GRANDE SUCCESSO PER LA CERIMONIA DI PREMIAZIONE DELLA XVI EDIZIONE DEL CONCORSO LETTERA D’AMORE – IL MUSEO DELLA LETTERA D’AMORE ACQUISISCE NUOVE DONAZIONI


Un uditorio di oltre 250 persone attento e partecipe ha gremito l’atrio del Palazzo Valignani di Torrevecchia Teatina  dove si è svolta la cerimonia di premiazione della XVI edizione del Concorso Internazionale “Lettera d’Amore”, che quest’anno ha vissuto momenti di grande intensità e commozione,  per la lettera al padre contadino scritta da Assunta Di Cintio, seconda classificata, per le parole dedicate al nipotino Samuele da Tino Di Cicco, autore della più bella lettera d’amore, che ricalcava l’inno all’amore di San Paolo contenuta nella lettera ai Corinzi, ma anche per la lettera dedicata alla dignità dal cardiologo Eligio Di Renzo, o per quella di Anna Rita Severini al museo dell’innocenza di Istanbul che ha sottolineato brutte pagine dell’attualità politica, per quella di Maryam Fatemi Far, funzionario della Regione Umbria che ha dichiarato di non voler tornare in Iran se non quando i tempi saranno migliori. Ospiti Roberta Riccarelli, moglie dello scrittore Ugo che aveva donato una sua lettera d’amore al Museo della Lettera d’Amore,  di cui è uscito di recente un libro postumo, “Lettera d’amore e d’addio” pubblicato da Mondadori in cui si riporta proprio quella lettera. Riccarelli è stato uno degli scrittori italiani più amati, vincitore del Premio Strega e del Campiello, autore di un bestseller internazionale, “Il dolore perfetto”. Il Premio internazionale è stato assegnato a Maria Arfè, console onorario in Grecia, scrittrice, drammaturga, editrice, per la promozione delle relazioni interculturali tra i paesi europei. Franca Minnucci e il Presidente della Giuria prof. Vito Moretti si sono soffermati sulla storia d’amore tra Eleonora Duse e di Gabriele D’Annunzio. Nella serata, sono state donate opere e lettere d’amore al Museo, presenti la Dott.ssa Paola Di Felice, già direttrice dei Musei Civici di Teramo e la scrittrice Elena La Rosa.  Il Sindaco di Torrevecchia Teatina ìAvv. Katja Baboro ha annunciato che è in corso il gemellaggio del Museo della Lettera d’Amore con la casa di Giulietta a Verona. E’ stata inoltre inaugurata la mostra di Gabriella Fabbri, “Conversazione” a cura del Prof. Massimo Pasqualone.

Ecco alcune delle lettere vincitrici (in quanto sottoposte a copyright  del Museo della Lettera d’Amore, ogni riproduzione non autorizzata sarà perseguita a norma di legge ai sensi della vigente normativa):

TINO DI CICCO (primo classificato)

lettera a mio nipote Samuele per quando sarà più grande

Caro Samuele,

Siamo quasi tutti confusi, e lo sarai anche tu; e lo siamo quasi solo perché non sappiamo cos’è il bene.

E’ il bene, infatti, che organizza la vera gerarchia nella nostra realtà, ed elimina così per sempre ogni confusione e ogni incertezza.

Chi in questa brevissima esperienza di tempo che chiamiamo vita, ha avuto la fortuna di provare l’amore, ha trovato il vero bene, e non è più confuso.

Il vero amore trascende però anche la persona che amiamo.

Amiamo quella persona perché in qualche modo testimonia il bene che non c’è, non perché realizza il bene assoluto che noi tutti cerchiamo.

Si parte dall’amore per una persona, e poi, senza sapere perché, si guarda con benevolenza tutta la realtà. Come se una volta realizzati nel bene, non riuscissimo più ad assecondare la nostra natura animale.

Non cambia la realtà con l’amore, cambia solo il nostro sguardo; ma è il nostro sguardo che decide sulla realtà.

