VIVIAN MAIER LIVE IN ROME


VIVIAN MAIER LIVE IN ROME

di MASSIMO PAMIO

Una mostra della fotografa definita pop per il successo che incontra ovunque, composta di 120 foto in bianco e nero e immagini a colori e filmati in Super 8, è ospitata fino al 18 giugno al museo di Roma in Trastevere. Ci sono cartoline, segnalibri, il catalogo Vivian Maier. Fotografa, pubblicato da Contrasto. Dopo le retrospettive di Nuoro, Monza, Genova, Milano, Lucca, Trento, Roma, ecco di nuovo Vivian Maier nella città Sacra, Vivian ogni giorno in tournée, come una star, chissà quanto si sarebbe divertita a sapersi inviata in ogni dove, implicata, per un destino bizzarro che non smette di assecondare le sue carezze visive, i tocchi impertinenti, devoti, divertiti, appassionati, commossi, stralunati, sorpresi, in giri compulsivi attorno al mondo per rispecchiare la sua quotidiana dedizione alla fotografia, modellata sul trasporto dell’impronta dello sguardo verso ogni dove.

La sua curiosità e la tristezza la condussero, per sei mesi, tra il 1959 e il 1960, in un giro attorno al mondo che compì in solitudine, chiusa nel suo sguardo che, sebbene leggermente spento e venato di fragilità, era pronto a copiare e incollare in un solo ictus l’incredibile segreto multiforme del mondo, di cui con scatti taglienti cercava di accertare la verità: se contenuta negli occhi di un bambino o nel palloncino che copre il volto di un vecchio non importa, ciò che le stava a genio era delimitare con esattezza le misure di un breve episodio del mondo, tanto da formare una collezione unica, centomila occhiate fisse a scrutare il mondo, a interrogarlo, a cavarne, tra le ombre e le luci, il passaggio dal falso all’illusione, dalla speranza all’amore che regna sovrano su tutta la nostra perfetta –quella sì, perfetta, come le sue foto- ignoranza. Non si può ignorare l’amore, ecco questo è il messaggio di Vivian, l’amore è per le cose, è per i colori, è per la figuralità, per le creature, l’amore è senza posa, è il senso della vita. Lei lo sapeva così bene che forse non riuscì a condividerlo con altri esseri umani (o forse sì, che ne sappiamo di lei?), tanto era dedita ad amare tutto ciò che era attorno a lei, perché amare è sorprendersi di continuo, volando attorno a sé e attorno al mondo, in una danza che, per fermarsi, deve ricorrere a uno specchio ed impietrire.

Lei e la sua inseparabile Rolleiflex a passeggio per la New York del 1953 costituiscono uno dei più grandi fenomeni concernenti il miracolo della visione d’ogni tempo, laddove occhio e oggetto, artigianato e tecnologia, domanda poetica, curiosità, sete e senso del mondo si sposano in un unico movimento, grazie a gambe e intuito, a sensibilità e capacità di interpretare, di vedere. Mi chiedo che cosa sarebbe accaduto se Vivian fosse vissuta a Roma in quegli anni, oppure nel periodo della dolce vita, forse lei sarebbe riuscita a farci vedere Roma così come non l’abbiamo mai concepita; c’è un Altrove di Roma che solo Vivian avrebbe potuto consacrare al visibile.

La visione è un miracolo che ha bisogno di attenzione, di dedizione, di devozione, poiché può divenire consapevole atto di meditazione contemplativa, di illuminazione trascendentale, di acquisizione della forma in cui a noi si mostra l’essere del mondo.

Vedere è un privilegio unico, un sentire e toccare il gusto del lontano, percepire il profumo del tempo in cui ogni cosa è istante assoluto e assoluta immersione: la visione è il mare che tutto questo accoglie, è il mare che percepisce l’infinito darsi e ritrarsi dell’abisso del reale. Vedere è rendere attuale ciò che era nel disegno del mondo: la Vita.

