LA POESIA DI PAOLO ROSATO di Massimo Pamio


searchPaolo Rosato è musicista, compositore, ma soprattutto è figlio della domesticità poetica e di quella poesia imperitura che i suoi genitori, Peppino e Tonia, hanno trasposto non solo in pagine di rara bellezza, ma anche e soprattutto -e con quale intensità e con quali sentimenti- nella vita.

 

Dialogo per voce sola, opera prima di poesia trascritta da Paolo Rosato nel breve volgere di un anno, tra il 5 agosto del 2006 e il 15 luglio del 2007, risulta composta di 35 liriche, ciascuna delle quali riporta in limine data e località di composizione, tutte dedicate al ricordo della madre Tonia Giansante, scomparsa undici anni fa. Per quale motivo l’autore tiene ad informarci con tanta acribia dell’occasione che ne ha dettato l’ispirazione? Forse per sottolineare le ragioni sentitamente personali di una tanto sincera quanto dolorosa confessione, forse per evidenziare il tono cronachistico, diaristico, la veste di taccuino dell’opera, contrappuntata da annotazioni poetiche avvertite come commento di fondo alle vicende esistenziali, oppure per recriminare sulla puntualità temporale dei ricordi che investono senza requie, in ore e in luoghi determinati, con sorprendente consuetudine? Rosato è ostaggio dell’urgenza che ha dettato, della necessarietà, della motivazione profonda, del sentimento acuto e intenso che hanno reso indispensabile quell’intimo dialogo, quel frasario essenziale e intimo che, consegnato prima a se stesso, viene poi discretamente ed elegantemente proposto a un lettore ideale, cui si richiedono sensibilità, cultura, finezza, aristocraticità.

Le poesie, brevi, alcune di cinque versi appena, la più lunga, di diciassette versi, conservano un andamento metrico libero, scandito secondo un ritmo dettato dalle diverse esigenze dell’ispirazione, non esente da un’attenzione particolare alle regole classiche, che osserva l’uso di versi costruiti prevalentemente su tre accenti principali. Settenari, endecasillabi e novenari variamente alternati secondo una musicalità interiore, una specie di respiro dell’animo, strutturano il testo in un unico canto poematico volto a sostenere l’interminabilità di un lungo sospiro di addio che, grazie all’uso di larghe pause tra una frase musicale e l’altra, cesella il dettato lirico che non si vorrebbe mai concluso.

Il tono intimo-elegiaco rende omogeneo il testo, in una corrispondenza così tanto armonica tra musicalità e testualità tale da spiccare nella pagina e da far prendere forma al miracolo, proprio delle grandi opere, dello stile individuale, dell’impronta personale, virtù che rendono inconfondibile una scrittura, chiaramente riconoscibile e soprattutto riferibile solo a quell’autore e non ad altri. Dialogo per voce sola dunque si contraddistingue per il suo non poter non essere che opera di Paolo Rosato, di un modo di fare poesia paolorosatiano, ne cito anche il nome per distinguerlo dagli altri poeti di famiglia. La poesia di Rosato è aurorale, costituisce un unicum, la sua scrittura inaugura un modo nuovo, diverso, di comporre. Egli compie e rinnova quel miracolo che ogni grande poeta inaugura, un rinascere della poesia nella poesia, il rigenerarsi della poesia all’interno della tradizione, del canone millenario in virtù della nascita di una nuova forma. Per cercare un cattivo paragone, eccomi a considerare come lo stile, marchio d’autore, possa essere assimilato al marchio di fabbrica. Il logo sbafo della Nike, riconosciuto e individuato immediatamente da chiunque, ripristina l’ala della Nike di Samotracia in modo originale quale simbolica effigie iconica del volo, così come la poesia di Rosato nel proporre stilizzata la personalità poetica e la mano e il pensiero poetico di Rosato, rinnova l’ala della poesia, del genere poetico e del suo canone millenario. Che cos’è d’altronde che rende inconfondibile ogni essere umano dall’altro se non lo stile personale, ovvero quell’insieme di pochi elementi che caricaturisti ed imitatori rendono evidenti a tutti, sottolineando un ciuffo ribelle, il tono della voce, un tic, un gesto, l’uso di un frasario particolare, la forma particolare del naso, della bocca, il modo di camminare o di guardare! Differences make the difference. Le differenze fanno la differenza. Tornando al nostro caso, che cosa rende inconfondibile una poesia  –la poesia- di Rosato? È quello che andrò a esaminare cercando di rendere evidente il suo approccio al pensiero, alla frase, al pronunciamento poetico, per il tramite di un sentimento puro come il diamante tagliato in una serie di scelte di natura sintattica, organizzativa della frase, degli accenti, della cadenza ritmica, sarà lo stesso Rosato a mostrarcelo, non dovremo far altro che rilevarne alcuni aspetti, caricaturandoli, giacché artifex additus artifici. Operazione complessa e difficile, in quanto che lo stile personale è miracolo che appare, incanta, ma non si lascia mai del tutto svelare restando sempre in qualche modo oscuro. D’altronde, la poesia è l’atto dello svelarsi imperfetto, del chiarire lasciando disseminati spazi di dubbio, dell’imperfezione con cui essa si sovrappone alla perfezione del mondo.

