L’AMORE CRUDELE di Piero Pieri raccontato da Massimo Pamio


Recensione di Massimo Pamio a: “L’amore crudele”, romanzo di Piero Pieri, Marsilio, 2014, pp. 300, euro 18,00.

La crudeltà può essere un dono, se elargito con amore. Un dono così concepito può riscattare dal dolore originario, senza nome, che ha procurato indelebili ferite sulla nostra carne, sulla nostra psiche? È questa la domanda più inquietante che pone al lettore l’ultimo romanzo di Piero Pieri, “L’amore crudele”, un libro struggente, denso di luce nonostante le ombre che lo attraversano da cima a fondo, sostanzialmente brutale e duro, ma anche poetico e sentimentale, infine, sebbene ambientato nel 1967, attuale, a noi vicinissimo, se non altro per le tematiche riguardanti la crisi della famiglia.

Quella che si racconta, la storia d’amore tra uno studente diciannovenne e la professoressa quarantenne, serve per consegnarci mille informazioni sulla storia del nostro Paese, per illuminarci sugli errori, sui conflitti, sulle scelte dei nostri avi, sulle “fonti” intime, personali e sociali che hanno creato i binari entro cui il nostro presente scorre, tanto che l’amore “crudele” di cui si parla diventa, in parte, il rapporto di odio e amore che gli italiani condividono con la loro storia, e perfino con quella europea, se a un certo punto i protagonisti si recano in Grecia, dopo il golpe dei colonnelli, per una missione segreta in cui rischieranno la vita.

Il romanzo è avventuroso, denso di colpi di scena e di sorprese; i protagonisti sono come fuscelli sullo sfondo di una storia che li oltrepassa e forse non li scorge neppure; lei è un’attivista del partito socialista, una dirigente, lui è un giovanissimo comunista, entrambi frequentano amicali ambienti “radical chic”,   al riparo dagli sguardi ipocriti e malevoli di coloro che invece li giudicano. La paura li induce alla sfrontatezza, al rischio, mentre il cerchio si stringe sempre più attorno a loro, coinvolgendo amici, parenti, e perfino la figlia di lei adolescente e l’ex marito, un medico che l’ha seviziata per tanti anni e che compare solo per consegnare l’assegno di sostenimento per la figlia, che poi sequestra per cercare di strapparle la verità sulla tresca della madre, al fine di intentare un’azione legale per toglierle la figlia. Perfino il Partito che nei primi tempi difende la donna a spada tratta, dopo un po’ la richiama, quando la storia corre sulle bocche di tutti.

Al centro del romanzo è il loro rapporto che è fatto di amore e di violenza, la stessa violenza che la donna subiva dall’ex marito e che ora accetta dal giovane amante. Entrambi hanno subito crudeltà indicibili, di cui non potranno mai liberarsi. La loro separazione traumatica e la conclusione del romanzo ci dicono che non è possibile una redenzione attraverso l’amore: il male incombe e riesce perfino ad impossessarsi del sentimento più nobile che ci sia, perché “tutto è depravazione”, come afferma il giovane protagonista nei momenti più terribili della sua esistenza, ovvero, tutto è disperazione, e dal dolore non si esce se non con la morte. Solo i violenti riescono ad aver ragione della violenza, gli innamorati non riescono ad aver ragione dell’amore. La spietatezza prevale sulla pietas.

Un romanzo che, pur non trovandomi d’accordo sul messaggio fondamentalmente ateistico, si legge con inquieta partecipazione e sofferenza, con vibrante commozione. Spicca la figura di una donna vittima di violenze, su cui la vita si accanisce ingiustamente, per la sua volontà di non arrendersi, di combattere. Le figure maschili escono molto male da questa storia, superficiali, brutali, opportuniste, maschiliste. Non so se ho letto con attenzione, ma non ce n’è una che si salva.

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Piero Pieri insegna letteratura italiana all’Università di Bologna. Ha pubblicato quattro romanzi e molti saggi.

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