“QUESTO E’ BELLO!! LO COMPRO” – Le molte vie del Bello: armonia, sentimento, spostamento… di BRUNO NASUTI


“QUESTO E’ BELLO!! LO COMPRO”

Le molte vie del Bello: armonia, sentimento, spostamento…

di BRUNO NASUTI

 

A

DALLA PARTE DEL FRUITORE

Perché e come compriamo un quadro, un libro, un disco…?

Copia di images

1

Naturalmente ciascuno di noi pensa che sia una domanda banale: è chiaro che per noi semplicemente quell’oggetto è “bello”, nel senso che è un caso particolare di quello che pensiamo sia il Bello tout court.

Ma dato che non tutti comprano la stessa cosa, è chiaro che l’idea stessa di Bello è un problema.

Non certo per il mercato, che propone – come ovvio che sia per un mercato – tanti oggetti diversi come risposta alle diverse domande che provengono da quello che chiamiamo ‘pubblico’.

Ma, in fondo, lo stesso mercato prima di esporre le merci al pubblico, si pone pur sempre con chiarezza quale sia la tipologia di prodotto che meglio risponde alle richieste dell’acquirente possibile, anzi cerca di capirne le logiche per poterlo accontentare di più, per poter anticiparne i desideri. E arriva probabilmente a crearsi dei veri e propri modelli predittivi, che alla fine non si allontanano molto dalle teorizzazioni che nei secoli hanno sempre guidato le parole dei cosiddetti “critici”.

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Noi che non siamo mercanti ma semplicemente curiosi di capire le azioni umane, ovvero fortemente curiosi di capire l’umano attraverso le sue azioni, cercheremo di ricostruire i percorsi che, senza emergere immediatamente, guidano in qualche modo le scelte dell’appassionato di arte. Per fare questo seguiremo una procedura doppia, per così dire, provando a individuare prima quali siano le procedure bottom – up che agiscono nella mente del compratore, poi quelle top – down che spingono l’artista a comporre la sua opera.[1]

In questa ricerca – è chiaro – dovremo far ricorso a informazioni e concetti  che provengono da discipline apparentemente aliene dall’estetica e dall’arte, come – ad esempio – le neuroscienze e l’antropologia: prime tra tutte le parole  “omeostasi” e “mimesis” che ci consentono di dare poco spazio a concetti che la cultura occidentale moderna (centrata sulla figura del Soggetto che “pensa” [2]– Cartesio –  o “sente”[3] – Romanticismo -)  ritiene fondamentali, come ad esempio l’ “intenzione”  e l‘”autentico”.

[1]Facciamo questa scelta rifacendoci esplicitamente alla procedura che Richard Dennet chiama “ingegneria inversa” e che attribuisce all’origine delle fondamentali scoperte di Darwin e Turing: si tratta di partire dai ‘dati’ a nostra disposizione e di risalire (cercare di risalire ) all’indietro fino alle materiali situazioni che li  hanno prodotto, senza immettere nel processo alcun elemento ideologico particolare, ma solo accettando che se qualcosa c’è è rilsutato da qualcos’altro che c’era già.
[2]Se il Soggetto è una coscienza razionale che analizza e sintetizza le cose del mondo che fluttua, è chiaro che la sua caratteristica fondamentale è quella di disporre le cose secondo ratio, ovvero su una linea, in cui ovviamente è in grado di ricostruire il precedente e anticipare il seguente: insomma di progettare il futuro, appunto secondo una Vision, che diventi Mission, sulla base di specifiche intenzioni di cambiamento. Teleologia laica insomma!!
[3]La correzione alla visione tutta razionalistica della mentalità illuministica arriva dalla cultura romantica, di derivazione sensistica: essa per dare un giusto spazio alla “differenza” del singolo (completamente eliminata dal quadro razionalistico della quantità) accentua la fondamentale necessità di ‘ascoltare’ le particolari modalità con cui ciascuno di noi si avvicina alle cose del mondo. È vero che tutti alla fine facciamo le stesse cose, ma ognuno a suo modo, in base alla sua storia, in risposta alla sua ‘autenticità. Il Soggetto non è insomma solo Mente che quantifica, riducendo le differenze, ma anche Sentimento che ‘qualifica’, che afrronta le stesse situazioni in modo differente.

