QUESTA CITTA’ ORAMAI IN GUERRA – La grande poesia di Marcello Marciani


Marcello Marciani è uno dei poeti da me più amati, uno dei poeti italiani più intensamente impegnati nell’esercizio di una disciplina ascetica che, avulsa da debolezze o facili ripieghi intimistici, volta a far pulizia non solo dei sentimenti ma anche della razionalità, si presenta come artificio del disincanto, di un imperfetto canto struggente e mai strutto, delicato e mai sciolto, incatenato e mai sottomesso, intonato a piena voce e mai libero. La poesia è divenuta, in questa più recente fase della scrittura poetica di Marciani, il simbolo d’una rivolta impossibile della vita dentro la vita, rifiuto ineffabile dell’umanità dentro l’umano, negazione che si opera del nulla nell’abisso periferico del vuoto, mostro che divora la presenza inefficace di ogni creatura. L’esistenza è commedia, tragica farsa della quale chi si rende consapevole, maggiormente s’arrischia nell’impossibile impresa di guadagnarsi un’uscita dal mondo, pensando di inventarne altri, di mondi, per poi scoprire troppo tardi che quella strada precocemente imboccata non portava a nessuna salvezza, a nessuna apertura, ma serviva solo a nascondere il vero, a raccontare di giorno in giorno a se stessi la bugia della propria vita. Da queste sconsolanti agnizioni proviene la messa in scena della maschera poetica, la crudele spudorata teatralizzazione dell’Io poetico, maltravestito da commediante, da attore, da musicista, tutti giunti alla fine della carriera (o della commedia), incapaci di discettare sui “massimi sistemi” ma ricchi di “trucchi, apparizioni, entrate in scena” insomma di colpi di scena che confessano senza remore, mettendosi a nudo, alla fine della recita, a luci della ribalta spente e quando il successo –la rivincita personale- è ormai divenuto un lontano sogno: “e mi trovi con la scimmia sulla schiena/ a grattarmi ricordi come eritemi…”. La via del tramonto, l’autunno dell’esistenza, non sono così malinconiche, perché non c’è rassegnazione nel vero commediante, mai domo nello sfoggiare una squillante verve, una calcolata attorialità: “Che voglia di chiacchiere e pettelarie/ mi assale quando ti vedo sbucare qua: dimmi di Alfredo, e Fofò, le tre Marie/ (…)/ la memoria ha un aroma di spezierie/ che mi allappi in soave complicità…”. Se la vita è commedia, non resta altro che recitare fino all’ultimo, senza spendere una lacrima o un rimorso, perdendosi nel sogno di una scintillante favolosa rentrée: “inseguo una rentrée sciantosa una vendetta/ per far crepare il niente che m’aspetta”. Un rientro che faccia vendetta della morte incombente o del nulla che si cela dietro ogni recita…

La commedia è maschera tragica, la comicità nasconde una concezione disperata che non lascia spazio d’azione al protagonista, cui resta solo di augurarsi che, se qualcosa resterà, coinciderà con il talento personale, con la capacità di aver saputo ingannare la verità con un gioco e uno sberleffo, con una mimica teatrale indimenticabile; se qualcosa sopravviverà, sarà il personaggio con cui si è spartita l’impossibile amicizia dell’esistenza: “rimarrà Mosca la mia sorella mitica/ se Godot impalmerà Ofelia per carpire/ un trono di sabbia a Winnie intirizzita/ e Totò quisquiglierà in motocicletta…/ per gambizzare la Commare in veletta”. L’esistenza non è dolce amica o compagna, dolci compagni sono Ofelia e Godot, e Totò. Vita e commedia diventano una sola cosa, una finzione, un raggiro, ma anche un sogno, un incanto al quale quanto più si è dato carne, la propria carne, il proprio corpo, la propria voce e il riso e il pianto del recitante, tanto più quell’incanto avrà assunto la sospesa consistenza di un’illusiva magia. Non a caso il metro scelto da Marciani è quello della canzonetta rimata, della melodia facile, da avaspettacolo, metro che pian piano traforma e rende più ritmicamente pressante e urgente, più drammatico, soprattutto quando il testo interroga le asperità del quotidiano:

                                                               Va già a catafascio il mondo è cosa nota

                                                                  ma vederli là per terra come bestie

                                                                 assatanate che si sgarrano a morsi

                                                              manco nell’horror della più sozza specie…

                                                                oddio questa città oramai sta in guerra

                                                               faccio bene a rimboccarmi nella tana

                                                               a questa età che ci vuole a farmi secca

                                                             a scaricarmi quegli incubi la notte.

