello scandalo per una mazzetta, Nisticò si dimette, barricandosi dentro casa al riparo da sguardi indiscreti, ammiccanti, curiosi, a cui non potrebbe sottrarsi dal momento che la sua foto è apparsa su tutti i giornali e telegiornali locali. Del suo rifugio, egli misura le distanze, contando i passi che lo separano dagli angoli più bui e nascosti di casa, ove si reca come pure parallelamente si addentra nei recessi più ardui della sua coscienza. Ed è proprio la coscienza di Nisticò il vero protagonista del libro. Una coscienza che come la banca di cui Nisticò è stato direttore è servita alla città come cassetta di sicurezza di tutti i giri di affari, coscienza dunque che è la cassetta di sicurezza di tutti i segreti della città sinteticamente trascritti da Nisticò in pizzini celati prima nella cassetta di sicurezza della banca, poi in quella di casa. L’uomo, così come non fa sconti a se stesso, così non ne fa alla sua città, in cui domina una piccola consorteria della quale egli fa parte. Impietoso verso se stesso e verso il sistema truffaldino di potere in cui è implicato, viene narrando se stesso come segno o graffio di un disegno, quello del Potere, la cui allegoria è rappresentata icasticamente dalla cassaforte che tutto nasconde, come la casa cassaforte che nasconde Nisticò con tutta la sua coscienza. Il potere è una cassetta di sicurezza in cui per un tempo è stata nascosta assorbita e svuotata la coscienza di Nisticò che ora torna allo scoperto.

La coscienza è il contenuto della scena che lo scrittore allestisce come un teatro, in cui personaggi e lettore sono spettatori privilegiati, chiamati come testimoni a dire la loro, ad assolvere o a condannare. Comprendiamo che questa scena si riferisce a un tribunale severo a cui non c’è appello, dove non c’è incertezza di giustizia, perché tutto si gioca a carte scoperte, di fronte alla verità, ultima dea.

Nisticò si mostra con sincerità, nutrendo le sue paure e il suo cinismo, con cui guarda perfino se stesso e la propria vicenda. Lo spettatore vigila affinché nulla gli sfugga di quella che potrebbe essere una vera e propria confessione.

La vita è un campo di una battaglia senza esclusione di colpi in cui, alla fine ci sono vincitori e vinti. Nisticò si difende affermando di essere solo il complice di un sistema: egli comprende a sue spese che o si è dentro il potere o se ne è fuori. Se ne sei fuori, non sei nessuno, se sei dentro perdi ogni tua volontà, diventando un ingranaggio del sistema, lo yes man, colui che dovrà sempre dire di sì e che annuendo potrà ottenere tutto, soldi, successo, denaro, beni di consumo di lusso, donne, realizzare ogni sogno o desiderio ma avrà perso la capacità di discernere tra ciò che è bene e ciò che è male, a motivo del fatto di essere ormai dentro l’antro del Negativo dal quale non potrà mai più uscire. E’ la metafora della vita secondo Nisticò, questa, per cui l’uomo non può realmente decidere di sé, e che nello scontro tra bene e male non uscirà mai vincente. Se avrà scelto il bene, sarà un emarginato che non può migliorare la società, perché appunto privo di mezzi per fare il bene, abbracciando il male invece ne sarà per sempre vinto, annichilito. Un’interpretazione tragica, novecentesca, vista da un personaggio essenzialmente negativo, Nisticò, che sta nell’abisso del Male e che dunque non potrà mai comprendere come l’umiltà e la semplicità siano strettamente connesse con il bene, con la gioia, con l’amore. Potere e vita sono allegorie del concetto che li assimila a un movimento che tende a determinare e a svuotare, a nullificare. D’altronde nel Nocento ci sono Auschwitz, i lager, la bomba atomica.

Nella cassaforte non c’è spazio per i sentimenti; Nisticò vi ripone cartamoneta e una pistola, entrambe impersonali, segni del nulla, dell’assenza dell’uomo. Similmente, il potere nelle casseforti della banca nasconde titoli e denaro, il potere è possesso ma senza un fine, il potere non è morale o immorale bensì amorale. A-morale, l’a privativa ci svela che il potere è mancanza di, mancanza di verità, di trasparenza: semplice occultamento di rapporti di malaffare coperti dall’ipocrisia generale. Il potere nasconde col consenso di tutte le sue parti, è occultamento di.

Dietro il potere c’è solo un meccanismo di relazioni, di occultamento e di omertà che vale per tutti i tempi e le civiltà, un meccanismo di relazioni inter pares fra conniventi ormai codificato e che soprattutto non ha bisogno di contenuti: il Potere è vuoto. Il re è nudo. Dietro il potere non c’è nulla.

Per quale motivo allora affaticarsi per raggiungerlo? Per diventare uomini di potere. L’unica verità del Potere è che garantisce di appartenere a un sistema che può tutto, ben nascosto, anzi invisibile, fonte e oggetto di desiderio. L’uomo di potere affascina. E’ desiderato, il suo potere è un valore aggiunto alle sue qualità, anzi è la prova che egli possiede qualità. Veste abiti di lusso, guida auto di lusso, frequenta solo persone importanti, è sicuro di sé, può tutto. Appartenere al potere significa diventare oggetti di fascino, oggetti del desiderio, di invidia, figure dello status symbol, simboli del successo. Per l’uomo di potere non conta più avere relazioni, l’uomo di potere non ha relazioni, non ha amici. Essere uomini di potere segnifica diventare feticci sociali esposti allo Sguardo Desiderante della Comunità. Manichini viventi della miglior vetrina sociale.

Il potere è la misura dell’uomo si afferma a pagina 95.

Una volta raggiunto il potere, però, l’individuo di successo scopre a sue spese di essere diventato puleggia di un ingranaggio che spersonalizza, retto da un Nulla etico e morale, un Nulla di valori, dal principio del potere per il potere. Il Potere non ha contenuto né valori e i suoi officianti perdono volontà e valori fino a diventare feticci. L’uomo di potere si sottrae allo sguardo invadente del consumo collettivo. Si nasconde dietro i vetri fumé dell’auto, evita telefonate per scansare le intercettazioni telefoniche, si chiude dentro stanze segrete per trattare gli affari, per amoreggiare con donne. Il suo comportamento nasconde una colpa, una vergogna: il tradimento sociale. L’uomo di potere sa di essere un traditore, di ingannare e trasgredire le regole sociali. Una volta entrato nel sistema, però, non può più uscirne. Dopo tanti anni trascorsi a nascondersi e a tradire gli altri, per Nisticò, correre a rintanarsi dentro casa, è confermare un suo comportamento. La casa, anche quella ottenuta tramite il ricorso quasi a un inganno. In casa Nisticò continua a vivere tra traditi e complici, la moglie, i conniventi Elide, la donna di servizio e Antonio, il giardiniere. Nella vita personale egli ha fatalmente riprodotto i meccanismi del potere.

L’uomo di potere esibisce un vuoto, il proprio vuoto interiore.

Nisticò è la figura di un non-uomo, di un uomo che ha vissuto dimenticando le cose importanti della vita, un uomo che non c’è più, come si dice a p. 93, vinto dai sensi di colpa, dai rimorsi, dagli errori. Segni tangibili della sua condizione fisico-psichica, di un cedimento in corso, piccole crepe alle dita che gli si aprono, i capelli non più curati che si arruffano, la comparsa di una macchiolina sospetta sulla guancia, tutti incidenti di origine psicosomatica che denotano una malattia interiore, una sofferenza dell’animo. Morto in casa che sopravvive a se stesso, Nisticò è soprattutto addolorato dalla perdita dell’amore filiale. Se la perdita della moglie gli appare giustificata e sopportabile, così come quella dell’amante, quella dei figli no.

Implicito nel libro il ribaltamento dell’assioma andreottiano secondo cui il potere logora chi non ce l’ha. Il potere invece logora e anche in modo violento chi ce l’ha. Nisticò, mutilato della coniugalità, mutilato della paternità, rimane un albero secco senza linfa né volontà nel gioco della vita che ormai è per lui diventato una routine senza senso, un deserto misurabile nei pochi passi che egli compie all’interno della casa.

Egli dovrebbe elaborare il lutto della perdita, invece cerca disperatamente ma silenziosamente,

muto e quasi bloccato,

il perdono.

Questo romanzo è la lenta introduzione a una straziante, straziante proprio perché muta, richiesta di perdono.

Libro straziante e straziato, “Buonasera dottor Nisticò” elabora un dolore profondo, ne intride pian piano le pagine segnandole di un pathos che si dissemina nelle pieghe dei silenzi, delle frasi non dette, dei gesti e delle riflessioni di un uomo che viene a comporsi nel nostro immaginario con una grandezza – la grandezza dell’uomo che ammette la propria sconfitta, la propria viltà, i propri errori – che ci commuove, ci coinvolge, ci fa testimoni di una realtà forse a noi troppo vicina per poterci esimere da un giudizio. Eppure, se Nisticò è l’eroe negativo dei nostri tempi, il lettore non si sente in grado di condannarlo, di lasciar cadere la scure sulla sua testa. La storia di Nisticò ci parla di un abbandono, dell’abbandono dei figli. E nonostante il cinismo del banchiere, che gli fa da scudo protettore anche quando interpreta la morte per leucemia del migliore amico del figlio come un caso che li ha fortunatamente appena lambiti, egli viene riabilitato agli occhi del lettore proprio dall’unico sentimento che riesce a esprimere con una sincerità disarmante: Nisticò è immobile e inane non a causa della depressione bensì a motivo dellla carenza di affetto che egli soffre; l’insopibile, incolmabile, insostituibile mancanza di amore dei figli.

Egli vorrebbe ciò che il denaro non gli potrà mai dare: la stima e l’affetto malamente perduti dei figli.

E’ in questa parte del romanzo che si intuisce la profonda pietas che l’autore riversa sui suoi personaggi, una pietas dolente, laica o cristiana che sia, sguardo pietoso e rammaricato che non solo percorre e sostanzia il libro precedente, “La Pasqua bassa”, ma che in modo impercettibile e carsico imbeve le pagine anche di questo secondo romanzo.

Sebbene la narrazione sia lenta, pacata, ed osservi l’andamento tortuoso di un riflessivo tormento interiore, questo è un romanzo fremente, percorso in ogni suo periodo da un anelito e da uno spasimo che portano alla finale richiesta di perdono, di comprensione. Libro di una epicità dimessa, comunque, perché il disincanto e la disillusione svuotano l’animo del protagonista della passione di cui forse avrebbe bisogno per cercare di riannodare i fili spezzati del rapporto con i figli.

Insomma “Buonasera dottor Nisticò” è libro di una profonda umanità, in cui i ricordi dell’uomo diventano le stazioni di una via crucis molto personale. Nisticò origlia i discorsi della moglie con la figlia Livia, escluso dai loro affetti, dalle loro confidenze. Si sente esautorato dal suo diritto di conoscere perfino i fatti dei figli; non ha più diritto su quelli che dovevano essere gli affetti della sua vita.

Nella indolente, pigra, apparente calma descrizione di un pranzo prenatalizio dove i commensali tra sguardi centellinati, parole e gesti soppesati recitano un gioco delle parti sottilmente feroce, laddove ogni personaggio irrigidito è pronto al chi va là, consapevole che un’esplosione potrebbe sconvolgere da un momento all’altro la calma apparente, il silenzio fa rumore, il falso decoro, la piattezza, l’ovvietà, l’affettatezza, le frasi a metà mettono in luce un ambiente familiare troppo per bene, che ha nascosto lo sporco sotto il tappeto. Il lettore sa che cosa c’è dietro, apprezza i gesti di Nisticò, l’unico che fa un po’ di rumore per richiamare l’attenzione sulla sua persona, a cui però tutti restano indifferenti, perché svuotati di ogni passione o affetto; una famiglia falsa, ipocritamente pacifica che cova rancori, e che non li lascia trasparire forse in quanto già consumati. E’ come dopo la resa dei conti, quando non c’è più niente da dire o da rimproverarsi, tutto questo la scena del pranzo lascia intuire: da una parte la tensione del protagonista, dall’altra invece una spaventosa infamante indifferenza. Non si tratta degli effetti di un patto di non belligeranza stretto tra le parti, bensì soltanto di uno sfinimento di rapporti ormai consunti, deteriorati. I personaggi si muovono tra le rovine deille loro relazioni, dei loro affetti. Persone amareggiate, ciascuna chiusa nel proprio guscio dal quale non vogliono uscire per timore di dover incontrare l’altro, avendo eretto ormai un muro di sicurezza. Quel muro si erge davanti a Nisticò che invece chiede perdono e comprensione. Un uomo logorato dal suo essere uomo di potere.

