TESTIMONI ESEMPLARI DEL NOSTRO TEMPO: ALDO BUSI E LUCIANO TROISIO di Massimo Pamio


Mi arrogo il diritto di parodiare l’Autore: Aldo Busi sta agli scrittori italiani (fuori i nomi, da Piccolo alla masnada di scrittori di genere, con il pacifico simpatico Camilleri in testa) come un uovo Fabergé sta a un uovo in camicia. All’ultimo scoppiettante monologante autodafé di Aldo Busi, “L’altra mammella delle vacche amiche”, 462 pagine edite dal sempre più raffinato editore Marsilio, affiancherò l’ultimo memoriale odeporico di Luciano Troisio, “Gli Dei scendevano tutt’intorno”, 522 pagine stampate da Cleup.

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C’è un patto tacito tra Busi e i suoi lettori, come tra un sacerdote e i suoi fedeli, racchiuso nel compito che è assegnato all’officiante di ripetere ogni volta liturgicamente la stessa funzione -sebbene con variazioni sempre più berniniane e sofisticate- mediante l’etimasia di una partitura teatrale senza scopo e senza un finale, rispettosa dei dettami gloriosi di cui si nutre la reciproca fede: dal tema dallo scrittore solitario in vestaglia che si lamenta dei suoi mali, al desiderio di evadere dalla torre d’avorio, torre descritta nei minimi particolari, dai ricordi d’infanzia all’omosessualità, dal rapporto tra lettore e scrittore all’etica, dall’ecologia all’esaltazione della vita contadina e agreste rispetto a quella cittadina, dall’attenzione per le figure femminili narrate attraverso una scrittura da pettegolezzo alla critica della società umana e capitalista in lunghe tirate indimenticabili: a pagina 332 ce n’è un esempio che i lettori dovrebbero imparare a memoria, la cui conclusione avverte: “Per me il paradiso è un’idea che ci si fa nell’inferno e, poiché sarebbe impossibile farsi un’idea qualsiasi di un inferno, è una cosa che non c’è ingenerata in una cosa di cui ci si fa un’idea erronea”. Assimilabile in alcune pagine all’umorismo giulivo di Paolo Poli, lo spirito finemente umoristico di Busi, cinicamente sadomaso, vorrebbe sortire l’effetto di scudisciate sulla mente e sul cuore, ma siccome il caro lettore è comodamente seduto in poltrona, lo scrittore potrebbe ottenere invece, beffardamente, lo stesso risultato della sua amata disarcionata Carolina Invernizio, appena l’offerta di caramelline da succhiare. A un lettore attento, invece, si rivelano per quel che sono, mentine al cianuro, frecce avvelenate da un’intelligenza singolare, autistica. Busi è via, verità, vita; o disgusta o si ama svisceratamente, non c’è un Busi di mezzo, i malaccorti critici che confabulano sul suo ultimo libro come di un’opera “scritta bene”, “interessante”, andrebbero processati e condannati a non leggere più Busi per il resto delle loro esistenze.