C’è sempre qualcosa che accade, che stupisce, che per la prima volta compie un giro attorno a sé e si lascia cogliere in tutte le sue sfaccettature, ogni vedere è un balenare dell’immenso, un vibratile dischiudersi delle mille sfaccettature del diamante. La scoperta di quel brillare accenna a uno scintillare che è dentro di noi, fatto della stessa sostanza di tutto il brillare dell’universo, forse quel pullulare di splendidi soli non è mai stato, forse siamo noi, animati specchi, a proiettare un intimo bagliore su quel diamante.

Il mondo è di un’oscurità indicibile, intraducibile, che ha bisogno del nostro brillare per manifestarsi, per chiarirsi.

Sempre pronta a imitare le stranezze del mondo, celata in un bottone, in uno specchio, in una mezza ombra, dietro un buio riparo che si chiama obiettivo fotografico, Vivian si nasconde in un occhio per rendere ancora più intima la carezza di bambinaia impertinente, capace di abbandonare i suoi angeli per impadronirsi di un solo riflesso della luce che si anima negli altri, negli umani inquieti turbamenti, nei piccoli miracoli quotidiani con cui gli umani assistono e indorano le cose: angeli luciferini, angeli distratti.

Vedere è inebriare: inebriare le figure, innanzitutto, le creature, quelle strane forme bizzarre e mostruose che riusciamo perfino ad amare, quei mostri fatti di un piccolo e deforme melone attaccato su un sottile tubo rigonfio, a sua volta collegato a un buffo bidone dotato di due bastoni dotati di un’estremità orribile capace di ghermire, il tutto poggiato su due bastoni con un terminale piatto e spezzettato in punta, così piccolo che non riesci a capire come mai non cadono, gli uomini, per terra, da un momento all’altro.

Soltanto Vivian può dirci chi sono, che cosa fanno, quali sono le loro verità: sono FIGURE, ovvero alberi in movimento, che scorrono da una parte all’altra, non si sa per quale motivo, se quasi si confondono con il resto delle cose, e facilmente spariscono, inghiottiti da quale altro mostro più grande di loro. Vivian coglie la Figuralità, l’essenza di tutte le creature nel loro destino di apparenza pura, di occupazione di spazio, del potenziale trasformarsi in atto del movimento. Per comprendere il loro movimento bisogna fermarle, anzi, sorprenderle. Elementi di una scenografia, improvvisate figure su uno sfondo che fa da contrasto e le regge.

Perché se scoprono che le guardi o addirittura che le ritrai, le figure perdono il loro movimento istintivo e da figure che erano si trasformano di nuovo in maschere di alberi fittili.

La figura è un elemento della natura, come lo sono le pietre, i paesaggi. Le figure sono il luogo delle forme, sono i nuclei atomici dei colori, delle geometrie, dei coni, delle piramidi. Nella figura c’è già ogni statua, ogni aereo, ogni ruota o ventaglio che verrà.

Vivian coglie nella figura la sua essenza di natura in movimento: l’uomo è la figuralità della natura che ha abbandonato la fissità vivente per impadronirsi goffamente del movimento. La creatura animale è animata e anima, è movimento che dà movimento, ognuna serba in sé il colpo della vita che l’ha messa in movimento, la spinta che l’ha trasformata in energia pura, in possibilità di trasferire nello spazio il corpo della vita.

Ogni creatura è una piccola cometa, un asteroide che gira da millenni verso un oltre, che non riesce a fermarsi, che si trasformerà in altra vita, consegnando la figura, la sua impronta a un nuovo vuoto, andando a occupare una cuna della terra, un angolo nascosto, un pertugio del reale.

Noi non vediamo, non osserviamo, non contempliamo, il nostro sguardo è labile, si sposta da un oggetto a un altro, senza mai soffermarsi, non è capace di accarezzare le cose, lontano dal senso di tutto ciò che ci circonda e ci chiama;  vedere è un rispondere a quella chiamata muta del mondo, della vita che si propaga attorno a noi e che ci suggerisce di fermarci, di contemplare, di tornare ad essere alberi per poter comprendere il senso della luce.

Gli alberi sintetizzano il miracolo della luce, noi abbiamo dimenticato come si fa, a ricordarcelo può intervenire solo Vivien Maier, che con la sua Rolleiflex clorofilla trasforma  i corpi in figure, il movimento in fissità, l’oggetto nello sfavillio del nostro vedere.

