LA RAGAZZA CHE HA SCONFITTO IL DESTINO – DE BARI LETTO DA RENATO MINORE


Pubblichiamo, per gentile concessione dell’Autore, l’intervento che Renato Minore ha tenuto sul romanzo di Gabriele De Bari, “La quarta vita. La ragazza che ha ha sconfitto il destino” (Edizioni Noubs) in occasione della presentazione che si è tenuta a Roma. Il romanzo di De Bari racconta la storia vera di una ragazza che ha sconfitto il cancro che le si è ripresentato per ben 3 volte in forme sempre più aggressive. Di Renato Minore ricordiamo che è appena stato ripubblicato da Bompiani il suo “Leopardi. L’infanzia, le città, gli amori”.

La quarta vita – RENATO MINORE –

Ci vuole sempre una ragione per leggere un libro.

Ci vuole una ragione perché la lettura deve sempre spostare qualcosa, qualcosa anche se piccola, anche se minima.

Deve spostare qualcosa nell’attenzione, nella curiosità, nel feed back, nella risposta complessiva di chi legge.

Altrimenti non vale. La lettura perde colpi, gira a vuoto, è inutile intraprenderla o continuarla.

Questo libro di Gabriele De Bari, “La quarta vita” con questo sottotitolo così forte e così programmatico “La ragazza che ha sconfitto il destino” (e destino è parola che torna spesso e vedremo perché) è la prima esperienza narrativa di un professionista che tutti conosciamo e stimiamo per la sua grande competenza giornalistica e di cronista sportivo.

Così anche De Bari ha saltato il guado, si è spinto tra i marosi e le intemperanze, le sorprese della narrazione, dell’invenzione narrativa.

Sia pure garantita dal peso di una storia vera, di una documentazione e di una ricerca che l’hanno liberamente guidata nell’invenzione.

Ci vuole sempre una ragione, anche se piccola, anche se minima per leggere un libro, dicevo.

Penso questo “romanzo verità”, questo racconto appassionato libero e fluente di una vicenda a suo modo esemplare che racconta una continua caduta esistenziale e poi le successive riprese, con gli alti e bassi, credo che questa storia di un percorso di dolore, di crescita e di riscatto abbia in se, dentro la sua natura, nella sua consistenza, questa ragione.

Va quindi letta con diletto, con empatia, con partecipazione.

Sposta qualcosa nella memoria, nell’intelligenza, nella partecipazione, nel ricordo di chi lo legge.

Dunque la storia raccontata da De Bari è storia forte di incredibile emozione, storia “vera” dicevo (e alla sua “verità” di essa De Bari tiene molto come vedremo) che al centro la figura di una ragazza sarda che ha avuto un’infanzia difficile.

Appunto Adriana che scopre all’improvviso da un dolorino all’addome di avere un tumore aggressivo che sembrerebbe non darle molte speranze.

Inizia così il suo cammino di dolore scoramento e speranza, un vero calvario che la porterà ad altre tappe decisive per la sua esistenza, proprio perché si è scoperta vulnerabile, colpita al cuore da qualcosa che fa venire i brividi solo a pensarci.

In questo cammino c’è di tutto: c’è un pellegrinaggio a Medjugorie prima di affrontare l’intervento così devastante, la ricerca della fede come istinto primordiale di sopravvivenza e come risorsa interiore. E poi l’altalena di fosche previsioni e tenui speranze che la portano a un secondo e a un terzo intervento con altre varie disavventure nel giro di alcuni anni.

E infine, provvisoriamente anche una “guarigione” che ha del miracoloso per cui Amelia, come dice il suo primario all’inizio della cura, diventa una dei trenta fortunati che hanno vinto il tumore, con un itinerario davvero accidentato che sembrava funesto e irriscattabile.

Ma intanto la vita preme, ha riservato altre sorprese, è nato e cresciuto il suo amore per Riccardo che si costruisce lentamente fino a progettare e realizzare un’esistenza in comune. C’è stata la ricerca di un lavoro che la ha accomuna a tanti altri giovani, le delusioni immancabili, poi il lavoro che finalmente arriva, la realizza e la conforta, e ancora la sua vita in famiglia, il difficile rapporto con la madre, i viaggi, i sogni per il futuro che poi si spianano, si definiscono meglio grazie al più imprevedibile degli eventi. Addirittura la vincita al lotto con i numeri suggeriti in sogno dal padre morto tanti anni prima.