Il mondo è in guerra, la guerra si combatte su tutti i fronti, investe l’intero pianeta, l’umanità è in preda a un’isteria collettiva incontrollabile, che spinge a ricacciarsi nella tana, a nascondersi alla vista degli orrori e dei massacratori, dei vicini che sono dei potenziali efferati assassini, d’altronde che cosa fare, stanno smantellando la terra!:

                                                                    m’arrotolo a me stretto come jommero

                                                                   sento che fuori smantellano la terra.

Se non fossimo ormai vecchi e il nostro tempo retrocesso, forse potremmo scendere in piazza, potremmo inventarci un’alternativa, passare all’azione, e invece:

                                                                        Anima stracca sensi e spiriti affronto

                                                                     a braccia alzate a schermite nostalgie…

                                                                   i trucchi scolati dai giorni raccontano

                                                                  di un volto scavato da rughe e fobie.

                                                              Se un Padrassente mi presenterà il conto

                                                                 gli urlerò le ha prese il vento le scansie

                                                              del mio armadio svenduto all’asta dell’oca

                                                               che vestiti e vite va passando al fuoco.

La vita è passata, è alle spalle, ma brucia ancora nella lingua che la dice, che ne inchiavarda i segreti.

                                                                               Lingua che mi sfondo.

                                                                  Letargo. Tomba. Bave di uno sprofondo.

(Massimo Pamio)

MARCELLO MARCIANI – POESIE

LA COMMEDIANTE
Non so parlarti di massimi sistemi
ma di trucchi apparizioni entrate in scena
ho fatto tanto per uscir dagli schemi
e mi trovi con la scimmia sulla schiena
a grattarmi ricordi come eritemi…
ma che dico in fondo è solo una safena
sfilata questa vita essiccata in fretta…
resti a giocare da me a zecchinetta?

Mi distrae lo sflanellare di studenti
fuori scuola che mi sbircio la mattina
mi trascina a retrotempo in lingua e denti
su un amplesso sgnaccherato giù in cantina
quando un lui sbavante blaterava senti
non mollarmi se no faccio una rapina
ai tuoi sogni ai tuoi record da reginetta…
da lì nasce il mio fraseggio da operetta.

Che voglia di chiacchiere e pettelarìe
mi assale quando ti vedo sbucare qua:
dimmi di Alfredo, e Fofò, e le tre Marie
sfiatate sul karaoke del chachacha:
la memoria ha un aroma di spezierie
che mi allappi in soave complicità …
non voglio spasimi stendi la pecetta
di quel cerotto doc che mi rende eretta.

Risonano tac pet echi m’attraversano
tutto il corpopianeta da puntellare
così lontano da me così deterso
dall’alcool di una scienza che va a sondare
protocolli sballi in cellule sommerse
dal buio cremoso di un aggrappolare…
inseguo una rentreè sciantosa una vendetta
per far crepare il niente che m’aspetta.

Se la vita è teatro vorrei capire
se le parole vanno oltre la vita
se quando e come svolazzerò mio sire
rimarrà Mosca la mia sorella mitica
se Godot impalmerà Ofelia per carpire
un trono di sabbia a Winnie intirizzita
e Totò quisquiglierà in motocicletta
per gambizzare la Commare in veletta.

28 settembre/ 4 ottobre 2015

 

VARIAZIONI SU UN APPROCCIO NOTTURNO

1
Va già a catafascio il mondo è cosa nota
ma vederli là per terra come bestie
assatanate che si sgarrano a morsi
manco nell’horror della più sozza specie…
oddio questa città oramai sta in guerra
faccio bene a rimboccarmi nella tana
a questa età che ci vuole a farmi secca
a scaricarmi quegli incubi la notte.

2
Stavo rincasando tardi l’altra notte
quando ho avvertito un sibilo sì una nota
lunga strusciata alla fontanella secca:
si leccavano come mansuete bestie
per condividere un incavo una tana
si stringevano giocando in lievi morsi
teneri a vedersi fuori dalla guerra
fra bande che sta sterminando la specie.