Che cosa vede Vivian? Forse è un angelo privilegiato, probabilmente riesce a scrutare una prospettiva che a tutti gli altri sfugge, è una specie di Orson Welles o di Hitchcock della fotografia, o forse vive in una città –la New York degli anni Cinquanta- che di per sé genera angeli nelle sue strade dove qualcosa è stato irrimediabilmente perduto per sempre e sostituito dal favoloso nuovo: “Piange ciò che ha fine e ricomincia./ Ciò che era area erbosa, aperto spazio e si fa cortile,/ bianco come cera…/ Piange ciò che muta, anche per farsi migliore./ La luce del futuro non cessa un solo istante di ferirci…” (Pier Paolo Pasolini, Il pianto della scavatrice, 1957).

New York è un’antica foresta, dove gli alberi altissimi si sono trasformati in grattacieli su cui gli uomini postneanderthaliani si arrampicano, si perdono, dove i sentieri sono strade ampie percorse da dinosauri strepitanti – le autovetture rombanti- dove tutto si fa umanità, ma di questa umanizzazione che avanza e pervade ogni cosa, Vivian coglie lo spirito di un’innocenza senza tempo – l’innocenza della natura, così ipocritamente matrigna ma così dolce e capace di trasformare i suoi mostri in inaudita bellezza e soprattutto e addirittura in vista, ascolto, sentire dell’altro. Perché le figure sentono, sono dotate di sentimento, sono un incredibile espandersi dell’albero in palpiti, fremiti, sospiri, canti: e quanti milioni di anni ci sono voluti affinché gli alberi vedessero, aprissero gli occhi e si commuovessero di fronte alle foto scattate da una indiscreta, insolente bambinaia?

Queste non sono solo fotografie, sono domande rivolte al veggente. Con che cosa camminiamo? Ce ne rendiamo conto? Con che ci fermiamo a osservare e perché riprendiamo a camminare? Che cosa ci spinge? Che cosa governa i nostri gesti? Per quale motivo spazziamo un pavimento (forse già pulito)? Che cosa ci urge dentro? C’è una risposta nello sguardo di un bambino, c’è un senso in quello che fissa? Perché si assenta? Che cosa lo muove al pianto?

Osservare gli scatti di Vivian costituisce un’esperienza estetica, comporta un atteggiamento estetico, spinge a vivere, a mutare, a fare del proprio vedere un movimento ulteriore, un’approssimazione verso la ricerca della bellezza che è dentro ciascuno di noi grazie al sentimento (ecco Vivian ci induce a scoprire che il sentimento è ciò che fa scaturire la bellezza!). Vivian rivolta il guanto del sentimento della bellezza nella nostra capacità di diventare visionari.

Nella mostra sono proiettati alcuni documentari in Super otto di Vivian, Apollo astronauts parade, Chicago street scenes del 1965, Louis Sullivan building demolition, del 1971, After incident, del 1970, Tornado, del 1965, School Fair, Field day del 1973, nei quali si coglie una pungente ironia che forse nelle foto non tutti ravvisiamo, distratti come siamo dalla commozione che suscitano. Nei documentari, costituiti da un lungo piano sequenza, l’immagine è movimento, i colori sono movimento: le figure non contano, mentre le emozioni sono in movimento (negli scatti fotografici invece le emozioni sono rapprese, raggrumate nelle figure). L’occhio, desolato in Tornado, festoso in Field day, descrittivo in Louis Sullivan building, è vigile, curioso, ironico, ammiccante, coglie gli aspetti contraddittori dell’uomo (in After incident): è uno sguardo critico, etico, appassionato, analitico e sintetico, profondo, triste, sconfortato, divertito, ma mai disilluso, mai disperato. Vivien aggiunge vita alla vita, o accenna a conferirle un senso, a interpretare o a proiettare nella ripresa la voce silenziosa di una sibilla.