La foto di copertina del libro, di Lucio Rosato, altra stella del firmamento rosatiano, sintetizza figurativamente il singolare contenuto del testo. La foto coglie due impronte che si fronteggiano, orme di piedi sulla sabbia composte in altorilievo, non affondate bensì poggiate, sbalzate sulla sabbia. La sabbia si stende uniforme alcuni millimetri sotto le impronte, creando un effetto in negativo, rovesciato rispetto a quello che comunemente osserviamo sulle nostre spiagge. Le orme in rilievo si toccano e in piccola parte si sovrappongono. Le dita dell’uno diventano quelle dell’altro. La metà destra dei piedi è sparita, un’ombra supplisce alla parte mancante, la riempie. Ne ricavo un’interpretazione accostabile a quella scaturente dalla visione delle teste bronzee di Mitoraj, che, sempre prive di una parte, attraverso l’ostentata enfatizzazione dei danni subiti dalle sculture classiche, mettono in luce il fattore del trascorrere inesorabile del tempo, la sostanza di deperibilità, di realtà fossile, di reperto che contiene in sé ogni opera artistica. Inoltre, le impronte sbalzate sulla sabbia sono il segno di un’archeologia a rovescio, di qualcosa che mostra l’altra faccia della luna, poiché i reperti si trovano affondati nella terra, nel caso della foto di Lucio Rosato sono invece in rilievo. È proprio in questo groviglio così complesso e formalmente inestricabile che si esercita il tema conduttore del poema di Paolo, canto di nostalgia e di amore frementi per la madre scomparsa, ombreggiato dalla angosciosa certezza dell’assenza che provoca un vuoto incolmabile che l’amore, la carezza della memoria, l’ala del ricordo fattasi parola e abbraccio infinito cerca di ricucire, sottolineando ancor di più il dolore di un distacco ritenuto innaturale, inumano, non accettabile e perciò proiezione di un Sentire Nostalgico Assoluto che frange ogni verso, spezzando e nello stesso momento ricomponendo la continuità del respiro. Nel delineare un’archeologia del respiro, del soffio del respiro a due, nel descrivere ciò che resta, lo sbalzo di un’ansia a due, di una ricerca dell’uno nell’altra, Rosato si pone come un Orfeo divenuto una sola cosa con Euridice della quale non può che cercare di interrogare l’ansiosa assenza. Mi torna in mente una interpretazione del mito di Orfeo, secondo cui Euridice sarebbe scomparsa lo stesso, anche se Orfeo non si fosse voltato a guardarla. L’ineluttabilità della freccia del tempo concorre alla legge entropica del mondo.

