L’INCARNAZIONE DELLA PAROLA. MARCHE, TERRA DI POESIA.


L’INCARNAZIONE DELLA PAROLA di Massimo Pamio

Se c’è un poeta che abbia ereditato la lezione di Mario Luzi, tanto sapiente da poterne continuare la sostanziosa ricerca filosofica e tanto abile da riuscire a mimarne perfino la particolare Vocalità Spirituale tesa ad evocare e abbracciare e comprendere con sensuale amorosa partecipazione la gioia naturalistica del Creato, ebbene posso affermare, senz’ombra di smentita, che di tanta alata responsabilità si sia fatto carico il maceratese Guido Garufi.

Scarsamente conosciuto e poco apprezzato, “scriba provinciale” come egli stesso si definisce, Garufi trascende la sua stessa difficile vita e il suo forzato esilio in destino, in una vocazione oggi considerata démodé –forse in qualche modo eretica– consacrandosi alla poesia: a vivente memoria dell’operare del Grande Recanatese, per una questione configurabile come una adaequatio rei et intellectus, corrispondenza critica alla propria consuetudine quotidiana, al proprio orizzonte geografico inteso come base della coscienza consapevole.

Nella solidarietà ecumenica dell’universo, Garufi avverte la Fratellanza promanarsi da ogni atomo: è forse dalla lontananza che ogni cosa ci appare vicina, è solo da un volontario esilio che è possibile concepire il comune destino?

                                           Vento dell’oltre tempo che riporti le voci degli assenti

                                           e tu rosa mistica e pristina col tuo nome misterioso

                                           e tu placida acqua marina, tu plancton fosforescente

                                           (…) e anche Tu che sei nel cuore e i battiti sorvegli

                                           e a soprassalti mi svegli nella notte

                                           e voi presenze angeliche o piccoli oggetti

                                           foto, totem, preziose nostalgie, frulli…

È il destino che fa dei piccoli oggetti “presenze angeliche”, oppure è proprio la “fratellanza cosmica” che fa di tutte le cose realtà angeliche prossime all’Amore, Amore vero fondamento dell’universo?

In “Fratelli” –titolo non poteva essere più esplicativo- testo uscito nel giugno del 2016 per i tipi di Aragno con un saggio critico di Giovanni Tesio, Garufi esprime la sua vena più rotonda e matura, ostentando una capacità di tenersi orgogliosamente separato dalle false sirene poetiche italiane, un potere di astrazione non comune, di concentrazione sul proprio monologante scavo interiore, di una riflessione diretta a investigare la lezione dei grandi, da Leopardi a Luzi, a Sereni, Montale, Pascoli, D’Annunzio, Eliot, W. Stevens, Coleridge, Yeats, Raboni, Bigongiari, Betocchi, Cardarelli, Rebora, Cattafi, Solmi, Sbarbaro, Rosato, Pagnanelli, Giudici, Bertolucci, Baudelaire, ecc.

Che cos’è uno scriba “provinciale” se non un amanuense, dedito al rito quotidiano e oscuro della liturgia della scrittura affinché questo mistero s’incarni, divenga luogo della propria carne, prenda luogo nella carne? La parola s’incarna in una persona, in un trascendere per gradi, per continue accensioni, grazie alla Natura, al Paesaggio che docilmente ci accoglie e ci accudisce e fa di noi un mezzo per raggiungere la gioia ultima, in un passaggio verso l’assoluta incarnazione di tutte le cose nel Logos spirituale, grazie alla dynamis della parola. Garufi esperimenta su di sé ed esperisce un miracolo, che gli permette di concepire la sostanza “creaturale” del libro. Lo scriba è una porta, il libro è la creatura che forgia gli elementi del mondo in una nuova nascita, in una nuova alba dove i mondi possono rigenerarsi nell’amore. Si tratta di un concetto che elabora il dettato luziano e lo porta alle estreme conseguenze, grazie a una visione spirituale e francescanamente cristiana, nel senso più pieno e vero che le parole possano esprimere: attraverso l’incarnazione nel Libro.

Nel Libro, presenza angelica, custode e messaggero dell’amore, il poeta, lo scriba, colui che vive per la scrittura, si fa domanda incarnata. È il processo opposto e parallelo a quello luziano, che fa dissolvere la poesia nella creaturalità angelica e spirituale: Garufi ridona la carne alla parola, al mondo, salva la sostanza della materia, la redime grazie all’afflato della Parola.

Il compito del poeta è di aprire la lingua, di tenere aperta la parola fino all’apocalisse.

Compito, dovere, sacralizzazione ma anche bene/dizione, parlare in favore del Bene, impersonare il destino di bene/dire.

                        Così, tra morti e vivi che insieme stanno

                        nei capitoli del Libro e che con questo ancora parlano

                        e la lingua ancora aprono, fino all’ultimo giorno…

La verità è in noi è nell’occasione con cui si coglie l’angelicità, la presenza dell’Altro presso di noi. C’è un custodirsi vicendevole delle creature: percezione intimamente mistica che non riconosce la verità come produzione bensì come percezione delle corrispondenze tra le creature, come continua scoperta dell’amore e della gioia che fondano ogni relazione costituendo l’intima struttura molecolare delle creature

Lo Spirito non ha Figura ma nelle parole si nasconde, avverte l’Autore.

La lettera è infinita:

                                                    O fu lo Spirito che non ha Figura

                                                    ma che nella parola si nasconde

                                                    e la invia dall’inizio alla fine

                                                    nel circolo perfetto della luce e del buio

                                                   dell’alba e del tramonto.

                                                   Io ti prego, Vecchio Marinaio

                                                   dall’occhio scintillante che Coleridge

                                                   esalta nella sua ballata

                                                   soccorri questa povera rima

                                                   la lettera infinita, riprendila

                                                   sul ciglio, non cadere…

Il poeta invoca fedeltà, si proclama amico della vita, il cui luogo per eccellenza è quello dell’infanzia, un posto che permane nel cuore, che ci parla della grazia che è in noi sotto forma di silenzio e che poi rovesciato nella parola diviene segno di un’altra Grazia.

Poeti: persone che, avulse dal contesto economico, vivono per salvare la lingua, nella falsa credenza che la lingua possa a sua volta salvare l’uomo.

L’unica certezza (l’unica consolazione) è che “Fratelli”, come afferma Tesio, sia “uno dei libri poetici più belli e raccomandabili dei nostri tempi”.

 

GARUFI

Guido Garufi

 

 

 

 

 

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