E’ il sogno realizzato di una vincita che, con un solo tocco di pallina, trasforma il destino di un individuo ponendolo di fronte al problema dei problemi. Cioè: come spendo tutto questo ben di dio che mi è piovuto inaspettatamente. Nel caso di Amelia non ci sono dubbi: la vincita è investita in una piccola attività commerciale. Con il suo scenario di serena operosità, nell’orizzonte di un sentimento di fiducia nella vita faticosamente conquistato, si potrebbe dire strappato alla vita, si chiude una vicenda così dura che in certi momenti è apparsa tormentata e senza via d’uscita.

Ora la vicenda di Adriana si chiarisce meglio proprio se la esaminiamo da due punti di vista diversi che illuminano più in profondità nella sua natura.

Il primo.

L’impressione è che De Bari sia stato come catturato, risucchiato dentro questa storia che intreccia cadute e ascese individuali, pazienze e impazienze, destino e gioco, caso e imprevedibilità, la fede e il suo azzardo.

Era come se un nastro scorresse e lì s’incidessero i momenti più significativi, più memorabili, le situazioni quasi archetipiche del racconto messo in scena dalla vita: come la scoperta della malattia, il cupo rintocco del suo presentarsi di nuovo, i minimi spazi di libertà, le speranze che crescono e decrescono, le ricadute, le nuove difficoltà, il rapporto sentimentale, i tanti momenti in salita e poi sorprendentemente in discesa di Adriana.

E lui, De Bari, è come se dovesse in fondo seguirla questa storia fedelmente quasi con l’affanno della rincorsa, snidarla momento per momento, frammento per frammento.   In certi momenti pare al lettore quasi di sentirlo questo affanno della rincorsa, come quando Adriana scopre su di sé le devastazioni della chemio, si compra una parrucca per attenuarle e la madre le regala un cappellino per

nascondere entrambe, devastazioni e parrucca. O quando, prima di essere operata lei vive megiugori la sua fondamentale esperienza di pellegrina della fede.

De Bari è come se volesse pedinar questa storia, nelle sue stazioni progressive, nella sua altalena di vicende e stati d’animo fino all’esito di speranza che ho detto, dopo tanto penare. Lui deve sincronizzare il suo passo di narratore che va affiorando in se per la prima volta, con la piccola grande verità rispecchiata nella vita di Adriana, nelle sue difficoltà, negli scoramenti, negli abbandoni al sentimento religioso, nella sua tenacia quasi inflessibile, nella sua voglia di non arrendersi mai, di crescere combattendo ogni giorno contro un avversario minaccioso e subdolo che avrebbe voluto cantare vittoria fin dal primo round.De Bari deve cioè adeguarsi quasi al respiro di questa storia affidandosi alla forza dei suoi suggerimenti, dei temi in essa presente, come la malattia, la guarigione, forse il miracolo con la riflessione che ciò comporta muovendosi nella parabola raccontata sull’imprevedibilità del male, sulle prove che il

destino mette in scena, sulla presenza dell’imponderabile, su come si può reagire (con la fede o altro), come si può continuare a vivere. E questa parabola è raccontata quasi dentro la struttura di una fiaba moderna: un po’ come nella fiaba antica analizzata da Propp l’eroina Adriana è seguita in questo percorso di conoscenza attraverso le diverse prove che trova sul cammino. Prove da superare con cadute e riprese e interventi magico- soprannaturali che si inseriscono a sorpresa a deviare il percorso, a imprimerli il passo e il tempo di una progressiva e complessa liberazione dalla caduta e dal dolore, dall’imprevisto del male, del destino già segnato, della colpa.E veniamo così al secondo punto.

Nel modo con cui Gabriele De Bari la racconta, attraverso le modalità anche di scrittura con cui la ha costruita con il continuo presente storico della narrazione, con la forza dei temi in esso presenti, questa storia di Adriana si illumina meglio.