Busi deve molto sia a Proust sia a Céline, il primo rintracciabile nell’eleganza spocchiosa con cui si sofferma su fragranze e colori dei fiori, sulle delizie che concede il gusto per l’arredamento, nonché nel modo di delineare i rapporti tra i personaggi, nel trattamento riservato alle figure femminili, nella compostezza piacevole della pagina –sebbene Busi sia più aspro e semplice nello stile, lontano dalle pagine arditamente ideate a forma di cattedrale dal Sommo Francese- al secondo invece si riferisce nelle storie di quei poveri cristi che hanno così poche cose per sopravvivere da riuscire a scorgere il fondo trasparente del loro abisso spalancato sul nulla; ebbene Busi possiede la sincerità dei due messi insieme –quel che ci voleva per la letteratura italiana- la magra ossuta antipatica sincerità di chi si è tolto tutte le maschere, fino a rimanere nudo come il Verme della brulicante Realtà mortifera che ci fa tutti uguali e sodali sotto la luce del sole. La sincerità non ha mezzi né fini, né stampelle o cavi al silicio attraverso cui annunciare: “La signorina Albertine se n’è andata”, non è simbolica, bensì allegorica. Busi ci suggerisce che ciò che lega la vita alla morte è la stessa paura, ossia la sincerità. Siamo intimamente fatti della stessa paura, perciò abbiamo bisogno di godere, di piacere e di ricevere consenso (pur di averne siamo disposti a dividerlo, anche ricorrendo all’inganno). Inganno e tradimento negano la sincerità che si rinchiude nell’autoerotismo, nel piacere fine a se stesso, nel raggiungimento del piacere per il fine di conseguirlo nel proprio corpo mentale, che è il gesto più assoluto e solitario della sincerità. E della paura. “La masturbazione è l’incesto assoluto” enuncia Busi in uno dei suoi fulminanti aforismi. I libri di Busi sono dei pastiches diaristici, che si servono della letteratura per coniare il marchio del genio, esercizi logico-filosofici di un sacripante che vuole introdurci al mestiere della sincerità, soggetto indegno di alcuna pietà o circondiscendenza, capace di plagiare vostra madre pur di sedurvi, per condurvi alla cattiva strada della sincerità. Perfido petulante Maestro, che scrive quel che pensa, Busi si arresta prima delle menate verboinconsce di Joyce, troppo trattenuto, razionale, fedele al sintagma frastico soggetto + oggetto + complemento; tradizionalista, nel voler farsi leggere e intendere, ha sempre come pagina di riferimento il Proprio Corpo, il proprio, D’io, fattosi carne: autore autoreferenziale, certo, autoscriventesi e autoleggentesi, autoeleggendosi come l’unico strumento di un’istanza assoluta di sincerità –ogni verità è sempre definitiva, ultima, non prevede affermazioni successive. Il romanzo autopensante di Busi è composto sempre di una sola pagina, quella della sincerità più sfacciata, sempre sbattuta in faccia; il mostro della sincerità non fa sconti a nessuno, è egoista, narcisista, esibizionista (qualità che costituiscono la Macchina autopensante e desiderante di Busi).

Nel libro di Busi ci sono perfino riflessioni sulla letteratura. A pagina 187 Busi impartisce una lezione sulla letteratura su cui i pallidi critici di casa nostra dovrebbero meditare: “Lo scrittore vero non si immedesima nel suo “io” (…) non è mai autobiografico anche quando lo è (…) un non-lettore lo è sempre e sovrappone la sua biografia – sempre immaginaria e consolatoria, sempre finzione di sé – all’autobiografia dello scrittore che, se è vero, non c’è”. L’equivoco della finzione tra scrittore e lettore: chi gioca sul Corpo di chi. Infine, sconsolato, Busi coraggiosamente sentenzia un’altra Verità che non consente repliche: “questa assurda vanità ormai fuori dalla storia chiamata Letteratura”, ma lo dice con nostalgia, non a caso assegna la maiuscola a quel grande amore del passato, che il presente ha emarginato.

Proust non è scrittore sincero secondo Busi, invece, a mio avviso, l’autore della Recherche fa parlare le cose, che sole ci sopravviveranno per custodire i nostri segreti più intimi, per un mirabile inganno. Non è forse di illusioni che ha bisogno il lettore, avido di fictio? Il massimo della finzione è credere in un’illusione, e Proust è il mago dell’illusione, capace di descrivere nei minimi particolari l’immensa urna dove fa precipitare un’intera società con tutti i suoi vizi e difetti. Busi è gradevole quando si fa proustiano e celiniano in un colpo solo, quando recupera alla vita la stolta immagine di qualcosa che è inoppugnabilmente vero: il destino di appartenerci l’un con l’altro, perché ogni destino nasconde la storia –la trama di una magica finzione- più bella del mondo, perché dentro ognuno di noi, lettore o scrittore, è contenuta la storia più bella mai vissuta, inganno e tradimento della vita. Il salame tagliato di sbieco non ricorda forse (ironicamene?) la fragranza della madeleine? Il profumo di ciò che è stato (nell’immaginario infantile) è la sostanza stessa delle cose, la stessa sostanza di cui siamo fatti (o di cui ci siamo fatti, o inalati, o nutriti), d’altronde occorre dissacrare tutto, perfino Proust, se questo dovesse contribuire a garantire la sopravvivenza della Letteratura.

