DINO DI LEO, L’UNICO POETA BEAT ITALIANO


IL POETA DELLA REGGIA CELESTE

È giunto il momento di stilare i primi consuntivi riguardanti la letteratura del Novecento, di consegnare a redazioni riassuntive i diversi fenomeni e le linee portanti di una storia secolare, nonché di soppesare il ruolo delle correnti, delle riviste, di valutare oculatamente il prestigio dei nomi, delle opere che agitarono quella che fu fertile e complessa area densa di innovazioni, dibattiti, polemiche, confronti, convegni. I critici militanti più temerari potranno giurare su nomi, parteggiare per alcune opere, e sarà forse per l’ultima volta, visto che con molta probabilità il secolo ventunesimo segnerà la fine della specie umana. Se de gustibus non est disputandum eccomi pronto a squadernare i titoli dei romanzi italiani a mio avviso più densi del ventesimo, che sono stati: Horcynus orca di Stefano D’Arrigo, Giù la piazza non c’è nessuno di Dolores Prato. Gli autori più notevoli, Luigi Pirandello e Italo Svevo. Nella seconda parte del secolo, molto al di sotto del valore dei primi, Giorgio Manganelli ed Ennio Flaiano.

Le prove letterarie più riuscite in Abruzzo, Fontamara di Ignazio Silone ed Epistolario collettivo di Gian Luigi Piccioli. Notevoli anche alcuni romanzi, innanzitutto tutte le opere di Luciano Ricci, scrittore di valore nazionale (Winné degli altipiani, All’ombra della coda, Sottilissimi cammelli, La farfalla rossa), Se un Dio pietoso (1996) di Giovanni D’Alessandro, ravennate ma abruzzese d’adozione, la raccolta di racconti Madrigale di Giulia Alberico (1999), Sushi Bar Sarajevo di Giovanni Di Iacovo (a cui è stato attribuito il premio per la migliore opera prima nella quarta edizione del “De Lollis”, 2006).

Nella poesia della seconda parte del Novecento trova dignitosa collocazione la figura eccentrica di Clemente Di Leo, meteora nel cielo della lirica italiana del Novecento, non tanto per la sua trascurata presenza, quanto per la sua breve esistenza, che si svolse a Colledimacine, paese costituito di piccole case bianche simili a ordinati, quadrati fazzolettini adagiati sulle falde della Maiella orientale, dove il poeta nacque il 30 marzo 1946 e dove morì il 5 luglio del 1970, a ventitre anni, a causa di un infarto dovuto a una malattia congenita.

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Clemente Di Leo è forse l’unico tra i poeti italiani ad essere ascrivibile nel novero di coloro che appartennero al fenomeno della beat generation, ovvero a quel gruppo di scrittori on the road (1) che contò tra i suoi rappresentanti veri e propri “profeti”: Allen Ginsberg, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti. Essi, nel corrispondere a un’esigenza di rinnovamento sociale, sensibili nel percepire i limiti di uno sviluppo capitalista postfordista defluito nel consumismo, si mostrarono pronti a rendere noti i loro dubbi, a richiedere maggiore democrazia e libertà, affinché fosse riservata più attenzione alla dignità dell’individuo e venisse regolato e non liberalizzato il mondo dell’economia, facendosi inquieti promotori ed esponenti di una nouvelle vague che predicò un rinnovamento non solo politico ma anche e soprattutto linguistico e stilistico, e si richiamò ai valori della strada come luogo di incontro e di comunicazione libera e aperta, di confronto e scontro, di contestazione della società.

Di Leo appartiene a questa scuola senza adesioni programmatiche o manifesti. La sua scrittura spontanea, sincera, stesura immediata di un testo pensato e recitato a voce alta, con effetti teatrali, è costituita di “frammenti lirici” (2) destinati al pubblico, all’ascolto più che alla lettura, frutto di un diario che strappa energicamente alla vita la sua parola poetica e ne fa risonare il palpito in un “coup de théatre”. Versi che non ammettono repliche, perentori, precisi come un “colpo di pistola”, incisivi e definitivi, a guisa di proiettili usciti dalla canna in avvitamento su se stessi diretti a centrare il bersaglio e ad esplodervi internamente con un rumore sordo, perché ricordo del ritmo ossessivo del mondo, scandito dai battiti continui del cuore, perché richiamo e offerta dell’ascolto, delle vibrazioni sonore del respiro polmonare che cattura il soffio del cielo e della terra e lo restituisce sublimandolo.

