UN INCONTRO PREPARATO DA TEMPO – UN RACCONTO DI CATERINA FALCONI


Proponiamo un racconto della scrittrice Caterina Falconi. Caterina vanta una perizia straordinaria nel coinvolgere il lettore alla storia narrata, sempre molto avvincente e profonda. Buona lettiura!

UN INCONTRO PREPARATO DA TEMPO

Arrivata davanti al cancello dell’Hotel Sollievo, Teresa fu invasa dalla sensazione che la sua vita fosse a uno snodo. Le era accaduto anche quando aveva vinto il primo premio letterario. Da quel momento si erano susseguite pubblicazioni con la piccola e media editoria, presentazioni e qualche recensione. Niente di eclatante, ma abbastanza per alimentare delle speranze che avevano smesso di essere velleità.

L’Hotel Sollievo torreggiava sull’anello di edifici che accerchiava la minuscola stazione ferroviaria. E l’insegna pallida proiettava una tenda bluastra tra il cielo e l’abitato. Era un albergo di lusso, con annessi terme, piscine, sala convegni, ristorante e caffè. L’amministrazione comunale, capeggiata da un sindaco aspirante scrittore, organizzava ogni anno in quella sede un festival letterario internazionale che in breve tempo era diventato l’evento più importante della regione. L’ospite d’onore dell’edizione in corso era il romanziere Morita Kobe, idolatrato dai tre quarti dei lettori del globo. E, come se non bastasse, a questa epifania avevano abbinato la premiazione di un concorso letterario ispirato ai personaggi dello scrittore giapponese.

Teresa aveva vinto il primo premio, e adesso, davanti al cancello telecomandato che si schiudeva, spingeva un pugno tra i seni per rallentare le pulsazioni. L’idea di stare per vedere Kobe, delle cui storie si era nutrita, la scombussolava come una ragazzina. Aveva guardato le sue foto su internet, gli aveva contato i pori sulle guance, aveva intuito la sua statura, disapprovato le spalle strette, e se n’era in qualche modo innamorata. Come un’adolescente, appunto.

Sei un’idiota!, si insultò.

La facciata dell’Hotel era pezzata di luci, due fari erano puntati al porticato gremito di ospiti eleganti, e i lampioni irroravano il viale d’accesso. La cerimonia di apertura del festival non era iniziata, ma c’era già molto movimento. Teresa salì la gradinata colluttando con un piccolo trolley rosa e grigio ed entrò nella hall. La receptionist indurì il volto osservandole l’abitino. «Lei è un’autrice?» chiese porgendole un modulo. Teresa stava per ribattere che era la vincitrice del concorso quando un palpito di colori ai margini del suo campo visivo la costrinse a voltarsi. Un’orientale in kimono rosso, fucsia e perla stava attraversando in diagonale il parquet. Pareva avviluppata in gigantesche ali di farfalle. I capelli e la bocca neri. Sulla scia di quella apparizione silenziosa i sensi di Teresa si acuirono.

Oltrepassò con lo sguardo i capannelli di ospiti e si impietrì intercettando, in fondo al locale, i lucenti occhi a mandorla di un uomo. Morita Kobe! che la osservava addossato a un tramezzo vetrato. Era più gracile di quanto avesse immaginato, più brutto… una valutazione che accrebbe l’immotivato senso di intimità con lui, e la conturbò terribilmente.

Morita amava l’Italia. Anche se, a dirla tutta, preferiva le scogliere del Nord Europa, e le pallide onde dell’oceano. Sua sorella Reiko era appena uscita da un brutto periodo, e lui l’aveva portata con sé, perché potesse fare sfoggio di kimono e abiti eleganti. Quando, un mese prima, l’ambasciata italiana a Tokyo gli aveva spedito un dispaccio con l’invito a partecipare al festival come ospite d’onore, lui aveva esitato. Ma poi aveva letto il racconto di Teresa, tradotto in inglese, tre fogli cuciti da un punto metallico, ed era rimasto folgorato. Quella rossa dagli occhi rotondi, non più giovanissima, come lui del resto, la cui foto era stata allegata al plico in un eccesso di zelo, aveva individuato il personaggio maschile in cui lui si identificava maggiormente, e inventato un corrispettivo femminile, una coprotagonista che probabilmente la rappresentava, facendoli innamorare in una storia che sembrava scritta da entrambi. Quale maggiore intimità avrebbe potuto esserci? si era chiesto emozionato. In un certo senso aveva passeggiato nella testa di Teresa Ferro, e voleva incontrarla.