Accosto due parole per cercare in qualche modo di tradurre la sostanza e la continuità del messaggio paolorosatiano. Provo con il definire “malattia della temporalità”, la sua poetica, debitrice delle riflessioni di Darwin, Bergson, Freud, Einstein, Bohr. Come viene contagiato l’uomo moderno da questa forma virale se non attraverso la parola e la memoria, mezzi capaci di descrivere e di imprimere ciò che l’ambra della nostalgia compone all’interno del cristallo, così da evocare, dall’interiorità, di suscitare, da chissà quale plaga lontana, come un ricamo fiorito, come un abbacinante mistero, il sentimento del tempo? La nostalgia, Sensucht e Stimmung, sentimento del tempo, rivela la predisposizione dell’uomo di andare incontro al timore dell’eterno, pericolo a cui si espongono soprattutto i grandi poeti lirici. I poeti davanti a tutti e poi gli uomini in genere nutrono masochisticamente questa malattia che ammala l’animo e dura per tutta la vita, da cui è esente ma non sempre il bambino, definito proprio per questo innocente, puro. L’età mitologica dell’oro è quella dell’innocenza in cui l’uomo ignora la morte, è consegnato al presente e non al passato, non conosce la propria condizione di Prometeo incatenato alla ruota del tempo dalla cui servitù non potrà mai liberarsi se non idealmente, ipotizzando l’esistenza di una alternativa eternità, edenica o dannante che sia. Lo scacco dell’uomo, vissuto all’interno della dimensione temporale, ne evidenzia la fragilità creaturale, ma anche ne palesa una resistenza indomita, l’eroicità. Grido, rivolta, sdegno, orrore per la fine, per l’abisso su cui poggiano le labili orme umane, costituiscono materia di canto per coloro che più degli altri colpiti dalla malattia del tempo, usano parola e sentimenti, cause del contagio, per guarire: i poeti. La poesia è sempre memoria, sebbene inventi, scrive Maria Zambrano. La poesia è forse memoria stessa della parola, è il luogo in cui ha origine il racconto del tempo. Consapevoli di curarsi omeopaticamente, i poeti sono certi del paradosso che contraddistingue l’umano, il suo dover pensare a una liberazione proprio attraverso gli stessi mezzi che lo ammalano. “Se la parola ammala, che sia essa stessa a liberarci”, sembrano affermare i poeti, Paolo Rosato incluso. Quale è la cifra che contraddistingue e rende Paolo diverso dagli altri, come rappresenta la malattia del tempo, visto che tutti i poeti lirici l’avvertono? La sua specificità, la cifra individuale di Rosato, insita nel sentire l’eterno come dimensione tanto concreta quanto inappagante, carente, deficitaria, incongruente, mentre stabilisce un dialogo per voce sola continuando a dialogare con la voce muta della madre, introiettandola e dandole fiato, parallelamente si appresta a inventare uno spazio di eternità alquanto intimo, personale, infebbrato dalla nostalgia, ovvero dal sentimento del tempo avvertito come malattia straniante, utopia distopica, tutto questo al fine di sorprendere la cura con cui l’uomo guarisce il reale con l’immaginario, giusto per fondare un impossibile assoluto e per scorgere il paradosso incarnato nell’essere umano stesso, il quale per poter vivere ha bisogno di credere nell’eterno, e per credere nell’eterno ha bisogno di sentire nostalgia del tempo, di ciò che passa, di essere fino in fondo creatura vivente e mortale. Disperata utopia, che manca di un centro, che stringe gli opposti nella figura del paradosso, abituando il lettore a uno straniamento nei confronti della vita, immensa città dove ha sede l’inattingibile fuoco del tempo e dove solo l’immaginazione può fornire le chiavi per l’inaccessibile porta dell’eterno. In una lirica centrale della raccolta si estrinseca tutta la tensione del dettato lirico, giocata su opposizioni logico-semantiche: “chi muore afferma l’autore, si sa continuato nel ricordo, chi resta, invece, è affidato a un ricordo ridotto a un inutile niente”. Lo stile paolorosatiano, d’ordine gnomico-filosofico, viene marcato da un’analisi profonda in cui ritmo lessico e senso sono consolidati da una logica astratta, concretizzata nelle forme di un pensiero interrogante, che incontra se stesso sul limite, nel momento in cui più dolorosamente e improrogabilmente si trova a dover dare ragione della morte e del venir meno dell’origine, di Colei che dona la Vita, la Madre. Chi pone il limite, il pensiero o la matrigna natura? L’uno e l’altro, sicuramente. E già questa riflessione comporta un paradosso, prospettando un discorso inconciliabile con le sue premesse, se nega se stesso e la propria verità. Penso, dunque non sono, perché non sono l’altro, ma non sono neanche me stesso, dato che è il ricordo a fondare l’esperienza che genera l’io e giorno dopo giorno insieme complottando, memoria ed esperienza, sono loro, nient’altro che loro a inventare le verità dell’individuo, a crearlo, a forgiare persone diverse l’una dall’altra, a far scaturire dal cilindro il sorprendente Paolo Rosato, prodotto mai finale, creatura sempre pronta a rinnovarsi e dunque a negarsi. Chi muore crede di restare nel ricordo, chi resta assiste all’agonia di quel ricordo, al suo precipitare nell’inutile niente. L’io non avrà mai fine, perché non avrà mai termine il suo tormento; non avrà mai pace l’individuo, la sua irrisolvibilità scavalca la morte. Opposti inconciliabili, le due sentenze o meglio i due aforismi – perché in fondo è questa la sottile pellicola che protegge l’intera linea stilistica della scrittura paolorosatiana, la concertazione di aforismi in un poema filosofico sulla nostalgia, sentimento che viene a identificarsi con l’essenza stessa della parola, verità ultima della qualità temporale, amica e confidente stretta della tabe temporale-  ebbene i due corni del dilemma si possono ricondurre a una sola proposizione definibile sia nell’ambito del paradosso sia in quello dell’ossimoro iperbolico, in cui gli opposti sebbene o proprio perché inconciliabili portano alle estreme conseguenze il senso del discorso, creando nuove logiche, nuove configurazioni di senso. Sono queste due figure retoriche che Rosato usa come basi del discorso su cui compie variazioni continue, che vengono puntigliosamente sottoposte a verifica, in modo logico-scientifico, popperiano oserei dire. Una teoria, o vero, nel caso di Rosato, una asserzione, deve essere falsificabile, ovvero deve essere espressa in forma logica e deduttiva, tale da partire da un asserto universale per ricavarne, in maniera rigidamente concatenata, una conseguenza particolare, controllabile empiricamente. Le due frasi infatti sono verificate nelle liriche successive, con rigore tagliente. La questione, dove sia il vero, se nella consolazione del ricordo, o se nella soddisfazione del morente di sapersi ricordato da amici figli mogli mariti disseminati nell’immenso tutto, passa attraverso la misura stretta dell’indagine, che investe perfino le precedenti analisi poetiche condotte da sommi poeti, come Leopardi. Comodo mezzo per nascondere l’oltre, ovvero l’inganno del niente, la siepe, paravento offerto all’assoluto, offre a Rosato l’occasione per muovere un rimprovero al Dio la cui pretesa di rivelarsi nel contrasto tra finito e infinito, nell’immagine dell’oltre, viene respinta, ritenuta inaccettabile dallo scrittore proprio perché non verificabile da alcun essere umano, non falsificabile alla maniera popperiana. Il nostro essere resta frustrato, non può protendersi verso l’assoluto, perché non è possibile concepire il naufragio in una verità non falsificabile, in un’asserzione. L’ipotesi di una possibile eternità non può essere provata se non attraverso la fede nell’illusione, nella speranza, nella cieca adesione a una aporia, a una asseverazione assoluta e indimostrabile, in cui scivola per un attimo perfino Leopardi, che si lascia naufragare in un mare in cui il naufragare, afferma invece Rosato, è ancora un navigare. Nel suo gusto per il paradosso, Rosato va a inquisire non solo le sue premesse, ma anche il pensiero di Pascal, pensatore paradossale per eccellenza: “L’unico modo per scoprire i limiti del possibile è avventurarsi un po’ più oltre, entro l’impossibile”. La verità ricavata da Rosato nella sua analisi logico-filosofica attesta che il limite non esiste, ma è un concetto scaturito dall’immaginazione dal pensiero dell’uomo (del poeta come dello scienziato). Al di là del limite, della siepe, non si avvista il contenuto del limite, l’essenza del limite, di ciò che pone fine, ma solo il mare, dunque un altro confine che a sua volta rimanda a un’altra assenza di confine, oltre la siepe si annuncia il baratro o un monte, una pianura verde o una brulla landa. Al di là del limite non c’è che l’assenza del limite, afferma sconsolatamente alla fine della sua ricerca scientifico-filosofica il poeta Rosato, a cui resta soltanto di sottolineare l’incapacità dell’uomo di abbandonarsi all’amarezza del nulla, di lasciarsi cadere per sempre.

