UN ROMANZO STORICO INDIMENTICABILE: PER SEGUIRE LA MIA STELLA


Nella nostra consumata storia di lettori, è sempre più difficile riuscire ad avere la fortuna di scoprire una perla nello sterminato oceano delle novità librarie. La fortuna mi è venuta incontro di recente, per le virtù di una casa editrice che sceglie sempre con accortezza le sue opere, Guanda, e per una sua pubblicazione che reca in copertina un’opera del Ghirlandaio conservata in uno dei più musei più belli al mondo, il Gulbenkian di Lisbona.

Grazie a una scrittura pacata, garbata, piacevole, a una narrazione matura e controllata, le pagine di “Per seguire la mia stella” mi si sono dispiegate, con semplicità e chiarezza, nelle forme di una brillante conversazione intessuta tra spiriti eletti vissuti nel Cinquecento con i loro corrispondenti vissuti nei nostri giorni, dunque come un luogo di confronto alla luce del quale  i secoli si annullano per permettere, forse, nel superamento delle distanze, una sorta di riconciliazione sui temi più profondi, riconciliazione possibile proprio grazie al dialogo, in cui si mondano e si emendano le idee che attraversano e attraversarono le culture e le civiltà, i modi con cui gli uomini impostarono e impostano la loro vita sociale, sui loro errori e vizi, sulla sete di dominio e di potere che fa sempre trionfare, all’interno della storia, gli istinti più crudeli e le leggi più feroci della sopraffazione e della violenza in funzione dello sfruttamento dell’uomo sull’altro uomo.

Mi è sembrato, insomma, come se Laura Bosio e Bruno Nacci, gli autori, svolgessero un sotterraneo dialogo con i loro personaggi, come se li rievocassero per interrogarli, e, incitandoli a pronunciarsi sul loro tempo, far esprimere loro un giudizio in modo da rispondere alla domanda: “Che cos’è la Storia?”: una volta riscossi dal torpore, posti nudi di fronte alle vicende personali, ricavare da loro le soluzioni di fronte a cui gli stessi scrittori probabilmente si sentono impreparati, inadeguati. Atteggiamento, questo, proprio degli scrittori di romanzi storici, perché di solido romanzo storico è l’impianto di “Per seguire la mia stella”, che ricostruisce per filo e per segno tutta la parabola esistenziale di Chiara Matraini, poetessa lucchese vissuta tra il 1515 e il 1604, figura di rilievo ma dimenticata, ora finalmente di nuovo vivacemente presente davanti ai nostri occhi, riscattata per sempre, riconsegnata al suo modo libero e orgoglioso di essere al mondo. La vicenda è ambientata in modo mirabile, con rigore ci viene restituito il Cinquecento lucchese, anzi, potei parodiare ciò che Luigi Russo afferma con vigore del romanzo di Manzoni, “bisognerebbe pensare e sostenere che protagonista è tutto un secolo, è tutta una civiltà, protagonista vero e immanente in ogni pagina è il Cinquecento”.

Per chi ama la storia, rischia di essere catapultato in quel tempo, per chi ama la letteratura, di restare coinvolto nella trama abile e sapientemente ordita che ogni tanto concede una strizzatina d’occhio al lettore, invitandolo a gustare dei veri e propri cammei, come quando si accenna per esempio a un ignoto pittore che in una piazza di Lucca dipinge una tela (si tratta di una sorta di caccia al pittore che il lettore deve compiere, una pista dipinta del classico “giallo” romanzesco, vi svelo l’arcano, si tratta di Vittorio Campi, realmente vissuto) o quando si accenna ai cenacoli artistici dei protagonisti, agli artisti noti all’epoca, alle musiche da loro ascoltate (Nuper rosarum flores di Guillaume Dufay): insomma il libro diventa anche un vero e proprio viaggio culturale di prim’ordine, che invita a ripercorrere luoghi, quadri, chiese, mottetti e la colonna sonoro-musicale sottesa al romanzo, sceneggiatura già pronta per la riproduzione cinematografica, che a mio avviso riscuoterebbe un notevole successo popolare nei botteghini, se venisse intelligentemente prodotta.

Già riportata alla luce da Luigi Baldacci e da Giovanna Rabitti, Chiara Matraini, grazie a questo romanzo, non solo può essere riscoperta nella sua qualità di poetessa, ma anche e soprattutto colta nella personalità, affascinante e unica, scomoda testimone del suo tempo invece improntato dal ritorno ad una normalizzazione politico-religiosa.

Romanzo storico, sì, ma anche opera esperienziale, in cui il lettore viene invitato a partecipare in prima persona al confronto serrato a cui sono chiamati i personaggi del romanzo in cui gli uni interrogano gli altri, vedendo alla fine sopraggiungere un accordo che è anche un’interpretazione possibile della vicenda umana che la storia non intacca: non c’è senso nella vita se non si riesca a stabilire un dialogo interiore con la propria coscienza e con le ragioni dell’esistenza personale, senso che non si riscontra nella storia, dove dominano forza e violenza (protagonista dell’Iliade, avverte Simone Weil, è la forza, cjhe rende gli uomini come cose, come pietre). Nella storia non c’è spazio per la pacificazione, non c’è perdono: viene scritta dai vincitori, fino a far perdere le tracce di coloro che li avversarono o che ancor peggio furono, magari neutrali, liberi e privi di macchie.

Tante sono le osservazioni che vorrei ancora annotare, ma mi basta accennare al fatto che all’interno del romanzo ci sono storie affascinanti, presentate in modo da creare una tensione che solo alla fine della vicenda viene svelata con sorpresa del lettore, come nel caso della badessa violentata dai lanzichenecchi narrata a partire dalla pagina 142.

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