Che dire del Vecchio Malato mantenuto da individui che sgobbano come Busi e Troisio e da scienziati, medici, ingegni vari e talenti che non asservono la loro mente alla palude stagnante in cui il Vecchio a forma di Stivale è contento di trovarsi, volendo trascinare nella mafiosa mota tutto e tutti prima di morire?

Taccio sulle splendide figure di donna descritte fino all’intimità più nascosta da Busi nel romanzo, accenno solo alla mia preferita, la creola, ma anche la nobile De Mortagli, figura abbacinante per il suo delicato audace altruismo.

A Busi –spero mi perdoni- consiglio di perdonare la propria purezza, perché la purezza gli impedisce di scendere a patti con la debolezza, la fragilità, la mancanza di etica del prossimo; perdonare significa anche assumere fino in fondo le proprie sembianze di uomo, ovvero di creatura imperfetta esente da condanne o da assoluzioni in virtù della sua intrinseca disassata natura.

9788867874040

Luciano Troisio che condivide con Comisso e Parise una faziosa appartenenza al Veneto e con Meneghello un destino di esilio, è il testimone oculare più attendibile dell’Estremo Oriente sudasiatico. Con Busi spartisce un sentimento di estraniamento, un amore per il proprio Paese sfigurato, irriconoscibile, un Paese che non appartiene più loro, tanto che essi avvertono una nostalgia lancinante per qualcosa che non c’è più o che non c’è mai stato. Troisio poteva essere uno scrittore elegiaco (è anche poeta), invece come Busi è una specie di cerusico della realtà – del buco del culo della realtà. Entrambi, nei loro viaggi all’estero, incontrano frotte di persone (di pensionati, soprattutto) che hanno deciso di donare il loro reddito a un Paese lontano, dove hanno scelto di risiedere per il resto della loro esistenza (che cosa avrà fatto mai lo Stato Italiano a questi suoi cittadini, per farsi odiare così tanto…). Insomma, respinti in Patria, ai nostri scrittori non resta altro che la via dell’esilio… della Letteratura.

Nel terzo volume di viaggi “Gli Dei scendevano tutt’intorno” Troisio, un Erodoto ai confini del Basso Impero, ci svela Bali, l’Insula Deorum, come un universo multicolore di voci, profumi, luoghi, sensazioni, usi, costumi, tradizioni, note, silenzi, tramonti, fiumi, feste… Il ritaglio di un mondo descritto in modo così particolareggiato che pian piano trasporta il lettore ad identificarsi con l’autore, condividendone le fortune, le solitudini, i contrattempi, i guai, gli stupori…

Troisio viaggia per professione, come docente, ma del suo dorato esilio, dopo la pensione, fa una passione disperata, una ragione del quotidiano, tornando verso quei luoghi, sempre più a Est, dove il tramonto (della società globalizzata) è allontanato, quasi esorcizzato. Attento notomizzatore della capitalistica civiltà giunta agli sgoccioli, per di più descritta nelle sue estreme propaggini, Troisio si comporta come un tanatologo ai confini del Basso Impero. I Paradisi dell’Estremo Oriente sono analizzati con l’atteggiamento del visitatore di musei, della persona colta se non raffinata ma priva di legami culturali troppo stretti con quei luoghi, quindi una specie di esiliato, di “internato” che ne svela perfino i luoghi oscuri, gli anfratti bui, i gioielli non esposti. Quel che anima Troisio: far di virtù sentimentali e d’avventura, necessità del racconto. Far della vita, necessità di vita. Diari non di viaggio ma d’una vita (certo vivere intensamente è viaggiare) cioè d’una esperienza che non ammette ripensamenti, che non può tornare indietro: e forse proprio qui sta il senso dell’esistenza, nel rendere visibile la sua irreversibilità, senza mai definirla come destino, anzi. Il suo sguardo è particolare, anzi, è mirato a scorgere i particolari.