Rosato si esprime in un luogo che è quello della finzione. Fin quanto la finzione può accettare l’intrusione, l’assoluto categorico del reale? Quanto si può immettere di reale nella finzione prima di riprendere a far palpitare la dimensione pura dell’immaginazione? Quanto si può vivere nella dimensione logica che ci allontana dal piacere e dalla consolazione dell’illusione lasciando cadere il dovere di capire? “Il lirismo è ebbrezza, e l’uomo si ubriaca per potersi fondere più facilmente col mondo”, sostiene Baudelaire. Rosato non può lasciarsi sfuggire il dialogo con la madre, l’unico appiglio che mantiene ancora vivo un rapporto così esclusivo, unico, poetico. Nella lirica successiva in cui si affida a ricordi piacevoli per poi giungere a quello della morte della madre, lo scrittore sconfessa la posizione filosofica precedentemente assunta. Scrive Paolo Rosato: “Eri stesa/ in una cassa blu stavolta/ e i suoni se ne andavano/ per le volte a crociera oltre i volti/ stravolti di pianto: Tu sola/ sorridevi non vista,/ come sempre”. Il sorriso della madre supera ogni barriera, torna come insopibile ricordo a suggellare la dimensione di un’eternità non vista, non percepibile, una bellezza interiore, quella del sorriso celato della madre, degna di memorie letterarie e artistiche notevoli, che reca i misteriosi sorrisi dipinti da Antonello da Messina su volti femminili e maschili, il sorriso enigmatico ed esoterico dei volti leonardeschi, il sorriso dell’ignoto marinaio di Consolo, il sorriso dannunziano di Consolazione: “Ancóra qualche rosa è ne’ rosai,/ ancóra qualche timida erba odora./ Ne l’abbandono il caro luogo ancóra/ sorriderà, se tu sorriderai./ Ti dirò come sia dolce il sorriso/ di certe cose che l’oblìo afflisse./ Che proveresti tu se fiorisse/ la terra sotto i piedi, all’improvviso?” Dietro quel sorriso enigmatico si scorge il suo essere destinato all’oblio, il mistero di un sorriso che continua non visto, per sempre, come appunto scrive Rosato. Il sogno stempera questa terribile certezza e perciò rafforza: “È un sogno un mesto sogno; ed io lo so”, commenta Umberto Saba. “Bisogna che tu sia forte; bisogna/ che tu non pensi a le cattive cose…/ Se noi andiamo verso quelle rose,/ io parlo piano, l’anima tua sogna. / Sogna, sogna, mia cara anima! Tutto,/ tutto sarà come al tempo lontano./ Io metterò ne la tua pura mano/ tutto il mio cuore. Nulla è ancor distrutto”. L’essenza della memoria è sogno, ovvero nostalgia, malattia dell’eterno che si concretizza nella persona della madre, autentica Allegoria del sogno, che stringe nel ventre illusioni d’eterno. Qualsiasi cosa offre lo spunto per riportare alla mente la memoria della madre, “di una vita rinata fuori dalla ragione”, cesella in un verso di “Supplica a mia madre” Pier Paolo Pasolini. Rosato sembra consentire con Pasolini che la madre rappresenti simbolicamente “L’unico modo per sentire la vita/ l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita”. Tra disperazione e speranza, si dibattono i poeti, che vorrebbero forse tutti “farsi come una macchia della terra nata, che in sé la terra riassorbe e annulla”, secondo altri versi di Saba. Il dialogo del poeta con la madre ha qualcosa di assoluto, fonda la malattia dell’eterno, appunto perché esprime in sostanza il rapporto dell’uomo con la natura: che cos’è l’incontro dell’Islandese con la Natura nelle Operette se non psicanaliticamente, la proiezione del nucleo significante che lega Leopardi con la severa oggi diremmo anaffettiva madre, donna capace di negargli il pur minimo moto di affetto? Quelli che invece come Rosato sono stati tanto amati, parlano di un inganno, di una seduzione ingannevole, di un risveglio dal sogno alla disperazione, nel momento in cui il rapporto con la madre viene a interrompersi. Emblematici sono i versi pasoliniani: “Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,/ ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore./ Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:/ è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia./ Sei insostituibile. Per questo è dannata/ alla solitudine la vita che mi hai data”. Rosato è condannato alla solitudine per sempre, alla solitudine di un mondo abitato da ricordi continui: “Non la morte, ma i morti mi raggiungono oggi e mi abitano, come padroni delle notti”, osserva Sereni. A questa solitudine affollata di entità, a questo mondo che ci viene incontro non possiamo opporre resistenza, né tentare di limitarne gli arrivi con decreto, non è possibile creare limiti o barriere ai ricordi, diventa saggio anzi lasciarne fluire la corrente, perché quel ricordo ci proteggerà, come una superstizione infantile: come un’ombra la spoglia/ (e non è un’ombra,/ o gentile, non è ciò che tu credi)/ chi ti proteggerà?”, precisa Montale. Allora non resta che porsi in ascolto della madre: “Settembre (di’: l’anima tua m’ascolta?)/ ha ne l’odore suo, nel suo pallore,/ non so, quasi l’odore ed il pallore/ di qualche primavera dissepolta”, aggiunge D’Annunzio, sennonché è lo stesso Rosato a farsi incontro alla madre, a esporle il suo accorato dialogo per voce sola, a dire, insieme con Rilke, “il morire è divenuto per due volte poesia/ prima che, rivoltosi contro di te,/ uscisse dal palcoscenico a lume spento”.

