LA VERITA’ SUL CASO L’AQUILA di Massimo Pamio


Sono stati scritti innumerevoli articoli, realizzate inchieste e redatti interi libri sul terremoto e sul dopo-terremoto dell’Aquila, sulla battaglia che gli aquilani hanno intrapreso per far risorgere la loro città, sugli scandali che vi si sono verificati, a partire dalle intercettazioni telefoniche in cui alcuni imprenditori scherzavano e ridevano, pronti a fare affari sulla pelle di una città appena scorticata dal destino, cinicamente incuranti della tragedia che vi si era consumata, per poi proseguire con gli appalti truccati del G 8, le infiltrazioni di ditte mafiose nella ricostruzione, il processo che ha coinvolto la Commissione Grandi Rischi: nessuno che abbia detto tutta la verità, che abbia soprattutto esposto quel che è veramente accaduto agli aquilani, che forse hanno taciuto bloccati dal pudore, da un’intima ineffabile sofferenza.

Tutto parte dall’idea del Governo Berlusconi di creare una “new town” in periferia (a diversi chilometri) visto l’insistente permanere dello sciame sismico che aveva indotto a sgomberare e a chiudere la città per evitare pericoli di nuovi crolli, considerate le lesioni che avevano interessato quasi tutte le abitazioni, incluso il centro storico, immediatamente militarizzato, proclamato “zona rossa”, invalicabile, inaccessibile, per evitare lo sciacallaggio e il ritorno di incauti cittadini. Venivano indebitamente “militarizzate” e transennate anche le periferie in cui si iniziava a costruire la nuova Aquila, una piccola nuova sgraziata e isolata città, priva di servizi, edificata in poco tempo, costituita di una serie di case-parcheggio in cui venivano relegati i vecchi, mentre i giovani e gli abili sceglievano di trasferirsi lontano, per non interrompere le loro attività imprenditoriali, professionali, impiegatizie. Ecco quello che riferisce sulle nuove case il quotidiano “La Stampa”, a 6 anni dal terremoto:

“E che, ammette il sindaco, potrebbero anche dover essere abbattute se la manutenzione risultasse antieconomica. Le hanno chiamate “Case” (Complessi antisismici sostenibili ecocompatibili) ma non hanno nulla che ricordi il calore e la sicurezza di quella parola. Sedicimila aquilani sfollati devono fare i conti tutti i giorni con balconi inagibili (nel settembre 2014 è crollato un balcone a Cese di Preturo, e da allora sono sotto sequestro 800 balconi in cinque insediamenti dell’Aquilano). Ma anche con infiltrazioni negli appartamenti e nei garage, allagamenti, pavimenti che si scollano, fogne che si intasano. Sono costate quasi un miliardo di euro. Per il crollo di Cese adesso c’è un’inchiesta aperta, per difetti di costruzione e fornitura di materiali scadenti, con 39 indagati. Ma c’è anche l’inchiesta sugli isolatori sismici delle Case, installati sotto le piastre delle New Town e che durante alcune prove di laboratorio in California si sono spezzate durante un terremoto simulato.  Poi ci sono i “Map” (Moduli abitativi provvisori), altra sigla sinistra, le casette di legno delle frazioni e dei Comuni. Ma anche li non se la passano bene. Oggi ancora 6 mila bambini sono nei “Musp”, i Moduli ad uso scolastico provvisorio nati nel settembre del 2009 per il ritorno sui banchi”.

Gli scandali e i problemi della ricostruzione hanno fatto passare in secondo piano quello che è stato il vero dramma: l’abbandono e l’isolamento dei vecchi, morti di solitudine, l’improvvisa mancanza di ogni riferimento per tutti gli altri, sfociata in una progressiva perdita di identità che ha portato al suicidio, alla depressione, a problemi di ogni sorta (insorgenza di malattie e di patologie gravi). Perché? Perché L’Aquila era una città diversa da tutte le altre, un unicum, in cui non c’era bisogno dell’automobile (molti erano sprovvisti di patente), in cui non si conosceva la necessità di stabilire appuntamenti, tanto, nel corso della giornata prima o poi tutti si sarebbero incontrati. L’Aquila era un habitat ideale, uno spazio ideale ma reale, dove la bellezza storico-architettonica aveva instillato nei suoi abitanti un gusto estetico sopraffino, dove la vita aveva un ritmo diverso, raffinatamente localistico, a testimonianza di una sapienza edificatoria, di una raggiunta perfezione urbanistico-architettonica propria delle città comunali quali appunto Aquila, Perugia o Siena. Consiglio la visione del film “Habitat-note personali” di Emiliano Dante.

Una città che rappresentava il perfetto connubio dell’uomo con il suo ambiente: davvero?

Mi recai diversi anni fa a casa di una poetessa, Anna Ventura. Quando mi congedai, la notte era sopraggiunta. Nella città avvertii un silenzio assoluto, agghiacciante, un silenzio proveniente non dai monti circostanti che la racchiudevano, bensì dalla terra. Dopo il terremoto, pensai che quel silenzio era la potenza con cui la terra tratteneva il boato, la scossa: un urlo di dolore.

Gli uomini avevano edificato in un luogo sacro. Sacro, cioè recintato, inaccessibile, dove solo alla natura era concesso abitare. L’uomo dovrebbe vivere solo in luoghi collinari, lontano sia dalla montagna sia dal mare (spazi sacri, invalicabili, gelosi di se stessi, luoghi che non si devono profanare), in luoghi in cui non si offende o devasta la Natura. Invece, l’uomo si spinge dove non si potrebbe, verso la montagna, verso il mare. Quei luoghi sacri rispondono a volte con disastri irripetibili per l’uomo (lo tsunami, il terremoto). Torno a un mio vecchio concetto: il nostro bellissimo pianeta può accogliere solo un numero limitato di ospiti invadenti e maleducati come l’uomo. Oggi siamo sette miliardi. Troppi; sulla terra non ne dovremmo essere più di alcune centinaia di milioni.

Se stessimo più attenti alla natura, potremmo cogliere tantissimi segnali nascosti, avvertimenti, verità, perfino giudizi sul nostro comportamento dissennato, superbo, vigliacco, oltraggioso, incauto. La Madre Terra va ascoltata, rispettata, curata. Qualcuno all’Expo 2015 lanciava uno slogan: nutrire tutta l’umanità in modo equo e solidale. Vandana Shiva in modo intelligente rovescia l’assunto: dovremmo nutrire la Terra, invece.

L’Aquila è a mio avviso il simbolo universale di una cattiva profezia, di un fenomeno che prelude alla scoperta da parte dell’umanità di una sua fragilità costitutiva. Se dovesse scoppiare una epidemia incurabile, sarebbe la fine per l’umanità in poco tempo. Il progresso scientifico e tecnologico non è capace di difenderci da noi stessi, dai guai che lo stesso progresso, in nome di un’economia senza regole e in nome di una quantità di esseri eccessiva per le possibilità stesse del pianeta, sta causando. L’Aquila era stata ricostruita sulle fondamenta di una città precedentemente distrutta dal terremoto. L’uomo occupa ogni spazio della terra, soffocando, con il pianeta, la stessa vita.

Ci può salvare solo la parte più fragile di noi stessi, o quella che viene considerata tale, l’emotività, quella che ci fa piangere, sorridere, gioire, commuovere. Se riusciremo a nutrire tutti – tutti insieme – un sentimento di amore, di cura e di rispetto per la Madre Terra, solo allora saremo salvi.

Se la vita umana fosse priva di sentimento – provate a immaginarlo- ogni avvenimento, ogni vicenda risulterebbe noiosa, la vita consisterebbe in una mera serie di accadimenti che si susseguono l’un dopo l’altro fino alla morte. Le piccole vicende non ci toccherebbero neanche, sarebbero inutili e senza senso. Invece, l’emozionalità rende viva ogni più piccola cosa, il fiore che sboccia, il filo d’erba che si muove al vento, il sorriso di un bambino incontrato casualmente per strada, il numero di telefono di una persona cara. Il terremoto dell’Aquila ci apparirebbe una delle tante calamità naturali che si verificano con una certa frequenza. Al contrario, il sentimento ci dice che nostri simili soffrono e vanno compresi e aiutati, in nome della nostra fragilità e di quella del pianeta, al fine di amare il prossimo nostro come noi stessi e noi stessi come la Terra. Il sentimento ci fa comprendere l’importanza del più piccolo fiore. Se questa disposizione al “poetico” trionferà, allora ci salveremo. In questo senso Dostoevskj aveva ragione, la bellezza può salvare il mondo. Dedico queste mie riflessioni a tutti gli aquilani, affinché possano dedicarsi a una nuova battaglia, quella più vasta per la difesa della Terra, Madre di tutti.

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One thought on “LA VERITA’ SUL CASO L’AQUILA di Massimo Pamio

  1. walter tortoreto ha detto:

    Caro Massimo, ho letto il tuo articolo con un’emozione che non sentivo da tempo. Bravo e grazie. Pochi sanno o ricordano che la città, impropriamente detta di Federico, fu edificata grazie all’unione di due popoli e di due terre. Vestini ed Equi. Il confine era l’attuale collina di Collemaggio, a ridosso della stupenda basilica medievale, la cui costruzione fu voluta lì, fuori dalla cerchia urbana, non a caso o per capriccio. Il colle che sovrasta la basilica segna (tuttora) il confine (divisione/unione) tra due tradizioni (e due dialetti diversi!) e lambisce alla sua base un tratto del fiume Aterno. Perciò mi piace pensare che aria, luce, acqua, terra siano stati i primi elementi utilizzati dai profughi di Amiternum per EDIFICARE la futura città che ebbe – pochi decenni dopo la sua nascita – il privilegio di ospitare tre giganti come san Bernardino, san Giacomo della Marca e san Giovanni da Capestrano. Ti abbraccio, Walter.

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