L’ AMALASSUNTA DI BRANDIMARTE: UNO SGUARDO SMARRITO SUL NOVECENTO


La letteratura è lo smarrirsi nei meandri della vita. Spetta allo scrittore il compito di prendere per mano il lettore per accompagnarlo in un viaggio di disedintificazione, di abbandono del compito-dovere del proprio sé per indossare le specie di un’avventura, ovvero l’identità di un altro, del lontano da sé. La letteratura è sempre letteratura di viaggio, dismissione temporanea del proprio ego, salvo poi, una volta assunta la responsabilità del personaggio, di aver la forza di condurre questo esilio fino alla risoluzione della storia. L’irreversibilità di questa scelta costituisce la specificità del romanzo, atto deliberatamente diretto da un altro inizio verso una fine a cui non ci si può sottrarre (a meno che non si interrompa la lettura), destino di un fatale gioco di annullamento che trova il suo specifico analogo nella vita. Il romanzo è gioco parodico di come solo la vita individuale, irreversibile, priva di ancore o reti di salvezza, sa essere. Il romanzo, al pari o forse in eccesso rispetto alla vita, rende estrema questa condizione, non l’attenua o la giustifica, anzi si presenta ad ogni pagina come anticipo o rinvio dell’ultima.

Pier Franco Brandimarte nel suo splendido riuscito avvincente romanzo d’esordio “L’Amalassunta” (Giunti, vincitore Premio Calvino 2014, finalista Premio Berto 2015) ci introduce all’eroica dura esistenza di Osvaldo Licini, pittore in aura di leggenda, attraverso una ricostruzione personale, descrivendo, accanto alla vita di Licini, la propria, il proprio smarrirsi nella vita dell’altro. Nel libro compaiono inserti in terza, alcuni in cui Licini racconta sogni in prima persona, altri in cui l’autore si rivolge in un’intervista immaginaria a Morandi per carpirgli notizie su Licini, discorsi indiretti, tutta una mescidanza che mette in luce l’uso di una tecnica stilistica raffinata, complessa, che tiene viva la sostanza della storia in modo esemplare.

Dal libro, vien fuori anche la storia, l’epica quotidiana, la verità di una geografia intima, di una terra di confine da cui si parte e ci si allontana con facilità, come appunto fanno Licini e Morandi, e quasi si sospetta che possa esistere una linea “adriatica”, che, partendo dalla Grado di Marin, prosegua per i contrafforti del Montefeltro fino alla Santarcangelo di Tonino Guerra, alla Recanati di Leopardi, alla Treia di Dolores Prato, alla Recanati di Leopardi, alla Montevidone di Licini e poi più giù, alla Pescara di Giuseppe Rosato, uno dei maggiori poeti italiani viventi, e di Marco Tornar, poeta e romanziere di prim’ordine, teso a riscoprire le vite di illustri figure del passato colpevolmente dimenticate, alla Chieti di Marilia Bonincontro, voce stellare di austera superba solitarietà: “linea” come una sorta di limite del proprio essere confine nonché distanza interiore e interiorizzata.

Il romanzo narra la storia di un paese che sta al confine tra Marche e Abruzzo, di persone che vivono su un confine non solo reale, ma anche immaginario, dove non contano il tempo e lo spazio, ma quel che lo spazio e il tempo diventano in chi vive il confine. Il Novecento, secolo di confine, in cui nasce pure l’idea della relatività, è il secolo in cui l’Autore ambienta la sua storia, in cui persone e soprattutto artisti (e perfino le masse) si spingono sul limite, attraversano continuamente confini. Gli uomini del Novecento contemplano il confine fino a incorporarlo, a spostarlo in un altro da sé (Freud scoprirà l’inconscio). Modigliani lo fa fino a negare se stesso; Licini invece rinuncia a se stesso, chiude con una parte di se stesso per la propria arte. Si esilia, in un luogo di confine, per incarnare l’etica del sacrificio personale. Che il sacrificio sia dunque una sorta di rinuncia all’eroismo, al gesto più radicale, al suicidio? Oppure sia una forma di lento suicidio, per questo ancor più dura e radicale?

La rinuncia all’io sembra il dilemma più forte del secolo, che però abbraccia invece la strada dell’egoicità, fino ad esercitare una volontà di potere che si conclude con Auschwitz e Hiroshima.

Se il Novecento si pone come secolo della vittoria dell’egoicità in nome della distruzione e della sopraffazione (che nel secolo successivo darà spazio alle fantasie più sfrenate di autodistruzione), che cosa resta dell’insegnamento di coloro che invece rinunciarono all’ego in nome di un ideale, come accadde per Licini? Dopo il crollo del muro di Berlino non ci sono più ideali per l’umanità?

Un’opera, quella di Brandimarte, che pone domande ineludibili, un’opera di alta letteratura, come poche se ne leggono ancora in Italia. (Massimo Pamio)

Amalassunta_Brandimarte

PIER FRANCO BRANDIMARTE

PIER FRANCO BRANDIMARTE

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