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Dalle neuroscienze contemporanee sappiamo che ogni organismo vivente è tale solo perché retto dalla procedura dell’omeostasi: dai batteri primitivi, agli insetti, ai mammiferi la macchina che consente la vita è regolata da un imperativo esclusivo, “sopravvivere” (perdurare)[1] e quindi “prevalere[2]. La continuità della vita è possibile solo se si prevale, ovvero se si ricava in modo efficiente l’energia necessaria alla sopravvivenza dall’esterno: se ai processi di entropia si contrappongono operazioni di neghentropia, se alla perdita di ‘ordine’ (equilibrio, bene stare) si rimedia con la costruzione di nuovo ‘ordine’.

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Ora nell’evoluzione che ha portato alla continuità di vita degli organismi che conosciamo ha presieduto non una intenzione (di un creatore o dei singoli esseri viventi) ma la meccanica delle competenze senza comprensione, cioè della sperimentazione continua di forme che per lo più falliscono ma a volte, sono risultate efficienti ad assicurare la continuazione dell’organismo e della specie.

Arriva però ad un certo punto, con il passaggio dalla dimensione del Batterio (che si limita meccanicamente – competenze senza comprensione a reagire all’ambiente in termini di cosa da evitare e cose da acquisire ) a quella dei vertebrati (che hanno uno scheletro  e un sistema nervoso con cui si agisce, ovvero ci si muove per andare a cercare quel che può procurare neghentropia) e a quella degli ominini (che hanno una mente capace di chiedersi cosa fare rima di agire), arriva quello che propriamente differenzia l’umano dall’animale: la  Coscienza, che consente di aggiungere alle competenze (il saper fare bene qualcosa, ereditato tramite DNA) la comprensione, e quindi la possibilità di modificare il meccanismo automatico ereditato.

Nasce, lentamente la cultura. La capacità di sentire una situazione di diminuzione  dell’omeostasi (costituita ad esempio da dolore, sofferenza, necessità, minaccia, perdita, insomma paura) o di una sua crescita  (un potenziale vantaggio omeostatico da una situazione di  riuscita di un processo attivato) ha spinto ad elaborare nella  memoria rappresentazioni delle situazioni in forma astratta (frame e script) e a costruire forme simboliche capaci di attenuare l’entropia, ovvero di rafforzare le situazioni che – per efficacia – si sono dimostrate capaci di attenuare l’angoscia del cambiamento, dell’imprevisto, del fluire delle cose, del caos.

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Se la sicurezza materiale fin dalla notte dei tempi aveva trovato la sua soluzione efficace nella ‘limitazione del campo’, ovvero nella costruzione di cornici spaziali al cui interno costruire regole di sopravvivenza attraverso la cooperazione e la specializzazione dei ruoli, [3]i riti e i miti sono le invenzioni neghentropiche degli ominini[4]. Il rito consente di dare l’ordine della ripetizione, cioè della

[1]Questa rappresentazione corrisponde perfettamente all’idea di Lacan che pensa al Soggetto come una Finzione elaborata per colmare il Vuoto costitutivo dell’essere umano, che in sé ha come unica base l’automatismo di una Lamella, cioè la jouissance, il godimento, cioè lo ‘star bene’ della sopravvivenza di cui parlano oggi i neuroscienziati.
[2] Secondo Damasio “la vita è regolata entro un intervallo che, oltre ad essere compatibile con la sopravvivenza, favorisca la prosperità e renda possibile una proiezione della vita nel futuro di un organismo o di una specie”.
[3]Si tratta di quello che la etologia chiama ‘segnatura del territorio’ e la semiotica antropologica di Lotman definisce come  ‘frontiera’: operazione che costruisce l’ordine appunto attraverso una binarizzazione delle cose, attivando la procedura primordiale del riconoscimento dell’ordine con l’opposizione del Dentro e del Fuori, ovvero del Vicino e del lontano  Lontano, sentiti primariamente come fonte di conforto o pericolo. Se le cose stanno così, dice Damasio, sono proprio i sentimenti all’origine della cultura e non la ragione: la persistenza o la scomparsa della paura (del disagio determinato dalla percezione del pericolo) hanno determinato ad un certo punto l’invenzione ‘mentale’ dello primo quadrato semiotico del Bene e del Male. Che dallo spazio ad un certo punto è passato al Tempo: la ripetizione invece che la sorpresa è percepita primariamente come Bene.
[4]È chiaro che per i miti un passaggio fondamentale è l’attivazione di una lingua, che nella sua struttura è già strumento di semplificazione del divenire e di prevedibilità delle cose e degli accadimenti: le parti del discorso sono appunto una categorizzazione del flusso, che in linea di massima consiste in una gerarchizzazione delle cose (ad esempio sostantivi vs aggettivi, a partire dallo spazio) e nella loro messa in relazione (i verbi, connettivi di vario tipo).