Da un certo punto di vista l’amore è la più inutile delle possibilità dell’uomo, anzi più che inutile sembra addirittura dannosa, perché distoglie le potenzialità dell’uomo dai “valori” del mercato.

Ma quando amerai veramente, non saprai che fartene  del PIL.

Anche se  oggi (ma forse non solo oggi), è solo il mercato a decidere cosa vale e cosa non vale.

All’inizio il mercato decideva solo il valore della merce; ma poi pian piano ha finito per decidere anche il valore delle persone.

E se noi oggi siamo particolarmente confusi nelle gerarchie del bene, è proprio perché siamo sommersi dall’oceano dei beni-valori del mercato, e non riusciamo più a vedere la luna; e se non vediamo più la luna, è inevitabile perdersi.

Ma se l’amore prende il nostro cuore e lo libera dall’idolatria del denaro, del potere, del prestigio sociale, della tecnologia; se libera l’uomo dalla illusione del valore della sua identità, della sua volontà, della sua intelligenza, della sua potenza, della sua moralità, allora cade ogni confusione dentro noi.

Le nostre incertezze sono tutte figlie della nostra difficoltà a conoscere il vero bene.

Una volta che il caso, la fortuna, il destino, la grazia o come altro vogliamo chiamare quella stella che dall’altissimo del cielo ci orienta verso il bene, dovesse decidere per noi l’amore, avremo trovato finalmente l’unità di misura per vivere.

Il metro, il litro, il secondo e tutte le altre unità di misura che l’uomo ha trovato e troverà ancora, sono naturalmente una cosa buona per conoscere la materia. Ma la vera unità di misura per vivere è generata dal nostro amore.

Chi ama sa, anche se non sa niente di quello che gli uomini credono sia importante per vincere.

Dall’amore nasce il perdono, non dalla volontà; dallo stesso amore nasce l’umiltà, non dall’intelligenza; e anche la conoscenza nasce da lì, non dai libri; da lì nasce la giustizia, non dal diritto; anche l’attenzione per gli altri nasce dall’amore, non dalla morale; dall’amore nasce la carità, non dalla nostra bontà; da lì nasce anche la generosità, non dalle religioni; sempre da lì la cura per la natura, non dall’ecologia; dall’amore nasce il tremore per la bellezza, non dalla filosofia estetica; da lì nasce il bene comune, non dai proclami della politica; e ancora da lì nasce il nostro mondo, non dall’esplosione del Big- Bang.

Solo dall’amore nasce la tenerezza del sesso, non dalle tecniche del kamasutra; dall’amore la felicità di respirare cielo, non dalla crescente potenza dei nostri telescopi; ancora da lì il sapore del pane, non dalle nuove tecniche di cottura; sempre dall’amore la sicurezza che noi tutti continuamente cerchiamo, non dalle scoperte della psicologia; ancora da lì il superamento della condanna del tempo, non dalle medicine che ci allungano la vita.

Nasce solo e sempre dall’amore la bellezza che toglie il respiro per questa vita, non dalla speranza di una vita migliore.

La mia più grande speranza per te, caro Samuele, è che un giorno  tu possa vivere questo sentimento, con la stessa intensa gioia con la quale adesso vivi i tuoi giochi.

tuo nonno

 

 

ASSUNTA DI CINTIO (seconda classificata ex aequo)

Sono qui nella mia vita ulteriore

di badante supplente, prima in graduatoria.

Sei bloccato su una carrozzella per un’operazione malriuscita. La tua mente si è dimessa, non riconosci più e spesso piangi: vuoi tornare a casa, da tuo padre.

Mentre rileggi i vespri usurati, reciti rosari e trangugi medicine e merenda, tramonta il sole su questa domenica non tanto fredda di gennaio, come sempre, troppo presto.

 

La tua è una storia d’amore

per la terra, innalzata come barriera tra te e il mondo, relegando ai cigli gli affetti, non sfruttando agevolazioni, manco fiscali, ma incaponendoti con braccia e zappa.

Nella campagna al confine tra città e paesi sparsi, una casa su due piani, squadrata come un prisma e tangente alla curva della collina, è stata la tua tana.

