IL CASO EMBLEMATICO DI GIAN LUIGI PICCIOLI di MASSIMO PAMIO


Alla fine degli anni Sessanta si forma in Italia una generazione di scrittori che, interessata al mutare delle condizioni sociali e industriali, nel risentire del clima delle neoavanguardie europee, in particolare dell’école du regard di Butor, tenta di esprimere le molteplici contraddizioni e i numerosi conflitti sociali sia assumendo una scrittura implosiva, innovativa sia focalizzando l’attenzione su un mondo ancora poco frequentato dalla letteratura italiana, quello della fabbrica e della prima rivoluzione tecnologica di cui si intuiscono le potenzialità: si tratta di un manipolo di autori di cui fanno parte Ottieri, Volponi, Testori ed altri tra cui Gianluigi Piccioli, il quale, nel suo primo romanzo pubblicato da Mondadori nel 1966 – Inorgaggio, descrive il progressivo spersonalizzarsi dell’individuo all’interno dell’azienda, e della perdita dell’autonomia di fronte alla macchina, censurando la nuova mistica della felicità protesa alla cattura del vitello d’oro della produttività. Nel 1970 Feltrinelli stampa Arnolfini, 219GxixR+jL._AA160_

in cui Piccioli dal mondo industriale passa a registrare quelli non meno operosi e oscuri del seminario e della chiesa cattolica, di cui si descrivono le subdole trame del potere, tra rapporti omosessuali e segrete avidità. Tre anni più tardi, lo scenario dei romanzi di Piccioli si allarga al massimo confine quando per i tipi di Bompiani viene stampato Epistolario collettivo,

410Piccioli-125x170il suo capolavoro, (riedito da Edizioni Noubs nel 2001, successivamente, nel 2002, sempre da Noubs, un’edizione scolastica con appendice e schede a cura di Umberto Cerio) cento anni di storia di Navelli raccontati attraverso una serie di lettere anonime che delineano anche le più nascoste vicende d’un paese e di tutta una comunità a partire dalla fine dell’Ottocento e fino al 1970. Un libro che riesce a sintetizzare i problemi e gli aspetti di una regione: nelle pagine gli abitanti di Navelli assurgono a cittadini del mondo, e diventano la proiezione simbolica di tutte le piccole comunità umane. Corale ed epico, il romanzo costituisce una chiave per comprendere la dimensione antropologica e le varietà culturali, storiche, sociali, la ricchezza e le diversità dell’Abruzzo: con Epistolario collettivo, spartiscono questo singolare privilegio Signora Ava di Jovine per il Molise, I fuochi del Basento di Nigro per la Lucania, Giù la piazza non c’è nessuno di Dolores Prato per le Marche. Sull’onda del successo, Piccioli tenta di realizzare un ambizioso progetto: quello di descrivere la storia dell’Europa, a partire dal Medioevo, che si introduce con Il continente infantile pubblicato dagli Editori Riuniti nel 1976, impegno proseguito con Sveva,

51LxP0ToHFL._AA160_edito da Rusconi nel 1979, portato poi a compimento con Tempo grande, sempre per Rusconi nel 1983. Come liberarsi del pesante fardello della storia, se non riassumendo in alcune trame la storia dei popoli e delle civiltà che sono nate, evolute, distrutte, rimpiazzate tutte dentro lo stesso luogo? Le ere si confondono e le cronache pure; nei libri, l’autore sembra quasi voler irridere la storia dell’uomo e farsene beffa, o riportarla sul piano del puro divertimento, oppure individuarne le analogie con la condizione della malattia, del morbo (Sveva, p.67). Lo scrittore cerca di dimostrare come il progresso nasca in luoghi inaccessibili o dimenticati, come in “una casa di vignaioli, nelle suole di un mercatore e nelle fantasticherie di un ragazzo avanzi il tempo e diventi moderno, molto più che nelle gesta dei reami, o nelle corti e nei castelli, i cui abitanti piuttosto sono occupati a perpetuare e a conservare, cavalieri o domestici che fossero” (Sveva, p. 100). Un momento molto particolare della storia è quello della rivolta, in cui tutte “le contraddizioni sono risolte, ogni cosa è in armonia con le altre e tutto muove nella stessa direzione. I gesti, le parole e i pensieri tendono ad equivalersi e sembrano orientarsi in un senso che è significato e direzione, fino a fondersi in un atto che appaga senza remunerare, che moltiplica l’individuo e solleva l’uomo come una fionda ad altissima probabilità” (Sveva, p. 186). Tempo grande, uscito nel 1983 per Rusconi, conclude la trilogia dell’Atlante infame, come lo scrittore stesso definisce questa avventura. La storia non è più ambientata al principio della storia della civiltà europea, ma forse alla sua fine, negli anni Ottanta, quando, in una stazione televisiva, si consuma il dramma del progresso della tecnologia che rende inadeguata la maturazione politica e sociale, giacché gli uomini divengono strumenti in mano alla realtà dei messaggi televisivi. La tecnologia consuma il tempo della storia, quello sviluppo degli accadimenti che si raccolgono in una trama seppur sfocata del senso: lo stigma afinalistico della tecnettronica che non progredisce secondo una serie di idee e finalità ma che scatta in avanti solo in virtù della spinta di risultati abolisce gli orizzonti del senso provocando la fine del concetto di storia come tempo fornito di senso. All’uomo è riservata l’atemporalità dell’immortalità, della riproducibilità infinita attraverso la clonazione, l’uomo entra nel regno dell’astoricità. I mezzi di produzione che determinano secondo Piccioli la storia, diventano l’assoluto, non avendo la tecnologia veri fini ma solo ulteriori mezzi per l’incremento infinito della sua funzionalità ed efficienza (procedurale?).   Da questa saga scritta per definire il senso della nascita della storia europea e della sua fine o per lo meno della sua implosione, Piccioli si allontana per una favola moderna, Viva Babymoon,

410eUNV9XHL._AA160_del 1982, pubblicata da Bompiani. Chi è Babymoon se non un piccolo principe guastafeste pronto a modellare il mondo a sua misura a rovesciarne le regole rimettendolo in moto? Far ripartire il mondo però non è questione d’ingranaggi da oliare, caso mai è abile capacità di saper riscrivere la parabola della vita adattandola alle esigenze dei diversi, degli emarginati, dei bizzarri, dei talenti geniali e non da fermare in una normalizzazione globale in una omologazione planetale come la definirebbe Pasolini se ancora fosse vivo. Ne Il delitto del lago dell’Eur, pubblicato da Camunia nel 1987, Piccioli entra con grande maestria nel campo del noir, contaminandolo nell’immanenza dell’intreccio storico-politico e sentimentale, realizzando un’opera postmoderna, basata sulla sovrapposizione dei generi, operazione inaugurata da Umberto Eco nel 1980 con Il nome della rosa. Un acquerello ecologista è il romanzo di Piccioli Cuore di legno,

516TcdopAQL._AA160_edito da Rizzoli nel 1990, mentre nel 1998 Favole proibite e altre favole, crudele reportage sul mondo dei bambini, anticipa nel 2000 per Arlem L’erba di Auschwitz cresce altrove, un’altra incursione nella crudeltà e nell’indifferenza del mondo dei giovani di oggi.