 

prevedibilità alle cose che, per conto loro, cambiano e creano sconcerto: la festa, i gesti uguali, le parole uguali sembrano funzionare davvero per creare o rafforzare il senso di compattezza del gruppo. Il mito risponde alle più oscure e terribili preoccupazioni di chi comincia a farsi domande sulla sua esistenza, sull’esistenza stessa delle cose: le storie raccontate, nella loro linearità, consentono di rintracciare una chiara successione nelle cose che accadono; esse invece di emergere dal Nulla e finire nel Nulla, tramite il (rac)contare vengono fornite di un Inizio e di una Fine, insomma a loro volta (come lo spazio) vengono ‘limitate’ fino a consentire di vedervi un telos che dia senso al loro movimento, marchiandolo di intenzioni e di finalità a portata di mano.

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In sostanza omeostaticamente più efficaci sono quelle soluzioni culturali che attenuino o cancellino l’angoscia dell’imprevedibilità: quello che si ripete, che è uguale nel tempo (come già detto i riti, i calendari..) e nello spazio ( le simmetrie dunque) è la forma che più facilmente procura la “ quiete” (la sensazione di poter permanere, sopravvivere). Ed appunto è quello che da un certo momento in poi chiamiamo Bello: non è ovviamente una stranezza, entro questa prospettiva, il fatto che i Greci assimilavano il Bello al Bene.

La nostra difficoltà di contemporanei ad entrare in questa logica evoluzionistica deriva dal fatto che abbiamo fin troppi filtri intellettuali a guidarci quando usiamo queste parole di Bello e Bene: paradossalmente troppa filosofia e troppa teoria  estetica finisce per portarci su vie laterali (teorie ovvero disquisizioni concettuali)che nascondono questa banale originaria necessità del sentire umano (‘estetica’ appunto nel senso etimologico del ‘percepire’ coi sensi), quella di “percepire”, di “sentire”un qualcosa che non sia  più la Paura.

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A questo punto rimane semplice comprendere  il concetto di “mimesis” con cui l’antropologo Renè Girard identifica la struttura fondamentale delle relazioni umane.

Ognuno degli ominini, abituato a vivere in collettività, quella collettività che consente sopravvivenza e sicurezza, tende a imitare quel che vede fare agli altri membri della collettività: la ripetizione consente, evoluzionisticamente, un vantaggio in termini di probabilità. Invece che far cose nuove meglio ripetere. s’è già detto che questo vale per i riti sociali, ma ancor più per i singoli, che come detto, sono strutturalmente costituiti per così dire da un hardware (la  macchina omeostatica suddetta ) che si riempie progressivamente, per così dire, di software più o meno efficienti sul piano della sopravvivenza. E questi software sono di fatto i gesti, le parole, i riti, i miti, insomma i simboli che la collettività ha elaborato nel tempo.

Quel che viene a mancare è proprio l’Autenticità a cui continuamente si aggrappa gran parte della cultura occidentale (della ‘massa’ occidentale) per trovare quiete di fronte alle convulsioni della storia sociale ed esistenziale: l’Autenticità è un vero e proprio Mito che naturalmente può avere risultati più o meno efficaci [1] ma che rischia di rendere impossibile una visione critica della complessità del reale.

In concreto, nell’ambito delle arti, il mito dell’autentico banalizza sia la rappresentazione del processo compositivo delle varie opere (che sarebbero frutto solo del presunto Genio del singolo autore che fuori dello spazio e del tempo ha una ‘visione’ dell’assoluto) sia la loro fruizione (che sarebbe affidata appunto alla capacità dell’opera di far scoprire al fruitore quell’autenticità finoad allora nascosta tra le trame della sua esistenza alienata).

[1]Ad esempio sicuramente ha efficacemente contribuito(tra Sette e Ottocento)a limitare gli eccessi della razionalizzazione moderna, che nella sua quantificazione del reale comporta davvero l’annullamento delle realtà singolari a favore di principi generali. Ma di fronte agli sfaceli del Novecento si è rivelato controproducente, nel senso che ha determinato una retroazione positiva  a favore del Particolare (cioè dell’individuo) che finisce per annichilire del tutto le esigenze omeostatiche del Generale  (cioè della collettività)

depositphotos_78699516-stock-photo-the-beautiful-of-art-malaysianQualunque artista agisce in effetti, anche se non lo dichiara nemmeno a se stesso a volte, in una situazione di non finita intertestualità e di sfrangiata filiazione sociale. Egli insomma è mimetico’ nel senso girardiano sia quando vuole davvero consapevolmente ripetere forme e regole che lo precedono sia quando vi si contrappone: in questo caso la mimesis è inevitabilmente conflitto, nel senso che il confronto non può che nascere dall’intenzione (questa sì singolare) di gareggiare con il precedente, di sconfiggerlo sul piano della messa in chiaro di quell’invisibile che lui pensa di aver ‘scoperto’ , magari stando sulle spalle di giganti…

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Stando così le cose, l’atto del comprare un oggetto artistico (un libro, un quadro, un disco) non è un atto spontaneo, che esprime la nostra presunta autenticità (anzi libertà): è un’operazione omeostatica, guidata implicitamente sempre da una necessità di ‘quiete’ di allontanamento della paura.