 

Hai da sempre stimmate

alle mani e al costato. Beh! Non sono proprio disegni divini ma solo calli e grosse cicatrici che marchiano le dita e un dolore fisso al petto, dalla parte del cuore, per cui ti hanno riformato dalla leva e hanno respinto la tua richiesta di migrare in America, come gli zii.

Quando il dolore s’infittisce premi e ti curvi, come in un giuramento.

Per la scienza questi segni sono banalità.

Paterecci e calli per mani che, non protette dalle screpolature, s’infettavano; non usavi guanti, avevi smesso di sperare che la terra si sarebbe ammorbidita e ti sei indurito.

Sotto la crosta, crisi di panico simili ad attacchi cardiaci.

 

Da leggere c’era poco:

un catechismo, una bibbia con figure apocalittiche (oggi so che l’ha disegnata Dorè), una biografia di Napoleone, un sussidiario dello zio disperso in guerra e i fogli di giornale con cui s’incartavano le cose quando si faceva, raramente, la spesa.

Tutti letti e rimeditati come i libri di scuola.

I vicini gettavano riviste e giornali nel forno per bruciarli. Non c’erano cassonetti e le cose da buttare finivano in forno o camino o letamaio.

Quatta quatta, nell’ora più afosa della giornata, quella della pennichella, estraevo i giornaletti dal forno e li portavo sotto la vigna, un bel posto per leggere e nasconderli e nascondermi da figlia ribelle.

Ho letto giornali che tu e mamma pensavate indecenti: Intrepido, Monello, Confidenze, Lancio. Mi sono sentita inerme quando, scoperta, mi tirasti

una sberla… io, calamita da schiaffi.

Quando arrivava la sera, ne avevo prese così tante che neanche un granello di polvere mi si fermava addosso.

Me l’hai detto:- Se raddrizzo te, venite tutte dritte- [le mie tre sorelle, sottinteso!]

Era la tua spicciola pedagogia.

Io ho preso lezioni anche per loro! E quando potrò restituirle?

Ho idea che il conto non potrà mai essere saldato.

 

La quercia era il mio trono!

Di sera, dalla collina, Pescara sembrava giacere sotto i miei piedi, addormentata ed io, novello principe azzurro, sarei stata capace di svegliarla.

Urgente, d’improvviso, il richiamo! Avevi bisogno del secchio per mungere le pecore. Ti raggiungevo malvolentieri, la puzza del letame e del respiro da rumine mi soffocava, ma dovevo reggere le code, altrimenti si sporcava il latte con peli o pallette.

Scrivere oggi frasi demenziali nasce proprio dal ruminare in silenzio, come le pecore creative, al suono delle frustate di latte sul metallo.

Ma ti seguivo tutte le volte che comandavi, non mi chiedevi mai se fossi stanca.

Eri instancabile!

 

Aravi i campi con le mucche,

ma, per avere vitelli e latte da mungere, dovevi trovare un toro, e, quindi, intraprendere un pellegrinaggio fino alla stalla del toro da monta disponibile. Alla mucca, al toro e a te non era dato scegliere!

Ti vedevo uscire la mattina presto con la mucca alla capezza e tornare di sera con la stanchezza di quando tornavi dallo scassato; zappata profonda per piantare una vigna. Te l’ho visto fare, nella buca scavata, sparivi tutto! Durante il viaggio, ti occupavi di rifocillare la mucca di acqua e fieno, di consolarla e accarezzarla.

Tenerezza che hai usato poco con gli umani!

 

Praticavamo l’autoconsumo

ammazzando bestie allevate, polli, agnelli, conigli. Difficile da realizzare ora: troppe leggi, troppe case. La città ci ha fagocitato.

Ero, credo, l’unica figlia capace di assistere impassibile al macello. Guardavo la ferita, sentivo la vita defluire col sangue e controllavo le mie emozioni perché dovevo essere il maschio desiderato fortemente e mai arrivato.

Ma non vedevo fierezza in te per il mio sacrificio silenzioso.

