SU GIUSEPPE BOARETTO di Luciano Troisio


Tra le più esaltanti, memorabili, straordinarie giornate della mia vita (accantonando ovviamente le molte prioritarie dedicate a fanciulle divine), annovero quelle che ho passato in compagnia di grandi artisti, poeti, pittori, incisori illustri. Potrei narrarne un ilare edenico volume intero.

Giuseppe Boaretto mi ha concesso l’onore di visitare non tanto le sue opere (che libere campeggiano in grandi lussuosi alberghi termali e affollate sedi di opulenti congressi), ma addirittura il suo misterioso Studio, vietato ai più.

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Per arrivarci bisogna salire un ermo colle (modicus collis adsurgit); noi ci siamo andati in macchina, tra gli alberi, non esiste una vera strada, ma un prato folto, cosparso di ricci di castagne e nocciole. Il tutto appena al di sopra della piscina termale più profonda del mondo, in quel di Montegrotto Terme (Padova).

Giuseppe Boaretto è il signore di questo regno fatato, dove ha costruito il suo originale Studio (non finito, perché bloccato dalle autorità del Parco dei Colli Euganei di cui fa parte il terreno). Difficile da descrivere: le pareti esterne di spesso intonaco bianco poroso sono ricoperte da scritte aforistico/apotropaiche, profonde parole poetiche in azzurro, c’è anche, isolata esterna, una colonna/obelisco altissima, in mattoni, costruita da lui in persona, come altre strutture in tondino metallico, sculture colme di significati, di singolari transiti iniziatici. Avevo con me l’inseparabile protesica Nikon made in China e intanto, ancora nel bosco, scattavo intervistavo conversavo amabilmente in attesa che arrivasse Giovanni, uno dei 17 nipoti (ci avrebbe aiutato a spostare cavalletti e sostegni delle enormi tele prive di telaio).

 

[Mentre realizzavo istantanee al Maestro e al suo basco civettuolo, arrivano 3 bambine di sei anni e un bambino di cinque. Allegrissimi, bellissimi, ben vestiti, disinvolti mi mostrano le poche nocciole che hanno raccolto. Parliamo fittamente, è un’occasione rara per me parlare con bambini, scatto a razzaio una ventina di pose (i mocciosi non stanno affatto in posa), ovviamente anche insieme a lui, sul prato, con i nocciòli, i castagni, con l’edificio per location, e lui si preoccupa che i bambini irrequieti non si inoltrino tra le erbacce periferiche dove giacciono negletti altri tondini di ferro arrugginito. A questo punto la bambinetta più alta mi chiede se la casa è mia. Io rispondo che è del nonno. Lui allora prontamente chiarisce che non ha mai visto prima quei bambini e scopriamo che sono fuggiti dalle loro madri in apnea nella piscina più profonda del mondo.]

 

Arriva Giovanni col mazzo di chiavi. Entriamo, il vano è colmo: centinaia di tele in lieto disordine. Dice che in tutto ne avrà più di 2500. Ascolto in religioso silenzio le molte informazioni che mi fornisce. In queste circostanze resto attonito, dipendente, sono invaso da una gradevole calma, mi sembra che le parole degli artisti siano prezioso nutrimento, un dono inestimabile, l’interno è davvero una confusa favola. Noto subito che la luce proviene da una grande obliqua vetrata sopra di noi, ma anche da un paio di finestre il cui vetro è stato dipinto, in blu e bianco tanto da essere scambiato per quadro luminoso. Già soltanto la luce del giorno genera degli effetti strani. Scatto con vari sistemi, le immagini valorizzano colori di per sé intensi, degni di grandi impressionisti, (di Van Gogh impazzito di luce). Le tele sono in genere di notevole formato, tre-quattro metri per due. Presuppongono grandi pareti, ambienti molto spaziosi, di rappresentanza, che permettano di ammirarle complessivamente, anche da lontano.

