LUCIANO RICCI – IL CANTO E IL CUORE DELLA VALLE SICILIANA (di Massimo Pamio)


LUCIANO RICCI IL CANTO E IL CUORE DELLA VALLE SICILIANA

(di Massimo Pamio)

Leggere una pagina di Luciano Ricci è attendere a un’esperienza che infonde un inestimabile arricchimento, forse immeritato, vista la colpevole disattenzione che si nutre nei confronti di uno dei più notevoli scrittori abruzzesi del novecento, un vero e proprio maestro della narrativa, riuscito abilmente nel compiere l’improba impresa di assorbire e conservare le lezioni dei maggiori e di farsene degno interprete e prosecutore.

Traggo dalle tante una pagina, la prima di Gli anni delle ginestre, a mio avviso il romanzo più riuscito dello scrittore.

Si tratta di una pagina bellissima, densa di suoni, di profumi, di chiaroscuri, variegata, ariosa, sapientemente orchestrata, vibrante e vibratile, tesa al punto giusto, perfino difficile, riottosa, scabrosa, perché non intende, si capisce subito, concedere distrazioni e perciò capziosa, pronta ad affascinare, a sedurre, a destare l’attenzione non tanto per la dinamicità della narrazione, quanto per la forza con cui, senza alcuna puntigliosità, si descrive qualcosa -un’atmosfera, il ganglio di una trappola espressiva- che sta lì per annunciare lo svelamento di chissà quali segreti e malie, annuncio appena avvertibile nella gioiosa sospensione o giocosa suspense creata, condensata in un’apertura scoppiettante, occhieggiante appena delineate situazioni pronubi di chissà quali sviluppi ulteriori, favorite da riflessioni e accennati sentimentalismi e da affilate capacità linguistiche, in una vivacissima e semplice ma anche sontuosa apertura di romanzo, ricamata in maniera fine e ordinata, oserei dire: perfetta.

Una scrittura difficile, che richiama più che i narratori i poeti, e mi riferisco ad esempio alle chiarità oscure e complesse di Edoardo Cacciatore, di Angelo Maria Ripellino, di Juan Rodolfo Wilcock, tutti poeti molto colti, raffinati e anche inavvicinabili; ma anche ad alcuni scrittori, in primis Carlo Emilio Gadda, e poi Landolfi, Pizzuto, Buzzati, D’Arrigo, Savinio, Manganelli, Morselli.

Torniamo alla nostra prima pagina e alla prima parola usata: allato, seguito inopinatamente da una virgola, dunque avverbio isolato, atomizzato, messo in primo piano. Si tratta già di un evidente scarto sintattico, linguistico, semantico logico concettuale frutto di un’astrazione ma anche elemento psicologicamente illuminante, vero e proprio clic spitzeriano. Si tratta sicuramente di una scelta provocatoria, inusuale, linguisticamente ma non politicamente corretta, con cui iniziare un romanzo; buona regola vuole che non si apra il romanzo con un avverbio e per giunta obsoleto, che non sia posto l’accento sulla lingua e in particolare su una scelta linguistica dotta e difficile, ma Ricci ama le sfide, e soprattutto ama la scrittura al di sopra di se stesso e di ogni regola, è gaddiano e sperimentale, un devoto delle arti e degli artifici manuali e logici, la lingua è un laboratorio, una fucina artigianale per chi deve approfittare del suo bulino per formare, scavare, incidere, senza nessun freno, con la massima creatività, libero e sincero con se stesso, immune da

condizionamenti, pronto a definire una sua creatura, a raffigurare diamanti, perle e perfino gemme che nessuno conosce, e che lo scrittore può permettersi il lusso di proporre, inventando e arzigogolando, pronunciando una lingua che è solo sua, criticando la lingua italiana per i suoi limiti, cercando di arricchirla, di spingerla oltre, verso imprevisti approdi. Ricci elegge, come maestro di riferimento, il Dante che emancipò la lingua volgare da quella latina, alma mater tanto premurosa e colta quanto sclerotica, autoritaria, invadente, intrigante, sicofante.

Allato è la prima parola, dal latino ad latus, a latere, a lato, in italiano l’espressione latina ad latus si tende a legare facendo cadere la consonante disfonica in favore di quella eufonica (a lato), raddoppiando la consonante forte della parola più lunga, ottenendo allato avverbio che significa: di fianco, accanto, vicino, più frequente nella prep. comp. allato a, o con pronome dativo: era il luogoallato alla camera nella quale giaceva la donna (Boccaccio); ma significa anche: a paragone, o in confronto: Che intollerabil noia Gli ozi, i commerci usati, … Allato a quella gioiache da te mi viene! (Leopardi).

L’uso è dunque quello di appuntare in qualche modo la penna e lo sguardo del lettore, di dargli il baio per una lettura che non sarà punto facile, e perdonatemi se adopero anch’io un linguaggio forbito e aulico, la scelta di Ricci indica la sicurezza con cui l’autore crede nel linguaggio e in particolare nel suo stile, che -egli ritiene- gli apriranno le chiavi del mondo e il cuore del lettore. Quello che potrebbe sembrare un bercio, un urlo volto a richiamare l’attenzione è in verità una provocazione, una sfida nei confronti di una letteratura tradizionale e stilisticamente bigotta, perché Ricci vuole innovare, e si sente in grado di poterlo fare.

Inoltre, l’apertura allato a mio parere sottintende l’idea di una minorità, di una eccentricità, di una lateralità che Ricci assegna alla letteratura, d’altronde non esiste centralità nella vicenda umana, e quindi per quale motivo alla letteratura dovrebbe competere un ruolo preponderante; tutto questo egli lo traduce in un grido diretto verso l’alto, a sottolineare la consapevolezza di una inferiorità creaturale dell’uomo rispetto alla natura e al divino espressa proprio dalla letteratura.

Allato è termine che sta da solo, un ulteriore elemento che illumina sulla concezione ricciana, l’allato, infatti, già anticipa quel che poi verrà descritto, la condizione dell’abitante delle montagne contrapposta a  quella dell’uomo inurbato contemporaneo: mentre la solitudine dell’uomo contemporaneo illustra uno stato di disagio, l’isolamento del popolano di montagna è imposta condizione geografica, il cittadino di Isola nasce isolano e isolato, in un paese che, in una valle simile a un mare, si trova distante dal resto del mondo, ed è composto da abitanti solitari non tanto per un disagio psicologico o di adattamento, o per una specie di malattia psicologica, quanto per una condizione di fatto.

Permettetemi una digressione. La scelta colta del termine allato mi ricorda quella affatto povera ed errata di molti giornalisti e scrittori italiani i quali usano invece la parola affianco, prima persona del presente indicativo del verbo affiancare, io affianco, che evidentemente rivela un’ignoranza della lingua italiana da parte loro che sfocia nella involontaria comicità. I lettori dovrebbero fare strame di questi libri e invece li consacrano assegnando la patente di scrittore a Fabio Volo, alla Mazzantini, e a tanti altri, nonché a un drappello di calciatori attori giornalisti politici improvvisati scrittori che enunciano o meglio denunciano le loro pochezze affidandosi a un vocabolario misero, ristretto nella loro piccola mente, incapaci come sono di sostenere l’uso di più di duecento vocaboli.

Senz’alcuna perifrasi, senza circonlocuzioni o giri di parole, lo scrittore nel primo periodo del libro ci dischiude già il mondo del protagonista, ponendoci inoltre di fronte a una situazione comica. La fascia del Sindaco che il protagonista ha posato deve essere ristretta perché il suo predecessore aveva un giro di vita il triplo. Il nostro protagonista è sindaco uscente, ma nel corso del suo mandato non ha avuto neanche il tempo di restringere le fibbie della fascia, con un po’ di fantasia il lettore potrebbe ipotizzare che nel frattempo il sindaco sia ingrassato e non abbia avuto più quel bisogno. Se riflettiamo, dietro l’enunciato si cela una situazione comica: il predecessore grasso da scoppiare, il successore magro a tal punto che indossando la fascia gli scivola a terra, situazioni esilaranti dette e non dette, che pongono il lettore di fronte a un avvio di romanzo scoppiettante e sicuramente inusuale?

