SI STANNO SPOSANDO PRATICAMENTE TUTTI di Fabio De Masi


Un breve racconto che proponiamo per il giorno dedicato al genere femminile della specie umana. Un racconto delicato, soffuso, tra speranza e disincanto, con riflessioni che non dimenticheremo. Grazie a Fabio De Masi per quest’omaggio, incluso nella raccolta dal titolo “Disamori domestici”; raccolta che ho reso disponibile per il download gratuito su iTunes al seguente link: https://itunes.apple.com/us/book/disamori-domestici/id1063100568?ls=1&mt=11

Buona lettura!

SI STANNO SPOSANDO PRATICAMENTE TUTTI

di Fabio De Masi

 

 

 

 

 

Praticamente è successo questo.

Dopo un pomeriggio nel quale l’ennesima coppia di amici ci ha annunciato il matrimonio, mentre, dopo aver cenato dai miei, tornavamo a casa in macchina e io guidavo, a un certo punto lui ha iniziato a picchiettarmi sul dorso della mano messa sul cambio. Mi sono girata, l’ho guardato per un secondo e poi sono tornata a fissare la strada. Ho visto il cartello che indicava Torino 20 km. Lui ha alzato gli occhi dalla mia mano e ha accennato un sorriso. Radio Virgin passava Paranoid dei Black Sabbath.

Ecco, ho pensato, ci siamo. Ho fatto finta di niente, come se quello fosse un gesto fine a se stesso, una piccola tenerezza, quei residui che rimangono dopo quasi quindici anni di relazione. Non so perché io abbia collegato immediatamente le sue dita sul mio dorso alla richiesta di matrimonio. Pensavo che per lui, come per me, quella possibilità fosse esclusa, che ci bastasse ancora la convivenza, lo stare insieme.

 

Avevo pensato seriamente a tutta la mia vita circa sei mesi prima, nella notte di capodanno, dopo i festeggiamenti, mentre tutti dormivano sfatti dall’alcol. Era stato l’alcol a mettermi davanti tutta la vita: il fatto di essere figlia unica, di non avere cugini, parenti prossimi, l’immagine dei miei, la mancanza dell’istinto materno e conseguentemente la paura di invecchiare e ritrovarmi sola. E’ stata in quella occasione che ho pensato che forse il matrimonio potesse servire proprio a quello, a evitare la solitudine in un’età che vista da giovani fa sempre un po’ paura. E’ la paura che ci spinge ad amare, ho poi pensato, a continuare ad amare nonostante tutto, per un tempo che dura più a lungo dell’amore stesso. E’ solo quello, probabilmente. E così ho trascorso insonne tutta la mattina.

 

«Si stanno sposando praticamente tutti», mi ha detto lui.

«Già», gli ho detto.

«Tu ti sposeresti?» mi ha chiesto.

«Non lo so», gli ho risposto, più che altro perché avevo paura di deluderlo rispondendo di no. Ed è strano, ho pensato mentre rispondevo, che dopo tutti questi anni io non sia in grado di capire, o intuire almeno, quello che può dargli fastidio. Magari è solo un problema mio, o magari è di tutti. A lui capita, d’altronde, di dire cose che m’infastidiscono.

«Ma, io ultimamente ci ho pensato un po’», ha continuato «e in fondo non credo ci sia nulla di così sbagliato».

Nell’abitacolo si sentiva, delicato, l’odore della casa dei miei, e respirandolo ho iniziato a immaginarmi loro due insieme da quasi quarant’anni; li vedevo in silenzio, con quelle poche cose da dirsi di mattina presto, grazie alla freschezza della giornata che inizia, e di sera tardi, per la stanchezza di ciò che finisce.

«Non lo so», ho provato a dire «perché ne abbiamo sempre parlato in modo negativo».

E’ rimasto in silenzio.

«No che non voglia sposarti» ho aggiunto, «Non pensarla così, ecco. Non prenderla sul personale», non sembravo per nulla convinta; stavo peggiorando la situazione.

«No, figurati» ha risposto, «capisco quello che vuoi dire. Anche io poi non sono del tutto convinto di sta cosa. E’ che forse mi sto lasciando condizionare dagli altri…» non riuscivo a vedere la sua espressione, e non volevo né girarmi né fermare la macchina, avevamo ancora molta strada davanti e avevo sonno, ma sicuramente parlava guardando dritto, «…ma tanto, per continuare a stare insieme così…» ha continuato, «il prossimo anno faremo entrambi trentacinque anni…».

La luce della macchina dietro m’illuminava gli occhi attraverso lo specchietto. Lui ha appoggiato la mano sul cambio accorgendosi solo in quel momento che la mia mano non c’era più. Poi mi ha guardato e si è rigirato subito portandosela sulla gamba.

«Poi inizieranno tutti ad avere dei figli», gli ho detto «spero non ti faccia condizionare anche in quello. Sai come la penso».

Lì si è girato di scatto a guardarmi, dev’esserci rimasto male, ho pensato.

«Ho detto che magari può essere che mi stia facendo condizionare da tutti questi matrimoni, quattro in un anno non sono pochi, deve pur significare qualcosa,» ha detto con un tono asciutto «ma non che se dovessi scegliere di sposarti non ne sarei convinto».

«Poi se arriverà un figlio…», ha detto poco dopo, sottolineando con quel pezzo di frase la parte omessa.

Col cazzo, ho pensato. Perché se poi le cose dovessero mai andare male è sempre la madre che deve farsi il culo; che deve tenerselo. Facile per gli uomini dopo che la propria donna si sforma andare dietro alla prima figa e poi mollare tutto.

Mi sono subito pentita di questo pensiero: mi è uscito quasi involontariamente. Lui in fondo non è così.

Ho accennato un sorriso. Lui teneva il braccio destro nella piccola rientranza della porta, in quella specie di bracciolo dove ci sono i comandi dei finestrini. Guardava fuori.

«Massì, non ci pensiamo adesso», gli ho detto.

«Non lo so» mi fa, «è che il tempo passa troppo in fretta, e un domani non vorrei rimpiangere un pezzo di vita mancato, capisci?».

Ero confusa. Se avessimo deciso di sposarci era perché ci amavamo o solo per ipotecare la nostra vecchiaia?

 

Eravamo praticamente arrivati. Eravamo fermi al semaforo, l’ultimo prima di casa. Mi sono resa conto di non aver visto nulla, di aver guidato in modo meccanico, automatico. Non mi ricordavo la strada fatta, le macchine incrociate, quelle davanti o dietro. L’ultima cosa che ricordavo era il cartello che indicava Torino. Che strano, ho pensato. Chissà quante cose, effettivamente, portiamo avanti senza accorgercene, senza renderci veramente conto di ciò che accade dentro e fuori, solo perché siamo abituati a farle. Poi l’ho guardato e mi sono chiesta se il nostro fosse ancora amore, se questo sentimento fosse ancora presente tra di noi. Magari anche l’amore è diventato un automatismo, ho ancora pensato. Magari non c’è, ma lo sentiamo ancora presente nelle nostre vite, come chi perde una gamba o un braccio e ha la sensazione di averlo ancora attaccato. Magari è proprio così.

Poi ho svoltato, ho parcheggiato la macchina sotto casa, ho spento il motore, l’ho guardato e gli ho detto «Perché no».

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