Troisio viaggia stando fermo – perché il pianeta si è fermato e nessuno se n’è accorto – il progresso non era verso l’infinito ma verso la stasi. Gli ultimi viaggiatori resistenti – nel senso etimologico- che stanno, sono il gruppo, il social a cui Troisio appartiene. Lo scrittore veneto non concepisce più l’idea di nazione e di appartenenza e perciò va a cercare l’altrove, ma l’altrove non c’è più, caso mai l’autoesilio, la condizione dello straniero in patria e per tutti i luoghi: chi si allontana non è che un Nomade. Il Nomadismo è una forma dell’uomo di essere frontiera di se stesso, uomo senza terra e senza tempo, il vero simbolo dello spirituale, della creatura che vive per dimenticare il proprio corpo in funzione di una dimensione superiore. Questa dimensione era spirituale per i Tuareg, per i nomadi di oggi (i viaggiatori come Troisio) lo spirito è una forma di nostalgia. Il vero Altro è, per il nomade odierno, lo Spirito. In questo senso Troisio è il nipote di Chatwin, l’uomo che cerca le vie ormai non più tracciate e tracciabili di un’immagine di noi stessi che è stata cancellata. Troisio non insegue il misticismo delle vie dei canti, ma il senso di una perdita irrimediabile, che è dentro di noi così nascosta da apparire più lontana di qualsiasi Altrove. Forse bisogna perdersi per sempre, per ritrovare il senso di un viaggio dentro l’ultima Thule del nostro esserci.

Troisio è uno scrittore dal respiro internazionale. Non è uno scrittore italiano se non per debito linguistico (e si sa, la lingua è tutto) ma per sentimenti e gusto di vivere è cosmopolita, e non mi stupirei se la sua fama corresse più all’estero che in patria. Ecco, in questo romanzo c’è tutta la complessa e disperata visione che Malcolm Lowry espone in “Sotto il vulcano”. La vita è irrimediabile, è un dovere a cui non ci può sottrarre e che non si può governare eroicamente se non mettendo in gioco tutte le proprie risorse. Questo dispendio, questo sovrappiù di energia è il modo di essere scrittori per Lowry così come per Troisio: non risparmiarsi, non sottrarsi, non tradirsi, non ingannarsi, non nascondersi mai (a se stessi e agli altri): queste le Tavole della Legge, il Decalogo dei due (e la scrittura in loro si sottomette alla vita) che non significa vivere per un’idea, bensì prendere su di sé la croce della vita, il suo onere, con tutte le conseguenze, sempre sull’orlo dell’abisso, tra euforia e depressione, tra caduta, disperazione ed eroismo ed esaltazione, con una consapevolezza che però rende chi la sostiene esposto alla tempesta più terribile ma anche al disincanto, al rifiuto di sé, fino all’identificazione con un automa freddo e silente che contempla l’Altro vivere (forse l’Altro in noi, chi sa).

Il libro contiene un finale affatto diverso, un Diario Shangaiese da cui si potrebbe ricavare un film (sarebbe molto simile a “C’era una volta in America”) che è sconvolgente, drammtico, basato su una storia di amore e di criminalità, in cui Troisio, inoltre, redige i fatti che accaddero nella metropoli nei giorni delle feroci repressioni combinate agli studenti che avevano osato contestare il regime partendo dalla Piazza della Porta della Pace Celeste, Tienanmen, di Pechino.

Per concludere, Busi e Troisio sono entrambi testimoni impietosi di una civiltà in via di disfacimento, della fine del capitalismo, di una globalizzazione che il potere riversa sui popoli sottomessi (saremo tra breve quindici miliardi, un numero insostenibile per la Terra), sui quali gravano le conseguenze di un’aggressione violenta compiuta ai danni del pianeta e delle sue risorse naturali. Assistiamo alla fine del concetto di sacertà e di un periodo storico –il Novecento- dal quale ci congediamo con rimorsi difficili da rimuovere, macerando rancori profondi, colpe senza limite. Speriamo bene, in una rinascita spirituale, in una redenzione misericordiosa.

 

 

 

 

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