Che cos’è che rende necessaria la poesia? Tanti si sono avventurati nel tentativo di spiegare l’arcano. Rosato ce lo rivela apertamente in una lirica che si colloca al centro della raccolta, allorché dando fiato al ricordo, fa esordire la madre con un oscuro dire: “Ma io ci parlo”, con chi, ci chiediamo, con chi la madre parla rivolgendosi al figlio: “Ma io ci parlo – continuavi a dirmi/ quasi ogni giorno”, con chi parla, con strenua costanza, rivelandolo al figlio “ogni notte – tra un discorso e l’altro/ così naturalmente”, con chi si intrattiene la madre e lo rivela “a me fanciullo”, a chi si rivolge la madre e ne svela il segreto a un bambino, a chi, e per quale motivo: “per non lasciare che si scavi un solco/ tra cielo e terra”, rivela Rosato. Ecco, la poesia, che cos’è la poesia, che serba un segreto, e che mantiene questo segreto per tanti versi, producendo all’interno della scansione il lungo tempo di un’attesa, e infine nel giungere a svelarla in un enjambement prezioso, magico, che come un sipario si apre: “per non lasciare che si scavi un solco/ tra cielo e terra”, scrive e rivela il poeta, dopo averci tenuto col fiato sospeso fino a quel momento. Ecco il ci con cui la madre parla, il ci del “ma io ci parlo” dell’incipit che resta comunque un segreto, lo scrittore non chiarisce, non ci dice chi sia quel ci, se Dio o un avo defunto, o un angelo, o un fantasma o chissà quale entità. Il poeta non svela il segreto ma ce lo suggerisce, ci fa immaginare chi possa essere questo ci che permette alla madre di non lasciare che si scavi un solco tra cielo e terra. Dunque la madre intrattiene un dialogo costante che l’aiuta a mantenere vivo il dialogo tra cielo e terra. Con chi e come dialoghi la madre con il cielo, visto che lei è dalla parte della terra, non lo sappiamo, Paolo non ce lo dice. Ma è questo il segreto della vera letteratura. Non svelare al lettore ciò che egli può invece accendere con la sua fertile immaginazione per creare a sua volta uno spazio ulteriore di significato e scavare all’interno del testo con le proprie mani l’angolo di una finestra improbabile, partecipando in qualche modo alla verità, alla profondità del libro. Il lettore è colui che dà un senso che non necessariamente deve coincidere con quello dell’autore, il lettore completa, estende, cambia il punto di vista dello scrittore, il lettore è un osservatore che interviene nella realtà e la modifica, secondo la teoria della relatività einsteiniana. Non finisce qui la ricchezza del testo, perché subito dopo nella clausola Rosato scrive: Oggi,/ io ci provo a parlarti – inutilmente/ per riprenderla, la conversazione”. Ecco qui reso esplicito il motivo scaturente della sua ispirazione. Paolo Rosato continua il dialogo con la madre affinché non si scavi un solco tra il cielo e la terra. Grazie all’insegnamento della madre, egli si fa interprete di un nuovo dialogo e mantiene viva la tradizione di un sentire che non si arresta al presente, Dialogo per voce sola è l’opera che parla di una speranza trasmessa dalla madre al figlio, l’adempimento di una promessa taciuta della madre mediante la fedeltà, la fedeltà a un sentire di cui si fa ideale prosecutore. Dialogo per voce sola è un impegno che si assume, di continuare una conversazione tra cielo e terra, affinché quel solco non divenga insuperabile. La fedeltà alla madre è la fedeltà alla parola, al dialogo. La poesia diviene il luogo ideale in cui far implodere questo dialogo, per portarlo alle sue estreme conseguenze, con l’apertura all’altro, a un terzo uditore, che potrebbe mettere perfino in dubbio questa conversazione oppure crearne una nuova, aprire una alternativa possibile, creare all’interno del testo, un’altra finestra.

La figura materna, in Dialogo per voce sola, costituisce l’essenza della temporalità, la natura stessa che scandisce la misura del tempo conservato negli altri. L’autore, nella prima lirica, nel clima di un giorno prefestivo, nella malinconia di agosto immagina di ritrovare la genitrice, quando i familiari si preparavano al dì di festa nell’attesa di un evento che si attardava a venire e che si spalancava poi sulla ripetizione di un vuoto che minacciava la loro consistenza, preludio funesto di una limitazione che avrebbe dischiuso i parametri del Dolore e del Nulla, dell’insignificanza, della mancanza di senso. Il rimando al leopardiano sabato del villaggio è evidente, ma la trascrizione nervosa, la frenesia di giungere al centro del bersaglio del senso, ne svelano la modernità. La madre compare in un ricordo legato a un momento in cui il vuoto si presentiva, si avvisava. Il sentimento dell’attesa è quello malinconico di una tensione che non può essere colmata, di un presagio di morte, di inadeguatezza, di vuoto incombente. Non viene detto, ma è chiaro e viene chiarito nella poesia successiva che la presenza della madre, la sua cura, la cura materna, costituiscono l’unico rimedio naturale efficace contro il tempo. La madre dispone i figli ad accogliere il mistero del tempo, a comprenderne i capricci, le mutazioni, le stagioni, cerca di renderli più sensibili e aperti all’accoglienza, più consapevoli ma anche più forti di fronte alle tempeste, ai turbamenti e alle bellezze del tempo e delle stagioni e delle età, avviando i figli a una sensibilità estetica naturalistica, a una coscienza che passa attraverso il corpo e i sensi. Dedita a condurre per mano i figli affinché siano pronti per curare dentro loro stessi il ritmo delle stagioni, ovvero la malattia della temporalità, la madre è dunque imago della natura, madre natura naturans e madre natura naturata per chi deve imparare il proprio divenire creaturale e acquisire un gusto naturalistico del tempo. La scomparsa della madre segna in un certo modo la scomparsa del tempo, la vittoria dell’insignificanza, la riscossa del sentimento profondo ed esacerbante della mancanza. Nella seconda lirica, elegia straordinariamente intensa, vibrante, tecnicamente perfetta, Rosato descrive la propria casa che, modificata nelle pareti e nelle porte, la stessa in cui prima viveva con i genitori, sembra nascondere anzi seppellire la precedente, con tutta la sua vita. Nonostante questo, la sera a volte il poeta si trova a vagare nelle stanze “che non ci sono più da quando/ voi tutti ve ne siete andati,/ ad aprire improbabili finestre/ sulla vita che è stata”. Una poesia giocata sul paradosso che le doppie negazioni creano nelle proposizioni sillogistiche. “Non ho lasciato le stesse pareti/ mi trovo a vagare nelle stanze/ che non ci sono più da quando/ voi tutti ve ne siete andati”. Dai versi si percepisce un amorevole rimprovero mosso nei confronti di coloro che se ne sono andati. Cancellate le porte, che forse potevano lasciarli ancora entrare, restano solo improbabili finestre da aprire, sulla vita che è stata. Non sappiamo se sono queste finestre che si possono aprire sull’improbabile, oppure se nelle finestre l’improbabilità si può schiudere su ciò che non c’è più. Insomma, se sia l’impossibile a rendere vero il possibile o se invece sia il probabile a giustificare l’impossibile. La struttura della poesia, basata sulla doppia negazione, crea una ambigua ricchezza di senso in cui possibile e impossibile convivono, in cui la coesistenza del probabile con l’improbabile rende assurdo il concetto di vero. Una filosofia che potremmo definire quantistica, che supera la logica aristotelica o del terzo escluso, ed abbraccia una logica eraclitea (antidialettica) che invece lo include sostituendo il principio di non contraddizione con quello di complementare contraddittorietà. Nella fisica quantistica un quanto o un pacchetto quantistico risulta essere e non essere contemporaneamente due rappresentazioni opposte di una stessa realtà: particella ed onda. Concetto che rappresenterebbe il vero paradosso del divenire della realtà enunciato in generale da Eraclito quando diceva «nello stesso fiume scendiamo e non scendiamo; siamo e non siamo». Lo stigma filosofico di Rosato assume una rilevanza poetica, l’aspetto saggistico si stempera in una vena elegiaca di rimpianto e di nostalgia, un clima di riflessione apre all’insondabile mistero, ci sembra con l’autore a noi lettori di percepire invisibili presenze mentre il poeta vaga per le stanze, tra fantasmi della mente o reali, segni di una probabile ulteriorità. Sembra valere per la filosofia rosatiana l’affermazione di Henry James: “L’esperienza non è mai limitata e non è mai completa: è una sensibilità immensa, una sorta di enorme ragnatela di sottilissimi fili di seta, sospesa nella stanza della coscienza”. Una intermittenza continua, tra presenza e assenza, tra visibile e invisibile, tra temporalità e eternità, tra località spaziale ed extraterritorialità, nella corrispondenza tra possibile e impossibile, nella complementare contraddittorietà della vicenda esistenziale rende vivo il discorso del testo, mai risolto, mai definitivo, sempre eccepibile, sempre posto sul limite, su un ponte che congiunge estremi opposti ma non inconciliabili.