   Il cantore di Colledimacine e della Maiella accoglie e ascolta della vita ogni parola per trasformarla in secca precisa domanda che si rivolge all’esistente e provoca un effetto lacerante, una vertigine a cui non si può non aderire e a cui non si può rispondere: la vita di questo giovane ragazzo combacia con la poesia, la vita è il programma e il manifesto della sua poesia, vita quale urgenza di dire, di raccontarsi, di confessarsi, e anche di celebrarsi o di commiserarsi. Egli avverte un genio, un fuoco che lo divora dall’interno e che lo trasforma in una specie di bacco, di dio invasato dall’ebbrezza, schiavo di una condizione di cui, nonostante tutto, è cosciente: “Poesia, strega rimbambita/- meravigliosa quando non mi giro a guardarti -/forse amo te, la vita.// Ho creduto sempre alla vita/ come a uno spettacolo:/ sono tanti 22 anni di teatro“. La sua esperienza si compie sul filo del rasoio della spericolata coincidenza e sovrapposizione di opposti; la triade vita-poesia-amore rischia del continuo di rivoltarsi in quella morte-teatro-disillusione, il gioco funambolico si svolge sul limite del precipizio, dell’abisso in cui il senso dell’una può venire immediatamente risucchiato e vanificato nell’altra, a causa di un’esigenza di verità che forse è la dimensione entro cui si incanala tutto il discorso letterario di Di Leo, nel colloquio stabilito con un fantastico o individuabile “tu”, approdo alle certezze interiori, costituito, di volta in volta, dalla poesia: “Poesia, mi corri dietro come una puttana“, oppure da una donna, ora da se stesso, ora da qualsiasi elemento della natura o rappresentante del mondo culturale: “Scekspir, ti odio./ Il tuo volto è sciatto/ come viscido è il tuo cuore;/ non sei un uomo tu./ Sei uscito dal palco dei secoli/ come un attore mascherato/ (…) / A te figlio di macellaio/ che non sai dirmi se un bue/ va ucciso alla testa o alla coda,/ vorrei insegnare come im un minuto/ si scortica un coniglio“. Sorprendere, provocare, per far esplodere dentro l’ascoltatore il colpo di pistola della giovinezza, la condizione aurorale del mondo, e sventolare il manifesto della bellezza, della verità, dell’onestà, dell’urlo, dell’istanza di miglioramento delle relazioni umane basate comunemente sull’ipocrisia: “Dopotutto torno sempre a galla/ come un delfino un’aquila una stella./ È brutta la vita scura del verme/ ripugnante quella del ragno/ che tesse trappole e si ritira:/ vuoi mettere un gambero con un bucaneve?/ Ma neanche per scherzo!/ Il mio corpo è una quercia verde/ e passo per le strade come un guappo:/ saluto gente che non conosco/ piglio una pesca ai fruttivendoli/ con la scusa dell’assaggio/ cavo un sorriso agli autisti/ che frenano sui miei piedi./ Olà siamo tutti in gamba!/ La vita è una creta che puoi modellare come vuoi/ una mazza fresca su cui puoi intagliare/ qualsiasi disegno!“. Cantore della libertà, concorre con la vita per strapparle più cose possibili, la vita è rubare verità, parole, amori, sogni. Poeta maudit, illuminato da una forte ispirazione che sugge alle fonti calliopee, egli esprime una visione romantica, all’interno della quale crea la figura mitica di un io che vive nel mondo naturale e boschivo come un Satiro, oppure come un redivivo Virgilio che però non deve niente a nessuno, che non accetta compromessi e soprattutto è felice nel suo ambiente ed esalta il corpo come strumento e contenitore dei luoghi dell’Abruzzo: questo sancisce la sua assoluta distinzione da ogni altro uomo, e soprattutto da ogni altro scrittore, sentendosi poeta per istinto, più che per cultura, e rigettando tutti coloro che lo hanno preceduto: “Montale Quasimodo Ungaretti/ (…)/ Siete tre ruscelletti magri/ e tutti e tre avete avuto la colite“. Contesta il mondo letterario contemporaneo, pieno di ipocrisie e borghese, controllato da viscidi poteri e da industriali della carta: “Oggi la letteratura è critico-feudale,/ non puoi presentarti a Curvier/ senza il permesso del Consiglio di Stato./ (…)/ devi pontificare/ amare (…)/ un colonnello, ti manca il passaporto/ la firma dell’editore“.