E adesso che la spiava, arruffata, scagliare sguardi intorno, gli pareva molto distante dai suoi canoni di bellezza femminile, con quella pelle un po’ frolla delle quarantenni occidentali e i seni sgonfi. Eppure… altri dettagli: la figura armoniosa, l’aria intelligente e vulnerabile, la rendevano perfetta per un’avventura, uno sfioramento, o da piazzare in un racconto ambientato in una Tokyo iperreale e contaminata. Mentre la immaginava aggirarsi scalza in un kimono leggero, tra palazzi asserragliati e altissimi, gli occhi di lei lo avevano riconosciuto, provocandogli una repulsione che fu subito sostituita da una violenta concupiscenza. Morita si staccò dal tramezzo vetrato, e la salutò con un cenno della testa.

La cerimonia di apertura del festival fu breve. Gli ospiti d’onore e le autorità in prima fila. Pienone in platea. Telecamere. Reiko, nel cartoccio di un rigido kimono dorato, risplendeva accanto a un ritratto in bianco e nero del fratello.

Pile di romanzi di Morita su un banchetto. Gli ospiti dell’Hotel assiepati contro la parete di fondo. Morita parlò sommessamente, gesticolando a occhi bassi. L’interprete tradusse con enfasi. Una bimbetta in abito di tulle rosa e ballerine caracollò nel corridoio tra le poltrone, e sbatté un bouquet sul microfono di Kobe scatenando un putiferio di sibili, sorrisi e imprecazioni sottovoce. Al momento di premiare Teresa Ferro, il sindaco si vide strappare la targa da un Morita che fulmineo era sgusciato da dietro il tavolo. Era evidente l’intenzione dello scrittore di omaggiare personalmente l’autrice di una storia che doveva aver molto apprezzato. Mentre le porgeva la targa, e un secondo scroscio di applausi si innalzava dal primo, e i flash crepitavano in sala, e Teresa si confondeva, e si sfioravano le dita, a entrambi fu chiaro che la loro ormai era una questione strettamente personale.

Più tardi, al buffet, nessuno calcolava Teresa. Kobe lo notò, e non gli dispiacque. Dopotutto anche con lui erano sbrigativi. Lo cercavano in molti per stringergli la mano, e tutti lo liquidavano con due frasette in inglese. Era sempre un orientale, ma stavolta la sua estraneità gli permetteva di osservare indisturbato la rossa in abito color polvere che sgambettava nei collant velati da un tavolo all’altro fingendosi rilassata. Più la guardava, più gli sembrava di cogliere elementi di compatibilità corporea. La statura. Le gambe muscolose che avrebbero saputo stringerlo. Il naso piccolo e la bocca perfetta, da orientale. Persino quegli strani occhi rotondi e grigi gli parevano interessanti, perché dietro di essi si era formata una storia così consona alle sue corde. Un’affinità che prescindeva dal guscio, dall’involucro cresciuto nell’altra metà del globo. Si chiese se avrebbero potuto parlare in inglese, e tenendo stupidamente tra le mani un piattino con una fetta di torta, zigzagò tra i presenti abbagliati dalla festa e la raggiunse alle spalle.

«Do you speak english?» le chiese.

« Non. Seulement français, un petit peu. Et vous ?» gli rispose Teresa senza voltarsi: sapeva chi fosse, dunque aveva seguito ogni suo movimento con la coda dell’occhio.

Morita sorrise.

«Non, pas du tout» le disse. Lei si voltò e si ritrovarono così vicini che, entrambi presbiti, ebbero la sensazione di galleggiare davanti a una faccia sfocata come una luna. Arretrarono mettendosi a fuoco, e in un impeto di tenerezza, lui le mise il piattino con la torta tra le mani.