Questo libro prosegue l’ambizioso programma letterario del precedente, “La Pasqua bassa”, in cui si delinea la storia di una famiglia contadina del Meridione. Entrambe le opere costituiscono il tentativo di impostare una categoria romanzesca che oserei definire storico-umanistica, venata di un socialcristianesimo tolstoviano di fondo, in cui si avverte molto evidente una funzione critica e demistificatrice che reca un tono non più paternalistico, come era stato appunto per Manzoni e per Tolstoj, bensì l’idea di un’analisi comunque scettica nei confronti del sistema sociale, dei diversi sistemi sociali che appaiono tutti incapaci di liberare le migliori virtù degli uomini, e in cui il concetto di eroe letterario viene proposto in maniera negativa, proprio perché il contesto in cui agisce impedisce a lui come a tutti gli altri di affermare il valore, le esigenze di ciascuno. Il modo di organizzazione sociale lascia ben poco all’iniziativa personale e all’individuo, la persona è persino intralciata nella sua possibilità di riscatto o di redenzione. Non c’è un’idea di giustizia, sia gli uomini di potere sia i poveri e gli esclusi sono accomunati da una stessa sorte, che è quella di soccombere al congegno del potere, della storia. Su tutto, lo sguardo pietoso dell’autore, la sua intima commozione e partecipazione alla difficile storia dell’uomo, forse priva di redenzione, per lo meno sulla terra.

Va da sé che il mio giudizio sull’opera di Del Giudice è estremamente positivo. A suo favore, lascio parlare Giulio Ferroni, il maggiore studioso di letteratura italiana vivente. Ferroni asserisce che oggi è praticabile soltanto una “letteratura della responsabilità” in grado di interrogarsi sul destino del pianeta e di chi lo popola: una letteratura capace di contribuire ad una “cultura respirabile” che possa fornire senso alle vite di chi potrà seguire e sappia favorire i legami con quanto ci ha preceduto. Dal momento che la condizione dell’attuale generazione delle persone che leggono e scrivono è già “postuma” rispetto al mondo perduto in cui è cresciuta, è inutile fissarsi nello spazio della “fine”: inevitabilmente, altri verranno ulteriormente “dopo”, e pertanto occcore proteggere la possibilità dell’esperienza, per quanto questa sembri impossibile. Del Giudice nei suoi romanzi compie proprio quello che Ferroni auspica, “la ricerca dell’essenziale, l’impegno nell’ascolto del mondo, la cura per il suo destino, la disposizione a dislocare l’invenzione e a toccare il cuore del linguaggio”, cercando di assolvere al meglio il compito che spetta ad uno scrittore.

copertina del giudice.jpg

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2 thoughts on “IL POTERE LOGORA CHE CE L’HA di Massimo Pamio

  1. luciano pellegrini ha detto:

    Oggi tutti scrivono, quasi un’ossessione… o uno scaricarsi? Mi chiedo ,quanti libri sono venduti?
    Sembra che Il mercato del libro non riesce a risollevarsi ed il fatturato annualmente scende. Però non manca occasione per pubblicizzare un nuovo romanzo.
    E’ chiaro che per farsi leggere bisogna anche saper scrivere, non cadere nella banalità, ma c’è oggi un filone che sembra interessare, quello di raccontare vicende personali di un ipotetico personaggio, caduto in disgrazia, che potrebbe essere anche autobiografico. Se l’uomo fosse normale e non avido, è impossibile che si coinvolga in situazioni che potrebbero sconvolgerlo. Però riflettendo, perché se ha sbagliato, la giusta punizione deve sconvolgerlo? Non è stata una sua scelta? Quindi deve aspettarsi la punizione.
    Purtroppo questo filone non mi interessa, la corruzione, il pizzino, la mazzetta, la concussione, sono entrati a far parte dell’educazione. Se provi a protestare la risposta è… fallo anche tu!

    • Maria Pia Chiappino ha detto:

      Il potere logora chi ce l’ha. Il potere, come le altre forme di corruzione, per esistere,ed essere ben saldo nelle mani di chi lo vuole, RENDE INEVITABILMENTE SCHIAVO chi ce l’ha e questo è tutto dire: non è più LIBERO. Pare poco??? Non è può essere mai se stesso. E quindi non è uomo. E appesta dovunque si presenti. E’ un orrore che nasce da un fatale errore,la voglia di avere, di possedere, l’avidità nei confronti degli altri: possedere, oltre la ricchezza, la volontà degli altri, di quanti, per vari motivi, non dicono ‘NO’ alla corruzione. Evidentemente dominare gli altri dà un senso di onnipotenza che ubriaca e droga, rendendo l’individuo di potere incapace di rendersi conto che lui in realtà è servo della più vile materia

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