NELLA DIMENSIONE DEI QUANTI di JACOPO CURI


“L’immagine che mi corre accanto” è un breve pometto di Jacopo Curi, un work in progress, l’abbozzo di una raccolta poetica in cui il poeta si cerca, si smarrisce, metafora ed inesausto pensare, nel pensare per sottrazione che è la poesia: l’autore è già maturo scrittore, consapevole del suo fare, che si fa nel momento in cui si cancella, perché l’immagine dell’artista da giovane, nel ritrarla, corre accanto, e si allontana nel mentre. Se tutto è effimero, la poesia è la vita del bruco, l’incistamento di un brivido, di un’intuizione lacerante e metafisica che Curi coglie con il suo spirito giovane e vibrante, e intrepido, già teso alla ricerca di un Oltre, di un’Ulteriorità, perché al vero Poeta nulla può bastare, nulla può essere sufficiente, e la propria immagine è solo la porta verso un Altrove. Un altro poeta di grandissimo talento: la poesia italiana è viva, palpitante!

JACOPO CURI

L’IMMAGINE CHE MI CORRE ACCANTO

I.

Dentro la placenta prima

di una luce senza occhi

………………………

assopita dimenticanza

………………………

ritrovarsi

senza farci caso

a levigare la perfezione

cilindrica di un vaso

esausto di pensare

II.

Nessun dio la sera

cerco di rendermi conto

dell’effimero mentre

III.

Un mosaico di pixel

l’interferenza quadridimensionale

dove la comprensione

è un’orma sul bagnasciuga.

Come senza dire per esempi

un filo di luce sui volumi

svela per sottrazione.

Quando? lo stadio intermedio

nel frattempo

delle proto-immagini

nel monitor

della co-coscienza.

Il nervo ottico è sfilacciato,

la retina il distacco,

distanza minima senza calibro

la linea dell’intercapedine

tra me appena e poco più in là

dove fasci di elettroni

incanalano la fuga

degli elementi cosmici.

IV.

Non ho più il momento del corpo

ma il minimalismo distratto

e la distrofia, il tendine

fiaccato che non cede

il buco nero nelle tempie

l’esitazione l’atrofia

V.

smettere di essere

e l’immagine

che mi corre accanto

VI.

Della vita mi dà fastidio indossare

i pantaloni la fiumana la vescica

che preme l’afa sottocutanea,

la crisi degl’impegni incrociati

l’imbarazzo sociale.

VII.

Il sole a picco su Meursault

lungo la riga scandita dal metronomo

sfocia nel mancato omicidio

dell’inutile indifferenza

come

il preludio all’ex-sistere

come

un appiglio scivolato di mano

e un sonno sdraiato nel vuoto.

L’inerzia è la gemmazione

delle casualità

l’abbandono delle membra

il riflesso spinale che sguscia

via da un’ameba svuotata

del soffio che sono io

antropomorfo,

un abbozzo di similitudine

che dissolve

scade in metafora

risuscita simile

nella dimensione dei quanti.

VIII.

Quando sono trasmesso alla migrazione

dei viventi trascendo il trapasso stesso

e a partecipare sono riammesso

per le leggi dell’algebra (+1-1)

all’annullamento.

Il ronzio un tocco di diapason

si propaga

sibilo lineare ininterrotto

che perpetuo riscontra

la certezza fisica della presenza.

Ma non basta occupare un posto

per essere anche un’umile erbetta

o anche solo un nastro che si svolge.

Disconoscere le categorie

spappolando la testa sul muro

fino a dimenticare

di aver disconosciuto

fino a non ricordare

di essersi dimenticati.

IX.

Poi passano delle matricole in cortile

mi sollevo, vedo uno sfondo

plumbeo

una catena al palo

moscerini

cicche di sigaretta

non sento l’ingombro dell’aria

tutto si regge e avverto

brividi sull’epidermide.

JACOPO CURI

JACOPO CURI

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