I libri di Piccioli, veri e propri romanzi a tesi, strutturati come contes philosophique illuministi, interessati ad una laica volontà di promozione morale e libertaria, subiscono la suggestione delle possibilità di scavo offerte dalla psicologia, in cui la filosofia quasi si annulla per diventare terreno del paradosso. Psicologia, così come la intende Piccioli è discrasia, dicotomia tra individuo e collettività, dimostrazione di come un’idea diventi ideologia e di come un’opinione diventi voce del popolo. È l’uso dei mezzi a disposizione dell’uomo in un determinato periodo, nel rapporto tra i poteri, che fa il destino storico, che forma il fine a cui tendono necessariamente le azioni umane. In un certo modo pirandelliani, i romanzi di Piccioli si interessano alla verità per falsificarla, al fine di smontarne i presupposti e, nel lasciarla smembrata, provare la cancellazione dell’unità. Motivo filosofico predominante è proprio questo: la rottura dell’unità che non trova soluzioni, giacché l’unità non si scinde per realizzare e generare altre unità ma caso mai per testimoniare la propria frangibilità, e falsificabilità: questi frammenti di unità sono a loro volta segmentabili, negazioni di frammenti di unità. L’unità è dunque nient’altro che potenziale negazione di sé, giacché i pezzi che la costituiscono ne provano la mancanza di coerenza, di omogeneità. La sommatoria di queste negazioni è la Storia, che rappresenta lo scollamento ultimo o se si vuole la memoria che si insinua tra gli interstizi di tutti i frammenti che compongono il mondo. Si deve rimarcare che lo scrittore è sempre alla ricerca della verità. La verità, sottoposta al caso, è destinata a frantumarsi in mille parti che, una volta riassemblate, non ricompongono più l’unità originaria, essa è dunque il progressivo allontanarsi dall’unità; la storia degli uomini, piuttosto che l’orientarsi verso un fine, l’incamminarsi verso un obiettivo, costituisce l’allontanarsi da una verità iniziale ormai irriconoscibile e non più individuabile, una specie di viaggio alla deriva, un essere abbandonati alla deriva, ma di quale spiaggia? I legami tra le cose del mondo si sono disinseriti, c’è un molle ordine del mondo, un afflosciamento dei collegamenti, un venir meno delle connessioni e dunque delle regole –un cancro che si sta sbriciolando- un Dio che sta esaurendo la sua nostalgia nel caos, un venir meno dell’energia nel mondo che fa saltare ogni verità, ogni relazione. La storia non è un procedere verso il futuro ma lo scollarsi dell’origine, il tentativo dell’uomo attraverso la creazione di oggetti –dei mezzi di produzione individuati da Marx- di ritrovare il senso del principio, dell’unità, della verità. Ma questa strada conduce l’uomo a somigliare agli oggetti, ad allontanarsi dallo stato naturale per farsi contaminare da quello della macchina, del robot.

Per quanto riguarda lo stile individuale, nei romanzi Piccioli accenna con pudore e poi risolve con eleganza. Accenna alla storia per cercare la verità assolutamente smembrata e irriconoscibile nell’individuo, servendosi del pudore e dell’eleganza che concorrono a formare un tessuto narrativo quantomai logico –fatto di un impianto filosofico adattato all’irriducibile mistero del quotidiano, ultimo frammento dell’unità. Una scrittura leggera, sussurrata, un tono confidenziale coinvolgono il lettore, alter ego destinatario di tanti dubbi e di improvvise soluzioni e illuminazioni gnomiche, a lui è riservato il meglio di questo mondo, storie appassionanti e piccole commedie della vita i cui indizi tragici sono dallo scrittore a volte edulcorati: ma insieme autore e lettore devono spartire e condividere orrore e pietà, dolore e rimostranze verso chi o che cosa non si sa, forse verso il nulla che entrambi indicono. Indicono e anche indicano: il dito della parola è sollevato in alto non tanto per accusare quanto per confermare la comune sofferenza o angoscia, allegoria dell’uomo e dell’albero che si ergono contro il tempo in assetto verticale. Protagonista di Cuore di legno, l’albero, è il simbolo della civiltà che cerca di affondare le radici e di innalzarsi per proiettare sul mondo la propria ombra ovvero di proiettare il proprio potere ma viene abbattuta prima che abbia potuto compiere il suo ideale utopico di comunità perfetta. A nessuna civiltà è dato di giungere a perfetta compiutezza o a perfetto compimento, il tempo e lo spazio ne minano la possibilità cosicché nessuna cultura riuscirà mai a diventare la perfetta ombra di se stessa –la civiltà non riuscirà mai a coincidere con l’alto progetto dei suoi sogni, delle sue virtù. Anzi, ciò che continuamente si impegnano a distruggere gli uomini è il mondo in cui vivono e che hanno contribuito a creare, correlativamente, ciò che distrugge gli uomini è il mondo: “Forse il mondo è un albero, e forse un nido d’insetti che si vuota e si riempie in un tempo che ad alcuni sembra smisurato e ad altri effimero come un battito d’ali”, si legge in Cuore di legno (p. 110). E ancora: “Non può essere che la morte il senso di questa follia subitanea, la restituzione oscura e senza preavviso di quanto resta della spesa della vita, ma non si capisce perché devono essere gli uomini a farsene esattori”(p.111). La morte è la misura della follia del tempo, la restituzione di quanto offre la vita, senza che nessuno abbia pagato per impossessarsene o per liberarsene, per ordinarla a chi non ne sapeva nulla. Senza saperlo, si vive per salvare chi deve nascere, ma forse si fa talmente in fretta oggi che si finisce per mina le basi ciò che dovrà venire dopo. Il tempo si sta richiudendo sulla superficie brulicante dell’umanità oppure come un cappio ne sta sospendendo per aria quel senso –l’ombra- il sogno, i desideri di cui la specie si era fatta carico per essere degna di se stessa. Forse i sogni e l’umanità erano una verità non falsificabile, erano cioè un falso, una proiezione inventata dagli uomini stessi per nascondere la loro verità, quella della distruzione, dell’autodistruzione, della morte che non lascia spazio per il compimento, per la perfezione. Alla fine il tempo sfigura l’uomo, si prende gioco di lui, lo trasforma nella cattiva realizzazione di se stesso e cioè nella grottesca rappresentazione della sua maschera. Il problema consiste nel poter disporre a proprio piacimento del passaggio da una specie a un’altra, ma si può solo immaginare di diventare un’altra specie, non di più. “La vita non può essere vissuta ma solo rivissuta. L’abisso è il presente” (ivi, p.137).