L’aveva osservata allontanarsi, sapendo che cosa volesse. Che avesse scelto le scale di servizio era prevedibile. L’anima cava e oscura dell’edificio. La seguì con le mani in tasca e l’andatura dolce. Non c’era fretta, era un incontro preparato da tempo, una confluenza di pensieri e sogni che s’era trascinata dietro i corpi da distanze inimmaginabili. Le luci d’emergenza rischiaravano lo spigolo dei gradini, che precipitavano avvitandosi attorno a un cuneo di buio. La festa pulsava dietro i muri, e il ticchettio dei tacchi di Teresa faceva da contrappunto a quel battito ovattato. La perse di vista, e dopo un po’ i passi della donna si arrestarono. Nel silenzio vibrante dell’ultima rampa Kobe seppe che lei aveva trovato un giaciglio. Sceso nell’androne la ritrovò immobile davanti a un sottoscala stipato di scatoloni. Due placche di neon inargentavano appena il profilo di Teresa e la cornice di mattoni del ripostiglio. Il resto era un impasto ecografico di effervescenti forme grigie. Si presero per mano e si infilarono in quella sorta di nicchia uterina schiacciando i cartoni con i gomiti e le ginocchia. Si frugarono nei vestiti e tra strappi e schiocchi si ritrovarono abbracciati come Morita aveva immaginato, con le cosce muscolose di lei strette attorno alle sue.Probabilmente fu un sonno breve. Piombato come un pestello nel mortaio della sua indicibile stanchezza. Morita ricordava una scarica di piacere, e la sensazione di sganciarsi repentinamente dal proprio corpo che perdeva sensibilità, prima di addormentarsi. E adesso che si svegliava, da solo, in un ripostiglio insopportabilmente saturo di muffa, su un giaciglio di cartoni molli, nella pece della notte inoltrata, il suo primo pensiero fu per Teresa. Immaginava che fosse risalita in camera e avesse preso le sue cose, che fosse ripartita. Rivedersi dopo aver fatto materialmente l’amore, senza spiegazioni, senza aver riempito quel grande vuoto che piccoli gesti e allusioni avrebbero dovuto colmare prima di dormire assieme, sarebbe stato sbagliato. Non sapeva bene perché sentisse così, ma era convinto che se avessero voluto incontrarsi di nuovo, avrebbero dovuto cercarsi. Gli organizzatori del concorso avevano recapiti e mail. Non sarebbe stato difficile. E se anche non si fossero rivisti, niente avrebbe impedito loro di continuare a rotolare avvinghiati nel tepore delle storie condivise.

Caterina Falconi è laureata in Filosofia. Ha pubblicato due raccolte di racconti con le Edizioni Clandestine e, con Simone Gambacorta, Una questione di malafede. Scambio a due voci sulla scrittura creativa (Duende, 2010). È presente nelle seguenti antologie: Fiocco rosa (Fernandel, 2009), Nessuna più (Elliot, 2013), Père-Lachaise. Racconti dalle tombe di Parigi (Ratio et Revelatio, 2014), Toilet Volume 22. Racconti brevi e lunghi a seconda del bisogno (80144 Edizioni, 2014). È co-curatrice delle seguenti antologie: L’occasione (Galaad Edizioni, 2012), La morte nuda (Galaad Edizioni, 2013), Sogni senza Frontiere (Edizioni dell’Arco, 2013). Numerosi suoi racconti sono pubblicati sulla rivista “Fernandel”. Ha collaborato alla stesura delle sceneggiature della seconda serie del cartone animato Carotina Super Bip, della Lisciani Group. Ha all’attivo due romanzi: Sulla breccia (Fernardel, 2009), e Sotto falsa identità (Galaad Edizioni, 2014).

1381458_744222912323251_2708741752978723375_n

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Emergenza Cultura

In difesa dell'articolo 9

cuoreruotante

Le cose belle hanno il passo lento

Elisabetta P.

Creative storyteller

pagine che amo

Just another WordPress.com weblog

Poeti d'Abruzzo

Focus Po-etico sul territorio abruzzese

from the morning

le passioni infernali mai conosciute prendono fuoco nella casa vicina.

solovignette.it

Quotidiano di satira illustrata

Anna&H

sono approdata qui

Linguaggio del corpo

Bodylanguage & PNL

And Other Poems

New poems to read every week.

filmcritica rivista

cinema filosofia inconscio lingua polis scrittura

Gio. ✎

Avete presente quegli scomodi abiti vittoriani? Quelli con la gonna che strascica un po' per terra, gonfiata sul di dietro dalla tournure? Quelli con i corsetti strettissimi e i colletti alti che solleticano il collo? Ecco. Io non vorrei indossare altro.

AnItalianGirl

Sii chi vuoi, ma se sei te stesso è meglio!

Edilio Ciclostile

I buzz into your head

operaidelleditoriaunitevi

Just another WordPress.com site

lagunaweblog

La narrativa è la più esigente delle fidanzate

Nel vento...

Pensieri e dintorni

L'Inconfessabile

ciò che non si può dire lo scrivo

Cristina Khay Blog

La Vita e' un Fiore*

lamentesepolta

0, 1, 2, ecc. - si.tormento@gmail.com

Parole Inconsistenti

Appunti di scrittura di Luca Romano

Briciolanellatte Weblog

Navigare con attenzione, il blog si sbriciola facilmente

miglieruolo

La vita è sogno

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: