AMINA GIA’ DIMENTICATA


Riporto queste riflessioni del filosofo e poeta Tino Di Cicco. A un mese dalla scomparsa nel mare di Amina, già nessuno ne parla più. Su internet non c’è neanche un’immagine. perciò questo post non recherà immagini.

Si chiamava Amina; era dolce, serena, gentile, proprio come diceva il suo nome.

Era nata ad Aleppo in Siria, ed aveva scelto il posto sbagliato per venire al mondo.

E non solo il posto era sbagliato, era sbagliato anche il suo fisico: malata di diabete prima di cominciare a vivere. Una vita a rimorchio dell’insulina.

Non era stata “intelligente” come noi; noi che abbiamo deciso di nascere in un luogo “giusto”, dove da 70 anni non si conoscono più né guerre, né fame (ogni tanto dovremmo ricordarcene e ringraziare).

Noi dalle radici cristiane crediamo al libero arbitrio; perciò pensiamo di essere noi a decidere dove nascere (e se una bambina sceglie Aleppo in piena guerra, peggio per lei!), e anche in quali condizioni vivere.

Sostanza del libero arbitrio è che chi vuole, può; perciò ognuno di noi può diventare quello che vuole, se lo vuole “veramente”. Se c’è il libero arbitrio non può esistere il destino; non può esistere il caso; esiste solo l’Io e la sua “volontà”.

Amina no; Amina non sapeva niente del libero arbitrio, e perciò non aveva avuto la possibilità di scegliere. Doveva vivere con quello che aveva trovato, non con quello che avrebbe voluto.

Ma nonostante i suoi dieci anni fossero già minati dal diabete, Amina non si arrendeva, e soprattutto non si arrendeva il padre.

Raccolti i risparmi di una vita, acquista i biglietti per traversare il mediterraneo. C’era l’Italia prima, e poi un ospedale in Germania dove curare Amina.

Tremila euro per ogni persona pretesero i traghettatori; ma “sarebbe stata come una crociera”, dissero al padre.

Naturalmente era solo una carretta del mare, ma non c’era altro da fare.

A guidarla non c’era nessun capitano, non c’erano ristoranti sul pontile, né cabine per dormire.

Al timone c’era una specie di Caronte, e tanti disperati come compagni di viaggio.

Col cuore in gola il padre decise di non tornare indietro, anche perché ormai ad Aleppo non c’era più niente che parlasse di loro. Non c’era la baracca venduta per pagare il viaggio; non c’erano più le vecchie relazioni spezzate dalla guerra; non c’era più cibo, né futuro.

Sul gommone non c’era spazio neanche per respirare, e la notte era veramente buia.

Aveva paura Amina, ma l’amore del padre era più forte della paura.

Ogni due ore un po’ d’insulina per non morire.

Nonostante tutto sembrava potercela fare; aveva conosciuto la brutalità della guerra, ma non conosceva ancora la crudeltà degli uomini.

“E’ troppo pesante il carico”, disse lo scafista, e non chiese il permesso a nessuno per lanciare in mare la borsa con l’insulina e l’orsacchiotto di Alina.

Il pianto del padre non servì a niente. Amina ancora non capiva. Era preoccupata più per i singhiozzi del padre, che per la mancanza della sua borsa.

Ma dovette capire subito: non riusciva più a respirare, e la medicina non c’era più. Allora capì.

Morì quasi subito, e fu quasi un sollievo per gli scafisti alleggerire ancora un poco il gommone, lanciando nel mare anche il corpo di Amina.

Così muoiono bambine di dieci anni in fuga dalla guerra in Siria. Mentre noi sotto l’ombrellone di una spiaggia dall’altra parte del mare lamentiamo un’altra giornata afosa

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