PINUCCIO SCIOLA, IL PIU’ GRANDE SCULTORE ITALIANO di Massimo Pamio


Era il più grande scultore italiano, anche se i critici italiani in parte lo ignoravano. Pinuccio Sciola era l’ultimo interprete della tradizione classica, egli si lasciava possedere dal misterioso senso aptico che lega la pietra con la natura, traendone le linee di una profondità ctonia e arcana, concependo l’Ascolto di ciò che è nascosto nel rapporto tra le cose,  viventi o inorganiche. Egli riuscì a trarre dal silenzio delle pietre il suono, certo operò una magia, ma solo i sommi artisti sono anche alchimisti, registi di transustanziazioni e metamorfosi -come solo la natura sa fare. Ripropongo un testo che narra del mio incontro con Pinuccio Sciola, una folgorazione, l’incontro con un un Maestro.

L’incontro con un Maestro di Massimo Pamio

Il viaggio in Sardegna è un’epica di colori trasecolati in modo concitato e contrastivo, spiagge accecanti di blu, bianco quarzo e verdescurito dei boschi, ali spiegate dei fenicotteri, rosse, viola e bianche, nelle lagune e, prospicienti il mare, complici dello shock visivo, rughe archeologiche ocra -Tharros e Nora- addossate al blu, ai rosa delle dune che al tramonto divengono ambrate, laccate di miele e ai lucori bianchi dei gigli, terreni dal rosso ferroso al livido nero basaltico oppure traslucido d’ossidiana; viaggio d’un’attrazione nelle spire invisibili di una gente Laocoonte chiusa in una morbida corazza di gentile freschezza, da una parte Efisio Usai, attore dei film western che ha in sé la bontà del cattivo e la ruvidezza della comunicatività più appassionata, dall’altra gli scintilli del sorriso sardonico di una guida d’eccezione, romantica ed entusiastica, Angelino Spanu. Infine, giunti a San Sperau,, affamati lupi di bellezza presso una delle tante minuscole chiese bauletto d’argilla, ci sparpagliamo: Grazia volgendo improvvisamente con Paola da una parte -alla ricerca della domus di Pinuccio- io infilatomi dall’altra nella sacrestia della chiesetta, dove non trovo paramenti né turiboli ma lo studio di un artista che espone opere detritiche, sabbiate e dipinte con colori fluorescenti; in Sardegna essere creativi è un ineludibile destino, non un privilegio, forse una consuetudine o una condanna o una dannazione. Non mi stupirei di trovare uno studio d’arte dentro una caserma, o un intero esercito di terracotta ficcato dentro un piccolo studio. Ci fiondiamo nella chiesa dove il cartello turistico avvisa di un pozzo, c’è proprio un pozzo con l’acqua, qui si adorava l’Acqua, la Grande madre, ne so qualcosa, avendo fatto -io che ho una sincera idiosincrasia per l’acqua, una misoginia per la grande madre- il bagno nel mare di Sa Tuerredda il primo di ottobre, in un mare trasparente, cristallino, pietra acquea, acqua che sostituisce vibratile e volubile la lucidità e la levigatezza della pietra. Sebbene avvisati -Pino, ci riferiscono, è a Bologna- ci precipitiamo -Grazia è inarrestabile, straripante, travolgente- almeno la vedremo dal di fuori, la domus dell’artista. Davanti a una villa c’è un uomo, basso, piantato nella terra ma che non lo dà da vedere perché il suo corpo è proteso verso l’alto, come un albero, e in effetti non sembra camminare, ad ogni passo è come se si radicasse di nuovo del corpo nella terra. “Cerchiamo uno scultore… Pino Sciola”, fa Grazia, che si è già imp(r)udentemente avanzata verso l’uomo-pianta. “Perché cerchi Pino?” “Dove è andato?” continua Grazia, “a Bologna?” Il dialogo è impossibile, Grazia parla così in fretta, il suo verbo non riesce ad andare dietro alla speditezza del pensiero, mentre l’uomo è perplesso da quella forza della natura che minaccia di tracimare da un istante all’altro. “Ah, ieri era a Bologna”. “Perché, oggi dov’è” “Oggi è qui. Perché l’interessa?” “Noi siamo venuti apposta per lui dall’Abruzzo…” “Sono io Pinuccio” “Ah, è lei, oddio, Pinuccio, che gioia, che sorpresa” Grazia, frastornata d’imbarazzo, lo abbraccia a scatti, a strappi di gioia, lo bacia col suo sbigottimento, con effusiva grazia sempre e comunque colta, un abbraccio di Grazia è trasmissione di sapienza e va centellinato, l’uomo rimane piantato ancor di più, stavolta come un marinaio sulla nave, a gambe larghe, il fiume in piena è per un attimo placato. Siamo nell’ingresso dello studio nel giardino di una villa dove il disordine è quello delle piante che concorrono con le sculture a formare un groviglio di elementi in competizione fra loro, per vantare il proprio slancio all’aperto, dove tra i rami e le pietre gorgogliano macchie di luce a confondere ancora di più il visitatore perso dietro