IL DETTAGLIO E’ LA ROVINA (LIDIA RIVIELLO)


Proponiamo una recensione di Lidia Riviello su “Il paziente crede di essere” di Marco Giovenale, Gorilla sapiens, 2016.

Il romanzo piace e piace la poesia.
Le piace Brahms ? chiedeva Perkins alla Bergman nel ’60. Oggi come non mai dovrebbe interessare il procedimento che porta allo scritto nel suo significato di cosa che preme materialmente preme sul linguaggio e nel tardo linguaggio che oggi viene esposto s’incaricano tutti di ricercare cosa prema sul linguaggio.
Non possiamo dire ancora cosa del novecento già tardo digitale resti/interessi: il racconto, il micro racconto, il segno, il frammento per procedere secondo altre soluzioni e per non procedere, arretrando, sulla diretta e diritta via di un linguaggio siglato, consono, rispondente a tradizioni posticce.
Dopo il tempo delle categorie, dei formati e dei generi, arriva la formazione di una cultura linguistica delle forme indistinte, delle manomissioni dei generi. Mi viene in mente un ricordo, un flash da Sillabari di Goffredo Parise. Lo scrittore sostiene che quei Sillabari (con la forma del racconto ma già/quasi estratto) non potevano diventare romanzo perché solo con il breve testo e apparentemente concluso in forma breve si lascia al lettore l’attenzione sul sangue (è questo poi il titolo di uno dei capitoli/lettera).
Qui ne Il paziente crede di essere il problema dell’attenzione è inganno e strategia del testo. L’attenzione stabilita va nei confronti del minimo e massimo segno della lingua: un coltissimo uso del riciclo linguistico e del buttato pregiato, termini ricercatissimi, d’invenzione per associazioni o scollamenti e altri sfruttati dalla letterarietà banale o dai tecnicismi, dagli specialisti…
Man mano che l’attenzione si contrae e si dilata di là dal dal/nel testo, si registrano accadimenti per nulla risolutivi, fortemente scandalosi perché si va a scioccare con la lingua il dettaglio, il reperto, contrastando e frizionando termini in una azione scenica che diventa come un piano regolatore del linguaggio, una landa desolata dalla quale s’impartiscono tic e azioni di sagome/personaggi appartenenti all’apparenza a codici culturali connotati e che sembrano fondersi con altri personaggi/sagome di sottoculture. Il paziente è anche critica dello stravolgimento e della decadenza delle culture, delle sottoculture e delle medioculture ormai dominanti.

Questa è una scrittura scenica, o meglio una scrittura scemica di cosa che scema, che perde progressivamente una data caratteristica, che svanisce. Il comico qui pare disporsi per rispecchiamenti e sfinimenti coltissimi per riflessi della scrittura che come suo rovescio propone… la scrittura di altra scrittura. Il goffo qui lo fa il senso, il significato, la trama, ma anche il tradizionale non sense e il doppio senso che non hanno luogo. Allora pare possa cercare un suo spazio l’insensato nel senso che non ha un buon senso. Quali di questi racconti è di buon senso, ha capacità di giudizio? Uno di questi attori, caratteristi, comparse? Del privato di senso ci si illude, di trovare un senso nella quotidianità. Giovenale diventa scrittore e avverte il fatto che non vediamo più e leggiamo solo come vediamo ma questo non significa che non si formino pesantissime mini epiche che dilatano la presunta libertà di scrivere un racconto. Pare appunto, anche questa, una critica dello scrivere il racconto e una critica alla assertività del codice.

In questo testo viene messo in gioco il conflitto tra la parola e la sua tenuta, la sua durata. Il termine introdotto a volte viene sottolineato anche tipograficamente (il corsivo) con i termini da salvare, inutilmente riemersi… consumabili…) e non solo per forzare i nessi logici come è stato giustamente scritto ma per indebolire (fortunosamente) i nessi che scomparirebbero divorati dalle loro stesse associazioni, dai derivati, dalla descrizione, infine. In De finesse ad esempio. Qui la descrizione tace, parla l’intenzione nel senso, di intelligenza nel compiere un’azione o non compierla, di poterne dire l’assenza di rilevare il calco di un’azione precedente. Così il racconto si priva di racconto.
Riflettevo mentre leggevo Il Paziente crede di essere che non ci sono più le file di una volta al cinema o in banca, vi sono adesso gruppi sparsi che si assemblano si sfiorano e si formano nel paesaggio di quinta acquistata dal lettore: una quinta da cui vedere la banca e l’altra da cui vedere il cinema. Sia in banca che al cinema non andiamo più o quasi. Sono totem freddi che ci trovano già lì, impiantati. Immaginiamo le attese, lo sperpero delle immagini, l’accumulazione dei segni, delle mimiche, sono combinazioni di persone destinate entrambe alla dissipazione, appunto… al racconto, alla sorpresa, al colpo di scena che è uno scherzo, un lavoro di linguaggio, un gesto che si fa grande per intrattenere, per fermare uno spettalettore che vuole vedere ma non può vedere tutto. E ogni scena di questa serie di testi ci viene prospettata come un estratto, una traccia o un remake.
Questa scrittura cangia nel dettaglio, diventa calco, evapora dopo l’urto con la superficie sottile, umana. Pensiamo al film muto, di cui questo libro pare a tratti una sonorizzazione. Uno sbaraglio di parole che poi è diventata cosa scritta. Dobbiamo fare i conti con calchi, geroglifici arzigogoli. In questa serie di testi v’è un patrimonio totale di forme del racconto di tradizione novecentesca, di frammento classico, di messa in scena, di fabula, di una farsa contemporanea.
La plurioggettività dei riti con la quale sostiamo fra i segni leggevo in un messaggio inviato a Giovenale con il cellulare. Intendevo, credo, l’organizzazione di numerose condizioni, situazioni, messe in scena nelle quali avvengono iniziazioni le più ripetute di riti linguistici propri del racconto, anche dell’inserto con la quale organizzazione dobbiamo sostare fra i segni, gli epitaffi, le marche, i titoli. Non posso soffermarmi sulle condizioni del testo, rovinerei una materia tanto complessa per come è stata prima che scritta, ideata. Meccanismi complessi di scelta di una certa idea fra le tante possibili, un rigore contro l’agitazione della tradizione. Una ripetizione e un procedimento che ci si attende dal racconto che Giovenale sempre disinnesca. Ogni oggetto di questi testi è destinato ad essere studiato: maschere rurali razionate per muovere gesti, mugugni, straniamenti, giungendo poi al segno della macchina , alla genesi di atti meccanici pronti a tornare impulsi. Molto spesso, sempre forse, la caricatura umana che spinge il gesto, esaspera l’allestimento inconscio dell’esperienza, rende tutto il guardabile un contenuto impossibile. Si tenta solo una esperienza vigilata dell’estremo, del trasgredito.