Pian piano, nel testo, si assiste, da parte del figlio, alla ricostruzione dell’altra: se perfino le parole non solo gli sguardi prendono consistenza, non è pura parvenza quella che egli ricostruisce, e di quale età, di quale tempo? Come al mattino ancora permane l’immagine di un sogno, ecco il poeta si volge a rendere viva una parvenza, mediante la ricostruzione di alcuni dei momenti più intensi della vita, l’unico gesto di dolore espresso dalla madre durato un solo istante, quando diventata cieca risponde al figlio che le chiede “mamma mi riconosci? sai chi sono?” e lei risponde, “Paolo, l’amore mio”, e nel proferire questa frase sorride, quel sorriso visto da bambino, quel sorriso soltanto immaginato. Ciò che l’autore tenta di ricostruire è dunque l’imago della madre, non un’immagine memoriale, quanto una pura forma dell’essere, che vive in un ambiente perfettamente naturalizzato, e lascia di sé sensazioni riconducibili, nella fenomenologia antropologica, a sorrisi, abbracci, sguardi, parole dette e non dette. Si tratta di un colloquio tra un aldilà probabile o improbabile che dialoga con la coscienza dell’autore, in una dimensione non individuabile. Di quale sostanza sono fatti i nostri ricordi? Della sostanza del sogno. Quanto piace al mondo, scrive Petrarca, è breve sogno. Ma il sogno ci appartiene, non di più e non di meno del presente, che si disfa celermente in ricordo. Che cosa è allora il ricordo, se non la nostra vera vita? E allora che cos’è la vera vita, se non il ricordo della madre? La vera vita forse è ciò di cui non serbiamo addirittura ricordo, perché vissuto e non trattenuto dal bambino, il sorriso della madre che torna attraverso vecchi film e fotografie, immaginato attraverso quella narrazione documentaristica e fotografica. Vera vita è immaginare ciò di cui non si serba ricordo, è immaginare un sorriso obliato, un sorriso che si vorrebbe recuperare, nascosto chissà dove nella mente, nel corpo mente. Non siamo mai contemporanei alla nostra vita: nonostante l’immersione nel mondo –totale- il nostro essere è soprattutto un organo che filtra il presente attraverso il passato, la memoria, l’esperienza: noi siamo un mondo passato che cerca di interpretare il presente per affrontare il futuro.