 

Una volta, spennavo una gallina

con mia sorella (non dico quale! Consenso alla privacy) e lei cominciò a dire che le faceva schifo e che non voleva togliere le piume dalla parte della testa per il sangue. Ho cercato di imporre il predominio sul territorio già largamente sfoltito, ma lei è scappata urlando. Mi hai sgridata, pensavi l’avessi picchiata. Avevi un debole per lei perché da neonata era stata malaticcia, tuttora… E per punizione mi è toccato terminare il lavoro da sola. Quando l’ho sventrata, aveva il fegato distrutto. Non si poteva mangiare più! Si doveva seppellire! Mi hai incolpata di averla rovinata. Ma oggi so che la gallina aveva il cancro! Sì, perché la scelta colpiva, ovviamente, i capi deboli. Tu l’avevi scelta, per selezione naturale…

Che intuito!

Potenzialità sprecata perché la zappa, inesorabile, ha ristretto la tua crescita culturale.

 

La tua scuola si è fermata

in quinta elementare quando la maestra ti ha messo in ginocchio sui ceci, dietro la lavagna, e ti ha sequestrato a scuola fino a quando il nonno non è venuto a riprenderti e te le ha date con il frustino delle mucche perché gli avevi rubato, a lui e a te, mezza giornata di lavoro nei campi. La marachella? Una caricatura della maestra.

L’ho scoperto quando hai schizzato un cavallo sul mio quaderno, che però sembrava una pecora. Talento lanciato tra le zolle e rivoltato coll’aratro nella terra.

Perciò, hai voluto ostinatamente che noi figlie studiassimo!

 

A 87 anni e più, somigli a un rudere,

la pelle traslucida lascia intravedere il reticolo sanguigno, l’occhio lacrimoso, la voce lagnosa. Vorrei parlarti ma non hai l’apparecchio acustico, fermamente comprato e rigettato.

Con la sordità hai respinto la menzogna della vita per spiare solo il rumore del silenzio.

Assisterti rende il mio tempo delimitato. Posso prendere ogni decisione solo con anticipo dovendo spesso rinunciare oppure trovare sostitute che, a loro volta, rinuncino ad altre occasioni.

Nel caso dovessi disincastrarmi da questo cubo di Rubik, che cosa mi piacerebbe intraprendere?

Ti scruto e immagino.

Mi sorridi.

 

GIORGIA BIANCHIN (seconda classificata ex aequo)

A te che sarai.
“Non farò mai all’amore quello che l’amore ha fatto a me. Ci sono notti che mi costano giorni interi di malinconia, di inquietudine, di pianto. Giorni come questo in cui varrebbe la pena morire, ma resto intrappolata in un limbo di vorrei.
Sono immobile in questa stanza ad un passo dalla pazzia perché a mancarmi sei tu, tu che non hai mai fatto parte di me. Rimane disarmato, solo, spaventato il desiderio della tua mano che stringe il mio fianco, come se ti avessi già sentito mio, come se fossi stato ombra dentro di me. Mi sono così abituata a te che ti chiamo amore e la mente mi massacra ad ogni battito del cuore.
Ti fisso e so di conoscere ogni parte del tuo corpo, respiro il tuo odore. Conosco già la smorfia che farai quando mi prenderai la mano e con le tue dita farai girare su sé stesso il mio anello.
Immagino già quell’attimo in cui sposterai i miei capelli e li porterai dietro l’orecchio e ci
fermeremo così, io non vorrei nulla di più.
Sarà la mia testa a farti perdere i sensi, prima, che io mi spogli per te. Scaverò il mio posto nel tuo petto e farò implodere ogni tua incertezza, mi farò amare e ti odierò quel poco per rimanere in vita.
Come vorrei poter trovare subito la tua voce e coprire questa maledetta ribellione che mi abita.
Sei un rumore devastante che stride sulla mia quotidianità.
Anche se un’emozione travolgente ancora non ci appartiene, continuo a sognarti ed incalzi la mia follia. Mi basterebbero solo i tuoi occhi, li prenderei e mi addormenterei per passarci una notte intera.
Sappi, che oltre a queste parole, c’è il mio sospiro, io lì mi fermo, tra i denti e le labbra, lì mi nascondo ad aspettarti. Anche se ora sei solo un punto di vista nella vita di una sconosciuta, immaginerò ogni giorno che il tuo amore passi di qui, perché so che saremo io e te. Premi amore mio costantemente sulla mia coscienza intimamente sporca.
Ti prego solo di non leccare via il dolce dalle mie dita per farmi ritrovare il sapore salato del
mio parziale amore. Lo so, sono solo la metà di un sentimento, ma lasciami sognare perché dalla vita ho tutto, tranne quando sono sveglia. Ho bisogno di te celato nel mio sonno.
Allora buonanotte amore mio, sto arrivando, fai tremare il mio mondo, fammi oltrepassare i margini di te. Sono pronta ad incontrarti a dondolarmi, a muovermi, a farmi cullare. Rimani mare amore mio, rimani onde nel mio sogno.”

