E’ IL TEMPO QUESTO TRENO DISSENNATO – POESIE DI VALENTINA CALISTA


Sottoponiamo ai nostri lettori una voce giovane della poesia italiana, molto valida, di una studiosa che è già vanto dell’intelligenza, dell’acutezza italica: Valentina Calista. Buona lettura!

Quando scrivere è un bisogno, una forma di ascolto del mondo: Valentina Calista è un tramite, un orecchio posto al confine tra presenza e assenza, tra pieno e vuoto, tra tutto e nulla, tra uomo e disumanità, tra ciò che è e ciò che non insiste o desiste nella dimensione terrena. La poetessa traccia un suono che è uno spiraglio, una traccia, segmento dell’ineffabile. La verità ci è così vicina che non riusciamo a scorgerla, e forse bisogna rimpicciolire la nostra prospettiva, creare una nicchia alle cose, all’inaudito, fare aprire come un sorriso il mondo che è sempre più chiuso in noi, di cui dovremmo essere capaci di accettare il segreto, perdonandone il mistero e benedicendo tutto l’esistente che è magicamente sospeso in noi. La poesia come meditazione affronta il tema dell’universale che cola dentro la scatola acustica dell’io, audiofono telepatico telecinetico. E se il Big Bang fosse veramente un suono e tutto l’universo un immenso orecchio? Un suono divenuto colore, forma, infine corpo e spirito dove riposare e gioire, dove scontare l’origine? (Massimo Pamio)

Testi inediti dalla raccolta Carne sacra (in attesa di pubblicazione)

di Valentina Calista

È il tempo

– questo treno dissennato –

a lasciarci dondolare nelle strade,

nei luoghi, cari o meno cari, dove

siamo uguali, silenziosamente soli

con la polvere.

La notte ci insegue

con un sospiro che si fa pianura,

il fango si scioglie in acqua.

Il magma d’esistere – raccontato

nei secoli dei secoli – sgorga

dove le lacrime alterano i sorrisi.

Possiamo esistere lontano dal terrore,

lontano dall’ombra che vuole intenebrirci

d’insediate ossessioni.

**

Il merlo, nell’attimo spezzato

dal silenzio tra un aereo e un altro

aereo, canta. Solo è il suo stare

sull’antenna del tetto senza nome.

Anche noi senza nome?

Servirebbe

(un nome)

per ripristinare

la vita.

Intercedere dell’inverno: freddo,

marciapiedi di desolazione e umidità,

io nell’immane presenza ascolto.

Le capriole del vento decollano

tra fronde già verdi e bagnate.

È nei prati che trottolano le speranze,

io nell’immane presenza attendo.

È possibile incrociare le mani

per difenderci i petti con gli scudi

dalle piccolezze delle viltà, eterne

presenze nell’imbuto delle tristezze.

Non disprezziamo l’umano.

Io nell’immane presenza ascolto.

Carne sacra ai vapori dell’anima, siamo

costellazioni simultanee di preludi alla vita,

eternamente danzanti sulle tracce di un Bene.

Io nell’immane presenza accetto

l’esistenza tutta nelle circonferenze universali.

**

La finestra è filtro opaco, oggi.

L’orizzonte confuso e bianco

non ha sapore, non ha odore che

io possa ricordare per il futuro.

Seduta a tavolino la conversazione

si fa dura – tra me e il mio sguardo

greve. Guardo la lontananza:

mi aiuta a distinguere le menzogne,

le freddezze di chi non ha toccato

la compassione. Liberaci dal male,

la messa batte nei silenzi del discorso.

Credere è peccato?

Sono straripati i fiumi delle parole, oggi.

Qualcuno ha gettato lemmi dalla barca

per non affogare nei propri disincanti.

Qualcuno ha detto che amore è una

parola grossa, grassa. Qualcuno ha anche

detto che il suo volto non ha più sorrisi.

**

Nostre trincee

questi ritagli

o tagli di vita

passata che brillano

negli spazi silenti

dove le voci si ritirano

e i nemici avanzano

tra le corone dei monti

quando anche l’ultima

illusione divampa nel cielo.

**

In mare aperto è salito il vapore

di un’alba partorita al buio.

Un albero scavato, un’arca di morte,

le carni strapazzate, disgraziati corpi

vestiti di nulla.

Piantiamo croci negli abissi,

mangiamo

(in compagnia della morte)

nelle case vere, quelle con il tetto

di pietra senza prua senza dolore.

Intrecciamo lo sguardo al disperdersi

delle anime macchie di petrolio,

carne afflitta sulle iridi di tutti.

Non ci basta la morte, servono

altre croci da piantare negli abissi,

nello specchio d’acqua dove è nato

anche Giuda.

**

Andate a benedirvi. Queste le parole

a guardare i fantasmi di voi. Bisogna

cogliere il vento, il fiore, tagliare l’aria

con un pensiero chiaro, toccare l’amore

risalendo il corpo voluto.

E farlo, in silenzio.

**

Ho aperto la porta,

la nostra casa affacciata

sul futuro che divoriamo.

L’ho aperta con una sola mano

– l’altra, era impegnata a tenere

la mano salda del nostro passato.

È stato lo sguardo ad entrare

per primo, a penetrare le trasparenze

e renderle presenti come monoliti.