Le foto a colori di Vivian (con la Leica, stavolta) sono una rivelazione, sono pura didattica, laboratorio. I colori sono oggetto, sono oggettivati. Ogni colore è una cosa. L’immagine intera scompare in favore dei pezzi di colore. Una scarpa equivale a un pezzo di panchina, se sono entrambi gialli. Quel che conta è la corrispondenza tra i colori, i colori sono quelli che dialogano nella foto, non le figure, o i corpi, i sorrisi, le auto. I colori hanno un senso, ecco forse nella visione solo i colori hanno senso. I colori sono la risposta alle domande sul senso della visione.

Il nostro riconoscere le figure in mezzo al paesaggio piumato del reale proviene dall’atavico bisogno di distinguere il profilo delle fiere nella savana. Negli scatti di Vivian si esercita questa qualità per motivi di amore, di empatia, di Sentimento. Vedere per stanare tra le forme la figura per eccellenza, quella del simile, del prossimo, per poter esultare: Eureka!, per la gioia di aver trovato. Perché cercare con lo sguardo significa ripetere la tensione con cui l’innamorato fra i tanti cerca nella folla il volto di colei che dovrà raggiungerlo nel luogo dell’appuntamento. Ecco, il prossimo è giunto all’appuntamento del nostro sguardo, sta venendo verso di noi. Quella figura compie il nostro sguardo, lo completa, lo esalta nello scioglimento dell’attesa che non è stata vana: Ella è venuta, si è manifestata, è. Siamo macchine atte a cercare, spinte a desiderare, per amare, per trovare. Vivian augura anche a noi di trovare l’amore, al di là di uno scatto, al di là perfino di noi stessi, di trovare l’orizzonte dei nostri sguardi. Ma è in ogni scatto innamorato di Vivian che noi la ritroviamo, e con lei ritroviamo il nostro sguardo d’amore. Vivian si può solo amare.

Cogliere l’irriproducibile, cogliere l’istante, salvarlo, redimerlo, perdonarlo per essere stato istante, indurlo a risorgere. Tra morte e resurrezione, lo scatto fotografico compie l’impalpabile sostanza del marchio che il tempo produce su chi vive nella sua dimensione di illusoria dannazione. Siamo fatti della stessa sostanza del sogno, la foto è vedere il sogno con gli occhi di un altro, dell’Altro. C’era una volta la camera oscura, il luogo alchemico dove nel buio si riproducevano i sogni fatti a obiettivo aperto, ad occhi midriatici dietro l’obiettivo. Il fine dell’arte fotografica è di carpire il sogno, hic et nunc. L’illusione a portata di obiettivo.

Vivian svela la condizione dell’uomo moderno, che ha riprodotto la foresta primordiale nella città, laddove è ancora un minuscolo esemplare, solo e sperduto, un segno di ciò che la natura è riuscita a realizzare, una creatura capace di illudersi, di sognare, di annullare una scenografia sostituendola con un’altra, rimanendo comunque estranea a ogni ambiente da lei stessa inventato a sua immagine e somiglianza. L’uomo, come la natura, sogna, e sognando crea false illusioni, pensando di poter giungere alla conoscenza, ed invece la verità –la vita- sta sempre un po’ più oltre, misura stretta d’ogni sogno, reale o illusivo che sia.

Ogni aspetto del mondo è appeso a una piccola sfera di bellezza che nasconde una goccia del brutto, in ogni immagine c’è una compresenza di bellezza e di bruttezza. Il mondo non è né bello, né brutto, è una emanazione coestensiva di armonia. Perché allora li distinguiamo, bello e brutto? Perché il nostro percepire è sempre doppio? Forse perché in questo modo possiamo percepire l’Unità (percepire, ma non conoscerla)?

Ogni scatto di Vivian è unico, tende all’unicità, a forgiare in qualche modo un brandello, un lacerto di assoluto: come se l’assoluto fosse unico, come se ritagliando una parte dal tutto, di quella particola si potesse ricavare la verità più profonda, giungendo a conoscere a svelare perfino il Tutto. Il Tutto è però reso monco, sforbiciato, delimitato, colto dall’infinita rete di rami che formano l’Albero degli uomini. E se lo scatto fotografico fosse il cuneo su cui si reggesse il Mondo? Se lo sguardo fosse ciò che cattura le ragioni del Processo Creativo? Se la Rolleiflex clorofilla trasformasse la luce in vita? Se lo spalancarsi della palpebra e la pressione del dito sul pulsante della macchina fotografica fossero la spinta che induce al movimento la realtà, che induce la vita a produrre il marchio della sua illusione?