 

YULEISY CRUZ LEZCANO (terza classificata)

Lettera da poeta a poeta

 Tu dici di essere idiota, ma se tu sapessi Julio Cortàzar, quanto sono idiota anch’io. C’è un mondo di idioti come noi. Siamo nati dalla vera fonte della mitologia degli idioti.

Siamo immaturi idioti e troviamo la nostra realtà, solo nello spirito dell’ingenuità primitiva.

E non credere che sia semplice la nostra vita, nessuno comprende la nostra sorpresa del frutto, nessuno capisce se per noi un’ora è uguale a un minuto, quando ci perdiamo nella contemplazione.

Noi siamo la celebrazione del culto degli idioti, abbiamo la malattia dell’entusiasmo, per le cose che gli altri nemmeno considerano.

Sorridiamo senza sforzo, senza contegno, indisturbati. Siamo gli idioti abbandonati nel gozzo di ogni cosa banale, persi nella fantasia di battute senza suono che solo a noi fanno ridere a crepacuore, come idioti.

L’idiozia è la nostra unica storia di follia, ridiamo davanti ai dipinti idioti, ci piacciono i ritornelli semplici, i ritmi ingenui, ci piace inventare i colori per tutte le nuove vocali, regolare la forma della bocca per tutte le consonanti e, con ritmi istintivi, illuderci di creare un linguaggio poetico, accessibile per esprimere l’inesprimibile, fissando la vertigine di un sorriso che descrive tutti i silenzi.

Siamo abituati alle allucinazioni semplici, vediamo chiaramente nelle nuvole tutte le favole, calessi per le strade del cielo, un salotto pieno di alberi sul fondo di un lago, mostri e misteri in tutti i boschi bui.

E poi crediamo pure di essere una voce, di nasconderci in forme animali e parlare con la natura, con il nostro gatto, con il nostro cane. Parliamo a loro assumendo delle espressioni quanto più buffe e smarrite possibili, così consapevoli di sapere che essere idioti è la nostra destinazione di felicità, pertanto davanti ad altri uomini conversiamo con l’erba ad alta voce, senza dimenticare i sofismi di follia che ci appartengono. Sappiamo molto sulla follia, essa non deve venire rinchiusa, e noi possediamo dei sistemi semplici per liberarla. Sappiamo come distrarre gli incantesimi accumulati nel cervello umano, diamo continuamente vita all’infanzia. Lo sappiamo, occorre davvero audacia e umiltà per avvicinare tutte le idiozie! Eppure siamo stati educati al rapporto con la gente, ma non troviamo i nostri grammi di ragione per passare inosservati, quando, con atteggiamenti che in tanti ritengono sbagliati, sogniamo in piedi.

Ah! Ah! Ah! Se tu sapessi quante ne combino… questa te la devo proprio raccontare: volevo portare fuori il cane, l’ho chiamato, ma lui già mi aspettava sulla porta, seduto  scodinzolava, guardandomi con i suoi grandi occhi tondi, poi ho indossato la giacca, ho preso il guinzaglio, mi sono messa la sciarpa e sono uscita, ma il cane era rimasto dentro ed io mi sono stupita di quanto leggero fosse il mio cane, quando per la strada giravo con il guinzaglio, senza rendermi conto di averlo lasciato dentro casa. Non ti dico che reazione. Ah! Ah! Ah! ho riso e riso di me stessa, quasi da farmi la pipì addosso, come solo sanno fare gli idioti.

