DA QUASSU’ DI FABIO DE MASI


Proponiamo con gioia un racconto mimimalista di Fabio De Masi. Molto americano (o anche nipponico) per l’atmosfera, per la situazione, per tracce appena disegnate di inquietudini interiori, quasi inespresse, che creano un clima di sospensione, di azione trattenuta. I tempi sono definiti con precisione, la lettura è molto piacevole, e lascia in bocca e negli occhi il gusto di un cibo non consumato. DA QUASSU’ – Dai che facciamo tardi. – Che fretta hai? Anche se tardiamo un po’ non succede mica niente. Loro sono lì, la loro casa è lì; ci aspettano: punto. Camminavo nella stanza avanti e indietro guardando le venature del legno. Ascoltavo la sua voce provenire dal bagno, parlava sicuramente guardandosi allo specchio mentre si spalmava qualche trucco sulla faccia. Parlava con me guardando se stessa. Sa benissimo che odio i ritardi, pensavo mentre sbirciavo il mio riflesso opaco sulle ante dell’armadio, e nonostante tutto cerca di convincermi che è la mia fissa a essere sbagliata. Dovevamo andare a cena a casa di Claudio e Silvia. Lui era mio amico da tempo; lei la sua nuova fidanzata, nuova nel senso di più recente: uscivano insieme da circa un anno. Decisero di andare a convivere e lo facevano da poco meno di un mese. Ormai avevamo superato tutti i quaranta. Quello era un periodo in cui non frequentavo molto Claudio e di conseguenza Silvia. Se non sbaglio, sarebbe stata la terza volta che la incontravo. Mia moglie continuava a stare in bagno, e io iniziavo a snervarmi. Ormai non mi bastava più camminare per la camera da letto, così mi ritrovai a percorrere anche il corridoio e la cucina. Avevo la sensazione che camminare facesse rallentare il tempo per gli altri e lo accelerasse per me. Al secondo giro che feci della casa mi fermai in cucina. Avevo davanti il frigorifero, così ne approfittai per aprirlo e vedere cosa c’era dentro. La sera prima avevo aperto una bottiglia di vino bianco; feci un sorso direttamente attaccandomi al collo. Guardavo l’orologio appeso alla parete. A quell’ora dovevamo essere già da loro, e avevamo davanti ancora venti minuti di strada. Il ticchettio mi metteva a disagio. Anche se Claudio era un caro amico, ero certo che stava commentando qualcosa in merito al nostro ritardo con Silvia, cose che non avrei mai scoperto. Mi diressi verso la finestra, scostai le tende e mi misi a guardare le luci nelle case degli altri. Odiavo abitare al primo piano, mi faceva sentire schiacciato in mezzo a una moltitudine di persone e di case. Se non uscivo sul balcone faticavo a vedere il cielo; la cosa orribile di vivere in città. – Paola, ci sei?! – dissi, alzando decisamente il tono. Mia moglie uscì dal bagno, io la raggiunsi nel corridoio. A me sembrava uguale a prima, non notavo sul suo volto dove fosse finito tutto quel tempo passato nel bagno. – La smetti di agitarti? Continuavo a guardarla, continuavo a cercare qualcosa che non trovavo. – Che hai da guardare? – Nulla, – risposi – dai andiamo. In macchina restammo in silenzio quasi tutto il tempo, con il mio sguardo che puntava dritto sulla strada buia, e il suo che puntava di sbieco, verso il ciglio. Non nascondo che dopo tutti quegli anni non avevamo poi molto da dirci. Era come se avessimo esaurito gli argomenti e non riuscissimo a trovarne di nuovi. Addirittura, negli ultimi periodi, è capitato che lei indossasse gli auricolari, come per isolarsi da me, o da quella vita che mi conteneva. In quelle occasioni provai a chiederle perché non accendesse la radio, piuttosto, ma lei disse che in radio parlano troppo, che era stufa delle chiacchiere. Eravamo in ritardo di mezz’ora, ma non mi andava più di puntualizzare, di puntare il