Ciò non toglie che Di Leo sia scrittore colto, lettore appassionato e compulsivo, i suoi riferimenti sono Majakovskj, Apollinaire, Garcia Lorca: egli è forse il Majakovskj italiano. La sua poetica è già totalmente compiuta nei Frantumi di una reggia azzurra, in cui si dice, con paradosso filosofico, che nascere è vivere senza conoscere e che non si conosce se non ci si annulla: “Mi sono ritrovato/ con un nome/ tra pietre;/ e senza risposte mi consumo con loro“. La pietra, simbolo della sua terra di montagna, è l’essenza impenetrabile delle cose che “ognuno si deve spiegare“. Bisogna afferrare, prendere con forza se si vuole conoscere, ma per ottenere tutto questo, occorre prima illimpidirsi, rendersi più chiari a se stessi, cercare la verità. La durezza della conoscenza si raggiunge solo tramite il divenir equorei, trasparenti, e soprattutto grazie al personale trascorrere attraverso il vuoto degli elementi che costituiscono il mondo. È solo diventando vuoti, capaci di accogliere gli elementi del vuoto del mondo – acqua, terra, fuoco, aria – che la verità si consegue, grazie a una metamorfosi che dall’immobilità consegue l’immutabilità, dall’esplosione consegue la fermezza, dalla passione conquista l’atarassia: “Quando vuoi vincere devi piegarti come un salice“. Di volta in volta il poeta dovrà riempire il vuoto del mondo che già lo colma, diventare il proprio corpo e cioè farsi possedere per sempre dalla terra. Stupisce incontrare nella poetica di Di Leo una visione Zen, concezione filosofica orientale che rivela le linee di uno studio ampio, “matto e disperatissimo” di un “profeta” ancor giovane. È proprio a questa filosofia che Di Leo deve la sua particolarità stilistica, la sua cifra individuale. Egli svuota la propria interiorità ogni volta, per lasciarsi attraversare da onde sempre nuove del mondo, alla ricerca d’una verità che colga l’attimo come un’illuminazione. Ciascun segmento di verità confluisce nel diario complessivo, nel giornale di bordo che descrive la temperie il clima delle acquisizioni quotidiane, segnando passo dopo passo il lento avvicinarsi e sovrapporsi di vita e poesia che culminerà nell’ultimo colpo di pistola, quello che metterà fine alla vita.

