PER ANTONIO ALLEVA di Massimo Pamio


Sapeva già, Antonio, che la sua poesia mi avrebbe parlato, chiamato, con una sollecitudine silente, perché proveniente da un’urgenza, da un’intensità che maschera e rivela nello stesso tempo, e che decide per noi. Non si conosce mai il motivo per cui si stabilisce un’immediata sintonia con alcune persone, ci sono moti che sfuggono, semplici verità connaturate nelle cose stesse del mondo, elementi simili e magnetici celati nel modo di manifestarsi, di guardare, di respirare, di toccare senza sfiorare: nell’amore, come nell’amicizia il ripetersi di queste forme, di questi archetipi emozionali ci sfugge, o forse si impone nello stesso momento in cui, impadronendosi di noi, nascondendosi nella nostra più profonda intimità, diventano parte integrante del proprio modo di sentire, definendo la mitologia di una minima individualità: forme che formano o fanno mutare, o forse stabilizzare nelle sottili mutazioni degli impulsi emotivi e prelogici.

Non so, ma nella gioia nel sorridere di Antonio c’era già un invito, una pienezza che cerca l’alba -perché è già alba in sé. Antonio sapeva e mi conosceva, prima ancora che io avessi letto le sue liriche che solo a censirle ora mi viene un velo di commozione e un avviso di gioia.

La gioia si consuma nelle lacrime e in un sorriso, in un “piangere d’amore”; l’emozione prende forma nel ricordo di persone care, come vi ricordo, Carlo Lizza, Luciana Piccirilli, Marco Tornar: l’amore non è altro che una condivisione di una gioia insolubile e irrisolvibile che risiede nel mondo, capace di rendere gli uomini creatori di una comunanza senza parole e senza silenzio, a volte una specie di sorriso o di smorfia sul volto a due, ma anche tra un’assenza e una presenza, tra una maschera e un viso: intuizioni dietro le quali c’è comunque l’ombra del Significante/Significato.

Poesia: concessione del lirico, del sentimento fattosi carne e della nostalgia per il Dio nascosto, intuizione di ciò che potrebbe essere il mondo se avessimo un’alta consapevolezza. Risiede in questa intuizione di ciò che si nega, il poetico: accesso a un’altra dimensione che si percepisce col sentimento, il sentimento che riveste come un’edera la parola.

Il poetico è il sentire nel proprio corpo il nascondersi dell’altro ed un avvertirlo in punta di nostalgia. Amore come carezza, soffio, sensazione lancinante di apertura, dell’aprirsi sull’insondabile, sull’inconoscibile, sull’abisso. Sempre percezione dell’abisso, sensazione di precipitare in una voragine.

La poesia non dice nulla, possiede la concretezza di un sospiro, la verità di una speranza nuda, vuota, senza oggetto o cosificata, mineralizzata, ambrizzata.

Iterazione: affinché /che il mondo si ripeta, esorcismo contro la morte (anche se uguale, anzi uguale!)

Apertura mai chiusura che sa di chi vive nella natura.

Iterazione sintassi per asindeto esposizione poematica di un pensiero narrativo a voce alta, un pensiero intimo (la poesia). Un pensare intimo e narrativo, un procedere per sequenze coordinate per accumulo, un addensarsi di strati geologici del presente: il reale che si svela, che si toglie la maschera e nasce: la poesia. Un raccontare per svelare la condizione (nascosta, sottostante) poetica del reale. La poeticità si nasconde sotto ogni oggetto e avviene come forma di vicenda, il trasferirsi dell’oggetto nella vicenda è poesia, è questo condizionare il reale di una “sua” interiorità, per ridarne l’intima essenza pudica di un qualcosa che in verità nasconde parte di sé. È una scrittura di pensieri che si sovrappongono.

Non-finito, il pensare, a cui l’ausilio degli oggetti si attacca per non sparire: sono le prove che ci dicono che ci siamo, le cose sono attaccamento al vivere, talismani, apotropaici, esorcismi della morte, le cose sono la nostra ultima parola.

Il dialogo intimo del pensare non si arresta mai, il pensiero incalza il reale e da esso si lascia incalzare, procedono insieme pensiero e reale in un’unica soluzione che è poi quella della scrittura poetica, del pensiero poetante, nel caso di Alleva il pensiero e l’azione si fondono in una serie di sequenze inarrestabili che vanno verso una conclusione che è sicuramente la più intensa e abissale: quella di “Bambino mio”, ad esempio, in cui la successione incalzante delle parole  (che oscillano tra nenia ninnananna e preghiera) si accalcano per salvare il mondo: un bambino, il bambino per antonomasia, Gesù, che dobbiamo salvare dalle grinfie del mondo dal dolore del mondo e farlo bambino nostro, prenderlo tra le braccia.

O mettersi nei panni dell’incantato della stella.

Alleva è poeta tutt’altro che facile: chi legge i suoi testi deve aver necessariamente letto molti libri, ascoltato molta musica, frequentato la pittura. La sua poesia è densa di riferimenti colti, di citazioni, colori,  immagini di quadri incontrati nei musei, di suoni e ritmi e melodie musicali, una specie di scrigno prezioso al quale solo pochi eletti possono attingere.

Annotazioni su “Ultime corrispondenze dal vilaggio”, Ed. Il Ponte del Sale, 2016.

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