L’ANGELO CHE NON MOSTRA IL VOLTO: FRANCESCO RIVERA


L’angelo che non mostra il volto: Francesco Rivera

di Massimo Pamio

Ogni libro di Rivera è, per il lettore, un’avventura unica, un’esperienza primaria, un unicum, un luogo esotico e irraggiungibile, un mistero compiuto e mai più spendibile, un varco chiuso, una conchiglia che ha ambrizzato la sua perla. L’ultimo, il sedicesimo, “Angeli senza volto”, pubblicato di recente, riferisce di uno strappo, proprio del mondo e della vita e delle relazioni che mondo e vita stabiliscono con le creature e con la ragione, da cui derivano un debito incolmabile, il riappropriarsi da parte del fuoco d’ogni forma, motivi atti ad essere tradotti in un canto prezioso e sibillino. Rivera è uno dei letterati più claustralmente piegati dal demone della poesia a una fedeltà liturgica e zelante, per una concezione del fatto poetico come di un’azione condotta sulla materia -dall’interno della materia- con la consapevolezza di una ineliminabile incapacità di bucarne completamente il guscio, come accade per i Prigioni michelangioleschi, abbandonati -forse arresi- nel groviglio inestricabile delle vene del marmo, prede della Forma, ostaggi ma anche orgogliosi guerrieri pronti a combattere per Lei, vera Idea, vero Assoluto per il quale vale la pena sacrificare un’esistenza, affinché quella possa conseguire la Vittoria, la Gloria. Rivera si fa sacerdote zelante combattente ardito samurai pronto al suicidio in nome della Forma, Forma quale Assoluto, Luce ultima e vera d’ogni goccia di sangue che il poeta conserva. Ogni opera poetica costituisce un pericoloso svenarsi dell’autore per imbibire i vasi ematici della Forma, che va costantemente irrorata, affinché non illanguidisca, conservandosi splendente nell’accecante gloria che si autoproclama Bellezza. Che cosa conosce di più sontuoso l’uomo che elabora, che fa poetica, techné, di cosa può egli santificarsi e glorificarsi se non della creazione e della visione di magnifici ingranaggi, di ardite realizzazioni di linee e disegni e figure che assurgono a dignità di meccanismi e costruzioni e strumenti tanto più sofisticati quanto più efficacemente funzionali e funzionanti, per giunta dotati di equilibrio, inusitati congegni che riassumono in loro dinamica e potenza e perfino una qualche dotazione del vero?

                                                                           Vinci la gloria,

                                                                           la gloria per le tue aporie,

                                                                           la gloria per l’immobilità.

L’estetismo riberiano è vicino a quello di Angelo Maria Ripellino, di Juan Rodolfo Wilcock, di Edoardo Cacciatore, ma anche di Emilio Villa, di meridionali quali Calogero e Piccolo: un ambiente tanto raffinato quanto proditoriamente emarginato dalle antologie nazionali, colpevoli, a mio avviso, del solito familismo che ha privilegiato sempre gli amici rispetto agli altri, ben più meritevoli.

Esule in patria, estraneo al suo reame, vivendo una sorta di Deità al rovescio, di Colui che il suo regno l’ha creato ma se n’è distaccato e ora tace

                                                                          Elàborati nella vista di Colui che tace.

 

                                                                        Ma tu, tu

                                                                        hai proposto la tua demarcazione

                                                                        Al Dio delle gemme?

Rivera parla in nome del silenzio col suo linguaggio tornato a essere segno, spossessato del significato, condizione e terreno di uno sradicamento fondante e fondativo, perché solo in questo modo esso può riavvicinarsi a una sua purezza originaria. L’idea di fondo della poesia “gnostica” di Rivera è che Dio, nel fare il mondo, si sia macchiato di un’impurità, o di un’iniquità che noi creature dobbiamo in qualche modo emendare o scontare, attivandoci per cercare di conquistare un’innocenza che ci è comunque preclusa, ma il tentativo, se esperito, contribuirebbe a togliere la macchia dal Dio, a purificarLo: purificarLo significa in qualche modo negare noi stessi, non rinnegando mai

                                                                          il nulla che è la faccia

                                                                          buia con

                                                                          cui Dio preme la terra.