Il penultimo romanzo di Piccioli, La Pescarina, L’età del cambiamento, esce nel 2005 per i tipi dell’ESA. Il romanzo ha una storia quantomai controversa, perché opzionato da Mondadori viene poi rispedito all’autore perché troppo corposo. Così dalle 400 pagine iniziali il romanzo viene ridotto alle 200 attuali. Alcune delle pagine del romanzo sono state pubblicate in anteprima nel volume da me curato nel lontano 1997 dal titolo Un parco per i sogni. Luoghi e paesaggi abruzzesi nella narrativa del Novecento pubblicato dalle Edizioni Noubs. Da queste splendide pagine si ricavano le trasformazioni del verde paesaggio abruzzese, stravolto dall’arroganza del potere e dei soldi, dalla folle corsa verso la nuova mistica della felicità protesa alla cattura del vitello d’oro della produttività. È questa l’età del cambiamento in Abruzzo, che giunge in ritardo – Piccioli l’aveva già espressa nel suo primo romanzo Inorgaggio, uscito nel 1966, a proposito dell’ambiente padano. E mi pare proprio questo il drammatico fondale del romanzo, lo sfiguramento del paesaggio d’una regione, che oggi, in tutta la nazione, si compie a colpi di condono edilizio, e la dose viene rincarata perfino da una legge criminale che autorizza i condoni nei luoghi ad alto valore paesaggistico. Questi condoni vengono reiterati senza il minimo interessamento a quel rischio geologico che invece attanaglia il nostro paese, e che ogni anno produce morti, le nuove morti bianche. Questa linea della distruzione non è solo opera di una parte politica ma anche paradossalmente dell’altra, di quella che in nome di un progresso privo di progettualità e di lungimiranza, a dispetto delle componenti ambientaliste che pure sono annidate in quella parte politica, contribuisce non di meno nella nostra regione a provocare la distruzione del paesaggio. Paesaggio che inutilmente viene tutelato da un articolo della nostra Costituzione. Quanta amarezza per coloro che hanno scritto un testo capolavoro un documento unico e irripetibile che oggi dovrebbe essere intonato al posto dell’Inno di Mameli e che invece viene vilipeso, calpestato. Lo sfondo del romanzo di Piccioli si conclude proprio con il baratto di un lotto destinato al verde che invece attraverso operazioni di politici e industriali diventa area edificabile. Da leggere è la pagina in cui il paesaggio è sorvolato in elicottero da un politico che così si esprime rivolgendosi a due giovani, un industriale e un architetto che sono con lui: “Le strade che vedete io le ho fatto da ragazzo con ogni tempo per vendere cianfrusaglie ai contadini… Ero un vucumprà, ma voi non avete neanche l’idea! Per avere più pulcini, mia madre covava le uova in seno… Che ne sapete voi? Tutti vogliono salire sul primo aereo per l’Europa, e voi che ci siete nati volete scendere… Cose da pazzi! Litigate e sperperate, e tutto vi è dovuto! Siete giovani avete tutto e siete scontenti… Certo, chi non ha qualche peccatuccio da farsi perdonare? Io sono un grande peccatore d’Italia, ma guardate che ben di Dio! Case, imprese, luoghi di svago!”. Questo discorso paternalista, qualunquista di chi in nome del progresso assolve i suoi peccati, ci chiarisce immediatamente la psicologia arrogante del parvenu, del nuovo ricco che in nome della ricchezza – ma di quale ricchezza, la propria, giacché quella collettiva si è già sbriciolata. Se dunque lo sfondo è tragico, sulla superficie del romanzo si consuma invece una storia che appare a lieto fine per la protagonista, Giulia Zambra, solare e avvenente ragazza, catapultata in seguito alla morte improvvisa del padre, nel mondo dell’azienda di famiglia che dirigerà con la capacità del miglior uomo d’affari, affrontando e risolvendo a suo favore le situazioni più difficili.

