LEONISA DI ANNAMARIA ALBERTINI


La vita misteriosa, sembra suggerirci Annamaria Albertini in questo breve racconto, raggiunge vette di devozione al segreto in alcune creature, in quelle contraddistinte da un’intimità così semplice e ovvia, che spiccano nel giardino dell’indifferenza della Natura ancor di più, tanto da offrire poco materiale perfino al racconto. La loro vicenda si apre e si chiude in poche parole, ma quale messaggio di profondità è contenuta in quelle vite trascorse senza lasciar nessun segno! Vite strenuamente legate al mistero dell’esistenza, tanto da da non potersene staccare. L’inconoscibile vita e le inconoscibili creature semplici si annodano nel sogno della vita, ma chi di noi può dire di aver vissuto veramente; forse abbiamo tutti vissuto nel sogno della vita, nel sogno di quella esperienza che, talmente breve, non ci ha permesso di conoscerla, di appartenerle. Ogni uomo resta sempre al di qua della vita, in una specie di limbo, in una condizione che è quella del sogno.

 

LEONISA

Racconto di Annamaria Albertini

 

Avvolta da uno scialle nero, in una poltrona accanto alla finestra, Leonisa sembrava dormire.

Il viso sciupato e pallido, le palpebre abbassate, le mani abbandonate in grembo rivelavano in lei la sofferenza fisica.

Da qualche giorno non stava bene.

Da principio non aveva dato importanza a quei malesseri che, con il passare dei giorni, erano diventati qualcosa di più.

Era venuto il medico.

Avevano parlato a lungo, dopo la visita, e lei aveva capito la gravità del male più dalla sua espressione preoccupata che dalle parole reticenti.

Allora, per un attimo e per la prima volta, la sua mente si ribellò al pensiero della malattia e della morte.

Aveva novant’anni!

Forte e sana, non aveva conosciuto malanni preoccupanti durante la sua lunga esistenza e sentiva ancora la vita come un bene prezioso a cui non poter rinunciare…

Forse una immagine le balenò dinanzi agli occhi: strinse le labbra, si raddrizzò sul busto incurvato dall’artrosi e dagli anni e con voce viva quasi investì il dottore, con parole interrogative e di protesta, esprimendosi in dialetto, come assai raramente avveniva!

-E mmoh! cché m’hai da murì?-

Una ribellione improvvisa e non pensabile per chi come lei aveva sempre e serenamente accettato la volontà di Dio.

 

Non molti giorni dopo, la vigilia di Natale, i rintocchi delle campane dicevano alla gente del paese che donna Leonisa Campitelli Marsilii era morta.

 

*****

 

Leonisa era andata sposa giovanissima a don Alfonso Campitelli, uno dei più ricchi in Abruzzo e nel territorio di Catignano, in particolare.

Figlio unico, rimasto orfano, poco più che adolescente, di entrambi i genitori, aveva dovuto presto prendersi cura delle sue estese proprietà.

Il senso di responsabilità, i numerosi e non sempre facili problemi collegati all’amministrazione dei suoi beni avevano reso ancor più serio e posato il giovane riflessivo di natura.

Aveva conosciuto Leonisa quasi per caso ed in modo singolare, un giorno, lungo una strada di campagna.

In realtà, aveva già notato, in chiesa, quella giovinetta dall’aria assorta, alla messa della domenica, seduta al primo banco fra le sorelle: una senz’altro più grande di lei, si capiva da come avvolgeva attorno al capo la treccia bruna, e l’altra, più piccola, dal viso serio, quasi accigliato.

Don Michele, capo indiscusso della sua numerosa famiglia e custode geloso delle tradizioni della nobile casata cui apparteneva, superò abilmente l’ostacolo che si poteva frapporre alle nozze a causa della figlia Giuseppina che, essendo la maggiore, avrebbe dovuto sposare prima delle sorelle.

Ma non era fidanzata né lasciava pensare di avere idee precise in fatto di matrimonio.