In tal senso tutta la poesia riberiana è ricerca teosofica, è preghiera, invocazione rivolta al Demiurgo affinché possa salvarci come globuli di luce per ricongiungerci all’Empireo, strappandoci alle grinfie del Male, alle tenebre che vorrebbero per sempre tenerci legati al marasma dell’impuro che si allarga sempre più nella Terra, laddove una masnada di anime maligne e caliginose rende il buio sempre più potente e minaccioso

                                                                             mentre mi considero

                                                                             abituale alla farragine

                                                                             e al dolore della luce.

Tra un vuoto che non può essere scavato e un pieno che può essere solo sperato, il poeta agita la bandiera del filo nero della scrittura come una traccia, un ordito che cuce il bianco della pagina in funzione di un Altrove che è la propria logica,

                                                                              maestra di nudità.

L’ineffabile gioco che l’autore spende nel testo è fondato su due direzioni, la prima, che coniuga la ricerca del Divino con la ricerca della Forma, la seconda che invece lega ogni cosa –spirituale e materiale- all’amore per la compagna della propria vita, magistralmente riassunta in un verso di una autenticità che forse è difficile incontrare nella poesia italiana del Novecento e in quella più recente:

                                                                                 Tutta l’anima, per seguire il Tuo corso di nodi.

Un verso prezioso, cesellato, accecante, che risolve forse l’intera raccolta nella più appassionata dichiarazione d’amore. E ancora, la lirica prosegue con una tensione tra immaginazione e passione che riesce a pulire ogni discorso superficiale, a conseguire un’apertura in quella parte del linguaggio che è l’inconscio (come affermas Lacan negli Ecrits):

                                                                                  È Melania, è lei

                                                                                 che raggela le mie unghie

                                                                                 che ritorna a graffiarmi

                                                                                che mi fa spendere poco.

                                                                                È lei che intristisce la mia vita

                                                                                 è lei che funziona da tappo.

                                                                                 È lei che prova a cantarmi

                                                                                 è lei che prova a dividermi.

L’autore preme sul linguaggio, ne placa il furore del significato, ma anche ne smussa gli angoli, quasi a voler raggiungere il “fattore zero” della funzione comunicativa, a rendere la bellezza fine a se stessa. Che cos’è d’altronde la bellezza se non qualcosa che si libera dei vani significati, sintomo di qualcosa che c’è ma non si vede? Così come il colore degli occhi, che può essere sintomo d’alba:

                                                                                 Il colore dei miei occhi è sintomo d’alba.

                                                                                 Nel tramonto le palpebre s’uccidono tra loro.

La poesia è un sintomo, un avvertimento di qualcosa, una traccia nera senza significato che lancia messaggi probabilmente a quelli che verranno, esulando da verità e realtà così come sono abitualmente concepite. Atto di pura scrittura, disseminazione derridiana, destrutturazione del linguaggio quotidiano, engramma del nero fluido di ciò che rende significativo il calco tipografico, la poesia riberiana è un disegno su carta, è segnale d’un nulla significante o d’un significato azzerato, concrezione pura, grumo inesplicabile, fondamento del Nulla sartriano e heideggeriano, che probabilmente sfocerà in ulteriori prove e tentativi di approssimazione a un senso che né Dio né la Verità possono completare: la poesia riberiana sarà sempre ricerca, viaggio, interrogazione, nella pacatezza che ne contraddistingue il dettato, nella delicata tristezza e nella corrosiva ironia che sedimentano ogni pagina e fanno del Poeta una tra le voci più interessanti del nostro panorama poetico.

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