Nel secolo che muore correndo, nella nuova età dell’oro che sembra succedere agli anni di piombo, i protagonisti – oltre a Giulia, Piero, di cui è innamorata, Luigi, amico d’infanzia, e Bruno, giovane titolare dell’azienda concorrente-   cercano di cavalcare il sentimento del tempo, il sentimento del secolo che muore in un altro neppure immaginabile, che reca spaesamento, ansia, solitudine. Se nei precedenti romanzi Piccioli si è consumato in un’analisi profonda della storia, in questo egli sembra quasi voler sprofondare le vicende personali in quella più ampia della storia collettiva e chiedere ai personaggi il senso di questo sprofondare nella palude del destino collettivo. I giovani protagonisti si coalizzano per combattere questo toro e prenderlo per le corna. Giulia, Piero e Luigi, amici da sempre, fondano la loro forza sul gruppo: “Avevano un eccellente senso d’orientamento e uno spiccato istinto di cordata”. Per tutti, è Giulia a cavalcare non simbolicamente ma effettivamente un vitello in carne e ossa ricoperto di una polverina d’oro che viene ostentato sullo yacht di Bruno Mei, nel corso di una festa. È la prima crepa: Bruno Mei, nel suo abito bianco, è la vita vera, che non ha niente a che fare col dolore. Al vertice opposto, Piero, ingegnere, di cui è innamorata Giulia, sente le avvisaglie di un malessere del tutto inspiegabile. “Forse perché siamo tutti malati”. Di questa sensazione egli si fa prendere e dominare tanto che finisce per scegliere una vita diversa:”La nostra vita è fondata sul principio dell’affermazione, che si fa sul confronto continuo della violenza”.   Egli anticipa e conduce i passi di Giulia, la prepara alla lotta che ella dovrà condurre contro tutto e tutti per far trionfare l’azienda. La induce a scegliere la vita “come si sceglie una cravatta” e a indossare l’azienda come una corazza. Piero anticipa anche il destino di Luigi, al quale confida: “E tra noi non è come prima, anche se non è stato detto esplicitamente”. Imparano a fingere, a non confidarsi tra di loro, e il silenzio viene a coronare le loro vite. Parallelamente, nella società: “Qualcosa era cambiato anche nell’atteggiamento dei lavoratori. Voltavano le spalle agli anni di piombo, senza sapere dove andare. Come non sapessero più quale fosse il loro avversario, erano stanchi   di rivendicare più denaro e più tempo libero, ottenuti i quali erano più poveri e meno liberi di prima”. Nel mondo che cambia, è Giulia il cambiamento, ma è preda di Piero, colui che ordisce la trama dei destini, e che spinge Giulia a sposare Luigi. Giulia si ribella e nel tentativo estremo di attirare a sé per sempre Piero, si fa ingravidare dall’uomo. Sposerà Luigi, come Piero vuole, ma partorirà dopo sette mesi il bambino suo e di Piero. Piero scopre di essere forse anche lui un violento, di una violenza sommessa. La prova gliela fornisce l’amico Luigi, quando gli confessa di essere diventato tossicodipendente. Giulia non sa nulla ma anche stavolta lotterà caparbiamente per strappare il marito dal pericolo. Gli darà un figlio, ma non basterà, perché Luigi morirà per overdose. Nonostante tutte queste traversie, Giulia riuscirà a trionfare sull’azienda concorrente di Bruno Mei, ma finirà per sposarlo concludendo un’alleanza di sentimenti e di potenza industriale.

