Un libro da Dio: Due come loro di Marco Marsullo


Un libro da Dio: Due come loro di Marco Marsullo

(di Massimo Pamio)

 

Se si eccettuano il film “Una settimana da Dio” di Tom Shadyac e qualche incursione (una, non propriamente letteraria, En attendant Godot di Samuel Beckett, altre passate sotto silenzio, come un romanzo di Giacomo Sartori) nostro Signore Dio non compare mai come protagonista di un romanzo. A colmare questa lacuna, interviene Marco Marsullo che, in Due come loro, (Einaudi, Torino, 2018, pp. 202, euro 17) rompe ogni indugio eleggendo addirittura a protagonista non solo Dio, ma anche il Diavolo e una messe di loro aiutanti, uomini e donne ingaggiati al servizio dell’uno o dell’altro.

Se il Diavolo è stato sempre al centro dell’attenzione letteraria, dal Faust di Marlowe al Mefistofele di Goethe, ai romanzi noir di M.G. Lewis (Il monaco), di C. R. Maturin (Malmoth l’errante), se addirittura ci si è interessati alle memorie del diavolo o si è andati a scartabellare tra le sue carte (F. Saulié, J. F. Richter), se il diavolo è stato perfino immaginato nelle sue fattezze fisiche (il diavolo zoppo di Lesage), in pagine immemorabili (da quelle di Folengo, Pulci, Milton, Blake, Machiavelli, Byron) descritto nelle sue passioni, come il diavolo in amore di Cazotte, fino a diventare un’ossessione per molti russi, da Lermontov a Derzavin, se si sono descritti personaggi satanici (come Saint Fond di De Sade), dobbiamo ammettere che Belzebù è una vera e propria leggenda letteraria, un’icona, una stella della letteratura mondiale.

Perché questo? Il diavolo è il nostro vero prossimo, che condivide con l’uomo la caduta, il peccato, il vizio, un comune destino, impervio, angoscioso, oscuro, insomma, infernale, tanto da farci ipotizzate che il diavolo sia, nella letteratura, nient’altro che una proiezione della figura umana, un dio eletto a immagine e somiglianza dell’uomo. Tutta questa fratellanza, questa comunanza di intenti e di interessi invece, lo scrittore di romanzi non la spartisce con la figura di Dio, sentito troppo distante, intoccabile, onnipotente, incapace di commettere errori, colpe, reati, indifferente a vizi e a virtù, al di sopra delle cose, degli uomini e di ogni sospetto.

Non è così. Dio, sostiene Marsullo nel suo romanzo, Dio è uno di noi, indossa camice hawaiane, ascolta musiche latinoamericane, si diverte a ballare con stile, a bere cocktail. Sempre impeccabile, profumato, i capelli tenuti da un codino, carismatico, dotato di un fascino tremendo, grande seduttore, si comporta come un edonista ricco e senza pensieri. Ecco il Dio che governa la terra poco celeste di Marsullo, a cui si oppone un Demonio brutto ma elegante, cinico ma comprensivo e forse anche simpatico, più raffinato di Dio.

Tutto è ineluttabile nel confronto conflittuale denso di colpi bassi che si svolge quotidianamente tra i due Signori del Bene e del Male impegnati a disputarsi le anime degli aspiranti suicidi, dove si inseriscono gli aiutanti, e tra questi il vero protagonista della storia, Shep, che conduce un pericoloso doppio gioco, in qualità di aiutante sia di Dio sia del Demonio.

La storia molto intricata e intrigante non può essere riassunta, per non togliere al lettore il piacere delle carambole a sorpresa a cui assisterà: funambolico Marsullo, che si affida come Bulgakov (Il Maestro e Margherita) e Hjortsberg (Falling Angel, Ascensore per l’inferno) al susseguirsi di trovate a ripetizione che non fanno tirare il fiato nemmeno un istante al lettore, ponendolo di fronte a dei quesiti filosofici: ed è di questi che ci interesseremo.

Le questioni centrali del romanzo concernono lo statuto del bene e del male. Esiste un equilibrio tra di loro? Può l’uomo favorire il bene, evitare il male?

Sono queste le interrogazioni a cui Marsullo sottopone la travagliata coscienza del personaggio Shep, intrappolato in una serie di situazioni che gli suggeriscono l’idea secondo cui il male non sia evitabile, neanche quando a svolgere il ruolo di sapienti ci sono due straordinari filosofi come Dio e il Demonio e addirittura uno psicanalista-artigiano amico e compagno di scuola di Dio, Poggini.

Insomma, non si può cambiare se stessi, perché il destino è segnato, e l’uomo non possiede le capacità di rovesciare i colpi della sorte, troppo ben congegnati dai due Padroni del Tempo. Shep non è capace di cambiare se stesso perché non ha mai conosciuto persone che si sono redente. Forse, e qui mi permetto di impersonarmi in Dio e nel Diavolo, Marsullo non è entrato mai in un carcere, dove I peggiori delinquenti si pentono e scontano la loro pena cambiando loro stessi.