Leonisa ed Alfonso si  erano sposati nella chiesa parrocchiale.

Parenti ed amici si riunirono nel giardino e sul terrazzo di casa Marsilii per festeggiare i due giovani che per l’età e l’avvenenza suscitavano molte simpatie.

Essi andarono subito nell’abitazione dove Alfonso aveva vissuto da solo.

Una casa assai antica e grande, situata in posizione leggermente elevata, dopo le ultime case, là dove cominciava la campagna. Un lato era prospiciente la piazza principale e l’altro aveva davanti a sé ampi spazi verdi e dai terrazzi si godeva un’estesa veduta.

Forre scoscese di arbusti spinosi, brevi vallate, poggi erbosi che si rincorrevano fino ad intrecciarsi, sui pendii vicini, ad uliveti azzurrini e a vasti boschi di carpini e di frassini dai fusti snelli e scuri fra il biancore delle chiome; sentieri serpeggianti fra la terra bruna, la strada grigia di polvere in fondo alla valle e  giù, ad oriente, la maestosità della Maiella e del Monte Amaro.

Questa visione appagante e distensiva appariva agli occhi di Leonisa quando spalancava la finestra sulla valle.

In quella casa ella conobbe accanto ad Alfonso l’amore che è dedizione completa della propria anima ed annientamento di sé a favore dell’altro. Essa era la creatura più sincera e più candida che si possa immaginare. Educata secondo i principi della religione cattolica, la sua fede radicata nella mente e nel cuore non conosceva ripensamenti o sterili perché.

Purtroppo la sua felicità durò pochi mesi soltanto, il suo amore, no, durò tutta la vita: il suo compagno, colto improvvisamente da una grave malattia, assolutamente incurabile a quei tempi, la lasciò sola presto e per sempre.

Fu un grande dolore ma il suo animo forte seppe accettarlo e viverlo.

Energica e coraggiosa non volle tornare dalla sua famiglia e continuò a vivere nella casa del marito, legata per sempre a lui ed ai suoi ricordi. Si votò alla solitudine ed al lutto.

Vestì di nero tutta la vita.

Accettò la prova con quella rassegnazione cosciente che aveva le radici nella sua fede limpida e sicura.

Amò la sofferenza degli altri ed in questo pose la ragione della sua esistenza.

Conduceva una vita di contemplazione e di preghiera, ma era anche sempre presente dove era un malato da curare, un vecchio da asistere, una solitudine da consolare.

Un giorno Caterina, compagna ai suoi giovani anni, andò a vivere con lei.

Non l’avrebbe lasciata più.

Gli anni seguirono agli anni, i giorni ai giorni.

La figura snella di Leonisa cominciò ad incurvarsi ed i suoi capelli ramati ad ingrigire, ma rimanevano immutati la purezza del cuore ed il calore dei suoi sentimenti.

Spesso la sera, dopo una giornata spesa al servizio degli altri, attratta dal silenzio e dalla vastità della campagna, si tratteneva, specialmente d’estate, a guardare fuori dalla finestra.

Il suo sguardo vagava lontano verso il crinale della Maiella, vivido ancora della luce del tramonto, al di là delle colline che, smaltate d’azzurro e di porpora dai raggi morenti del sole, entravano a mano a mano nell’ombra. E nel contemplare quelle immagini che erano state care anche ad Alfonso, ella conosceva una pace senza nome e in quell’abbandono sereno sentiva vicino più che mai l’uomo al quale aveva voluto legarsi oltre la morte.

Ed era arrivata la morte anche per lei.

Nella loro stanza nulla era stato mutato. Sul vecchio canterano una fotografia di Alfonso, il volto giovane e bello. Leonisa nel suo letto, avvolta nelle nere vesti, come durante tutta la vita, sembrava dormire.

Il viso segnato dagli anni disteso e sereno: la serenità di chi ha vissuto sognando la vita!

0469

Opera di Gabriella Albertini

 

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