Nel secondo periodo vi è già tutto il pastiche sintattico-semantico ricciano, un’esplosione sintattica e semantica incontrollabile, intraducibile, forse non interpretabile e leggibile fino in fondo, un sottrarsi della scrittura, un suo voler restare mistero, segreto, inaccessibile, torre eburnea e tesoro dei pirati nascosto nel fondo dei mari. L’autore si fida della nostra capacità immaginativa: il recinto è una siepe tra margheritone dal biancore lampa e malvoni teneri allunganti anacronistici fiori da vecchine velose. Il recinto è dunque costituito da una siepe in cui spiccano grandi margherite dal biancore lampa, accecanti, abbaglianti. L’aggettivo lampa, termine poetico, è un francesismo che proviene dal latino e viene usato anche figurativamente da Dante per indicare lo splendore dello spirito, ma a mio avviso Ricci vuole creare anche una connessione con la parola lampo, che aggiunge alle margherite un’apparizione fugace proprio perché abbagliano gli occhi, dunque in Ricci l’aggettivo viene sostantivizzato e stravolto nel suo significato grazie a una rete di rimandi e di suggestioni semantiche anche suggerite in absentia. L’altra figura che ci viene descritta non è meno rutilante, reboante, immaginifica, travolgente, descrive i malvoni che allungano fiori anacronistici, ovvero fuori stagione oppure fuori moda, fiori di una bellezza antica, da vecchine velose.  Quel velose lascia intendere vecchine velate dal fazzuolo oppure per metonimia in absentia, pelose, vecchine baffute o barbute, dunque, secondo quest’ultima interpretazione, i malvoni sono fiori velati, che esibiscono una folta peluria?

La conclusione è non meno prorompente, invadente, ricca. La sabbia delle cicale intride tutto capelli camicia occhi; in realtà è la sabbia che si insinua dappertutto, quando andiamo in spiaggia, sabbia paragonata equiparata dall’autore al petulante ossessivo frinire delle cicale che pare esplodere insinuandosi nei capelli, nella camicia negli occhi. Ricci, è verosimile, si riallaccia a tutta una tradizione poetica e narrativa sulle cicale, da Basho che appunto definisce il canto delle cicale un graffio sulle pietre, alle pagine di Mishima sul grido che trafigge l’aria come un ago al lavoro su un panno. Le cicale, inoltre, frequentano zone sabbiose e i ruderi di chiese rupestri. Per tutti questi motivi, Ricci potrebbe aver assimilato il canto delle cicale alla sabbia. Se leggiamo un pezzo di Fabre ne arguiremo ancor di più:  “Quattro anni di aspro lavoro sotterra e un mese di gioia al sole: ecco quale sarebbe, dunque, la vita della Cicala. Non rimproveriamo più all’insetto adulto il suo delirante trionfo. Per quattro anni esso ha portato nelle tenebre la sua sordida casacca di cartapecora, per quattro anni ha rovistato la terra con la punta delle sue pinze; ed ecco il terrazziere fangoso vestito ora in elegante costume, dotato d’ali che rivaleggiano con quelle degli uccelli, abbronzato dal sole, inondato di luce, gioia suprema di questo mondo. I cembali non saranno mai troppo fragorosi per festeggiare questa felicità, così bene guadagnata e così effimera.
(Jean Henri Fabre)”. La cicala si consuma nello strillare e resta il guscio, scrive ancora Basho, e gli fa eco Takaashi che scrive dell’involucro della cicala che si screpola, facendoci sentire il rumore dell’autunno nel crepitio del guscio della cicala. È forse così anche per Ricci, che vorrebbe riuscire a farci sentire quel leggerissimo impercettibile crepitio, che si intride come una polvere di sabbia nel nostro corpo grazie all’immedesimazione nella natura. Nell’assumere le orecchie della natura, volgendoci dall’altra parte, si svela l’apparizione più sublime: “poco poco mi giro come niente si scioglie senz’anima, discuorato dalla caligine, il Gran Sasso”. Ecco Ricci perviene e ci fa pervenire alla visione allucinatoria finale, divenuti anche noi parti integranti della natura riusciamo a carpire il disciogliersi senz’anima, lo scoprirsi dalla nebbia dell’unico vero protagonista e movente della scrittura di Ricci, il Gran Sasso, il gigante buono, il padre antico.

È grazie al Gran Sasso che Ricci perviene alla letteratura, mi racconta Fiammetta, in seguito alla tragica vicenda del traforo. Permettetemi una riflessione. Gli antichi ne sapevano più di noi. Prima di intraprendere qualsiasi iniziativa essi si rivolgevano non al VIA ma agli dei offrendo sacrifici per ingraziarsi il loro volere o per trarne auspici. L’uomo di oggi ha dimenticato questa verità, si pone al di sopra delle parti e si fa burocrate divino, come quando svuotò l’incavo del Fucino, determinando a mio avviso il terremoto del 1915 che ebbe a mietere migliaia di vittime, e come per il traforo del Gran sasso, ferita inferta alla natura, che richiese 11 vittime nell’operazione del traforo. Quella ferita inferta alla montagna a mio avviso determinò anche i successivi terremoti. La natura impone all’uomo per i suoi errori e per la sua arroganza continui sacrifici di vite. Quando l’uomo smetterà di violare la natura, quando l’uomo comprenderà che la natura è divina?

Il Gran sasso, dice Ricci, è senz’anima, vuol dire che è giusto, non ha bisogno di un’anima, essendo tutt’uno col mondo e con la divinità che risiede nel mondo naturale. A lui va tributato solo rispetto e non vanno intentate contro di lui azioni sventate e oltraggiose, come il traforo e come il laboratorio scientifico. A pagare sono comunque sempre gli uomini, infatti la falda acquifera, già compromessa dal traforo, è ora inquinata a causa dei riversamenti del laboratorio. L’uomo non sa che offendendo la natura irrita gli dei della natura, non sa che prima o poi gli viene chiesto il prezzo dei suoi errori, della sua superbia, perché il Gran Sasso è giusto, un dio che si attiene alla legge naturale.

Nella stessa pagina spicca una descrizione quella della “voce della signora Dilma, inarcata e bianchiccia, da eremita che ha perso, salendo, il bastone”. Potremmo parlare di espressionismo semantico, di un autore che adopera tutti i sensi per leggere nelle cose, negli uomini. La voce è inarcata e bianchiccia, riconsegnata a noi sia in una dimensione fisica e uditiva, sia in una dimensione visiva, coloristica, e infine mentale; il paragone con l’eremita che salendo ha perso il bastone ci svela la leggerezza arrochita e affievolita della voce. E c’è poi il raffio delle cicale, per aferesi potrebbe essere il graffio, ma il raffio è un gancio a uncino. “Graffiato dal limio delle cicale” si legge ne “I fuochi del Basento”, un romanzo di Raffaele Nigro, che sicuramente Ricci aveva letto. C’è poi un nobiliare Palazzo Cicala-Graffio a Genova, e anche quello a mio avviso è trascorso nell’immaginario linguistico di Ricci. Nel raffio è anche adombrato il riaffiorare, il ricominciare del canto delle cicale, ma anche l’arraffìo, un arraffare scomposto. Il dizionario ricciano è ricchissimo e dotto, ma anche pieno di neologismi e di parole evocate che si nascondono dietro quelle usate. Più avanti si legge: “piega e tira tutto da una parte, verso le montagne, il raffio delle cicale: adesso a tirare ci si mette in aiuto una campana, la mezzana, quella in si bemolle, sprovveduta e incespicante”. L’espressione, che completa le mie indiscrezioni sul termine raffio, prelude allo scuoramento stavolta non del Gran sasso ma di una persona. L’improvviso apparire di una donna che fu l’amore della sua giovinezza ed ora, ormai vecchia, tornata in paese a rivederlo, dopo tantissimi anni, provoca nel protagonista una forte emozione preannunciata da questo risuonare del mondo che congiura e coopera a scombinarlo: a tal punto che gli darà la forza di avviare il racconto, e di raccontare tutta la storia della sua giovinezza, per filo e per segno, nel sovrapporsi del protagonista del romanzo e dello scrittore.

C’è sempre una forte motivazione un elemento scatenante che libera i lacci della memoria e impone a Ricci la stesura romanzesca, arte sempre pronta a rinnovarsi per discuorare la vita stessa, grazie al dipanarsi della memoria che torna a farsi vita, che torna a palpitare, a far risentire il raffio delle cicale e il sibemolle della campana mezzana uditi in un altro tempo, nell’immaginario, oppure in un’altra esistenza, quella della giovinezza o di un recente passato. Nella seconda pagina de “Gli anni delle ginestre” si chiariscono anche alcuni misteri contenuti nella prima pagina, “Sabbie, dune di giorni e stagioni, s’accumulano davanti alla memoria, voci e volti granitici dentro”. Ma come avevo fatto a non pensarci? La sabbia delle cicale che si intride dentro è dunque quella del tempo, le cicale ripetono ogni anno la stessa solfa, ma con il senso del tempo che passa dentro quella nota dentro quel grido quel raffio sempre uguale e monotono e ossessivo, e così quella sabbia in quel canto-clessidra si intride pian piano nella clessidra dei capelli, che da neri diventano bianchi, in quella della camicia, in quella degli occhi, appannati che ormai vedono attraverso una caligine, un nugolo di polvere di sabbia che si è alzato improvviso e che non vuole lasciare più il nostro sguardo e il nostro ascolto.

