Luigi Trucillo, ovvero del tempo interiore (di Massimo Pamio)


L’esistenza è un esito dello smarrimento del mondo in noi, il dipanarsi di una storia per lo più ignota che nella nostra intima coscienza splende, per il semplice motivo che tutto è splendore, tutto è grazia: l’uomo è un essere votato all’estetico, ovvero un evento destinato ad assaporare il gusto del mondo, essendo esso stesso gusto. Il fatto di essere sentimento dell’accadere, però, ci rende inquieti, incapaci di attendere alla serenità che è in ogni passaggio (ed ogni passaggio è tempo in noi, è il fatto dell’accadere).

Luigi Trucillo, il cui nome evoca una tradizione millenaria di saggezza -il fiorire di scuole e biblioteche, di una passione per la scienza- è poeta per vocazione e per sensibilità, per una devozione intima, che ne fanno una specie di sacerdote del rito orfico della poesia. Per il poeta campano, l’evento non è fine a se stesso, sebbene venga vissuto da un individuo, che lo ritiene personale, proprio, incompartecipabile, incommensurabile. Ogni fatto fa parte di una trama invisibile che mette in comunicazione lontananze, ogni vicenda sebbene vissuta interiormente –ma questa è la condanna dell’individuo, vivere per sé- rappresenta l’orizzonte di qualcosa d’altro, coniugazione d’una provenienza con una destinazione. Ogni più piccola interiore intima vicenda, sconosciuta a chi la vive, è clamorosa espressione di una complessità, continuo estenuarsi di una storia radicata in inspiegabili ramificazioni, in ignoti altrove. Insomma, siamo il frutto dell’unità, ma dispersa, gemmata in una miriade di frammenti a prima vista scomposti, tessere di un solo mosaico.

A volte, il linguaggio diventa dono, se riesce a restituirci l’ordito del reale. Ne coglie il ritmo, la scansione, ne fa proprio il tempo, in virtù della sospensione che le parole formano, trattenendo in un bozzolo il fatto, avvolgendolo, congelandolo, ma anche dilatandolo, estendendolo oltre ogni sua possibilità materica, fisica. In un istante il linguaggio raccoglie tutto il tempo che si può leggere e ricavare in una vicenda,

Il nulla di tempo che fonda il nostro esserci, ovvero che la sostanza dell’accadere sia illusione e che il mondo –l’accadere in cui ogni ente si eventua- sia alla base di ogni nostro tentativo di pervenire alla conoscenza di noi stessi costituiscono l’ambito concettuale in cui la trama poetica di Trucillo si concretizza: siamo il risultato di ciò che si dispiega di noi, siamo il contenuto di un mondo già da sempre precipitato in noi, frutto del nostro essere gettati nel mondo come segni di un accadere. Non siamo feriti dal Tempo che passa, ma siamo le ferite attraverso cui il tempo diviene ciò che è, noi siamo il quantum del fondamento del fenomeno, di tutto il tempo possibile e della sua stessa possibilità. Noi siamo il metronomo e la musica che ci circonda pienamente, tutta la musica che a sua volta fonda il senso dell’ascolto –la bellezza dell’uomo, ovvero la sua apertura all’estetico, il suo essere ciò che scandisce, che crea un ritmo, un’ossessione logica e propositiva del mondo.

Le poesie che Trucillo ci ha donato, inedite, sono di una abbacinante bellezza che si smarrisce in noi, per fondare in un altrove l’ispessirsi del tempo; i versi sono una dimensione estetica, un gustare il senso che in qualche modo entra in noi, completamente aperti, privi di ogni riparo. (Massimo Pamio)

 

LUIGI TRUCILLO, poesie inedite

 

Per Ethel Rosenberg, presunta spia comunista

 

Un mese prima della sedia elettrica

scrisse ai suoi figli

di un grande merlo dalle ali rosse

piombato nel patio del penitenziario

a rubare le briciole che gettava ai passeri,

e di come la scia del suo splendore

le avesse fatto sentire sulla pelle

per un attimo lentissimo

il tepore irradiante dei loro abbracci.

Poi al fruscio di un piede sulla ghiaia

il merlo volò via

trascinando con sé le loro immagini

nell’impennata di tutto ciò che è luce,

e io ora mi domando

se quei passeri attorno a lei così famelici

non erano le strane idee per cui viviamo

e vortichiamo

fino alla morte

smarriti come briciole di pane.

 

 

Cronache del blocco bianco

 

Forse le vite che si perdono

non sono mai state trovate.

La madre di un barista greco chiacchierone

sposata a quindici anni per procura

al disdegnato macellaio di un’isola.

Dopo bui anni luce e un bambino,

quando finalmente inizia ad amarlo

lui ha un infarto, e di colpo resta vedova

mentre sbattevano le imposte di cucina.

Da allora prega soltanto e cuce

per gli ottanta anni che le restano,

mettendo un punto all’ago acuminato

che le buca l’aria.

E tuttavia la vita continua,

con un’ostinazione imbozzolata

che attiva un ronzio uniforme

in sottofondo…

Emigrata in Australia con il figlio

acquista in segreto con i suoi lavori di cucito

un blocco di pietra ad Atene

che dopo molti, molti anni

diventerà la loro casa di Argonauti,

o un altro secolo.

E questo è quanto.

Senza un copione o un montaggio

tutto resta immutato,

sepolto nel tramestio di una durata

opacamente incomprensibile.

Con gli occhi chiusi ascolto

l’enorme massa dei giorni,

ma accanto alla quantità

ancora non esisto

come l’ombra di quelle sue mani

cucite attorno al vento.

Quel blocco bianco di roccia mi ossessiona

come se fosse l’essenza grezza

e potente della poesia:

“Toc-toc – busso – Forse dentro la roccia

c’è qualcosa?”

Ma la vita impietrita

risponde solo scheggiando

una cascata di selce

e di bisbigli.

 

Da Osaka

 

Ho letto che nello Yadogawa Hospital

di Osaka

uno staff aiuta i malati terminali

a risalire ai propri piatti

che richiamano l’infanzia

e i momenti felici,

perché riassaporare un cibo amato

e poi perduto

sana la vita.

Da qualsiasi verso rimosso lo si prenda

ecco finalmente qualcosa di poetico

che non mi fa vergognare

delle parole nascoste dentro il tarlo,

e neppure del gorgoglio immemore del Lete.

Prima che sia troppo tardi

bisogna essere tutti un po’ malati

e costantemente terminali

per ritornare a scrivere poesie

nonostante l’alfabeto di luce che scordiamo.

E soprattutto ostinati guaritori

che ammanniscano a se stessi

la ricetta più antica del mondo

chiamata: gratitudine.

 

 

 

 

P1010854

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