Un occhio ha colorato una parete

– l’altro, era impegnato ad assorbire

l’eterno, come fosse l’ultimo sorso.

L’ultimo sorso da trangugiare in apnea

è – dunque –la frazione di un attimo

tra le nostre vite che si bramano assetate.

**

Aspettare gli occhi

passare su traiettorie

di futuro immaginato.

Tutto è prima neve, nuovo.

Lo straniero calpesta terre

per la bramosia dei sogni.

Tue mani, unica familiarità

concessa. Acqua del prigioniero.

Mani che seguono. Ombre cinesi

che afferro anche nel sonno:

una pausa dallo smarrimento.

Albeggiare delle ore

ancora, le tue mani

cancellano anguste

intersezioni del sogno.

Riconquisto l’aria fresca.

Una piccola speranza d’amore.

Il silenzio dei monologhi

ritrae due che non siamo.

Ecco la figura del terrore:

blasfema implora

gli anfratti di luce.

Ti tocco, è grandine,

terra della mia pelle

dune del tuo corpo

silenziose, anche noi.

Dietro lo sterno

l’origine del movimento.

Qui voglio restare.

**

Possiamo toccare queste piccolezze:

le tazze di caffè abbracciate,

i buongiorno al sapore di notte.

Ma cerchiamo le notturne passeggiate

per raccontarci dei sogni a colazione.

Ti dicevo che sognai l’altissimo monastero

dei monaci Shaolin. Tu l’astratta via del mare

che conduce alla saggezza senza conoscerla.

Conosciamo le nostre vite legate in rami

e coperte dal fogliame di epoche passate.

Mai ho creduto finita la nostra possibilità,

mai ceduto alla tentazione della pausa.

L’ altare sarà coperto dai nostri occhi

e delle nostre bocche apprezzeremo il silenzio.

BIOGRAFIA DI VALENTINA CALISTA

Nata a Roma nel 1983, è stata la fortunata allieva di Paola Malavasi, premio Montale nel 2001, purtroppo scomparsa, compagna di Ennio Cavalli. La scrittura poetica l’accompagna da sempre ma è del 2012 la sua prima opera poetica edita dal titolo La vertigine dell’andatura (Roma, Edizioni Ensemble), la quale prefazione è stata curata dallo scrittore Giuseppe Aloe, finalista del Premio Strega 2012. Del 2013 è invece la plaquette Oltretutto, pubblicata dalla casa editrice Edizioni Pulcinoelefante di Alberto Casiraghy. I primi testi poetici sono infatti stati editi nel 2001 e nel 2006, rispettivamente nelle raccolte antologiche Ti confido un segreto: scrivo poesie e L’eco del vento curate da Pagine di Roma. Sempre nel 2006  riceve una nota critica dal poeta Maurizio Cucchi su La Stampa.it. Alcuni sono i premi letterari e le segnalazioni di merito ricevuti: Premio Gianfranco Rossi 2011, Premio Palmaria 2006, Premio Claudia Fioroni 2003, Premio Poeti e Poesia nelle scuole 2001. Nell’autunno 2015 verranno pubblicate tre  poesie inedite sulla rivista Gradiva (International Journal of Italian Poetry) della Stony Brook University of New York. In attesa di pubblicazione è la raccolta poetica Carne sacra. Attualmente è dottoranda ricercatrice alla University of Reading (UK) dove sta lavorando ad un progetto sulla poesia religiosa di ispirazione salmodica di David Maria Turoldo. Approdata in Inghilterra dopo la laurea specialistica in Filologia moderna (2012, Università degli Studi della Tuscia) con una tesi sulla poesia religiosa di padre Turoldo. Si è occupata anche della poesia di Ada Merini per la  tesi di laurea triennale (2008, Università degli Studi della Tuscia) dalla quale è nato il saggio critico Alda Merini: quell’incessante bisogno di Dio, Otto/Novecento. Rivista quadrimestrale di critica e storia letteraria, XXXIV, n. 1, Milano, (Gennaio/Aprile 2010). Nel 2007 ha intervistato la poetessa nella sua casa sui Navigli a Milano, da questo incontro è nata l’intervista Alda Merini. Non potete rinchiudere i poeti, Stilos, IX, n. 5-6, Catania, (Marzo 2007).

VALENTINA CALISTA

VALENTINA CALISTA

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8 thoughts on “E’ IL TEMPO QUESTO TRENO DISSENNATO – POESIE DI VALENTINA CALISTA

  1. Valentina Calista ha detto:

    Grazie per la bella presentazione e per questo spazio!

  2. Cristina Croatti ha detto:

    Complimenti a Valentina.
    Cristina Croatti

  3. Osservatore Romano ha detto:

    Non male ma troppe subordinate: è poesia, le congiunzioni possono andare in ferie…

  4. Valentina Calista ha detto:

    Buonasera Osservatore Romano. Grazie del commento. Alle mie subordinate però piace lavorare e godersi l’oscillazione del mio ritmo personale,ritmo che ogni poeta ha. Fortunatamente sempre diverso. La poesia (per me) non deve essere violentata dalla forma di una tradizione ma si deve rendere autonoma attraverso questa. E alla fine allontanarsi da essa per la propria strada, come i figli che quando crescono vanno via. Comunque la ringrazio del suo commento, molto costruttivo.

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