Archivio mensile:giugno 2018

TO DIE OR NOT TO DIE? di Massimo Pamio


 

Con Loro 1 e Loro 2 Sorrentino torna ad affrontare, dopo Il divo, il difficile tema della maschera umana che si nasconde dietro lo statista, l’uomo di potere capace di influenzare e addirittura di modellare il mondo sociale e politico per il mezzo della sua figura.  Devo dire che a differenza degli ultimi film, compresa La grande bellezza, film poco riusciti, nei quali erano presenti tutti i difetti dell’attuale cinema italiano, privo di un’anima, affidato solo alla grande fotografia, a un po’ di effetti strabilianti, a una sceneggiatura che tende alla commedia, prospettando le linee di una filmografia sostanzialmente grottesca, patinata, kitsch, forzatamente ipermoderna, Loro 1 e Loro 2 recuperano lo stile personale che avevamo individuato ne Il divo, con risultati convincenti, notevoli, affidando l’opera a una serie di spezzoni fumettistici, di piani lunghi, a un’atmosfera irritante e torbida, ad alti e bassi, a una mantica del dialogo, al confronto dei personaggi, alla continua ricerca o attestazione di un’identità e di verifica del potere che tende a descrivere lo stato di seduzione del desiderio che la nostra società mercificatoria nasconde e diffonde, come una droga. La cocaina come il vero simbolo della nostra società spettacolare gonfia torbida rinunciataria perduta, agonizzante, che sta per morire.

La saga (o se preferite l’assaggio di soap) d’una famiglia molto simile, forse troppo, ai Berlusconi, viene affrontata con l’alternanza dei ritmi e di primi piani tesi a commento delle rughe e dei lifting che tanti dei personaggi condividono: “Non puoi tradirmi, e poi abbiamo lo stesso chirurgo plastico”, dice a voler rassicurarsi il protagonista alla sua fedele Pupa; i protagonisti di questa società parlano sempre a se stessi, compresi in un’area di narcisismo dal quale non riescono ad uscire. Il film sembra volerci abituare alle facce mostruose, slabbrate dalla chirurgia, ingabbiate in un avvitamento plastico innaturale e smodato, facce artificiali, maschere ver e proprie, prive di fisionomia personale, anonime e senza tempo, avvicinandocele, così come i mezzi televisivi ci abituano quotidianamente all’orrore del reale. Sorrentino di queste maschere facciali grottesche ci avvicina le idee, i pensieri, le battute, lo stile di vita: mostri che pensano e dialogano, deformazioni del naturale, dell’apparire che è il fine del mostro, che appunto si mostra. La ragazza rivela all’uomo che l’avvicina con garbo e galanteria di avere lo stesso fiato del nonno, fiato di vecchio, descrivendogli la sua pateticità. Più tardi l’uomo dirà di aver taciuto la verità alla ragazza, il nonno probabilmente usava lo stesso prodotto per la dentiera che usa lui.

Il mostro non si accorge di essere patetico, si sente simile agli altri per via dei prodotti, delle merci che ci vengono propinate, spacciate, di cui diventiamo consumatori, omologati in un appiattimento verso il basso, verso un fondo che non è più morale ma asettico. L’eticità è sostituita nel nostro tempo dall’asetticità. Siamo uguali per lo stesso consumo, per lo stessa cancellazione di odori che non devono più appartenerci, se dobbiamo diventare mostri, mostri chiaramente senza odori e senza sentimenti, per un analfabetismo emotivo che ci lega pericolosamente: l’uomo è soltanto i suoi progetti, contrariamente alla donna, che invece continua ad affermare i sentimenti, a confermarli: l’unico motivo per cui Lei è stata con Lui per tanti anni è, dopo che lui glielo ha chiesto più volte, l’amore. Per Lui l’amore non esiste, come non esiste l’etica, ma solo l’approfittare su questa terra dei beni materiali e dei corpi che ci vengono offerti perla nostra soddisfazione fisica.

Noi, come Loro, costituiamo un popolo che è stato per quarant’anni prigioniero di un uomo, che ha asservito perfino le opposizioni, le ha ammansite e comprate, smascherandone la pochezza morale e la mancanza assoluta di coraggio, un popolo che viene irriso all’estero grazie alla figura di un Lui che forse non doveva neanche assurgere al potere, sarebbe bastata una legge sul conflitto di interessi che però proprio i suoi falsi avversari non hanno mai portato in Parlamento.  Su questa pagina di storia terribile, oscura, sta per calare il sipario, ma il danno morale è stato compiuto, il popolo è stato avvelenato, corrotto. Sulla decadenza del potere che ogni uomo pensa di gestire si abbattono quelle parti della natura: il terremoto, ma anche il sentimento, l’amore, che l’uomo non riesce a prevedere. La forza di Sorrentino sta proprio in questo: che non condanna i suoi protagonisti, anche se sono dei farabutti, affinché allo spettatore non sia consentito di giudicare e di porsi al di sopra di quello che è un mondo che ci ha travolto tutti, la globalizzazione, ovvero la riduzione in schiavitù di tutta la popolazione mondiale a poche leggi, quelle del Denaro, del Potere, del controllo delle masse. Anche Lui è stato uno schiavo (pur se inconsapevole), uno che per il suo modo di essere spregiudicato e senza scrupoli, modesto costruttore edile aiutato dalle cosche a raggiungere il potere, vittima di una falsa idolatria propria della società dello spettacolo, un individuo che si è trovato ad essere il giusto servitore di un nuovo mondo, quello della globalizzazione, come un antesignano, un profeta dei nuovi tempi.

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