Romanzo di grande discrezione, di sentimenti inespressi, impalpabili ma intensi e lancinanti, violenti proprio perché celati, La Pescarina ci insegna che il pudore è il risultato di una tecnica sapiente basata sulla tenacia con cui si aggioga l’animo, piegato per tempi lunghissimi alla scuola del nascondimento dei sentimenti. Con l’abilità che gli è propria, con la forza del paradosso di cui è maestro, Piccioli individua nel pudore la tenacia di questo secolo, che sembra arrogante e superficiale, e invece dimostra di essere smarrito, e di custodire i sentimenti nel profondo. L’incomunicabilità è nell’inespresso, nel pudore di una società che invece sembra basata sull’apparire, sull’esibizione continua di sé. D’altronde, la vita si è sempre giocata sul principio dell’affermazione, principio che oggi viene incautamente rivelato e non più prudentemente e ipocritamente rimosso. E’ Piero a illuminare Giulia su questa verità: “La nostra vita è fondata sul principio dell’affermazione, che si fa nel confronto continuo della violenza. L’ho veramente capito facendo la vita comoda, qui in un’azienda europea, in una città europea, e frequentando persone come te e Luigi”. La società che viviamo è una società violenta ma anche completamente generosa: “Quanta violenza si nasconde in un atto di generosità”, scrive l’autore. Il pudore può generare però indifferenza a se stessi, allorquando i sentimenti di amore e del possesso non vengono trattenuti nell’intimo o riversati sulle persone ma scaricati sulle cose. Allora subentra il denaro, simbolo che riassume in sé tutti i rapporti che l’uomo crea mediante gli oggetti e per mezzo loro. Quando i sentimenti e le passioni vengono trasposti sulle cose, i sentimenti si pietrificano, diventano freddi, si trasformano in materia e muoiono. Luigi rimprovera Giulia: “La tua bravura sta tutta nella tua superficialità fatta materia, che, a differenza dello spirito, è onesta perché è tutta qui e ora. La materia è onesta perché è una; lo spirito è infido perché è plurimo. Tu, tutta materia (anche le tue lacrime sono materia) sei leale perché sei tutta nel presente”. In realtà Luigi sta leggendo dentro di sé e proietta la sua condizione di uomo che ha trasposto nelle cose i sentimenti, che si è scheletrito come pure Piero, deluso come molti sessantottini pronti a convertire le loro ambizioni alle lusinghe della computerizzazione, per trovare nella tecnologia la possibilità di dominio invano cercata nel sogno collettivo. La persona più vera e leale è Giulia, abbandonata da tutti forse perché ricca, bella e donna, costretta a una sorta di espiazione: “Quanto più sola si sentiva tanto più si ripeteva “Non sono sola e non lo sarò mai” come se la solitudine fosse una vergogna. Allora cresceva l’insicurezza e l’orgoglio, che le faceva pensare tutto il contrario di quello che aveva pensato. Non m’importa niente degli altri! Finché sarò indipendente nessuno sarà sopra di me. Non devo ringraziare nessuno e non avrò mai bisogno di nessuno. Neanche a lui ho chiesto niente l’altra notte… Nè il giorno dopo”. Giulia è una sorta di eroina che si pone di fronte a Bruno Mei, il ricco figlio di papà, all’onorevole Cavatorta, il potente uomo politico, a Lamberti, il banchiere che può sui destini di tutti, ma si oppone anche ai suoi amici più cari e amati, a Piero e Luigi, i quali, da intellettuali impegnati, incapaci di proiettare su se stessi le contraddizioni personali, le riversano sugli oggetti, tanto da non riuscire più ad amare ma a vivere prevalentemente di nostalgia e insoddisfazione. La donna riesce a sviluppare meccanismi mentali di contraddizione e a trasformare simbolicamente la sua insicurezza. Ella rappresenta anche una faccia della giovinezza, quella vitale, mentre Luigi e Piero ne mostrano l’altra, figlia dell’infelicità radicale, dell’insoddisfazione. Se il giovane fosse pienamente felice, sarebbe ovvio, scontato; la giovinezza coinciderebbe banalmente con la retorica di se stessa.