Lo spavaldo padrone del nulla e l’arlecchino della commedia dell’arte della vita compongono un diario intimo, la cronaca della continua metamorfosi, delle mutazioni nelle forme della “Contea dei ginepri”: “Sette ginepri, un ciuffo di margherite, / (…)/ Questa è la Contea dei ginepri;/ ma devi spaccare la scorza delle querce/ con un pugno – tanta è la forza/ per poterci vivere”, nelle querce e nei dirupi d’Abruzzo: “Dirupi d’Abruzzo sono la mia reggia./ L’ho colorata d’azzurro con la mia voce/ frantumata in getti di parole“, nell'”erba soffocata/ di chi non ha saputo trapiantarmi” e infine nella notte di Venezia, dove diventa arte egli stesso dovendo comunque passare attraverso il vuoto: “io goccia di Venezia notturna e solitaria/ dove spenti ora giacciono tutti i palazzi/ e le pitture bellissime/ e tutto ciò/ che andava sotto il nome d’arte,/ per cui mi credo ancora eterno e sacro/ e sono sono morto“, ed è così, nel bagno nella morte della Venezia notturna e nella sua rinascita come arte incarnata, che il corpo “sacro” del poeta finalmente può compiere e dispiegarsi in canto assoluto: “Fui musica soltanto, la musica/ che non ha pernio né occhi che sanno/ guardare per apprendere e restare/ in uno dei sensi infiniti del mondo./ Ebbi l’essenza delle bestie, del cemento/ e dell’erbe che sono a terra nella loro/ materia; – la musica che a loro non serve/ e s’alza dai freddi pianeti“. A poco a poco, il poeta si indurisce, ovvero diventa conoscenza, ingloba la materia. Non è lui che si trasforma in natura, ma è la natura che entra in lui, fattosi vuoto, cassa di risonanza. Nella raccolta Una lunga puzza egli diviene poeta, anzi, “razza di poeta“. Animale di palcoscenico, perché il palcoscenico del mondo è entrato in lui, con un’esplosione che è un colpo di pistola: “Mi sarei impiccato da un pezzo/ se la parola non mi scoppiasse/ quando sto camminando alla gola“. Egli è zufolo per la musica che il mondo vorrà eseguire nel suo corpo, le cui note principali sono due, quelle della tenerezza scabra ed essenziale da una parte, e dall’altra quella della spavalderia ironica, della sfida lanciata all’essere. Ecco una serie di frammenti perentori che mescolano tenerezza e ribalderia: “Sono un ragazzo e diecimila folletti./ Mi si rimprovera la pazienza del vetraio./ Mi escono bottiglie quando voglio damigiane./ Al timone ho messo un pagliaccio di fiori./ Il mare, il mare sotto, galoppa./ Per me la vita è una scorpacciata di pesche./ Per i più la vita è consolazione“. Dura è la scoperta dei limiti, degli inganni che possono rodere la felicità della possessione panica, la scoperta della morte e del trucco economico: “D’estate, una notte/ con l’onde che andavano e tornavano/ guardavo il mondo con gli occhi di un felino/ e lo stringevo in pugno/ come un passero striminzito./ «Qui è la vita! Qui!»/ avevo in me un urlo,/ e mi parevano candeline di torta le stelle/ e il cielo un guscio di conchiglia./ Strappai con te rose dai cespugli/ (…)/ ma del trucco economico non mi accorsi“. I rapporti umani sono regolati dai giochi economici, da un trucco che condanna l’uomo alla schiavitù. Sembra sia questa la vera condanna contenuta nel libro della Genesi, che colpì Adamo ed Eva: la maledizione della truffa dell’economia. È questo il Limite Originale, che condurrà lo schiavo sisifo a morire sotto il peso del suo stesso fare: “Le aziende tirano il consuntivo./ 250.000 frullatori/ 100.000 frigoriferi/ 75.000 e rotti frigoriferi./ Continuando sempre così/ avrete un televisore per angolo/ un frullatore per pero/ un frigorifero per stanza./ Finché il palazzo frana“. Scritto nel 1968, questo poema profetizza con quaranta anni di anticipo quel che sta accadendo all’uomo e alla sua economia, al trucco che lo sta distruggendo e che lo porterà all’estinzione, perché l’economia non si può fermare, il PIL non si può abbassare e dunque si aspetta impotenti che tutto ci crolli addosso.