E nella terza indimenticabile pagina de “Gli anni delle ginestre” dopo aver riveduto Stella, il primo amore, scatta la memoria con una pagina di lampa bellezza: “Code di fumo le sue ultime parole. Che quasi senza sorpresa, come annodamento atteso, mi riconsegnano ad un mondo…” Ricci ci chiarisce che cosa sia l’anima, quell’anima di cui è sprovvisto il Gran sasso: l’anima è un brivido, uno stupore solenne, un’estenuazione che svena. La sensazione dell’anima è provocata dalla vista del Gran sasso onnipresente e divino, è dunque il dio a conferire l’anima alle sue creature. E le creature si cercano, l’un con l’altra, nel tempo e nello spazio: alcune campane, conclude Ricci, intorno, carponi, stanno cercandomi.

Di fronte a una pagina del genere si può restare solo in ascolto, senza pronunciare alcun commento, qualsiasi parola sarebbe di troppo o inappropriata. La grande letteratura esige il silenzio, esige enorme rispetto. Come l’onnipresente dio, come il Gran Sasso.

 

Il primo romanzo di Luciano Ricci è La valle del gigante, edito da Japadre nel 1980. L’aquilano Leandro Ugo Japadre, scrittore e poeta fine e colto, è a quel tempo editore prestigioso, autore de “La gibigiana”, un romanzo sull’Abruzzo pastorale che meriterebbe di essere letto con attenzione dai critici sempre più rari e spauriti che calcano la terra d’Abruzzo; Japadre vanta inoltre numerose raccolte di poesia in dialetto, di mirabile conio. La valle del gigante, primo romanzo di Ricci, viene ripubblicato integralmente nel 1993 da Vallecchi, prestigioso editore fiorentino con il tiolo All’ombra della coda. Quel che sembrava una raccolta di racconti viene trasformata, con poche variazioni e posposizione di capitoli, grazie a pochi accorgimenti, in un romanzo, ed acquista il senso più pieno che l’autore voleva conferirgli, mascherato nella prima edizione: un tributo al Gran Sasso e alle vicende a cui sovraintende.

Nella riedizione, il capitolo introduttivo è reso più nervoso e scattante, entra subito nel vivo della   narrazione, ma soprattutto affida ad alcuni oggetti la responsabilità di accendere la memoria. Il Sindaco uscente giunge nella sua stanza per riprendere le sue cose a fine mandato. Nell’aprire il tiretto più in basso della scrivania “che è tutto un arruffio di cose, tana di relitti poveri di recenti e lontani naufragi“ ritrova una bottiglia di ruta, una catenella con un dollaro canadese, una riproduzione del guerriero di Capestrano, agende, la scatoletta con la medaglia d’oro ai sopravvissuti di Caporetto, perfino una dentiera, che getta nel cestino. È da qui, dal disgusto provato nel trovare in fondo al tiretto un’insospettabile protesi dentaria, che parte il racconto, in cui il protagonista ad ogni fine capitolo, nel rovistare nel tiretto, scovando altri oggetti, viene man mano ad aggiungere altre storie collegate ai ritrovamenti. La cornice del romanzo è dunque costituita dalla memoria custodita in piccoli oggetti che, conservati per tanto tempo e dimenticati in fondo al tiretto posto più in basso, diventano una ghirlanda ideale, una collana di piccole perle nascoste grazie alle quali risalire a un abisso rimasto per troppo tempo nel fondo dell’anima. Una struttura che ci ricorda quella del Decameron o delle Mille e una notte, classici florilegi di novelle. Quella di Ricci, lungi dall’essere un semplice elenco di vicende personali dalle quali trovar via di scampo, possiede una tensione che gli deriva dall’uso di una particolare prosa, ed è proprio la scrittura che si impone formando le linee di un senso che va al di là della semplice confessione autobiografica;  vedremo come.

Come fa la lingua a formare storie?

La lingua deforma le storie, le rende memorabili proprio grazie ad alcune parole, ad espressioni, a costruzioni che emergono dalle altre discostandosene; non esistono fatti nella lingua ma interpretazioni linguistiche dei fatti, per parodiare Nietzsche. Le storie d’amore sono sempre quelle, le tematiche dei racconti sono sempre quelle, ciò che le rende diverse le une dalle altre è il modo con cui vengono espresse, sono i modi linguistici che dunque compongono le storie, le rinnovano, le rendono differenti, anche se solo apparentemente: l’uomo ha sempre raccontato e sempre racconterà la stessa storia d’amore. Non sfugge a questa legge Ricci talmente consapevole di questa regola che la rende un’opportunità per vivacizzare il suo discorso e distinguere ancor di più la sua scrittura dalle altre, e conseguentemente la sua narrativa da quella degli altri scrittori. Per meglio comprendere la scelta ricciana basterebbe una comparazione tra la prima pagina de “La valle del gigante” e quella de “All’ombra della coda”, ma è lavoro prettamente linguistico e filologico, che magari rimanderò ad altra sede più opportuna, non vorrei tediarvi. Almeno un elemento che emerge dal confronto non posso tacerlo: Ricci sceglie la precisione, la secchezza, evita le perifrasi, le circonlocuzioni, comprende che la narrazione è fatta di un’esattezza millimetrica, capace di coinvolgere molto di più il lettore, che non ha bisogno di tanti fronzoli per immedesimarsi nella storia. La scrittura romanzesca deve sfoggiare una secchezza particolare, riarsa, bruciante, con un puntiglio descrittivo che non deve dare adito a gravami sentimentalistici. Lo scrittore deve narrare e basta, non aggiungere il proprio atteggiamento emotivo. Non deve commuovere, neanche addottrinare, né istruire. Rappresentare la vita con un realismo linguistico che vorrebbe essere copia perfetta del reale, e il reale libero e senza prefabbricati pulsazioni di cuore o tremiti emotivi apparirà al lettore, proprio come a ciascuno di noi appare il reale mentre lo percepiamo, senza contenuti emotivi, appunto. Il reale non ha un fondo emotivo, ma è soltanto un modo di apparire del mondo. È ingiudicabile e neanche svela il proprio senso. Ma da questo reale così secco e senza contenuti nasce l’idealità sorge la spiritualità, ma quando deve sorgere? Non è lo scrittore che deve imporsi con il suo modo di vedere il mondo, ma è il mondo stesso, così com’è presentato anodinamente, …. senza partecipazione emotiva, in modo imparziale, corrispondente a quanto appare,  in base al dipanarsi delle vicende e alle descrizioni imparziali e oggettive che del reale vengono riportate dallo scrittore a ingenerare pensieri e idee e sentimenti nel lettore, a farsi un’idea del mondo e a commuoversi, assistendo a quello che gli viene presentato, ma appunto dopo soltanto dopo che avrà letto, e non in base a una perniciosa interpretazione già preconfezionata da parte dello scrittore, che gli presenta il mondo così come lo vede lui. Ricci non porge nessun suggerimento, la sua è una versione impersonale dei fatti, anonima, senza un vero costrutto: le cose sono raccontate così perché così sono accadute. Il romanziere è innocente, quasi ingenuo, non emette giudizi, sentenze, anzi rivela una certa fragilità, vorrebbe chiedere a noi: perché? Gli viene fatto di rivolgersi a noi per sapere qualcosa in più rispetto a quello che racconta. Ricci raccoglie una temperie filosofica e della letteratura, Banfi, Abbagnano, la fenomenologia, Enzo Paci, e nella narrativa l’ècole du regard francese, ma anche Sartre, come scrittore, e Camus, e in Italia Calvino, Malerba, la letteratura industriale e sperimentale di Ottieri, Volponi.

È la realtà che deve raccontare se stessa, senza alcun intervento del soggetto scrittore, lo scrittore non deve essere onnipotente, onnisciente, la scrittura si deve fare realtà e non viceversa, è come se i fatti accadessero nel momento stesso in cui li narra, per cui nemmeno l’autore conosce come andrà a finire, che cosa attende i personaggi. La scrittura deve tradurre la sua verità in realtà per generare quell’effetto di realtà che sia più prossimo alla vita.

E allora, perché la scrittura sperimentale, perché egli sceglie di raccontare in modo diverso se ha già usato un modo realistico che lo preserva da ogni imitazione? Forse perché sente la scrittura realistica passibile di una valenza mimetica, che non riesce veramente a far presa sul reale. Una lingua che descrive il reale corre il rischio di essere solo lingua, di dire la lingua e non di riferire del mondo, una lingua senza mordente non riesce a graffiare non usa il raffio riccino, e qui uso il termine riccino e non ricciano, proprio per evidenziare la particolare modalità dell’autore di voler incidere il reale, scorticandolo, graffiandolo, strappandolo.

