IL CASO VALDUGA: INDAGARE L’EROS POETICO (di Massimo Pamio)


IL CASO VALDUGA: INDAGARE L’EROS POETICO di Massimo Pamio

Nella scrittura della Valduga l’eros si identifica con il poiein, con il fare. D’altronde, che cos’è la poesia se non la spinta improvvisa che lo scrittore avverte, l’energheia da cui si sente invaso, rapito, già manifesto in un insopprimibile rictus? In Poesie erotiche, edite da Einaudi nel 2018 (che ripresenta gran parte della produzione einaudiana della poetessa, ad eccezione della prima parte, Lezione di tenebre, che comunque è la riscrittura di un testo del 2003), nell’epilogo posto in fondo al libro, Confessioni di una ladra di versi, l’Autrice si chiede, coraggiosamente, le ragioni di questa dinamica oscura e nello stesso tempo perentoria, che si installa in lei e che prende posto nel/del suo corpo.

Da una parte si erge, a motivo scatenante dell’eros, il desiderio, dall’altra, similmente, a creare l’urgenza della poesia si staglia la pulsione, da alcuni chiamata erroneamente (o romanticamente) ispirazione, che la Valduga individua, con le parole di Raboni, in “una qualche mancanza o ferita” ovvero, diremmo noi, nella lacaniana mancanza ad essere.

La pratica erotica consiste nell’ardita comunione mediante cui si condivide l’atto sessuale con l’amante, ovvero nello scambio di modi volti a placare le esigenze del desiderio, che si concretizza nell’andare incontro al desiderio dell’altro e alla sua ars o tecnica amatoria, al gusto con cui l’altro ci pone di fronte al nostro vuoto, provocando piacere, perfino dolore, svegliando, nella paura della morte, la morte stessa, in base a una ritualità erotica che nel possesso maschile richiama un atto di violenza, mentre nell’essere posseduta del femminile esibisce un masochistico abbandonarsi nelle grinfie dell’altro. Il desiderio è ammaliato, ammorbidito, sia nell’efferato oltraggio che si commette contro il pudore sia nella trasgressione al destino dell’uno, entrambi i procedimenti passano attraverso l’inferno della aggressione/dipendenza sull/dall’altro: il femminile nel consegnarsi preda o prigioniera dell’Altro (goditi il tuo dolore che anche oggi non si muore) fa implodere il desiderio nel corpo che si dedica alle gioie/sevizie del piacere. È nel pensare che l’altro goda del nostro imbarazzo (io voglio che tu voglia che io non voglia) a svelare la verità del piacere: l’orgasmo è un morire di cui non si muore.

La poesia osserva gli stessi meccanismi operativi dell’amore.

Lo scrittore attende di spegnere, nel possesso del Linguaggio, la propria mancanza; egli è teso verso la perfezione della forma, che è un morire alla scrittura senza mai morirne.

La Valduga, che osserva una tensione epigrammatica, esibisce, contemporaneamente, l’atto e il compimento del fare, mostra il fare nel momento in cui si fa; in questo senso ella adempie a un’erotica del fare poetico, ma non solo: nelle Confessioni ella ammette che la sua scrittura è spesso calco di precedenti testi, motivo di déja vu, una raffinata e colta maniera di concepire il verso come base per una nuova modellizzazione, per una nuova estensione. Dunque, oggi non sarebbe più possibile innovare? Sarebbe questa una dichiarazione volta a celare la convinzione d’una presunta morte della poesia?

Forse la Valduga pensa che oggi non sia più possibile creare ma solo ri-creare? Successivamente, ella precisa la sua opinione, affermando che la copia deve osservare la stessa tensione dell’originale e apparire come opera affatto nuova. La scrittura poetica attualmente consisterebbe in una patologica rivisitazione volta a perfezionare le istanze formali e logiche del passato? Si legge, in questa concezione, la risposta alla domanda su che cosa sia l’eros testuale, che consisterebbe in una tensione verso la perfezione, in un voler raggiungere l’acme della perfezione sapendo che non si raggiungerà mai.

L’eros è la caccia dell’amore, è una forza vitale che si sprigiona dal corpo per essere soddisfatto, quietato. Scrive Walter Procaccio: “L’uomo ha bisogno di calmarsi. (…) Non si tratta (…) di calmare l’angoscia. Si tratta di calmare uno psichismo: calmare un piacere, calmare una tristezza, (…) un progetto, una disperazione, (…) un desiderio (…); una verità (…) lo riassume: calmare l’avere un corpo (l’essere un corpo)”. (1)

L’eros è una pulsione che bisogna calmare, recepita dalla Valduga nella distanza fra la cosa-corpo e il nome-che-la-dice, incolmabile, che si trasforma in impulso alla scrittura, nella ripetizione ossessiva di questa ferita. La scrittura è una traccia continua, imperfetta, che non trova fine: consapevolezza che il Nome del desiderio non si estinguerà mai, che l’individuo sarà costretto a nascondersi dietro la parola-maschera dell’altro. Nel nome dell’altro che contribuisce a calmare il desiderio, il poeta muore nell’illusione di morire a se stesso, al suo avere-un corpo (essere un corpo). È la proiezione fantasmatica della poesia, il manifestarsi della poesia nel corpo dell’umanità. Il morire per mano dell’altro nasconde al poeta la paura di doversi dare la morte da sé, di dover calmare per sempre l’istanza di avere un corpo nella morte. Nell’eros, è l’altro che ci propina la morte nell’orgasmo, l’orgasmo è perfezione, realizzazione di tutti i corpi nell’assoluto perdersi di ogni corpo. La poesia erotica è dunque sempre una prefigurazione dell’orgasmo, ma non ne è mai la rappresentazione. L’orgasmo è il senso ultimo della poesia e il suo incompossibile essere-altro-da-sé, desiderio della sparizione nel corpo nella traccia.

Lezione di tenebre, che apre il libro, è un piccolo capolavoro poetico, che appartiene non solo alla tradizione aulica poetica italiana, quella del Cinquecento, ma anche alla grande scrittura filosofica aforismatica, da Nietzsche a Kafka (gli aforismi di Zurau), quella, per intenderci, che nel gioco delle parole giunge a profondità vertiginose:

                                                  Ho freddo e ho per amante la mia mano

                                                  e faccio sogni e sogni di terrore

                                                  e non ho tregua qui e invanisco invano

versi in cui si denuncia il nulla, se si è in vita il nulla è invano, diventar vani è invano.

                                                  Ma l’estasi, ma l’io senza più io?

La lezione che viene dalle tenebre è questa, l’uomo cancella ma senza avere il potere di cancellare.

(1) Walter Procaccio, Sul calmarsi, in AA.VV., Oblio, Cronopio, 2016, pp. 65 e sgg.

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