Come per i poeti della beat generation, così anche per Di Leo la scrittura letteraria, nutrita di interesse per i comportamenti e i rapporti civili, sviluppa una globale contestazione politico-sociale dalle tinte anarchiche e arcaiche allo stesso tempo, perché radicale e arcaica espressione di ribellione a ogni potere e a ogni ideologia o religione. Di Leo muove una critica all’uomo attraverso la voce e il pensiero della natura, del principio universale secondo cui la vita è bios, gioia, sesso, riconoscimento istintivo e naturale dell’altro, mentre nel consesso umano ipocritamente si lotta per la supremazia, con inganno e falsità. Quella di Di Leo non è una critica qualunquista, ma radicale, metafisica: all’Uomo, all’Umanità che crea chiese e partiti e ideologie e muri per sentirsi più protetta da non si sa quale mostro – forse da se stessa. Le chiese e i partiti che dovrebbero liberare le masse invece servono per soggiogare i più e per privilegiare i pochi. Scrive nell’atto unico “Arlecchino”: “E che fanno loro, gli operai (…)? Una massa d’imbecilli! (…) Pecoroni che hanno bisogno del frastuono di un barattolo per camminare, per vedere la testa della vipera che è grossa come una montagna. E allora! Se la testa della vipera è qui, di fronte a noi, grossa come una montagna, e la nostra truppa è di gran lunga quella dei più, oltre ad essere quella che ha in pugno la bandiera della Verità, abbiamo noi la roncola per mozzarle la testa (…)?” No, il popolo non si ribella come potrebbe, non taglia la testa alla vipera pur avendo in mano la bandiera della verità. Perché? La risposta viene data poche righe dopo: “I Gran bastardi li lasciano asini, ed essi asini vivono e muoiono. Sono pronti, anzi, a scannarsi tra loro a chi primo può prestare il muso alla briglia del padrone”. Non manca la critica ai falsi contestatori: “Prima un sacco di ciance, poi quando la società vi ha assorbiti, restate tutti ad ammuffire con un lucchetto sulla bocca”. Già in quegli anni percepisce i loschi affari che si nascondono dietro lo sport nazionale: “I calciatori che sono diventati, se non ventidue pulci che succhiano l’anima e i soldi di milioni di persone?”. Il Sud è stato sempre vilipeso e sfruttato: “O VOI DELLA BASSA,/ FATEVI PRETE O CARABINIERE/ O FILATE CON GLI ALTRI IN GERMANIA“, annuncia il banditore del Gran Regno d’Italia. Disdegna la violenza e, con anni di anticipo sugli eventi, Di Leo esprime la sua condanna nei confronti di quel movimento armato che insanguinerà le contrade del nostro Paese: “Non si cambia il corso di uno stato/ premendo il grilletto contro il presidente./(…)/ Vengono poi i ministri il parlamento/ i generali coi loro soldati-robot ed armamenti/ a rimpiazzare uno identico a questo“. Feroce è anche nei confronti dei comunisti: “Signori comunisti,/ la vostra politica è religione./ Non siete voi le vittime/ (e quindi, gli eroi)/ del capitalismo./ Attuando anche le vostre idee/ (che sono pure le mie,/ con la differenza/ che le mie partono dalle viscere)/ non vi spetterebbe/ più di quanto avete./ Vi vergognate quindi di voi stessi/ dei tappeti/ che avete nelle case/ e vi mettete dalla mia parte/ per riscattarvi“. Gli uomini di partito sono demagoghi che pensano solo alle loro tasche, ad arricchirsi impunemente (con l’immunità parlamentare, ovvero ponendosi al di sopra della legge che invece, come recita la Costituzione, dovrebbe essere uguale per tutti). Esprime una forte condanna nei confronti di tutti gli uomini della parte ricca del mondo che non si scompongono di fronte alla povertà dell’altra: “Non so come possa esserci tanta sporcizia e tanto lusso./ Vedo scritto “Ipocrita” su ogni fronte d’uomo“. Il sistema creato dall’uomo è contro l’uomo, ma nessuno se ne accorge, perché inebetito, reso “asino” dal potere: “Le porte sono tutte numerate/ e tu non sei che un numero/ in questa città alveare:/ se metto 25 invece di 30/ non ti arriva la mia lettera./ Poi sarai un numero di tomba/ che depenneranno appena i palazzi/ avranno invaso la pianura/ e ci abbisogna un cimitero nuovo“. Il processo di distruzione, del falso progresso creato dall’uomo è irreversibile, e non conosce soste: “È qui la verità, su queste fasce d’asfalto/ che ci uniscono in questo lucido tritacarne/ qui dove ogni umana conquista – e restiamo!-/ ci prepara a una nuova disfatta“. L’ultima verità enunciata da Di Leo è proprio questa: qualunque cosa l’uomo faccia, sarà assorbita dal mondo del trucco economico, e servirà per l’avanzata della disfatta, della distruzione. “Uomo, figlio di cane (…)/ quando avrai in mano la radice di ogni emozione/ e taglierai al pari della carne le unghie della tua stupidità/ (…)/ e mollerai per forza l’osso che spetta al tuo vicino,/ allora senza parole, verrò a sedermi al tuo tavolo“.

Penso a Dino, se fosse vissuto più a lungo. Sarebbe diventato un grande scrittore, avrebbe compilato romanzi, saggi. Privo di chiese e di partiti, sdegnoso e superbo, oggi continuerebbe a consumare nella sua torre d’avorio gli ultimi spiccioli di bellezza concessi al vivere, per spartirli con gli amici, seduto al tavolo dei giusti. E non sarebbe poco.

MASSIMO PAMIO

 

Questo breve saggio è stato pubblicato sulle riviste: Oggi e domani, Ediars, Pescara, maggio 2009, e su Poeti e poesia, Pagine, Roma, n. 18, dicembre 2009.      imgres-1         Mariannina, madre di Clemente

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