Ricci è ricciano nel racconto e riccino nell’uso dei vocaboli, è uno e bino.

Da All’ombra della coda estraggoi prestiti lessicali riccini che ordino secondo un’equa ripartizione:

-L’USO DI TERMINI COLTI E DESUETI: dringolava, sònito, labbreggia, avvina, armenico, ossutamente, assibilo, venteggiare, bollimenti, acquacchiato, canizza, sbraciare, a sbrendoli, carcami, pomolo, scrinature, tonfano, marna, sviscerava, buffate, frangola, agguaglia, nocchiolose, ragnato, abbonacciato, vocaboli riportati nel dizionario che a noi sembrano inventati, Ricci è interessato al suono delle parole oltre che al loro significato, e a una loro capacità evocativa, ad antichi rimandi di lingue desuete, che non si parlano più, come il latino, appunto;

-L’USO DI IDIOTISMI, ANCHE ITALIANIZZATI:  smanticiata, onomatopeici treppicanti, scatroscio, bruscimare, cepicchia, sbrogna, che attraggono Ricci forsanche per la loro fonicità, a volte vere onomatopee,

-L’USO DI NEOLOGISMI E INVENZIONI LINGUISTICHE: acetiscenza, acquerugiolose, guizzolante, aguzzità, caluria, inguastito, a rebbio, rinsaccolava, sbiancicano, friggio, sgattonello, gattarroni, roseotumido, ventipiova, ammorrati, turchiniccio, azzurrezza, inanimalito, illichenito, parliccio, zinzillare (da zinziluare, zirlare), incuoita, in cui Ricci svela le possibilità contenute nella nostra lingua, portandole alle estreme conseguenze, giocando sulla possibilità degli aggettivi di essere declinati in vario modo, ai verbi di conseguire una loro  incarnazione, mediante il prefisso in come in inanimalire, illichenire, incuoire o di trascendere il loro riferimento immediato contaminandosi con un suffisso (ol, ci) al loro interno, come insaccolare, guizzolare, sbiancicare; insomma i verbi possono mutare, metamorfosare, cambiare pelle; i sostantivi diventare verbi e viceversa, oppure situarsi in una via di mezzo, come in parliccio, un parlare dimesso e continuo, gli aggettivi provare a mutare per suggerire al lettore nuove possibili sensazioni tramite un suffisso come accade in aguzzità, azzurrezza, turchiniccio, dove l’aguzzità diviene una qualità, e l’azzurrezza un colore nuovo, inusitato, il turchino in turchiniccio assume un umore diverso, meno sereno, e ancora a termini diversi di unirsi in un matrimonio sorprendente: ventipiova, roseotumido, acetiscenza, oppure, secondo la terminologia di Tullio De Mauro, creare parole polirematiche, lucuzioni formati da lessemi che hanno una particolare coesione strutturale e semantica interna e possono appartenere a varie categorie lessicali, come avviene in “a rebbio”; e con la creazione vera e propria di nuove parole, come per caluria, friggio, sgattonello, gattarroni, zinzillare;

-L’USO DI DEVIAZIONI NEL CAMPO MORFOLOGICO LESSEMATICO OPPURE IN QUELLO SINTATTICO,  come in tiritera che viene verbificato:mi tocca la spalla un omuncolo con voce arrochita che tiritera l’infallibilità del Barbanera di Foligno”, si legge a p. 46, omettendo parti del discorso, come a p. 41 dove si legge “cerco sottrarmi”, omettendo il di, oppure a p. 47 “ringrazia di nuovo, dopo aver insistito, ed io rifiutato, di scegliermi una mela” o a p. “mia madre è morta. Riè primavera”, e il riè è tutto attaccato, oppure a p. 145, quel trambo di mio zio, dove trambo sta probabilmente non per trambo, che pure esiste in italiano, ma per contrazione di strambo;

-L’USO DI DESCRIZIONI DI DENSO CONTENUTO SEMANTICO: spiccano nel dizionario romanzesco riccino,  descrizioni straordinare, in cui l’intero periodo acquisisce un valore di complessità molto alto, grazie all’uso di ossimori, metafore, metonimie che si avvalgono di neologismi, deviazioni, idiotismi, arcaismi, insomma che mettono insieme tutte le sue potenzialità di scrittore sperimentale ma più che sperimentale io direi di laboratorio, uno scrittore che si avvale scientificamente delle possibilità della lingua messe a disposizione dalla lingua per acutizzarne in aguzzità la complessità e il valore, rispettandone fondamentalmente l’uso e violandolo ben poco, e solo in senso blandamente innovativo. Alcuni esempi: a p. 62 “ossutamente alto barbutezza nerissima” p. 62 “matassona dell’olmo secolare” p. 64 “abbozzo di lagrime” p. 66 “coppi confidenziali”, p. 71” assibilo di una sassata”, p. 72 “gomme affabulate”, p. 76” ammorrati come pecore” p. 78 “un venteggiare come una smanticiata con entro un crocchio vibrante”, p. 80: “Da tremare….”, p.  85: “Che vedrà, come gli altri anni (fino alla fine)”, p. 105: “liquido pigolio”, p. 105 “Ne ho un ricordo freschissimo….”, p. 107: “Si infila il trench… torso della cravatta.”, p. 108: “è autunno… “, p. 117: “nella Roma allagata di luna”, p.117: “le rocce avevano una pensosità turchiniccia”, p. 152: “il mare continuava a leccarsi sulla sabbia ferite ghiottissime”, prosopopea con ossimoro finale, l’insieme di figure retoriche per creare una scena espressionistica, visionaria.

Con Ricci, comunque, ci troviamo sempre di fronte a neoformazioni endogene, mai a xenismi: egli vuole affermare la vitalità della lingua italiana, che non ha bisogno di esotismi, di anglismi, per definire le nuove modalità dell’agire umano; la plasticità della nostra lingua è più che sufficiente per dar vita al nuovo mondo.

La sua eccentricità linguistica non è eccessiva, anzi, egli potrebbe essere definito un realista che usa la lingua in modo espressionista, per un gusto alquanto raffinato di sfruttare le possibilità tecniche offerte dalla lingua al fine della rappresentazione. Le ragioni e le regole temporali, sintattiche e grammaticali gli stanno strette evidentemente, la sua sete di realtà è sete di verità, l’obiettivo riccino e ricciano consiste nel descrivere la realtà senza filtri di natura sentimentale, senza lacci emotivi, torcendo la lingua a quell’esigenza, esaminare chirurgicamente la valle del gigante all’ombra della sua coda per trarne il succo, la linfa che è quella di un monte assurto a dio e poi trasformatosi in formazione rocciosa, a giganteggiare sulle piccole vicende umane senza senso, che si incastonano nel paesaggio insieme con i fiori, gli alberi, le pietre, gli animali.