dito; lasciavo che le cose scorressero, come la strada; ormai dove sarebbero potute andare? I nostri amici, quelle coppie che frequentavamo, ci vedevano sempre brillanti. Secondo loro eravamo la coppia più bella e fresca, nonostante la nostra relazione durasse da anni. Mi chiedevo come fosse possibile che da fuori non trasparisse niente. Paola aprì la borsa, cercò il pacchetto delle sigarette, ne prese una e l’accese. Abbassò un po’ il finestrino, e con la scusa di fumare girò ancora di più la testa dall’altra parte. Io la osservavo con la coda dell’occhio, perché anche io, quando siamo in macchina, ho la tendenza a guardare verso la mia sinistra, a lasciarla lì, al suo posto. Sentendo il fumo diffondersi per l’abitacolo mi venne voglia di fumare, ma guidando non riuscivo a girarmi una sigaretta e le sue mi disgustavano dopo pochi tiri, perciò rinunciai. – La colpa è mia, scusate – disse Paola appena entrati in casa. – Colpa di cosa? – rispose Claudio. – Del ritardo. – Di sicuro non è colpa mia, – dissi con un sorriso. Come prevedevo evitarono di fare commenti sul nostro ritardo, come se facesse parte dell’organizzazione della serata. Posammo le giacche in camera da letto. Silvia si scusò e tornò in cucina a controllare cosa c’era sul fuoco, lasciando a Claudio il compito di farci visitare la casa. Trovai Silvia esattamente come la ricordavo: esile, proporzionata, ma fondamentalmente brutta. La casa, oltre alla camera da letto, aveva un’ampia cucina, una sala e un bagno. Tutte le camere, a parte il bagno, si trovavano a sinistra di un lungo corridoio. La casa era graziosa, arredata con semplicità. Ogni stanza aveva un colore pastello molto delicato che rimandava alla stanza successiva, ma che contrastava elegantemente con i soffitti e le cornici bianche delle porte e delle finestre. Ricordo però che rimasi affascinato dalla vista che si aveva dal terrazzo della sala. Dal decimo piano la città era diversa, si vedeva ogni cosa, sembrava liquida: una pozzanghera dopo la pioggia che riflette tutte le luci apparendo meno malinconica. Di fronte si scorgeva la Mole, verso sinistra c’era la collina con Superga e verso destra tutte le Alpi. Anche se era buio mi sembrava di poter vedere ogni cosa. Mi misi addirittura a cercare di individuare casa nostra. A quel punto mi venne automatico associare quel panorama a quello più misero che vedevo io. Pensai che, inevitabilmente, la loro relazione sarebbe stata più felice. – Che meraviglia da qui – dissi. – Sì, in effetti è notevole, – rispose Claudio – E’ uno dei motivi che mi ha spinto a sceglierla. Lo guardai e sorrisi, e involontariamente pensai a Silvia. Rientrammo in sala. Sentivo le voci di Silvia e Paola provenire dall’altra parte. La tavola era apparecchiata, Claudio si avvicinò, prese la bottiglia di rosso e iniziò ad aprirla. Silvia spuntò dalla porta con un vassoio pieno di tartine. Quando si girò per tornare da dove era venuta, l’occhio mi cadde sul suo sedere. Aveva dei jeans aderenti che esaltavano l’ottima armonia che c’era tra la linea delle gambe, quella dei fianchi e della vita. Aveva un’andatura molto sensuale, era il modo in cui appoggiava i piedi, e il corpo gli scivolava dietro, che mi impedì di distogliere lo sguardo come avevo pensato di fare. Quando me ne resi conto finsi di andare verso la porta per lodare la qualità dell’infisso. Non so se Claudio abbia notato la cosa. – Sono molto belle queste porte – dissi. – Le ha scelte Silvia, – rispose, allungandomi un bicchiere di vino e sorridendo. Ci sedemmo al tavolo: io e Paola da una parte e di fronte rispettivamente Claudio e Silvia. Dopo gli antipasti e il primo, Claudio andò a prendere un’altra bottiglia di vino. La