Contrariamente a quanto pensa Shep, la salvezza è dunque possibile, a mio avviso, ed è molto vicina a noi, più vicina di quanto pensiamo, perché il bene è più attivo, dinamico e flessibile del male. Unico neo del bene è quello di non fare “spettacolo” in una società che invece lo richiede per legge. Oggi il bene è ritenuto soltanto il “negativo” del male, l’altra faccia del male.

Shep vuole fare del bene, ma non ci riesce, e se lo compie lo fa in un estremo atto di generosità che lo trascende e ne sublima la miseria, in un sacrificio di cui non si accetta le conseguenze.

Il finale, però, non poteva essere a favore del bene, non solo avrebbe creato un happy end scontato, ma soprattutto non avrebbe fatto riannodare tutti i fili della vicenda romanzesca. Il male è il vero generatore di questa trama romanzesca: Marsullo quali colpe addossa ai suoi personaggi per causare loro questo Male? Quale senso di colpa lo attanaglia nei confronti di queste figure di pezza? Qualcosa trapela, come se l’autore si fosse voluto liberare di un peso, forse il fatto di aver lasciato la propria ragazza e di averne ancora il sapore dolce nella mente. Perché poi di questo realmente nel romanzo si tratta: dell’amore, l’unica verità posta al di là del bene e del male, che governa ogni vicenda e si rivela crudele soprattutto nei confronti dei più stretti seguaci. L’amore, l’unica passione la cui energia non riusciamo ancora a depotenziare. L’immenso carico che la passione amorosa occupa nella vita d’ogni persona è insostituibile, ce se ne può liberare soltanto compiendo un gesto estremo, attraverso la ribellione. Ecco che cosa preconizza lo scrittore Marsullo: la rivoluzione del singolo contro l’oppressione, lo strapotere del sentimento, contro la schiavitù a cui ci costringe. Di quale amore poi parliamo se  –è lo stesso Dio a confessarlo- Adamo era gay. Sì, la vendetta peggiore che Dio poteva esercitare contro la sua creatura era quella di spifferargli in faccia la verità sulla sua origine, una verità terribile, che riduce all’impotenza il primo capostipite dell’umanità. Aspra vendetta, soprattutto nei confronti della “mascolinità”, di quel complesso ultraedipico assoluto che il maschio patisce per tutta la vita. Il rivelare che probabilmente il peccato originale risieda nel fatto che gli uomini siano tutti figli di un omosessuale diventa anche uno schiaffo morale per la coscienza sessista del maschio. Inoltre, spiega il motivo per cui i gay, oggi costituiscono le lobby più potenti della terra, ovvero perché gli impotenti sono arrivati a rivestire la massima potenza del pianeta: sono favoriti da Dio.

L’autore irride le paure umane, ma sembra farlo alle nostre spalle. La più forte, tra le paure, è quella del passato, del tempo che non si può più modificare, che segna la vera condanna perché inappellabile. A giudicarci non sarà Dio, cui forse non importa tanto del nostro comportamento, bensì il passato, che ci stringe in una morsa di consapevolezza dalla quale non riusciamo a liberarci. Possiamo perdonarci tutti i nostri difetti e i nostri vizi, ma non le colpe e gli errori che abbiamo commesso nel passato e che ormai non possiamo più redimere. Né Dio né il Demonio possono salvarci da questo abisso incontrollabile, che finisce per occupare il nostro inconscio e per torturare la coscienza, ogni giorno. Possiamo sfuggire a tutto, ma non al nostro passato, che può ripresentarsi per fare i conti con noi quando meno ce l’aspettiamo. In una società come la nostra, dove regna la superficialità, l’urlo del passato può travolgerci, perché non siamo preparati a interrogare noi stessi, ma ad affidare la nostra vita alla sicurezza protettiva che la società crea per noi giorno dopo giorno: finché dura!

L’ultimo romanzo di Marco Marsullo rappresenta l’opera della maturità del giovane scrittore napoletano, che io definisco il Mark Twain italiano, per la sua vocazione al picaresco e all’umorismo, doti introvabili nel panorama letterario italiano, ma anche per la sua innata propensione alla versatilità, nonché per la sua mancanza di provincialismo.

Favola moderna, Due come loro a partire dalla imitazione dei classici (Bulgakov, Oscar Wilde, Goethe, Mister Hula Hoop dei fratelli Coen) e dalla ironica rivisitazione dell’hard boiled americano, rivela uno stile autentico, fresco, audacemente marsulliano.

Einaudi deve puntare su questo libro per il Campiello o per lo Strega e su una traduzione in inglese efficace, perché Due come loro ha tutte le qualità per riscuotere un consenso che si trasformerà molto semplicemente in un successo internazionale.

 

 

 

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