Nel romanzo La valle del gigante poi divenuto all’ombra della coda la storia umana del sindaco di un piccolo paese si consuma nel ricordo delle vicende che più lo hanno coinvolto, e che tornano alla memoria grazie a piccoli oggetti, a partire dalla dentiera trovata in fondo al tiretto, per la quale egli sente un moto di immediato disgusto, tanto da gettarla in un cestino, gesto forse mutuato involontariamente dalla psiche, che l’ha già associata a un ricordo spiacevole, a quello di una festa organizzata per accogliere l’arrivo del nuovo vice ispettore, arrivo che mette in allarme tutti. Per captatio benevolentiae, il sindaco insieme con alcuni amici, fa apparecchiare un banchetto da sogno, al quale però, il vice ispettore non prenderà mai parte, perché coinvolto in un incidente d’auto nel corso del quale finisce per perdere la dentiera in un lago. A causa della dentiera perduta, il vice ispettore non può recarsi al banchetto e va via, e al sindaco resterà solo quel reperto poi ritrovato dopo accurate ricerche volute dal sindaco. La beffa del destino si consumerà senz’appello, perché Il vice ispettore sarà poi trasferito e lascerà, come unico segno del suo passaggio, proprio la sua dentiera. Una beffa boccaccesca, una situazione comica, che lascia l’amaro in bocca al povero sindaco. Dal tiretto il sindaco tira fuori una bottiglietta di ruta, anche questa rimasta lì per una beffa del destino, stavolta legata al cugino Carlo, compagno di giochi d’infanzia che da adulto impazzisce e finisce in un ospedale psichiatrico. È il Natale, e Carlo vorrebbe tornare a casa, ma nessuno lo vuole. Con uno stratagemma il sindaco, indossando i falsi panni di un monaco, insieme con altri amici, riesce a riportarlo almeno per una notte a casa propria. Dopo alcuni anni riceve una lettera disperata dal cugino. Il sindaco accorre ma ormai è troppo tardi, l’uomo ha tentato il suicidio poco prima. Ecco la coccinella saltar fuori, un porta fortuna, che allude alla storia di un giovane confinato nel paese per motivi di droga, aiutato dal sindaco a trovare un lavoro e a reinserirsi nella società. C’è poi un volumetto di poesie scritte dal pretore. Gli ricorda il caso di Tino il mulattiere, brav’uomo senza lavoro che gli chiede di aiutarlo nell’ottenere una pensione a cui dovrebbe aver diritto. L’uomo gli dice che se non lo aiuta, darà la caccia alle aquile e ne venderà una, per ricavarne soldi. Nel frattempo, c’è uno scoppio al borsettificio e muore proprio la nipote di Tino che, disperato, tira una schioppettata al padrone della fabbrica. Il sindaco testimonia a suo favore in aula di giustizia, sostenendo che il colpo di fucile gli era partito involontariamente. L’uomo viene assolto, e lascia libero l’aquilotto che aveva imprigionato. Conduce il sindaco a vedere il volo delle aquile, un’esperienza indimenticabile. Un altro reperto esce dal tiretto, un dépliant, che ricorda al protagonista un’altra vicenda divertente e tragica, di un direttore scolastico ossessionato da un maestro seduttore impenitente, che poi morirà in un incidente, nel corso di una gita in Sicilia, con l’ennesima amante. E ancora un’altra vicenda, quella del filosofo, abile nel richiamare i lupi, con cui si reca per nottate intere nelle valli alla scoperta di un branco. Lo aiuta per trovare lavoro, al Traforo, dove l’uomo troverà la morte. Infine la storia di Bimbo, adottato da un guardacaccia, figlio illegittimo di un nobile, che chiede aiuto al sindaco e poi uccide i suoi genitori adottivi. Fugge, ma viene catturato; scontati 7 anni di carcere, torna libero per buona condotta. Aiutato dal sindaco a trovare un lavoro, sparisce di nuovo, accusato di avere cercato di violentare una ragazza, si rifugiato poi a casa di una donna di cui diviene l’amante e che in realtà è sua madre. Fugge di nuovo, e di lui non si troverà più traccia.

Il romanzo può essere diviso in tre parti: una naturalistica, in cui realtà e natura sii specchiano, la seconda in cui compare l’uomo con la sua vita, creatura tra le creature, infine la terza, in cui la vicenda dell’uomo assume la configurazione del destino, del destino così come lo concepiva la Grecia classica, secondo la quale il fato è una forza cosmica che esercita un potere assoluto sia sugli uomini sia sugli dei. È questa la prospettiva ultima del romanzo: la natura e il destino dell’uomo patiscono la stessa sorte, sono entrambi parti di una forza cosmica che è avulsa da ogni volontà, da ogni principio di bene o di male. La verità non è possibile determinarla, tutto è solo e precipuamente aspetto di un reale a cui ogni elemento appartiene in modo transitorio, fugace. L’ultima storia affrontata, quella di Bimbo, è a tal proposito emblematica: l’uomo fugge fino a lasciar perdere di sé ogni traccia e soprattutto senza mai aver scoperto la verità che lo concerne, di essere figlio di un nobile e poi di essere divenuto l’amante di sua madre. Storia edipica che nasconde il senso più profondo di una ricerca della verità che continuamente ci sfugge e di cui non avremo mai contezza.

Nel 1984 per i tipi della Bastogi di Foggia, altro editore che allora va per la maggiore, esce il secondo romanzo di Ricci, Winné degli altipiani. L’opera racconta la storia di un uomo, Kapò, che torna dall’America dove è emigrato, divenendo un capo indiano. Le conoscenze acquisite negli altopiani del nuovo mondo, lo portano a diventare un guardaboschi preparato e attento. Kapò morirà arso vivo per salvare il cucciolo di un orso, nel corso di un incendio. Nella seconda parte del romanzo, vengono descritte le traversie di un gruppo di amici che cerca a ogni costo di ricevere un contributo per aprire un allevamento di cavalli, aiutato proprio da Kapò a risolvere una beffa in cui erano incorsi, con l’acquisto di cavalli di scarso valore a prezzo esorbitante. Gli amici dopo tante traversie riusciranno a realizzare il loro progetto, e il cavallo nato grazie allo stallone di Kapò avrà il nome di Winné, il nome della figlia indiana di Kapò.

Il romanzo ribadisce il concetto di un fato indifferente alle vicende umane, spesso connesse l’una con l’altra, ma in modo incontrollabile, senza un senso in esse riscontrabile.

Esce nel 1987 Gli anni delle ginestre, pubblicato da Cappelli di Bologna con una nota introduttiva di Emerico Giachery, capolavoro dello scrittore abruzzese, che si propone di raccontare la storia della Valle Siciliana, grazie a un coro fittissimo di personaggi, attraverso le esperienze di un bambino che trascorre le sue giornate nella natura e nel frequentare la casa dei baroni del luogo, ricchissimi proprietari terrieri. Potremmo accostare il romanzo a “Il sentiero dei nidi di ragno” di Calvino oppure a “Il giardino dei Finzi Contini” di Bassani, ma anche a “Epistolario collettivo” di Piccioli e ad altri romanzi ambientati in Abruzzo che offrono simili caratteristiche nella trama e nella scelta del protagonista bambino.

L’inizio del romanzo è già stato da me anticipato, l’occasione narrativa è offerta al protagonista dal ritorno in paese del suo primo amore di ragazzo, e da questo episodio scaturisce il racconto vivido, lucidissimo, minuzioso degli anni del fascismo e della guerra che assumono, nelle pagine, una coralità epica in cui gli episodi si susseguono insieme con le vite dei personaggi, in un affresco indimenticabile della storia della Valle Siciliana in quegli anni.

Lo scrittore vuole ridonare, grazie al suo immane lavoro, la memoria definitiva di un periodo storico con la sua atmosfera, il clima ideale, affettivo, sentimentale, descrivendo il coacervo di sensazioni, di emozioni, parole, discorsi, speranze, illusioni, sogni, passioni, amori, delusioni, gioie e dolori che nel costellare le pagine del libro compiono e formano le vicende che si verificarono e che contraddistinsero Isola del Gran Sasso e i suoi dintorni  e che, nella loro completezza, finiscono per assurgere a simbolo universale, a metafora del destino umano, coincidendo con la storia di tutte le comunità degli uomini che in un determinato periodo di tempo si trovarono ad affrontare la sventura di un conflitto bellico, vittime di una situazione che li investe senza alcun avviso, tragicamente. L’intera vicenda viene poi vista attraverso gli occhi di un bambino in una sorta di Bildungsroman, o di romanzo di formazione, fino al suo coinvolgimento come vedetta di una brigata partigiana e allo spegnersi della guerra che però nel frattempo avrà travolto tutto e tutti, sconvolgendo o addirittura spezzando numerose vite.

È lo scrittore stesso a fornirci la spiegazione di un titolo affatto lontano dal turbine della guerra: “Se l’imperscrutabilità di Dio premia, esaltandolo a suo modo, ogni tante stagioni, e a cadenza nel tempo,…” (p. 87). Di recente ho letto che quando le piante scoprono in anticipo che avverrà qualche disastro che potrebbe spazzarle via, si preoccupano di generare più semi, di moltiplicarli, per cercare di salvaguardarsi da un’eventuale estinzione. Le ginestre forse osservano la stessa legge proveniente da un’antica sapienza, ma per lo scrittore simboleggiano l’acceso colore di una domanda diretta a raggiungere il cielo per cercare una spiegazione di quell’odio inconcepibile.

I personaggi e le vicende sono tanti e tali che non mi sembra il caso di riassumere il romanzo, poiché si opererebbe a tutto discapito della complessità e della piacevolezza del romanzo, avvincente e pullulante, denso di pagine da antologia e di sorprese, come l’episodio in cui alcuni dei protagonisti si recano a Campo Imperatore dal prigioniero Mussolini e riescono addirittura a parlare con lui, consegnandogli un messaggio etico a cui il Duce ormai sconfitto e provato pare conferire una particolare attenzione. Mi sembra e penso non a torto che queste pagine siano ispirate da Manzoni e dalla figura dell’Innominato, e che Ricci non senta nessun timore reverenziale nei confronti del più blasonato predecessore e forse proprio per questo suo innocente ardire e competere l’abruzzese non esca sconfitto dal confronto.

Vale invece la pena di soffermarsi sulle conclusioni dell’opera e su alcune frasi particolarmente evocative e riccine: “le sue parole, grandi, sono montagne in cammino. Respirano sterpigni, ingesucriti alle pareti, gli uomini”, si legge a p. 156, dove si sorseggia appunto un riccino d’annata da collezione, straordinario. Ma veniamo alla visione filosofica che si coglie nel romanzo, così preannunciata: “Quelli di voi che potranno raccontare lontano, ditelo chi era, quando verranno altre cose, altre vicende, persone nuove a cancellare”, afferma Don Nicola, il sacerdote molto riservato che si erge nel romanzo come figura oìideale, e che sembra ripetere una delle tante figure di preti siloniani, ma aggiunge: “Ci sarà sempre qualcuno come lei, anonimi, sconosciuti che passano, cose fra le cose…” si legge a p. 157. Il confronto con Don Nicola sul senso delle vicende che si sono accese e spente nello scenario teatrale del romanzo si fa stringente e drammatico nelle pagine successive laddove la concretezza, l’operare per il bene contro il male diventa un impegno imprescindibile, perché l’amore diventa il simbolo della ribellione ai nazisti, per la formazione partigiana composta di persone di tutte le etnie e di tutti gli stati: “L’amore… (p. 168)”, “È questa una guerra…  “

Eppure, l’impegno profuso in favore della liberazione dal fascismo, pagato col sangue dei partigiani e di tanti, diviene quasi sacrificio inutile, perché la storia viene a cancellare tutto: “È stato scritto, ..” (p. 175).

Lo scrittore è imparziale, non disilluso. Le vicende dell’uomo non hanno un senso riconoscibile, le fazioni sono l’espressione di forze che non hanno un vero fondamento, il fato è il vero protagonista della verità, che all’uomo non compete. L’unica certezza che Ricci può far valere è tristemente espressa nell’ultima pagina del romanzo: “Gli eroi veri sono i tanti, i tantissimi, gli sconosciuti, i delusi, senza testimoni, sono scamiciati, non hanno giacca per medaglie. Il vero amore è senza parole, come il vero eroismo è muto”.

La vera umanità è dunque quella senza nome, povera, umile.

Gli eroi sono quelli che non consociamo e a cui ha cercato di dar fiato Ricci in questo ennesimo romanzo sulla tragicità del destino umano.

Se All’ombra della coda, viene considerata una riedizione del primo, La valle del gigante, il quarto romanzo di Ricci Sottilissimi cammelli esce nel 1998 per i tipi di Sperling & Kupfer, casa editrice di proprietà della Mondadori, che segna una ennesima e definitiva consacrazione nazionale dello scrittore dal punto di vista editoriale, costituendo appunto questo approdo di grandissima rilevanza. Il romanzo nasce da un’idea particolare: come recuperare i soldi dei tanti arricchiti indebitamente alle spalle della comunità cercando di ristabilire un minimo di equità sociale? L’idea alla Robin Hood viene nobilitata e anzi resa in modo raffinato dallo scrittore, che ricorre a un espediente imprevedibile. Un tenore torna al suo paese dove viene inserito all’interno di un settetto composto di sole donne. Il gruppo, che si ispira a rituali monacali medioevali, si esibisce per beneficenza, nascondendo l’intento di riportare sulla retta strada imprenditori e uomini d’affari che si sono arricchiti illecitamente, ricattandoli. La vicenda però anche in questo romanzo assume venature tragiche; un imprenditore muore in circostanze poco chiare, probabilmente suicida, e il settetto si scioglie, sotto il segno di presagi di morte. Colpiscono le riflessioni del protagonista poste alla fine del libro: “Ma per le vie e piazzole, ho incontrato… (p. 145). Il tempo trascorre senza che nulla cambi, ma noi non ce ne accorgiamo, e invecchiamo, con le stesse parole, gli stessi passi, discorsi, mutismi. Invecchiano perfino le città, e hanno fortuna, e riflettono le stesse cose di sempre, le giovani donne con la loro pelle, i vecchi con le loro rughe. Regna ancora l’indifferenza del fato, stavolta individuato nel tempo, nelle cose umane, e gli uomini sono sempre gli stessi, anche se cambiano nomi e città. Non si tratta di un’omologazione ma di un destino comune senza un fondamento di verità che colpisce tutto e tutti, ma è proprio questa mancanza di verità a farci uguali, tutti uguali, creature e cose, di fronte al tempo, al destino.

Con La farfalla rossa edita da Sperling e Kupfer nel 2000, come era già accaduto per i precedenti romanzi, Luciano Ricci parte da un’intuizione da un’idea particolare e strana di base per trarne ispirazione e materia di racconto, per delineare un filo una traccia da cui si dipanerà parola dopo parola il moto del racconto, sempre misurandosi col senso dell’esistenza che gli brucia dentro e lo rende probabilmente inquieto, nonostante l’imperturbabilità esteriore che dominava la maschera umana di Luciano. Il protagonista è un professore di disegno e ceramista, affascinato da un passatempo, da un hobby molto particolare, quello di documentare con le foto le scritte parietali, un modo allora ancora molto attuale per lanciare messaggi, un vezzo che probabilmente tocca nel profondo l’animo del protagonista del romanzo, teso a ricercare in quelle poche parole che sfuggono ai più le storie complicate e spesso irrisolvibili che vi si nascondono, e che giungono ad essere sintetizzate in una scritta che però costituisce un grido vero e proprio, un urlo strozzato, una richiesta di aiuto, ma anche un semplice messaggio di amore, come per la maggioranza dei casi. Di alcune scritte murali il protagonista si incuriosisce fino a indagarne la storia che vi si nasconde. La farfalla rossa assume le vesti di un thriller sentimentale, come d’altronde in qualche modo era stato per Sottilissimi cammelli, attraversato da una sotterranea suspense. Dai casi ai quali si appassiona e che ricostruisce, il ceramista dell’ultimo romanzo ricciano trae conseguenze funeste, prendendo parte a vicissitudini che si sciolgono nel peggiore dei modi, con la morte degli autori delle scritte o di coloro a cui erano dirette. Se è vero che questi messaggi adombrano il senso stesso della scrittura e del romanzo rispetto alla vita, bisogna dedurne che il romanzo racchiude il messaggio irrisolto e irrisolvibile di un uomo che grida, che vive un dilemma che non riuscirà a risolvere. Il romanzo è un grido d’aiuto gettato nel vuoto, su un muro, che chi legge in verità non riesce a comprendere dunque illeggibile, o che per lo meno racchiude una storia che non può essere mai svelata del tutto. A mio avviso è proprio così, i romanzi di Ricci possono essere interpretati in mille modi a seconda del lettore, ma Ricci ha mantenuto segreto il vero senso della storia, forse raccontandone un’altra, noi non possiamo saperlo, perché è una storia immaginata su esperienze reali camuffate, su ricordi, sulla magia del ricordo. Il ricordo, forse, è immaginato e non corrisponde a quello che veramente accadde, perché siamo noi che inventiamo il nostro mondo, che lo modelliamo a nostra immagine, deformandolo, rendendolo forse anche irriconoscibile. Da questo punto di vista, la letteratura e la vita sono vicinissime, sono pura finzione, immaginazione che si costruisce su un plot di realtà. Ciascuno di noi inventa e immagina giorno dopo giorno la sua vita, la crea, la organizza, l’appronta, ne sogna gli aspetti attraverso desideri, intenzioni, che spesso si scontrano con la propria o con l’altrui volontà, riformandosi ogni volta in modo diverso e forse anche in maniera opposta a quella voluta, e dunque tutto è sempre irrisolto, irrisolvibile, non c’è una storia che corrisponde a se stessa o a quello che il vivente cerca di realizzare. Che cos’è il romanzo se non la registrazione di questa discrasia? Di questa continua difformità tra i nostri sogni e quello che viviamo? Non c’è dunque un caso che trama alle nostre spalle con inganno, che ci crea insoddisfazione, infelicità, contraddicendoci sempre e spesso portandoci di fronte al dolore, alla morte, alla tragedia, alla sofferenza. Mi racconta Fiammetta che il motivo scatenante il bisogno di scrivere in Luciano viene proprio dal traforo del Gran sasso, avvenimento che lo sconvolge, che travolge l’esistenza delle comunità montane e che costerà il sacrificio umano agli dei della montagna di undici corpi, restando un mistero la storia di quelle vite spezzate, di cui Luciano cerca nei suoi libri di raccontare forse anche immaginandole o inventandole le vicende di tutti quegli undici uomini, volendone ricostruire e riscattare l’esistenza, presentandoli come persone che sono andate incontro alla morte in modo rocambolesco, per una legge del destino che incombe su tutti come una spada di Damocle e che non vediamo di cui non sospettiamo l’esistenza, ma c’è ed è sospesa su di noi ogni giorno ogni minuto della nostra vita, e sta anche sui muri nelle scritte che sono piccole profezie nei confronti di coloro che le leggono e ne assorbono la magia nera. Scritte che sono tatuaggi, che cos’è d’altronde la farfalla rossa, che dà il titolo al romanzo? Leggiamo in Itinerari benedettini e romitaggi nell’area del Gran Sasso, un saggio pubblicato successivamente: “In sommesso contrappunto, ci proiettiamo nella sinfoniale partitura paesaggistica, verso la vallata del Mavone, lungo policromie di verdi, intercolunni di faggete sulle quali incombe, vertiginoso, il Parietone, che ha sul petto, tatuato, il popolare “farfallone”, la Farfalla rossa” (p. 97, Itinerari benedettini…). Assorbire le parole degli altri ascoltare favole leggende storie è un po’ assorbire l’energia dell’altro, significa entrare nel suo ambiente energetico che può essere positivo come negativo, che può aiutarci o può invece perderci, siamo però tutti uniti l’uno con l’altro da una trama di storie che ci sfuggono. Quelle scritte tatuate sui muri come la farfalla sul monte fanno parte di nodi e snodi che ci sono oscuri e che Luciano ha voluto invece prendere in mano e cercare di sciogliere, con tutte le conseguenze che ne potevano derivare. Certo Ricci scioglie dei nodi immaginari ma chi ci dice che quei nodi non siano veri? Quale è la differenza tra fictio tra finzione e realtà? Scagli la prima pietra chi si sente parte a sé stante del mondo, impermeabile a ogni influenza, a ogni contesto. È sempre in gioco la nostra vita, è una traccia che crea tracce, messaggi da interpretare, da scovare, da andare a cercare nei recessi più nascosti. La nostra vita è una scritta sul muro che un ignoto autore ha trascritto e che non significa nulla, o forse che lui e noi stessi non riusciamo a decifrare. Life is a mural where a writer tales his uncousciousness like a fool or an idiot. La vita è un graffito dove uno scrittore racconta la sua inconsapevolezza come un pazzo o un idiota.

Il collezionista è sicuramente un uomo particolare che lo scrittore definisce in un modo che resterà per sempre nella mente: il collezionismo è “la maschera di un segreto carnevale nella solitaria e continuamente in cammino infanzia di ognuno”. Alla fine del romanzo, il collezionista, dopo una serie di vicende tragiche nel corso delle quali egli viene a sapere della morte degli autori di quelle scritte per incidenti o suicidi, decide di proseguire di andare oltre la scritta di Tensy, la ragazza di cui si era innamorato: “Ho deciso di proseguire con la mia collezione, continuare a cercare voci di solitudine, di speranze e di amarezze, messaggi, piccoli falò d’esultanza o cardi di mestizia”.

La vena romanzesca di Ricci si contraddistingue per alcuni aspetti: l’assoluta imparzialità dello scrittore, che non emette mai giudizi, che addirittura evita perfino la partecipazione emotiva, la preponderanza assegnata allo stile, alla scrittura, che deve cercare di dare un contenuto alla realtà e perfino ai sentimenti in modo puntiglioso, descrivendo nel modo più profondo le cose e le vicende, tanto che spesso egli adopera un vocabolario desueto o figure retoriche e uno stile sperimentale in funzione dell’adesione alla vicenda che egli delinea. I fatti contano ma attraverso le parole, che costituiscono già un’interpretazione dei fatti, e che sono i fatti, se pronunciate con precisione. La sua creatività è quella dell’orefice, dell’orologiaio, dell’artigiano dotato di manualità e di una ricca esperienza, e la sua manualità, la sua ricca esperienza coincidono con la parola, con la scelta lessicale, sintattica, ritmica, stilistica.

Saper scrivere è saper scegliere, è saper torcere la lingua al reale per restituirne la densità nel migliore dei modi. La sua concezione esistenziale è poi, ovviamente, quella di un naturalista, di un filosofo che interpreta il mondo alla luce dell’energia che permea l’universo e che governa il fato, un destino il cui senso sfugge, oscuro all’uomo.

Il bene è quello eroico di chi non se ne fa vanto, di chi è umile e nello stesso tempo forte, di chi riesce ad avere la stessa forza della natura che ci circonda, del Gigante che domina la Valle Siciliana.

Il desiderio più profondo di Ricci è quello di dare forma al suo tempo, quando gli uomini saranno altro da quelli che li hanno preceduti, e per questo si fa scrittore, raccontatore di storie che potrebbero andare perse per sempre senza più dare alcun frutto o insegnamento. In tal senso si fa anche erudito locale, cercando di tramandare con la scrittura tutto quel che la Valle Siciliana ha espresso in un dato periodo di tempo, in modo sistematico: nel 2007 esce un dizionario per le Edizioni Stauros, Voci dall’Isola della Valle, per una collana , “medaglioni della Valle Siciliana” per mezzo della quale si ripromette di pubblicare tutti gli studi relativi alla zona, di Nicola d’Arcangelo, anarchico, medico, omeopata, di Silvio Mattioli, giornalista, poeta, commediografo, di Ludovico De Angelis, autore di diversi testi, dal Folle coscritto ai Giusti d’Abruzzo, intriso di misogallicismo.  Il vocabolario, molto ben curato, non è solo un elenco di lemmi dialettali, ma è soprattutto un coro di voci che sono state, come un vento, emesse, dette, urlate, singhiozzate, gioite nella sua terra. Nel 2009 per Mursia esce La memoria nelle mani, un’opera sugli antichi mestieri della gente della sua terra, nel 2012 un catalogo edito da Verdone Itinerari benedettini e romitaggi nell’area del Gran sasso.

Qualche lemma da Voci dall’Isola della Valle, dizionario riccesco, dove Ricci diventa uno e trino:

-safferane, zafferano, dall’arabo za’farano, pianta coltivata anche nella Valle Siciliana nel XIV secolo,

-Sante Martine! Saluto d’obbligo a chi è intento a un lavoro agricolo o raccolta stagionale,

-sarache: percossa, dal latino meridionale saraqua, sardelle, colpi che nelle vecchie scuole elementari si infliggevano sulle mani con una bacchetta, spesso un finocchietto, agli alunni più discoli,

-scuculà, portar via l’intera posta al gioco, lasciare gli avversari ripuliti. Anche scupelà, derivato da coppola, berretto,

-stracco, stanco dal longobado strak,

-strangajune, nella locuzione arrive come li strangajune, ossia in ordine sparso, ad uno ad uno, ed è anche un ingrossamento delle ghiandole salivari,

-truppicà, inciampare, dallo spagnolo trompicar, un dizionario colto e divertente, come avete potuto constatare dalle poche voci richiamate.

Nella nota al libro sono riportate altre pubblicazioni dotte o erudite di Ricci, di cui non ho traccia, e di cui dunque non posso altro che far cenno: La poetica di Francesco Antonio Grue, il famoso primo ceramista castellano, Attraverso i musei etnoantropologici abruzzesi, La musa popolare nei musei etnoantropologici, per completare la sua sete di curiosità intellettuale e di erudito.

Il libro La memoria nelle mani delinea un aspetto della cultura materiale dell’Italia preindustriale individuando alcuni mestieri dimenticati del Sud Italia, dall’aniciaro al venditore di pianete, al fotografo ambulante, al rabdomante, all’arrotino, al maccaronaro, alla mignattara, al luparo, al saltimbanco, e via dicendo. Il libro offre lo spunto a Ricci per dare corpo alla sua memoria elefantiaca e per offrire pagine di rara bellezza narrativa, i medaglioni realtivi ai vari mestieri si leggono infatti come fossero novelle.

Infine, gli Itinerari benedettini e i romitaggi nell’area del Gran sasso, catalogo di foto ma soprattutto di testi di una piacevolissima lettura, perché qui storia e religione diventano materia di una narrazione piana e godibilissima, un saggio che, grazie alla vena narrativa di Ricci, si legge tutto d’un fiato, privo di pesantezza, di elucubrazioni. Nella parte finale una riflessione riccevolsenescente sul mondo odierno, molto critica, che contrapponendo mondo medioevale e mondo moderno, permette all’autore di esaltare un’interpretazione mistica dell’esistenza, mistico-naturalistica. Le esperienze degli eremiti si leggono come vicende umane profonde e brucianti, come schegge narrative del Medioevo abruzzese, tanto oscuro quanto denso della virtù della xeniteia, dell’estraniazione, a cui si consacrano i suoi più sensibili figli, perfino di alto lignaggio, nobili, come nel caso di Santa Colomba, così descritta da Fedele Romani: “Tutte le mattine se ne saliva su per l’erta in cerca di un posto ancor più remoto dallo sguardo dei viventi. Ivi snodava le sue trecce lunghissime e bionde, ivi le pettinava, ma la sua bellezza era tutta di Dio”. Ecco il sunto dell’atteggiamento riccituale: “Verso le docilità collinari e vallive, presenze mistiche, liturgie ascetiche, che salgono da S. Giovanni ad Insulam, da S. Maria di Ronzano, da S. Salvatore di Castelli, da S. Nicola a Corno, dall’eremo di Santa Colomba e dalla grotta di Fratta Grande. Proseguendo nella virtuale rievocazione, incontriamo una trasognata apparizione: avvolgente la cima di Cornomonte, quel cobalto dalle tonalità ineffabili che consegna tramonti e mattine aiutandoci a spiegare le ragioni di un cielo così. Investono il nostro passo di viaggiatori virtuali, sciarpe fragilissime di vento, un vento poeta che ha in bocca sapori di mentastri che, a notte, fa cantare alle stelle dolci madrigali alle peonie selvatiche, ai ranuncoli, agli anemoni che fiorirono certamente anche attorno alle desertiche balze della praetula redenta dalla bonifica di Placido. Paesaggio che apre il senso dell’Ecumene, e scende profondissimo dentro l’altro interiore” (p. 97).

Un sentimento profondamente religioso e mistico di coloritura panica, ecumenica, spiritualmente naturalistica, che accoglie l’universo come una infinita sinfonia.

Dalle note di questi ultimi libri apprendo della pubblicazione di un altro romanzo di cui non ho avuto notizia, In morte di Rocco, edito Editoriale Eco nel 1992, lo stesso anno di Sottilissimi cammelli.

Due libri di brevi prose sono Sulle orme del gigante, edito da Stauros nel 2009 e Montagne in concerto dall’Isola della Valle Siciliana, edito in proprio, nel 2013. Il primo è un piccolo catalogo di fotografie con pagine scelte dai romanzi, un’antologia ideale che assume concreta visività, il secondo è il testamento che Ricci ci lascia, non a caso dedicato “a quanti vissero, vivono o vivranno nella Valle Siciliana, orografia raccolta in luogo di grazia e di canto, che nutrono il senso del vivere e la mistica immagine di un Oltre”. Si tratta della libera traduzione sinfonica della Valle, l’interpretazione musicale della terra che si eleva come il Parietone al cielo. Se Gli anni delle ginestre è il romanzo più importante di Ricci, permettetemi questo scarto dalla regola, Montagne in concerto dall’isola della valle siciliana è il libro che amo di più, al quale mi sento più affettuosamente legato, il mio livre de chevet.  Nell’introduzione si descrive la Vall osservando i passaggi dei sensi, della vista, dell’udito, dell’olfatto, del tatto per giungere alle leggende alle storie umane e infine all’emozione, cui Ricci accenna, dando spazio al lettore di penetrare e di interpretare secondo la propria vastità sentimentale, ed infine i moti umani, dalla sorpresa all’ingegno, al coraggio, alle imprese che sopravvivono nella memoria e sopra tutti l’eternità del Gigante. Un ultimo tratto è per la bellezza che si sprigiona perfino nell’inverno, e nella tristezza e nella solitudine, esplode in un largo concertistico, nell’involarsi eterno della farfalla rossa.

È il libro in cui dalla concezione panica si giunge a quella profondamente teosofica: “è questa una mattinata di colmo aprile, in gloriosa presenza del mio Gigante; le montagne tutte tutte nel sole, con una di quel genere di serenità entro le quali un Ente Supremo sembra confidenzialmente prenderti per mano per dirti le ragioni di un cielo così” (p. 47). La serenità che emanano queste pagine è quella dell’uomo finalmente pacificato con Dio, che ha compreso il senso del dolore e dell’amore e li risolve nella meditazione, nella contemplazione, in quella fiducia amichevole con cui Dio prende per mano l’uomo per spiegargli le ragioni di un cielo così.

A pagina 61 si cita una pagina tratta da un suo nuovo romanzo dal titolo cosmico naturalistico, dalla contaminazione tra naturale e divino, “Cervi sulla via lattea” di cui chiederemo lumi a Fiammetta. L’apertura “Era tracolma, l’estate, giorni in cui è più in gloria”, in cui il periodo magicamente ellittico crea un effetto anamorfotico, e l’epagoge sineddotica si trasforma in una figura sintattico-retorica che forse usa per la prima volta nel romanzo, antesignano di una forma letteraria, che appunto definirei anamorfosi retorica, perché viene descritta l’estate ma proseguendo, osservando da un altro punto di vista, essa si trasforma nei suoi giorni, rivelando un’altra immagine nascosta nella prima. E ancora, nella stessa pagina, leggiamo “nella tundra violina dell’Adriatico”, altra descrizione di una precisione sintattica senza pari, Ricci ormai usa le parole come bisturi. Non posso fare a meno di leggere altre due pagine dal testo: “Dapprima la bocca larga rutilante del sole emergente, con sopra una cuffia cremisi, rifratta, e sotto, sull’acqua, il terzo sole, rosolaccio guizzolante, e intanto la bocca diveniva cerchio di fuoco, invadendo il cielo perlaceo, e la cuffia si sottraeva, vaniva, mentre quella riflessa pullulava ferendo a sangue il mare. Poi il sole si scamiciò, sicuro, umano, pelle, passo rotondo, sollevandosi sulla punta dei piedi dal mare” (p. 62), mentre più avanti (p. 68): “Vicino: le stelle alpine, le nostre stelle, che ti mettono lungo le vene un’esclamazione a rulli sommessi di tamburi e soffi di voli, da sentirti l’anima irrugiadarsi”.

In questo piccolo libro, Ricci assurge al canto, a farci sentire “lo scenario anfiteatro entro il quale si libra solenne il coro muto di tutte le vette” (p. 18), e prosegue con quella che io considero la più bella descrizione, la più sentita e amorevole descrizione del proprio luogo d’origine, superiore perfino alle celebrati pennellate paesaggistiche di D’Annunzio: “Un coro di una tale sinfoniale forza impressiva, da inginocchiarsi; con una specie di invisibile resina che ti impiastriccia le parole in bocca, aprendo una dimensione spirituale che consegna ad inesplorate radure dell’anima. E, dentro, ti senti esplodere un silenziosissimo colpo di gong, che ti apre questa evocazione: Isola del Gran sasso, mia piccola patria, è certamente tra i paesi più straordinari che possano esistere”. (Ivi)

 

 

Luciano Ricci

E’ nato ad Isola del Gran Sasso (Teramo), è si è trasferito a Roma con la famiglia dove ha vissuto fino dal 1936 al 1952; dopo la morte del padre, è tornato nella terra natìa, Isola del Gran Sasso, dove vive tutt’ora e di cui è stato anche Sindaco dal 1970 al 1974.

Giornalista, scrittore e linguista, è stato Presidente dell’Istituto di Cultura Abruzzese Montana (ICAM) ed ha presieduto numerosi concorsi letterari per opere in lingua e in dialetto.
E’ stato vincitore di prestigiosi premi (Premio Teramo, Premio Pomarico, Premio Capestrano, ecc.)
Ha collaborato presso l’Istituto di Lingua e Letteratura italiana dell’Università de L’Aquila; è stato membro della Consulta della Cultura della Regione Abruzzo.
Numerose le partecipazioni a trasmissioni televisive, convegni, e seminari presso Scuole, Università e Associazioni culturali.

Nella sua attività di scrittore, si è dedicato prevalentemente alla narrativa, con le seguenti opere:

  • La valle del Gigante (Japadre, 1980)
  • Gli anni delle ginestre, (Cappelli, 1987)
  • Winnè degli altipiani (Bastogi, 1987)
  • Sottilissimi cammelli (Sperling&Kupfer, 1992)
  • All’ombra della coda (Vallecchi, 1993)
  • La farfalla rossa (Sperling&Kupfer, 2001)
  • Sulle orme del Gigante (Stauròs, 2009).

E’ anche apprezzato studioso di etnologia e dialettologia.
Tra i suoi studi sull’argomento ricordiamo:

  • La poetica di F.A. Grue
  • Attraverso i musei etnoantropologici abruzzesi
  • La Musa popolare nei musei etnoantropologici, a cura della Regione Abruzzo
  • Voci dall’isola della valle (Ed. Stauròs, 2007)
  • Montagne in concerto dall’Isola della Valle Siciliana (ECO Ed., 2013).

Si è occcupato anche di recupero delle tradizioni e patrimonio culturale ed artistico d’Abruzzo:

  • La memoria nelle mani. Saperi e antichi mestieri d’Abruzzo, ed. MURSIA, 2009.
  • Itinerari benedettini e romitaggi nell’area del Gran Sasso, L. Verdone Ed, 2011, a cura della Regione Abruzzo e dell’Arcivescovato de L’Aquila.

 

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