3
Sarà che è stramba e avariata questa specie
o è carica di torpori la mia notte
ma non so se era un incubo di guerra
o un crollo d’amore avverso quella nota
fonda, cullata in sibemolle di morsi:
due figure riemergevano alla secca
di un mare che li scacciava dalla tana
li trascicava uncinati come bestie.

4
Che più umano c’è che ritornare bestie
assaporar la ruspanza della specie:
squittisco in trance come topo nella tana
di un pensiero che mi rosica la notte…
l’amor non consumato è robiola secca
se in te t’avvolgi la fame attacca guerra…
dal mare arrivano zattere di morsi
per terra il fischio dei morti non si nota.
5
È nota l’avvedutezza delle bestie
quando con morsi difendono la specie
se fanno guerra stanno guardinghe in tana
prima di fare secca l’ultima notte.
12-14 novembre 2015

 

CECCO LO JOMMERO *

Fosse il pianeta meno avido e oppresso
fossi coraggioso e più giovane adesso
non starei qua inchiavellato ai cancelletti
di una baita travestita in fortilizio
non affastellerei bossoli e lucchetti
non farei delle ottuse stanze un ospizio
di muffe per il tremore che m’affetta
se fuori lo sento s’appresta il supplizio.

Fosse dal mondo la violenza dismessa
fosse la mia mente una spiaggia inaccessa
mi spargerei al sole senza paura
di incappucciati papozzi della cronaca
di spie e virus in scacazzi di coltura
digitata di ogni cosca razza o tonaca
mi metterei a stornellare la cattura
dei despoti con arcana fisarmonica.

Fosse il tondo del pianeta una compressa
da spezzare in parti uguali per rimessa
di trusciami inciuci sgarbi strapotenze
sarei uno speziale megagalattico
un missionario della resipiscenza
farei schizzare litri d’acido lattico
in corse globali verso l’assistenza…
ah fosse il modo una favola didattica.

Fosse o non fosse ma ho provato ogni sasso
è lesso il nostro stagno il tempo è retrocesso
rimbalza il mappamondo in echi di gomma
a dribbling autistici lo scanso interro
con sciabole d’acciaio l’uscio e m’assommo
al buio asfittico della casaserra
m’arrotolo a me stretto come jommero
sento che fuori smantellano la terra.
* Jommero (dialetto abruzzese) = gomitolo 25 nov./ 1 dic.2015

 

 

 

 

LA VAGANTE

 

 

Bambina a braccia alzate facevo finta

di dormire per accattare l’abbraccio

di un padre passeggero assente sospinto

a rimboccarmi l’affetto con l’impaccio

di chi campa come dietro ad una quinta:

quante notti insonni ad aspettare il ghiaccio

delle sue nocche sulla mia pelle d’oca

mentre avvertivo l’infanzia andare a fuoco.

 

Ragazza a gambe levate ero un portento

imbattibile nella corsa campestre:

schizzavo fango e sterpi a strapazzamento

di un cuore inamidato sotto sequestro

sfrecciavo orizzonti su risarcimento

di paure inzuppate in bizzosi mestrui.

Così figo era sparire nella corsa

sperperare la polvere dei rimorsi.

 

Regina dei mouse invasati mi ammanto

intronata dal sonno della coscienza:

mi lustro il pensiero opaco con sgargianti

favole postate per inframmettenza

lancio nell’oceano virtuale un incanto

di connessioni oscillanti come lenze.

S’è sfilata in che rotte di amori avvinti

all’aria la vita tastata per finta.

 

Profuga senza meta tramonti spunto

dalle travi di una zattera di ruoli:

infanta matusa mi cullo soppunta

al pelo di un percorso che molti moli

rasenta ma mai in porto fermo è giunta.

Mi ribalto ai cavalloni degli assoli

mi scavalco a mozzafiato fra i frangenti

di un destino che fa affogare la mente.

 

Anima stracca sensi e spiriti affronto

a braccia alzate a schermite nostalgie…

i trucchi scolati dai giorni raccontano

di un volto scavato da rughe e fobie.

Se un Padrassente mi presenterà il conto

gli urlerò le ha prese il vento le scansie

del mio armadio svenduto all’asta dell’oca

che vestiti e vite va passando al fuoco.

 

 

 

ad Abd Assalem

LA VALIGETTA DEL CLARINETTISTA

 

La voglia fa tubare palato e guancia

frizza come un’acquolina che solletica

lo schioccare della lingua lungo l’ancia

certe mattine mi diventa frenetica

mi scatenerei a suonare lo sbilancio

di questa vita diventata patetica

ma chi mi ascolta… sta nella valigetta

chiusa la canna elusa del clarinetto.

 

La voglia diventa sdegnante di sera

quando i locali spumeggiano su borie

friccicose di refrain da bomboniera

non ho niente da spartire co’ ste scorie

di garzoncelli bandisti giornalieri

ah il mio passato non è vanagloria

se potessi ti farei sentir l’effetto

pensoso e spiazzante del mio clarinetto.

 

 

Ha un timbro tanto puro che ti vien voglia

di entrarci dentro diventare sol aria

sottrarti al taroccheggiare degli orgogli…

la mia voce è soffiata dal suo frasario

le mie labbra al suo rimbocco sono foglie

fischio il suo impasto e mi spicco planetario.

Quando il presente mi tira alla giacchetta

sturo l’arrachita gola al clarinetto.

 

Chissà perché certa voglia un dì m’ha spinto

a tentar con questo fiato sotto tono

sarà per via del mondo atroce ma stinto

o per sentirmi un’oasi interna un abbuono

alla natura mia ombrosa più attinta

alle partiture d’acqua che al frastuono.

Forse perché sperdo il mondo e mi balbetto

vicaria e dolce è l’ancia del clarinetto.

 

 

 

Aveva voglie di pianoforte al collo

la mia carriera incerata nei teatri:

offriva uno strascico di note-bolle

lei: scoppiavano come irridenti patrie…

lei diva della tastiera in gran decollo

a me zufolante amorino idolatra

versava note caldissime di petto

per tanto era empatico il mio clarinetto.

 

Volo a voglie di do faaa la la sol faa *

addenso glorie eccelse in sorbetti acustici

che fa se ho una voce ignota a tanti o sta

spezzandosi ormai in stonature rustiche…

rimpianti afflizioni indosso da gagà

spampanato in questa valigetta erratica.

Se mi riducessi in pezze o senza tetto

piazze e stelle affollerei col clarinetto.

 

 

*note di entrata del clarinetto nell’Adagio delConcerto K622-2 “ di Mozart

 

 

                                                                                                                         18/ 21 febbraio 2015

 

 

LES REVENANTS
Sette anni ho aspettato per stupirti in sogno
farti sentire che ancora vivo e sfondo
le rimesse murate del tuo bisogno
riapro questa pagina in cui nascondi
le verità d’amore nella vigogna
di un completo cucito sul tuo sprofondo
sette anni di letargo il tempo è panna
monta in gola sparge bave di condanna.

– Sei tu così a tradurmi io non ti danno
non vedi che parole pensieri mosse
dentro il mio corredo d’aria non ci stanno
sei tu a tradirmi in metafore e sommosse
di una lingua che certifica l’inganno…
pur se mi attenti con alfabeto morse
ti vellico il rimorso con questo stelo
d’erba che della tomba ammansisce il gelo. –

Son io che parlo e sulle tua labbra doppio?
Vengo a inalarti la lingua che non sei?
Sotto il tuo vuoto quanto presente scoppia
mi maculo nel passato dei tuoi nei.
Avevamo l’antidoto alla pia coppia:
segreti inchiavardati come trofei.
Poi la tua macchina scivolata al lago
io che inzuppo indagini, annaspo. Dilago.

Murate. Cucito. Nascondi il bisogno.
Ancora sommosse. Pensieri non stanno.
Rimesse parole. Alfabeto del sogno.
Il tempo rimorso. La monta degli anni.
Amore panna. Metafore in vigogna.
Gelo su pagina. Certifica il danno.
Inganno di gola. Lingua che mi sfondo.
Letargo. Tomba. Bave di uno sprofondo.
30 ottobre/ 3 novembre 2015

 

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2 thoughts on “QUESTA CITTA’ ORAMAI IN GUERRA – La grande poesia di Marcello Marciani

  1. Alessandro Madeddu ha detto:

    Mi piace molto questo suo dodecasillabo!

  2. Marcello Marciani ha detto:

    Ringrazio molto dell’attento apprezzamento ma devo precisare che di rado uso un dodecasillabo classico (formato da due senari) ma un verso di dodici sillabe dagli accenti vari, irregolari e “sbagliati” secondo la metrica canonica, che danno in genere un ritmo ansante, un po’ altalenante fra una dizione lenta e veloce.

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