Vivian coglie il poetico nell’immagine, ovvero il sentimento che dà vita, che muove l’immagine e ne rivela l’appartenenza alla nostra intimità, provocando un risveglio (o una nascita), una sensazione aurorale. Lo scatto di Vivian è frutto di una condivisione, che unisce i contorni di una scena e la sua verità con l’emozione più intima. Quella scena colta in fotografia è dentro di noi per noi, solamente per noi, in un possesso primo e ultimo che è quello dello sguardo dell’innamoramento. Non aveva bisogno di amare, Vivian, se amava ogni pezzo del mondo che riusciva a ritagliare grazie alla sua incredibile capacità visionaria; Vivian era una visionaria, in qualche modo prevedeva, generava la scena fotografica, la intuiva, la catturava, la rendeva propria con estremo pudore e delicatezza, con soddisfazione e gioia. Poi, la nascondeva. Sguardi d’amore collezionati, messi in scatola, archiviati. John Maloof un giorno avrebbe riscoperto e dato di nuovo vita a tutto quell’amore che oggi risveglia gli sguardi assopiti di tanta gente. Quell’amore continua a girare attorno al mondo, tappa per tappa, fatto d’una lungimirante solitudine in sé perfetta. Da solitudine a solitudine: ecco l’amore.

Qual è il punto d’impossibile della formalizzazione nella fotografia? Se fosse ciò che non rientra nella foto, il fuori campo, allora Vivian è trasgressiva, perché mostra spesso il fuori campo, se stessa con la sua inseparabile macchina fotografica. Se invece fosse l’occhio invisibile di Dio –nel suo tramare alle spalle, ma anche nel suo intramare con la luce i fili del mondo- Occhio che si fa indiscreto, allora sarebbe l’invisibile, il fuori corpo, il sentimento che mai ci apparterrà, la foto impossibile: proprio quella che Vivian ora forse sta scattando, in una perfetta corrispondenza di Amore assoluto, fuori campo, fuori corpo, fuori sentimento.

00010001-1

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Emergenza Cultura

In difesa dell'articolo 9

cuoreruotante

Le cose belle hanno il passo lento

Le mille e una Tavola

Autobiografia culinaria

pagine che amo

Just another WordPress.com weblog

Poeti d'Abruzzo

Focus Po-etico sul territorio abruzzese

from the morning

le passioni infernali mai conosciute prendono fuoco nella casa vicina.

solovignette.it

Quotidiano di satira illustrata

Anna&H

sono approdata qui

Linguaggio del corpo

Bodylanguage & PNL

And Other Poems

New poems to read every week.

filmcritica rivista

cinema filosofia inconscio lingua polis scrittura

Gio. ✎

Avete presente quegli scomodi abiti vittoriani? Quelli con la gonna che strascica un po' per terra, gonfiata sul di dietro dalla tournure? Quelli con i corsetti strettissimi e i colletti alti che solleticano il collo? Ecco. Io non vorrei indossare altro.

AnItalianGirl

Sii chi vuoi, ma se sei te stesso è meglio!

Edilio Ciclostile

I buzz into your head

operaidelleditoriaunitevi

Just another WordPress.com site

lagunaweblog

La narrativa è la più esigente delle fidanzate

Nel vento...

Pensieri e dintorni

L'Inconfessabile

ciò che non si può dire lo scrivo

Cristina Khay Blog

La Vita e' un Fiore*

lamentesepolta

0, 1, 2, ecc. - si.tormento@gmail.com

Parole Inconsistenti

Appunti di scrittura di Luca Romano

Briciolanellatte Weblog

Navigare con attenzione, il blog si sbriciola facilmente

miglieruolo

La vita è sogno

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: