SE L’AMORE RESISTE di Massimo Pamio


SE L’AMORE D’UN POETA RESISTE di MASSIMO PAMIO

Nell’ultima raccolta, “Non ritorni”, Antonio Spagnuolo perviene a una chiarità del discorso letterario, a una effabilità eloquente, a una dicibilità effusiva e sincera, che privilegiano la comunicatività e la dialogicità, sebbene si riscontrino numerose complesse ardite soluzioni sperimentali, che ostentano ancora l’attenzione per l’espressività, per la simbolicità, per la cripticità, per la ricerca astratta, polisemantica, d’avanguardia. Spagnuolo è poeta del laboratorio, instancabile operatore della parola, sempre sottoposta a una serie di rivolgimenti, trasformazioni, incisioni, poeta di “ultra e di transavanguardia”, che “azzera il linguaggio di semantemi inusitati e di altre imprevedibilità”, (così scrive Mario Pomilio nell’introduzione a Candida, una delle prime raccolte), poiché mira all’informale, non alla sintassi, influenzato dal pensiero filosofico e psicanalitico, da Lacan, che definisce l’inconscio una “parte del discorso concreto” (negli Ecrits, ediz. Seuil, p. 799), inconscio come sistema di lettere che, interagendo col discorso conscio, ne schiuderebbe lacune e falle, tracce di iscrizioni patologiche sul corpo, ricordi d’infanzia già censurati, vocabolario e stilemi individuali, sintagmi e movimenti  che si trasformano in leggende, in miti per veicolare la storia individuale; per Spagnuolo la poesia, una volta liberata del poetese, del sentimentalismo e della banalità del discorso quotidiano, dovrebbe interrogare gli ipogei del sottosuolo mentale, per comprendere i meccanismi situati all’origine delle azioni linguistiche o dei comportamenti razionali che nascondono. La soggettività non sarebbe fonte o causa della poesia (o della scena poetica) bensì una funzione della stessa, in grado di esprimere o manipolare sintagmi sfuggiti all’inconscio. Questi presupposti logici e critici, perseguiti fino in fondo da Spagnuolo, vengono abbandonati in “Non ritorni” per un’urgenza del dire, per la necessità del racconto. Spagnuolo è preso qui dall’evento della scomparsa recente della compagna fedele della sua esistenza, travolto da quell’assenza che presentifica ogni ricordo, ogni istante e lo riconduce a una sola ossessione: “Ora frantumo lo specchio che deforma/ la mia immagine di vecchio/ e finisco nell’ossessione della tua assenza”. “Non ritorni” è poesia del Dolore, d’un dolore sommesso, continuo, dignitoso, che si configura nello schema della poesia senza mai concedere alcunché alla retorica, senza esporsi mai al rito consolatorio. Non conosce tregua il dolore, che si ripete verso per verso, rende affannoso il respiro e la lettura del testo anche quando l’autore chiede con delicatezza: “Lasciami ancora uno sguardo/ nei giorni in cui non trovo più parole”, un attacco commosso, commovente, che induce al pianto. Prima tutto era vivo: “Le rondini avevano il girotondo/ delle vertigini improvvise,/ e le ombre trattenevano il sole”. La poesia più che terapia è giaculatoria disperata, un nominare forsennatamente l’assenza, l’assenza dell’amata, un definire i contorni di una vita improvvisamente divenuta “senza fantasie” giacché “dilania il petto”. Restano i ricordi, sullo sfondo del meraviglioso golfo napoletano, che qui non è stereotipo, perché non stempera il dolore, dolore che rinnega perfino il libro: “Andavi nelle stanze tra i riflessi del sole/ a portare le ultime magnolie/ e rallegravi pareti./ Il richiamo non ha più il tuo nome/ nel logorio del libro che rinnego/ pagina dopo pagina”. L’ambiente è comunque quello dorato scintillante di luce, incanto che è divenuto tragico sfondo dell’illusione, dell’angoscia, della solitudine, del pianto. La speranza è tutta in “un improvviso bagliore” nel miracolo di un fugace ritorno dell’amata: “L’armonia di un attimo/ che ritorni al destino (…)/ e rinchiude nel dubbio il desiderio/ di un improvviso bagliore”. La preghiera si fa invocazione: “Ritorna un momento ancora/ e le mie stanze brillano di gioventù”. Il timore è che il poeta perda perfino memoria della sembianza dell’amata: “Non si cancella l’amore che mi hai donato/ e mi perseguita ancora il tuo respiro/ anche se ormai scompare nel golfo il tuo profilo”. Solo lei conosce la verità: “Se esiste l’amore oltre la morte tu lo sai”. Un’amarezza senza fondo per un’assenza che dilania: “Soltanto una chimera? Sessant’anni/ svaniti nel volgere di uno sguardo/ quasi per gioco, schiocco di frusta/ nel bianco consueto della luna/ perla del dubbio inaspettata”. Un canzoniere d’amore in assenza, disperato, tragico, che non s’arresta, flusso costante, un fiume di dolore che assurge simbolicamente a monumento perenne eretto da Spagnuolo alla donna amata.

In queste ultime dolorose raccolte, il processo intentato alla parola per motivazioni filosofiche e poetologiche si arresta, si spegne, si traduce in una nuova concezione. La parola non è più luogo d’un dissidio, d’un conflitto tra conscio e inconscio, tra significato e significante, punto di disaccordo tra la catena dei significanti e quella dei significati, tra simbolo e senso. Alla parola non viene chiesto di far apparire quello che è nascosto nella nostra profondità, bensì di farsi testimonianza viva, canto melodioso, filo che si tenda al massimo per andare a riconquistare la presenza, a rivendicarla come un assoluto. In questo senso, la parola diviene una modalità dell’essere, un modo della vita di manifestarsi, segno proprio ed efficace della creatura umana. Un tentativo della creatura di adeguarsi alla vita che non conosca soluzione, che sia in qualche modo espressione continua, “inestinguibile”. Segno che si prolunga e si affida ai segni degli altri, li contiene, li trasmette, li modifica, li salva, li rinnova, li trasforma, li completa, li azzera. Segno tra i segni, segno di segni, la parola è una proprietà della vita, un aspetto del suo essere presenza, perdita, testimonianza, promessa, speranza di un’ulteriorità ma anche fine, consumazione, limite. La parola è il contenuto dell’amore e del dolore, contenuto e contenente, un aspetto di ciò che di più generoso la vita può concedere alle creature, per un incanto che ha a che fare con il Mistero dell’Assoluto, di un Dio che si nasconde dietro ogni enunciazione.

foto antonio 2013ANTONIO SPAGNUOLO

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