nessun limite con molti oggetti.
Il guardone e la fenomenologia del guardone.
In paese il guardone era considerato chi passava ore e ore a guardare la medesima scena, il dettaglio, una dilatazione che ha fatto scoprire insetti, accessori di un abito, tic e mimiche facciali…
Il dettaglio, la rovina dell’esperienza, la sua consumazione ronza nell’esperienza linguistica di questo libro. Facevo riferimento al cinema muto e penso a Buster Keaton e ai continui rovesciamenti di senso all’insegna di un esercizio continuo della logica: gli oggetti cambiano di senso, le azioni semplici diventano complesse e quelle impossibili diventano facilissime, ciò che sembra innocuo diventa un pericolo e le avversità si rivelano aiuti impensati. Penso all’ omicidio apparente di Alain Robbe Grillet: in tutto il romanzo, il personaggio Mathias dispiega un ritaglio di giornale contenente i dettagli dell’omicidio di una giovane ragazza e la scoperta del suo corpo tra gli scogli. La relazione di Mathias con una ragazza morta, forse quella della storia, viene rivelata in modo obliquo nel corso del romanzo, in modo che il lettore non capisca mai se Mathias sia realmente un assassino o solamente una persona che immagina di uccidere. Significativamente, l’assassinio “reale”, se mai esiste, è assente dal testo. Qui nel testo di Giovenale i presenti sono in realtà degli assenteisti cioè frequentanti dell’assenza, per motivi vari, pretesti, dal lavoro come dal racconto stesso. Obbligato ‘dal genere’ a intervenire, egli si assenta. Gli impiegati/personaggi si ribellano al testo. La narrazione di Robbe Grillet contiene pochi dialoghi e la cronologia degli eventi è ambigua. Infatti l’incipit del romanzo è indicativo del tono dell’intera opera: “Era come se nessuno avesse sentito…”. “Nessuna soluzione reale”, ecc, e questo interessa anche la serie di testi in Giovenale anche quando sono dispiegati fatti situazioni più o meno reali questi non incontrano nessuna soluzione reale.

Un problema si è prodotto nel tempo: quello di uno ‘stato delle parole’ evidente, assertivo, è sussistito un problema di stile, di genere, un punto di non ritorno del linguaggio che nella peggiore prosa genera nostalgia e nella migliore una reazione a scrivere in un altro modo. Un processo quasi parodico tra oggetto, situazione mimica e condizione della parola, stato del linguaggio. La lingua organizza in senso stretto i suoi materiali in una caccia sulla superficie dentro una cornice che non ha quadro.

Scrivere intorno al genere e sulle ceneri del genere, registrare le ombre attive della installazione anche se pure qui l’installazione pare sorpassata sia come enunciato che come ipotesi del progetto. Ecco qui si fa man bassa del progetto come illusione, come proposta.
E poi cos’è il paziente? Forse lo scrittore, la scrittura.
Crede (il paziente) di essere risolutivo, modello, genere, categoria, forse personaggio ancora, azione, prosa. Crede infine di essere il linguaggio, di essere il grande ammalato simbolico, crede di essere crede forse di essere uno di noi. Che legge.

marco_giovenale

Marco Giovenale

 

 

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3 thoughts on “IL DETTAGLIO E’ LA ROVINA (LIDIA RIVIELLO)

  1. […] facebook, dal 6 mag. 2017: https://www.facebook.com/lidia.riviello/posts/10154560753900920; e in https://noubs.wordpress.com/2017/05/10/il-dettaglio-e-la-rovina-lidia-riviello/ dal 10 mag. […]

  2. […] 10.05.2017 – Recensione di Lidia Riviello […]

  3. […] via IL DETTAGLIO E’ LA ROVINA (LIDIA RIVIELLO) — Edizioni Noubs http://www.noubs.it […]

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