mille rivoli di bellezza alchemica. Prima che arrivino gli altri, Grazia e io siamo già a pendere dalle sue braccia parlanti; Pinuccio si appresta a un’operazione che richiede silenzio ma Grazia lo interrompe di continuo con la sua equorea eloquente curiosità, allora Pinuccio escogita un piano di medit/azione, per creare un momento sacrale di ascolto: Dico una preghiera, e congiunge le mani, in silenzio. Poi, chiesta e ottenuta probabilmente la mediazione del Divino, si avvicina ad occhi chiusi ad una scultura bianchissima traforata da tarsie a scacchi multipiani che con le sue mani tozze da contadino comincia a strofinare -sembra una lavandaia che costringe i panni sulle coste del lavatoio- incurvato in avanti si appoggia lievemente sulla pietra accarezzando la bizzarra struttura che -miracolo della poesia! Magia del mondo!- inizia a ondivagare suoni dolcissimi e vibrazioni melodiose, Grazia non ce la fa a stare in silenzio si avvicina “Che emozione” -sono d’accordo con lei, siamo sospesi in un limbo: per un attimo siamo fuori dal mondo, forse in un luogo angelico. La pietra suona con (sci/sor)volante dolcezza, canta d’un sibilo sommesso liquido cristallino. Pino ne trae note, ne cava l’anima, in un piccolo concerto diurno di pietra. Sopraggiungono Paola, Luigi, Pina, anche loro attenderanno pazienti al ripetersi del miracolo e poi tutti, uno alla volta, porremo l’orecchio sullo strumento, come tanti piccoli tommaso privi di fede, per toccare con la nostra incredulità il suono dell’acqua di pietra, il suono dell’arpa eolica di pietra. Grazia non sta più nella pelle, accende il registratore rivolge domande, è fuori dalla Grazia di Grazia e di Dio, non si controlla più, d’altronde tutti siamo presi da incantamento e ci aggiriamo trasportati come onde nel vasel, nella villa museo dal Maestro, perennemente assaltato dalla pungongolante Grazia che pretende una risposta su tutto: “Come ti è venuta l’idea di far suonare la pietra?” “Io sono lo strumento, io sono il plettro” risponde il Maestro. “L’idea è nel mondo, io sono nel Mondo, il suono è nel Mondo”. Ci racconta della mostra tenutasi a Assisi davanti alla basilica, di quando indotto a scrivere una lettera ai frati egli invece la indirizza a san Francesco, rimproverandolo per aver dimenticato, tra le creature del suo Cantico, la Pietra.
Il maestro incalzato da Grazia risponde in modo socratico e sibillino, interrogando a sua volta: egli cerca di farci conoscere la sua opera portandoci verso la conoscenza di noi stessi; non ce la faccio più e nella mia impulsiva teatralità mi inginocchio, mi prostro davanti a lui, riconoscendolo come Maestro: sbigottito indietreggia mentre io cerco di baciargli le scarpe, indossa dei mocassini nonostante sia una pianta, lo ha fatto perché sapeva di dover retrocedere a piccoli scatti, velocemente.
Cho è Pino Sciola? È il maestro che, giunto al culmine della sua ricerca, può finalmente fermarsi a riflettere sulla sua opera, per impossessarsene. Egli è la sua opera, scopre di essere diventato la sua opera, si impersonifica, anzi si impietra e riponde alle sollecitazioni del mondo con la voce della sua Opera. Perciò ora si interessa di progetti straordinari, ad altissimo contenuto, si volge all’interazione, duetta con altri grandi maestri, meglio se appartenenti ad altri settori (scrittori, attori, architetti, umanisti e scienziati). La propria vetta è stata raggiunta come un monte scalato pian piano, con la volontà e la saggezza che gli venivano dall’energia tellurica della sua Isola: ora dall’alto chiaramente distingue la distesa del senso della sua vita. Il maestro deve andare via, stava andando via, è stato un puro caso averlo incontrato, guai se avessimo tardato un minuto, noi tutti commentiamo che è stato un segno del destino. Prima di accomiatarsi ci accompagna con la sua auto in un luogo di favola, in una “foresta pietrificata” comne la definisce Luigi, si tratta di uno spazio amplissimo pieno di alberi in cui si ergono sculture immense, che svettano come monoliti. Ci insegna a distinguere i suoni delle pietre, quello del calcare che reca il suono dell’acqua di cui il calcare è cotituito in gran parte, e il suono del fuoco, del magma terrestre che risuona dal basalto. Pino è la goccia che scava la musica nella roccia, è la spada a forma di arpa nella roccia, è il lavaggio sacrale della pietra, perché in quella foresta le pietre vengono innaffiate dolcemente da vaporizzatori elettrici, Pino mi sembra un Cristo che lava i piedi, che lava le pietre per chiedere perdono di avere rubato loro l’anima, di averle portate con sé in un luogo in cui forse non si riconoscono più, in cui non risuonano più della potenza del monte che le accoglieva amorevolmente. C’è sempre una pena da scontare, ogni artista ruba qualcosa al mondo e deve restituirgli un segno, un simbolo, un’intuizione in cambio. Che cos’è la forma se non un togliere al mondo, che cos’è formare, modellare se non un concretizzare la propriua idea sottraendo forma al mondo, Pino ne sa qualcosa. Il suo rapporto con la pietra è sacro e non può assolutamente perderlo, perciò deve continuamente rinnovarlo ed ingraziarsi il dio della pietra che è celato in ogni pietra, creare per le pietre una nuova Isola di Pasqua o una nuova Stonehenge, affinché le pietre siano liberate dalla Madre Roccia per apparire nella loro nudità come una sorta di preghiera che la forma impetra al Cielo: la pietra è purezza nella sua solitudine, nel suo essere strappato all’Origine, come forse l’uomo, nel suo essere strappato al Paradiso da cui proviene, privato d’ogni senso, è simbolo del mistero che si eleva, preghiera del vuoto all’infinito del cielo. La pietra scultura di Sciola si è staccata dal suo senso per farsi pura forma, per interagire con il mondo dei sensi dell’uomo, per divenire suono, seme della terra, svelamento dell’aria che l’attraversa, eco del magma, del fuoco che la forgia e la rende compatto scudo. Le pietre che sono nella foresta, nel museo all’aperto tra alberi fiori e prati, cantano e risuonano per conto dell’uomo divenuto Dio, sono l’uomo stesso che assume alla fine dei tempi la forma di Dio e si rivela senso del Mistero. Le pietre di Sciola, ecco, annunciano il ritorno della divinità: nella foresta pietrificata sono in attesa che il Dio appoggi l’orecchio alla loro bellezza, per farle respirare nell’Amore del Mondo. Questo Dio è l’Uomo, l’Uomo che solo sa amare l’assoluto: perché le sculture di Sciola sono la preparazione all’assoluto, sono il momento prima che l’uomo confessi a se stesso di essere affinché Dio si eventui, nell’atto di Amore che le Pietre e l’Artista ha fatto incontrare per la loro solitudine e per la loro vocazione al reciproco appartenersi e possedersi in una perfetta rituale, atavica, originaria bellezza.
Interazione della pietra con la natura, del tempo pietrificato con la sua prima stagione, della creatura con il creatore, della creatura con l’ovulo generante, l’uomo è il rapporto e il nodo con la specie e con tutto ciò che ci ha generato e continua a generarci, l’Armonia assoluta, l’Amore di Dio.
Monoliti che nella “foresta pietrificata” assunono un’aria buona, di giganti buoni, forse perché Pino ci ha insegnato a conoscerli, rispettarli, a voler loro bene: non a caso li abbiamo accarezzati anche noi, ne abbiamo abbracciati alcuni, girando attorno a quelli enormi, che sembrano voler delimitare un’area sacra. Roberto Fornaro ha scritto che Sciola come un pifferaio magico grazie alla musica impone alle sculture di ordinarsi secondo un disegno armonico, e le pietre obbediscono. Tutte insieme formerebbero dunque un’enorme orchestra. Non mi stupirei se prodigiosamente Sciola scoprisse che le pietre sono capaci di ridere e di piangere. Forse, non sarebbe nient’altro che riuscire a riportare fuori le emozioni umane trattenute per sempre – ambrizzate-nelle rocce, nelle ossa del mondo.
Per Pino, una pietra vibra così come il corpo di una donna. Prima di vederla, già ne sente vibrare a piccoli sussulti la musica interiore, la forma nascosta dall’abito della montagna, della roccia. Ora comprendo i musicisti, essi fanno suonare il corpo dello strumento. Sciola prova (o provoca? O evoca? O invoca? O riesce ad avocare a sé?) l’essenza femminile del mondo naturale, la maternità amorosa del Dio che gli ha dato forma. Nonostante la sua durezza, la pietra possiede un’anima femminile e Pino l’ha scoperta, l’ha posseduta.
Il mondo è la pelle di Dio. Dentro questa pelle tutti sogniamo, ma Pino è riuscito a conciliare i suoi sogni con quelli delle pietre. Se ha dimostrato che è possibile ricavare sogni dalle pietre, forse in questo non è dissimile da Dio che ha voluto provare che è possibile ricavare sogni dagli uomini, nel gioco illusivo della realtà.
Ci congediamo da Pino. La mia commozione viene interpreta da lui come un oscuro cattivo presagio, rimane pietrificato, si allontana turbato, sconvolto: che cosa ci siamo detti di tanto terribile in quell’abbraccio, che cos’è il saluto se non lo sciogliersi della pietra nell’acqua della lacrima che lava l’onta del tempo, e che diventa poi il velo dell’Addio, di ogni Addio? (ottobre 2011)

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