Torniamo al rapporto di Paolo con la madre. Egli serba qualche rimpianto? Pare di no, perché non gli appartiene il dolore delle cose non dette, delle parole che si sarebbero volute dire alla madre quando era in vita. Egli non ha perso occasioni di dialogo, non ha dovuto mai “dire di no a mia madre, mia madre/ non mi ha mai chiesto niente”. Anche in questi versi si avverte un rimpianto, quello di non potere provare alcun rimpianto, a causa della straordinaria personalità della madre, che ha stabilito un dialogo col figlio in cui il no, la negazione non è esistita, non avendo la madre avuto mai bisogno d’alcunché. Il dialogo è intessuto nell’ambito di piccoli quadretti familiari, molto intimi, nei quali si coglie lo scambio di una sensibilità estrema, di un accordo perfetto, dove madre e figlio risonano nella stessa nota del colore del mare estivo, in versi in cui spicca la figura sinestetica. La sensazione tattile, quella visiva e quella emotiva riuniscono in una sola unità il mare, la madre e il figlio, la stagione autunnale che inganna. Una mitologia familiare, una piccola unità del mondo aperta sul resto dell’universo, finestra a due – ormai impossibile finestra che si riapre nelle ore meno consuete, per far penetrare il blu della condivisione. Insomma, il soggetto lirico qui non esiste, ma esiste un numero due –una madre con un figlio- che fonda l’unità immaginativa del mondo, mai conchiusa, mai definitiva. C’è nell’unità a due un che di inconcluso, un che di mai definitivo, in base al quale il mondo si dischiude.  Un dialogo, privilegiante accordo in grado di risuonare, come un timpano, con vibrazioni minime, più piccole del diametro di un atomo, di un battito di ciglia, di uno spostamento d’aria generato da una carezza. La pioggia scorre sull’improbabile finestra a cui il bambino e la madre si affacciano: “E invece verrà la pioggia e noi increduli a bocca aperta dietro una finestra /sospesi a rimirare rivoli d’acqua che scorrono via”. La poesia di Rosato ci presta occhi, mani, tatto, gusto, la percezione silenziosa dell’esserci, il percorso di una riappropriazione del silenzioso dialogo intimo che governa la finestra dell’improbabile. Sembra quasi che in Dialogo per voce sola l’orecchio sia l’ultima sponda, come scrive la Dickinson, o la prima, quella che permette di riprendere il dialogo che ogni tanto corre il rischio di interrompersi. “Ho aspettato la tua telefonata ieri, /appena sceso dall’aereo. /Non so se è più duro il rumore /della vita che imperterrita continua /o questo insistente silenzio /che viene dal mio cellulare…”.  È un rinascere del canto, ogni volta, di un canto improvviso senza avviso che prorompe, si scioglie tanto che in Sicilia, “dove il mare ha un colore diverso” il figlio incontra a sorpresa “una piccola briciola di te/ che mi sorride”, un figlio in perenne attesa, che vorrebbe cogliere un suo segno, un segnale della sua presenza: “Chi sa se sei già qui, se sei giunta/ a questa falce di mare che oscilla/(…) Io sto qui ad aspettarti”.

Il poema è unificato dal tema del silenzio, vera ragione del canto e nutrimento della parola: “Ma io ci parlo”, ripete la madre quotidianamente al figlio, e con chi parla la madre se non col silenzio, insegnando al figlio il controcanto che sta dietro ogni parola, comunicando un apprendistato difficile, tortuoso, perfettamente consapevole, lei, che quell’educazione avrebbe dato i suoi frutti un giorno, offrendo la possibilità al figlio nell’appellarsi al silenzio, il modo di rendere ancora vivo il dialogo con chi non ci sarebbe stato più, a scoprire con l’aiuto del silenzio l’assenza, e a vivificarla. Il silenzio ci avvolge con la più intensa delicatezza, vive di se stesso, osserva Lalla Romano, ha bisogno di poco, eppure nutre, può nutrire tutta la nostra vita interiore di una ricchezza senza pari. L’assenza, scrive Diego Valeri, è paragonabile al silenzio, che sopraggiunge quando una persona è andata via, è perduta: un silenzio che vibra ancora di quel suono, di cui sembra di avvertire l’eco con un indefinito struggente sentimento di nostalgia. Una disposizione poetica che è propria di Rosato, il quale tende le corde del sentimento e del pensiero al massimo, nel coniugare il mancare dell’altra al proprio mancare, se la madre manca, se lei manca, io mi manco. Scrive Jabes: “Quel che è in tuo potere è tuo ma a quel che ti sfugge tu di fatto appartieni”. Mancanza fisica e spirituale a sé e all’altro costituiscono il più vero appartenersi, ove silenzio e assenza e sentimento del tempo, dolore del tempo, dialogano, proponendo l’immagine del limite che non c’è, in quanto il distacco è limite, solo il distacco è vero limite, che può essere rimesso in gioco dal silenzio, da quel “ma io ci parlo” che vuole più vicini cielo e terra. È possibile ricucire un equilibrio tra cuore e anima, proprio a partire dall’idea di distanza, che è separazione ma anche argine e riparo, che è misura invalicabile di quel possibile equilibrio tra la speranza e l’illusione, tra la disperazione e il mistero. Rosato conosce nella sua poesia esistenziale l’abisso senza fondo della divinità, come Meister Eckart, come Simone Weil. Dio si libera del suo essere: nell’esperienza delle creature, Egli è l’orizzonte della sua stessa morte. Solo al vivente è concesso di far naufragare tutto intero il mare dell’assenza in sé, di rompere quel confine e che provoca nella solitudine del poeta, il racconto di una partita giocata senza carte, quella della vita. La morte genera la vita in un mistero che neanche al poeta è concesso di dirimere, a quel fedele scrivano che, sebbene sappia di restare inascoltato dalla madre morta nonostante urli con tutta la voce del mondo, continua a parlarle in silenzio, senza un filo di voce perché sa che lei vorrebbe ascoltarlo. Di queste che non sono contraddizioni, ma paradossi e cortocircuiti del senso, Rosato, da sponde di un mare forse diverso di quello che la genitrice ha conosciuto, continua a dialogare grazie alla forza dell’insegnamento della madre, in nome della sua volontà, per una fedeltà che a noi lettori appare come un’invocazione d’eterno. Il poeta è il cantore di un giuramento stabilito in onore della conciliazione tra la vita e la morte, dell’amore per la vita e per il suo insondabile meraviglioso mistero. Per una sorta di vocazione, di religiosa liturgia, di ineludibile anticamera dell’amore, un fuoco interiore brucia e  divampa  ad ore determinate, in luoghi determinati, giorno dopo giorno, che sorprende l’immaginazione di chi ancora avanza, mano nella mano, voce nell’altra voce, accanto alla persona amata, è questo il messaggio più straordinario che il libro ci tramanda, una sorta di ineludibile amore gridato dalla vita alla morte, dalla presenza all’assenza, dall’uomo al Dio, in nome del rapporto tra le creature, tra madre e figlio, tra gli uomini. La dimensione creaturale più sublime non conosce stremo, non concepisce rassegnazione e si protende coraggiosa verso il vertice o nell’abisso della unione amorosa, della ricomposizione delle anime, per un rinnovato librarsi insieme, per un rinnovato appassionato atto di fede nei confronti dell’esistenza. Commovente, struggente, intenso atto di disperata rievocazione di un dialogo interrotto con la madre amata e perduta, Dialogo per voce sola già nel titolo sottende l’impossibilità della conversazione, il venir meno della presenza dell’altra, ma anche suggerisce che l’incanto non si è spezzato, che a volte riprende, a ore determinate, in luoghi specifici, e che dunque è venuta meno la presenza ma non l’essenza dell’altro, essenza divenuta patrimonio personale, testimonianza imperfetta dell’amore perfetto tra madre e figlio. Il dialogo è di ordine metafisico, basato sulle coppie semantiche sulle opposizioni significanti di presenza-assenza, vita-aldilà, vita-morte, realtà-immaginario  che si sovrappongono, si toccano, si cancellano l’una con l’altra in un gioco raffinato che assume contorni spesso sorprendenti in quanto gli insiemi di significanti si appropriano l’uno degli spazi dell’altro, si accostano, collidono, esplodono creando nuovi spazi di significazione dagli aspetti filosofici, esistenziali di elevato contenuto, con ardite soluzioni di senso che aprono su una nuova realtà, su una realtà ricreata, dotata di nuova luce, densa di aspetti e soluzioni imprevisti, complessi. Aprire improbabili finestre: la metafisica che irrompe con un paradosso, finestre che non esistono ma si aprono, l’atteggiamento dell’autore essendo di non chiusura rispetto alla metafisica. Dell’amore materno lo scrivente non sa e non può liberarsi, e proprio per questo essendo molto avvolgente, tanto da costituire una trama di segreti o visibili nodi  che in qualche modo  continuano a unire lo scrittore con la persona perduta in un legame così stretto che fa male, che lascia lividi sulla carne, lacrime invincibili, uno struggimento senza fondo e senza né spazio né tempo. In quella dimensione che solo la grande poesia può farci immaginare.