Ah! Felici! Sì, solo gli idioti sono felici, quelli come noi, credono alla felicità e si affacciano a magiche finestre, sempre deliranti, con la psiche offuscata da occhi sognanti, e pensieri erranti in foreste spensierate. Quasi disgiunti dalla ragione, siamo persi in regioni inesplorate dall’attenzione, perché per noi essere idioti è l’unica condizione che ci mantiene vivi.

Non sembriamo di questo mondo, possiamo essere la nuvola, l’albero, ci basta, da semplici, la semplicità per creare una concreta estensione all’interno del cuore e dilatarlo con poche gocce di sole, perché per noi l’immaginazione è un esercizio.

Siamo sin dall’inizio gli idioti resi puri dal battesimo, liberi dalla ragione e dal suo linguaggio, siamo come pagliacci che dopo un travagliato viaggio ridono e ridono, creando confusione.

Come tutti, abbiamo sentito una gran liberazione cadendo dalla vulva materna, ma già da neonati, nel momento che siamo stati cullati, abbiamo riso e riso, senza nessuna ragione, con il cuore pieno di gioia, sbavando e poppando con innocenza, sognando a occhi aperti, come idioti.

Che dire! So bene cosa farmene delle nuvole grigie, da bambina la prima volta che ho guardato il cielo, ho avuto coscienza che in tutto c’è un’immagine, che nessuna realtà è legata alla sua propria realtà e che da una nuvola a un’altra nuvola c’è solo una piccola misura di cielo, e il cielo intero è una grande vetrina di contenuti, che può costruire continuamente delle immagini per l’uomo ispirato. Sul cielo da bambina ho sognato l’amore e ho visto tanti istanti di luce esplosi nella notte, mentre guardavo le stelle. Sentivo pulsare l’universo con astri che mi accarezzavano la pelle e ho imparato a distinguere una stella dall’altra, attraverso la chiarezza delle loro rivelazioni. E non dirmi, carissimo amico, che erano spazi di confusione, perché i confusi sono assenti al loro presente, invece io ho sempre saputo che la mente non ha confini. Tutto è nello stesso istante “uno e diviso”, e io ora con il mio migliore sorriso ti dico, con certezza, che per sognare bisogna amare il proprio sogno e tu, come me, lo sai. So bene che anche tu, come me, hai imparato a scorgere il fuoco e il profumo dell’aurora; hai imparato che il sogno è il minuscolo anticipo di tutte le pagine da vivere; hai imparato ad amare la bellezza di un mondo che si apre in altri mondi e hai capito che la razza degli idioti è tenace, perché gli idioti immaginano l’infanzia come una terra bagnata dall’acqua. Gli idioti sanno bene che i sorrisi sono fatti da piccole avventure che galleggiano in barchette di carta.

So di parlarti in una lingua che già conosci, so che mi immaginerai e sorriderai quando leggerai queste righe, perché anch’io sto sorridendo mentre immagino che tu le leggi. Solo gli idioti possono ridere immaginando quello che ancora non è successo. La fraternità fra gli idioti non consiste nel mettersi nella pelle di un altro idiota, ma nel sapere ridere di sé, insieme agli altri.

Con affetto

 

MARILINA DANIELE (terza classificata, purtroppo non è potuta essere presente alla cerimonia e siccome il bando prevede che il premio venga assegnato solo ai presenti – non sono ammesse neanche deleghe – il premio non le è stato assegnato. Ci duole, perché la lettera è molto bella e vale la pena di essere letta, ma le regole sono le regole)

Ammaestrare l’amore

Il vento a volte ha la voce perpetua delle trepidazioni. Smuove le girandole obbligandole a giri indotti. Apro la bocca, la spalanco, come se mi mancasse l’aria da respirare, invito il vento ad entrare dentro me per rubare le mestizie, ma nemmeno lui vuole entrare in tanto buio, solo il tempo può sbiadire le intensità, solo il tempo può addolcire le amarezze, ma non potrà mai pulire del tutto il cuore … dal dolore dell’amore.