serata si stava svolgendo piacevolmente, e notai che conversare con Silvia era decisamente appagante. Non so perché iniziai a vederla in maniera diversa. Prima di mangiare il dolce, mi misi a girare una sigaretta; Paola era appena uscita sul balcone per fumarne una delle sue, Claudio l’aveva seguita, ma a me non andava di uscire in quel momento: non volevo uscire con lei. Volevo gustarmi quel panorama da solo. Silvia, che era rimasta al tavolo con me, mi chiese di preparagliene una. – Non sapevo fumassi, – dissi. – Infatti non fumo, – rispose – però è una bella serata, e nelle belle serate mi concedo qualche tiro. Non so perché in quel momento pensai che stesse sorridendo, e per guardarla alzai solo gli occhi, mentre con la testa china continuavo a trafficare col tabacco. Non mi sbagliavo, così ricambiai il sorriso, che per colpa dell’alcol mi uscì con un eccesso di malizia. Aveva una splendida dentatura. Tenni le due sigarette pronte lì sul tavolo, mentre sorseggiavo ancora un po’ di vino. Guardavo il viso di Silvia mentre lei mi parlava di uno strano comportamento avuto da un’amica che avevamo in comune. In casa c’era odore di agrumi e zucchero a velo. Mi resi conto di non riuscire più a individuare quei tratti che me la facevano vedere brutta, anzi, iniziai a vederla carina. Pensai che quell’effetto fosse simile a ciò che è in grado di fare il tempo, alla capacità che ha di farti cambiare prospettiva solamente dandoti la possibilità di approfondire le cose grazie al suo scorrere. Che l’alcol emulasse questo processo, accelerandolo? Sta di fatto che dopo quella sera non la vidi più nello stesso modo. – E’ proprio bello da quassù, – dissi, e sporgendomi un po’ guardai la strada sotto. – E’ suggestivo – disse. – Non è solo quello, – risposi – Vedi, io abito lì in mezzo, in quell’ammasso laggiù, a quattro metri d’altezza dall’asfalto. Vedo il cielo, ma per farlo mi devo impegnare, devo alzare la testa e scorgerlo in mezzo a balconi e tetti. E’ un cielo che vedo a pezzi, ogni giorno. – Quello che vediamo tutti, ogni giorno, andando a lavoro e vivendo la città. Eravamo appoggiati al parapetto del terrazzo, vicini, entrambi rivolti verso il panorama. Sentivo il suo profumo, percepivo nel suo fiato l’odore del tabacco e del vino. Claudio e Paola erano appena rientrati. – E’ solo che tornando a casa, mi piacerebbe vedere le cose in maniera diversa, – dissi, – almeno lì. Poi girandomi mi soffermai sul suo profilo impreciso. Lassù il buio sembrava più denso e la brace della sigaretta brillava nel suo occhio nero, l’unico che potevo vedere e che puntava verso l’orizzonte, verso il punto in cui le avevo indicato, verso casa mia. Spense la sigaretta e si girò verso di me. Sopra i jeans aveva una maglia di cotone a maniche lunghe, blu scura, stretta, aderente. Aveva una vita sottilissima che esaltava i fianchi e il seno. Il girocollo ampio della maglia lasciava nudo il collo che, insieme al trapezio creavano un’insenatura ben marcata. – Sai, ci si abitua anche a una vista così, – disse. La guardai dalla testa ai piedi, poi mi girai nuovamente verso il panorama. Iniziai a sentire il mio pene gonfiarsi. Lei rientrò e rimasi solo. Mi girava un po’ la testa, ma non avevo molta voglia di rientrare. Volevo assaporare ancora tutto quello che avevo visto da lassù; riempirmi gli occhi, come si dice. In fondo di tutto questo panorama non avrei avuto il tempo di abituarmi. Fabio De Masi vive a Torino. Ha pubblicato alcuni racconti su antologie e un racconto sull’antologia “In giro per l’Italia in Vespa”. Ha vinto la X edizione del premio Città di Colonna per un racconto breve.

Fabio De Masi

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