Nella Pescarina l’idea iniziale, il fatto, sono da provare, da sottoporre al vaglio della riflessione. Piccioli si muove dall’idea per giungere alla cronaca e all’intreccio quale operazione di falsificabilità del concetto iniziale. È uno scrittore di razza, a differenza di tanti scrittori dei nostri giorni che partono invece dalla cronaca e lì restano. Egli è interessato alla vita, alla sua sostanza, in cui si consumano l’inferno e la bellezza sfolgorante di Giulia. Senonché, la bellezza comporta l’annichilimento di qualcosa d’altro: non c’è bellezza se non c’è qualcosa di meno sfolgorante, ovvero di un buio che rende ancor più brillante la bellezza. Tutti collaborano affinché la bellezza sia sfolgorante e l’ombra più netta e avvolgente. Commistione che l’uomo è capace di creare: e questa bellezza è nel corpo, negli oggetti, nello spirito, nella coscienza di chi vedendola e percependola contribuisce a renderla vera, attuale. Il compito degli uomini è da collaborare col mistero col nulla affinché qualcosa sia e risplenda, contornata d’ombra. Compito dell’uomo è far risplendere e ombreggiare, chiaroscurare, ma anche attenuare acquerellare o vivacizzare, sgargiare, abbagliare. L’uomo non è nulla, ma un aiutante del nulla, non è l’essere, ma la sua stampella. Senza volerlo, tutti, nei romanzi di Piccioli, collaborano a fare storia, a creare quella bava di cui lasciano i fili e quelle orme di cui lasciano traccia dietro i passi e che qualcuno interpreta come storia. La storia degli uomini è, nel piccolo spazio di un romanzo, storia della loro vita, evento rivelatore: forse un caso, oppure un segno del destino, il momento in cui la luce è stata percepita da qualcuno e che un altro è chiamato a testimoniare (collaborando a quella scoperta o a strapparla, a cancellarla, a rinnovarla). Sebbene i protagonisti dei romanzi di Piccioli siano persone riflessive a volte dubbiose o vaghe, e la loro vita sia un rendersi conto di essere di fronte a qualcun Altro, visto come l’Irrespingibile, colui che prima o poi verrà o continuamente per rivelarsi, come alter ego, come cavo dell’ombra o della luce in cui l’ io va a sfaldarsi e a sprofondare ad annullarsi e a rivelarsi ad annunciarsi e a chiarire il proprio sé, l’uomo di Piccioli è mistero che si dischiude nel momento dell’invenzione dell’altro ed è subitaneo rinchiudersi del personale svelarsi in un’ombra, in una sfera di luce, parte di un Altro, di un Sé.

Negli ultimi anni, Piccioli si rinchiude in un silenzio di delusione, di sorpresa, di pudica, orgogliosa riservatezza nei confronti di un mondo che non gli riserva la dovuta attenzione. Le case editrici si legano sempre più al fattore economico, subentrano giovani rampanti che trascurano la vera grande letteratura per quella di consumo o di genere, considerata più “attuale”: Piccioli, colpevolmente ignorato, si affida alla comprensione di piccole case editrici abruzzesi come le Edizioni Noubs, che ristampano Espistolario collettivo e ne fanno anche una versione per le scuole a cura di Umberto Cerio, scrittore molisano, Carabba pubblica nel 2007 una raccolta di racconti Safari alla bambola rossa. Racconti paralleli e racconti reportage di persone e animali, nel 2010 l’ultimo romanzo, Tesi di laurea, libri che però passano sotto silenzio, mentre, grazie all’attenzione di uno degli ultimi intellettuali veri, militanti, un giovane teramano, dotato di una sensibilità oggi non comune, Simone Gambacorta, Piccioli viene di nuovo posto al centro dell’interesse, con la pubblicazione, da parte di un altro piccolo coraggioso editore abruzzese, Galaad, di Africa vivi!, splendido reportage sull’Africa, e di Tempi simultanei, uscito nel 2012, un’intervista sulla sua figura di scrittore e di uomo a cura dello stesso Gambacorta. Lo scrittore muore nel 2013 a Roma. La sua opera attende ancora un risarcimento che gli è dovuto. Piccioli è stato uno dei più grandi scrittori del secondo Novecento, non si può lasciare il suo nome nel dimenticatoio.

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