Dove si trovano i cortocircuiti del senso? Nella possibile definizione del metafisico come di un baratro che si crea tra realtà e verità, non dunque tra reale e irreale, ma tra presente e presente, tra il presente avvertito e quello che ci appartiene, il presente che mostra una sfaccettatura inusitata, imprevedibile: la metafisica è dunque nell’impossibilità di calcolare il giusto nel reale, la misura del reale potendosi annullare, potendosi esprimere o rendere come puro dire, di cui si può quasi disconoscere il contenuto: la verità sta in un altro mondo, quello del ribaltamento del reale che non è mai stato consumato, reso presente. Il reale sta più in ciò che è nascosto, in ciò che si nega. E’ questa la metafisica, il baratro tra il reale e la sua inverificabilità. Il reale non può essere falsificabile, come nel programma di Popper, la prova della infalsificabilità del reale sta nel comportamento della madre, che ha surclassato il reale, lo ha sfigurato, non chiedendo nulla. Ne ha ribaltato i canoni, ma senza fare, senza compiere un gesto senza dire una parola. La verità forse sta nel non-avere, nel non-chiedere.

Infine, la sensibilità magnetica posseduta da Paolo e dalla madre, contenuta nel loro rapporto, magnetica ma anche e soprattutto metafisica: la sensibilità molto pronunciata è segno di una presenza altra, metafisica, all’interno di se stessi, prevede un atteggiamento diverso rispetto perfino alle cose comuni, all’ovvio, alla banalità del quotidiano. Ma sta anche nel registrare la più piccola novità che trasgredisce, nello stare attenti talmente alla realtà, ai cambi climatici, da non rassegnarsi mai; da restare increduli alla pioggia che chiude l’estate anzi tempo. Una sensibilità prossima a quella orientale, dal potere seduttivo particolare e attrattivo, che accomuna il mondo fluttuante della natura a quello dell’armonia delle cose. Annota a tal proposito Banana Yoshimoto: “Dietro oggetti diversi si nasconde una sensibilità unica, l’estrema attenzione per le sfumature più delicate. Il segreto della nostra anima orientale sta nella capacità di percepire tutte le gradazioni di luce e di ombra e di declinare anche quelle che sembrerebbero impalpabili. È un modo di entrare in contatto estremo con la bellezza. Il bello è un bene inestinguibile”. Essere sensibili a ogni mutamento, trovare segni e variazioni invisibili o innaturali nel naturale è metafisico. Talmente connaturata alle cose, alla natura, la sensibilità è una specie di pensiero critico del corpo, che avverte e percepisce il più lieve discostamento dall’ordinario, in qualche modo evocandolo. Metafisico è quando la vita della creatura, la sensibilità dell’animale, del vegetale si mescolano, quando il reale viene accertato dall’uomo con l’attenzione dell’animale, della pianta, quando partecipare al mondo naturale con la sua stessa energia e intensità. Metafisica è questa impulsività e istintualità naturale che stabilisce la verità abissale della creatura come vivente istanza della creazione e come energia creatrice. Una pioggia sbagliata chiude la propria verità fisica e quella della stagione, chiude la propria creazione del mondo secondo natura e il suo rifarla attraverso la propria osservazione. La metafisica è sensibilità naturale che continua a creare il mondo. Proprio questa dovrebbe essere la capacità umana di creare: l’uomo dovrebbe non tanto creare oggetti, quanto avvisare le minime variazioni del clima, intervenire sulla serenità delle stagioni, fare in modo che tutto proceda secondo  l’intelligenza della natura. Qualità metafisico-tragica nel momento in cui questa consapevolezza viene schiaffeggiata dalla scomparsa dell’altro, dell’insegnante, del genitore che ha creato la sensibilità per la natura, ma l’amore viene a superare ogni rimpianto, ogni rimorso, perfino il rancore contro il Dio invisibile, e a muovergli col rimprovero il perdono. Soltanto col perdono è possibile giungere all’amore e una volta giunti all’amore, non sarà mai più possibile tornare indietro.

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