E può inserirsi nel dibattito contemporaneo sulla secolarizzazione e la perdita del senso del sacro in una società che non si pensa più a partire dalla fede e dall’appartenenza religiosa.

De Bari, che è stato irresistibilmente attratto dal valore per cosi dire paradigmatico di ciò che narrava, ci pone di fronte uno scenario di controtendenza rispetto al mito del disincantamento di matrice weberiana, uno scenario che molti sociologi della religione hanno cominciato a mettere in luce.

Il mondo di oggi non è più secolarizzato e stiamo assistendo al reicantamento. L’uomo rivolge di nuovo lo sguardo al cielo come accade dentro il santuario calcistico durante le partite quando un giocatore entra in campo e si fa il segno della croce o tira in rete e bacia verso l’alto.

Un reincantamento, forse, non con le lenti ben misurate di una confessione religiosa precisa, con una solida tessitura di dogmi.

Ma senza dubbio il sacro è presente, erompe e irrompe nell’esperienza contemporanea in modi diversi e imprevisti.

La storia di Adriana si muove in questo scenario che De Bari coglie proprio nel farsi degli eventi della vicenda. Dall’alfa della prima comparsa nella sua vita dell’incognita malattia all’omega del lieto fine verso cui il racconto precipita e si conclude.

Siamo davanti ad una tensione verso il sacro tipica di una società postrazionale in cui sono le emozioni private, è l’intelligenza a dirigere lo sguardo e gettare un ponte tra realtà empiriche e altrove

E’ la speranza che fa fare il viaggio a Medjugorie , è la stessa speranza del colloquio con il padre il quale in

sogno dà i numeri che portano alla vincita. Il viaggio e il sogno: sono queste le “prove (come nei protagonisti delle antiche fiabe) che portano un sovvertimento del destino o almeno agiscono in modo da far pensare che quel sovvertimento sia possibile, che sia qualcosa che appare all’improvviso

all’orizzonte. Qualcosa a cui dare un nome, un volto, un’emozione.

Forse c’è ancora un problema che la storia “vera” di Adriana impone, oltre la meticolosità cronachistica con cui è costruita e anche l’attenzione minimale della sua scrittura. Come questa speranza, questa emozione possano diventare costruttive e programmatiche. Per Adriana di fatto lo è, c’è la percezione che il sacro, un suo qualche barlume possa irrompere. C’è in lei la sensazione e l’esperienza dell’intervento dell’Altrove che però in altri destini restano muti.

Ma, attraverso la sua parabola, De Bari sembra confermarci che la nostra non è una società disincantata, inaridita. Ma anche in chi questa dimensione del sacro non irrompe in maniera visibile, esiste un’evidente fascinazione, un richiamo, una traccia, una suggestione, una tensione

E direi che proprio Gabriele De Bari la mostra in prima persona con la forte simbiosi che lo coinvolge nei confronti della storia di Adriana.

Quasi che lei, la sua eroina con il suo viaggio dal dolore alla speranza diventasse una sorta di ricettacolo paradigmatico, un luogo per accogliere per ospitare questa tensione tra realtà e arcano, questa fascinazione, questo richiamo continuo.

Una tensione, che con il racconto così minuto, scandito negli agili capitoletti della storia, che sono la sua struttura come ho cercato di spiegare, diventa un tutt’uno, si mescola, si impasta con la vita quotidiana di Adriana. Ed è una vita che il lettore sta imparando a conoscere e amare nel suo lungo viaggio dall’ombra alla luce.

C’è insomma qualche buona ragione per leggere questo libro a cui auguro (insieme a Gabriele che lo ha fortemente e appassionatamente voluto e saputo scrivere) davvero un bon voyage.

copertina de bari.jpg

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One thought on “LA RAGAZZA CHE HA SCONFITTO IL DESTINO – DE BARI LETTO DA RENATO MINORE

  1. AdrianaAmelia ha detto:

    La quarta vita e il doppio nome… Il romanzo-verità tratta anche di uno sdoppiamento della personalità?!! Perché dall’articolo non si capisce quale sia il vero nome della protagonista: sciatteria o imprecisione?

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