A volte uno spazio immenso sa abbracciare più dell’indifferenza; ed io che tanto ti ho abbracciato nei tuoi deserti, ti ho preservato dall’ abbandono, dalla solitudine …. mentre tu hai indossato solo individualismo, solo aridità.

Non c’è mai una ragione valevole per cui un amore debba auto compiangersi, auto frenarsi, auto carezzarsi. Chi ti ama è indotto al supplizio, alla povertà, malgrado il cuore ti perdoni sempre, ti giustifichi, ti ami nonostante le tue deformità, le tue incoerenze.

Le persone che ti amano sono destinate a un grande castigo … amarti è dolersi! poiché tu, proprio a quelli che ti amano di più sai dare solo dolore.

Quando sei assente, quando decidi di soffrire o gioire da solo, quando non vuoi che io sia con te, a piangere o ridere assieme a te, vuoi o non vuoi io piango e rido lo stesso.

E’ come se fossimo nello stesso deserto. Ognuno di noi si rannicchia sul suo pezzo di sabbia, in solitudine, con le proprie risorse.

Io vorrei solo essere l’ossigeno puro del tuo affannato respiro, vorrei solo essere una dolce melodia nell’assordante musica del tuo oggi. Vorrei essere un elemento sereno nella realtà d’insoddisfazione. Vorrei poter scolorire il tuo nero, vorrei prenderti per mano e dirti che in fondo nulla in te è sbagliato, che se piove non è colpa del sole, e che chi non sa amare è un perenne frutto acerbo. Tu non sai amare e forse lo sai.

Non mi priverai di dolore se tieni per te le cose. Io entro dentro di te ogni qual volta ti dico che ti amo, sono nel tuo cuore ogni volta che ti penso, e so quanta inaffidabilità c’è in te.

Per me sarebbe come morir di fame lasciare la tua guancia priva della mia carezza, sarebbe impossibile non baciarti gli occhi e non consumare questo sentimento finché c’è.
Mi osservi in silenzio, lasci che la candela bruci nella sua danza, i tuoi occhi l’han già guardata stamani, ma lei non si è accorta! e muore di cera … e muore di sé.

Il vento che corre tra le valli quando il giorno è in vigore termina alla sera il suo andazzo in piccoli passi, e spione sussurra alla miccia impoverita di pira, che stamani l’hai letta, che stamani l’hai sentita, l’hai guardata, nonostante hai saputo prendere di lei ogni prodigio, poiché l’amore è cura per ogni carenza, ogni cicatrice.

Chi non sa amare sa solo prendere. Hai restituito solo carestia, solo utopia all’amore. Ti sei guarito di me, ammalando me.

La candela sfuma il suo ultimo fuoco di vita e finalmente gioconda si spegne,  perché l’amore sa accontentarsi, sa mangiare poco, sa lievitare l’insufficienza, sa avvolgersi di una felicità grigia … nostalgica, ma poi sa anche riprendersi la sua dignità, il suo valore, e il suo ricco bagaglio d’essere, per imparare ad essere saggio, ricambiato, condiviso.

In fondo l’amore è così difficile educarlo per le persone. Va aggiustato, trasformato, riparato, preparato e ammaestrato bene, affinché diventi fonte di gioia e non più di dolore.

 

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One thought on “GRANDE SUCCESSO PER LA CERIMONIA DI PREMIAZIONE DELLA XVI EDIZIONE DEL CONCORSO LETTERA D’AMORE – IL MUSEO DELLA LETTERA D’AMORE ACQUISISCE NUOVE DONAZIONI

  1. Milena ha detto:

    Buongiorno a tutti,
    Ho partecipato anch’io a questo concorso per la prima volta ed ero emozionata, ora che ho letto le lettere dei vincitori, un brivido ha attraversato il mio corpo, sono meravigliose.
    I miei più sinceri complimenti per il meritato riconoscimento.

    Barattieri Milena

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