Giuseppe Boaretto, classe 1928, è un grande artista, soprattutto pittore ma anche poeta. Isolato, modesto, poco noto in patria, con quotazioni astronomiche a Londra, Stoccolma, Berlino. E questa sua condizione emarginata (che per la verità egli condivide con molti altri grandi artisti, schivi di carattere o nauseati dal mondo volgare e ritiratisi, quasi oltraggiati dal Nefando dell’esistenza, in volontario -anche opulento- romitaggio), mi fa ricordare che un paio di volte, visitando alcune grandi città del Nord Europa, ho scoperto con stupore che le grandi monumentali celebrate sculture metalliche al centro delle piazze principali, erano di autori trevisani.

 

Boaretto ha girato il mondo: Europa, Africa, Tahiti, America; e ovunque ha lavorato, dipinto, registrato appunti, disegnato, scritto. Io come pensionato, non mi sento ormai all’altezza di scrivere una vera nota critica sulla sua arte. Sarebbe più adatto Achille Bonito Oliva, che potrebbe incasellarlo lucidamente opportunamente, inserirlo/escluderlo in gruppi, tendenze, oppure ammetterne la solitudine, la costanza, l’amore, la passione scontrosa, di un artista che ha attraversato il turbolento secolo XX, che potrebbe essere stato contagiato da mille autori e mille maniere, pur riuscendo a mantenere un suo idioletto ben riconoscibile. Il che risulta congruo soltanto se c’è un’originalità di fondo, un autentico mondo poetico che va oltre la tecnica e i bussolotti di colore. Perché il Nostro è in realtà un autodidatta, saldamente legato a principi basilari, al Sacro della natura, alla sensibilità cromatica, del resto da secoli patrimonio riconosciuto della Scuola veneta, e anche a quella Condition Humaine da cui non si può prescindere (dopo aver vissuto nel secolo XX, che ha inventato Esistenzialismo e Psicanalisi).

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Gli aggettivi che potremmo usare risultano assai pericolosi e si prestano a contrasti, inesattezze e negazioni, che giustamente affiorano se si affermano posizioni con leggerezza e superficialità, ma potremmo tentare di definirlo con caute -e modificabili- manovre di avvicinamento: informale, astratto, geometrico, allusivo, provocatore, imprevedibile, ovviamente ironico, al di sopra ma non completamente (e potremmo esemplificare con varie tele) della Transavanguardia. Tutto questo e il suo contrario. Senza tralasciare una quasi bergsoniana “Concezione del tempo” non convenzionale, un “abitare la terra poeticamente” (come sosteneva Hölderlin). E ovviamente, in più ampia sede, non potremmo esimerci dall’analizzare simpatie, citazioni, omaggi anche devoti, a quelli che potrebbero essere stati innamoramenti per Maestri, (da Kandinsky a Vedova).

 

Tutto ciò è possibile perché Boaretto deve essere letto soprattutto come acuto “sperimentatore”, attento e aperto (quindi un tantino Peter Pan), che potrebbe anche contraddirsi, negarsi, stupirci, ancora realizzare novità rispetto a quanto realizzato.

Un’opera la sua che senza esagerare ha del ciclopico e sarebbe davvero impegnativo anche solo redigerne un catalogo fotografico completo.

In definitiva Boaretto “promette bene”: non stupisce affatto che abbia estimatori e collezionisti, nonostante la nostra sia la società della sbadataggine; soprattutto che i nordici intenditori, affascinati se lo contendano.

 

Ut Pictura Poesis. Salvatore Antonio Demuro in un sua articolata presentazione, cita Orazio e Simonide alludendo alla forte contaminazione tra poesia e pittura emergente dalle opere di Boaretto. La pittura sarebbe poesim tacentem. E in apparente contraddizione, la poesia picturam loquentem. È una posizione molto acribica, un formidabile punto di partenza che non si può sottovalutare: si allude all’ineffabile, all’impossibile: tela, ti macchio perché non trovo parole. E così i versi (o parole, non trovo i “miei” barattoli).

Le composizioni sono spesso brevi e intense, con sapienza aforistica:

il quadro

                                                                 è una macchia

                                                                   con l’anima

 

Ce ne sono molte di inconsutile leggerezza che è fin troppo facile paragonare alle Liriche cinesi, ai migliori, imprendibili Haiku giapponesi:

sull’erba secca

                                                         una libellula vola

                                                                 nel sole!

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