È un rito appunto, proprio della società del mercato, che ci consente di prevedere il futuro, di vederci come dire sempre a ripetere le stesse operazioni di sopravvivenza e sicurezza.

È chiaro che comprare indica intanto una disponibilità economica che da sola già dice di una quiete materiale insindacabile: ma lo stesso atto del comprare implica una fiducia nel futuro di tranquilla possibilità di poter fare esattamente questa cosa (del leggere, guardare, ascoltare …).

e non casualmente i sondaggi che dicono della poca gente che compra libri e quadri ecc. ci ricostruisce , dopo le consuete lamentele di rito (“ ache ounto siamo arrivati…”), una chiara e precisa struttura semiotica che distingue nel caos della contemporaneità i Buoni dai Cattivi, i Bravi dagli Stupidi.

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Entro questo sfondo, ovviamente, emerge con chiara evidenza il fatto che molteplici sono le le vie con cui arriviamo a comprare.

Queste vie sono l’esplicito con cui abbiamo a che fare, l’esplicito che dà densità alla nostra parte di Ordine. Tutti compriamo ma tutti siamo in competizione (l’un l’altro) per affermare la propria supremazia.

Quello che è alla base dell’omeostasi dei batteri è in sostanza quello che è alla base della sopravvivenza degli ominini: definiamo semioticamente lo spazio sociale con una Frontiera che separa l’Ordine (chi legge…) dal Disordine (chi non legge…), insomma l’Amico (l’Identico) dal Nemico (il Diverso). Ma all’interno di questo spazio siamo in grado di ‘fingere’ la diversità, per cui entriamo in competizione con gli Identici (Amici) sul ‘modo in cui si fa ‘ quella cosa.

Naturalmente ciascuno è figlio dello spazio sociale di cui fa parte, ciascuno costruisce il suo Immaginario dentro il Codice Simbolico di questo spazio sociale e ciascuno sperimenta i suoi Traumi (le sconfessioni dell’ordine simbolico di base) all’interno del suo specifico percorso storico.

Solo che ciascuno poi, presume di avere la Verità: e nascono contrasti, a volte seguiti da dialettiche argomentazioni, a volte semplicemente da rotture, da ulteriori categorizzazioni di Identità e Inimicizie.  Così le Scuole, le Teorie…

insomma, una volta certa la sopravvivenza, c’è campo per il Prevalere…

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A questo punto possiamo riprendere la domanda fatta all’inizio, con la possibilità di traguardarla sullo sfondo di quanto finora si è affermato: chi compra allora, perché compra?

Come si è già lasciato trapelare, si compra per avere Quiete: ovvero per  riconoscere un Ordine Universale (fuori del tempo e dello spazio) che dia una quiete che il flusso del divenire contingente (le nostre esistenze private e pubbliche) nega: ma questa quiete può essere riconosciuta nella rappresentazione di un Ordine Sacro o di un Ordine Umano, di una Armonia che ci estrania dal contingente in modo diretto o di una Armonia che viene conquistata attraverso il Divenire delle singole esperienze, attraverso il forte sentire delle passioni.

Insomma chi preferisce le opere ‘classiche’, chi quelle ‘realistiche’: l’idillio o il sublime.

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Il dibattito tra queste tendenze in genere oscura quel che hanno in comune: ovvero il fatto che entrambi danno per scontato che esista un Ordine ontologico del reale di cui le arti sono una rappresentazione ‘fedele’. Insomma si vuole sottovalutare che per entrambi esiste il Mondo, proprio nella sua etimologia, come struttura ordinata invisibile che l’arte e la scienza in qualche modo rendono visibile, l’una attraverso il filtro del linguaggio simbolico (sensi) l’altro attraverso la semplificazione del Logos.

Ma dal Novecento emerge, sia in ambito artistico che in ambito scientifico, una percezione del reale come Non Tutto in opposizione all’idea del reale come un Tutto senza residui. La cultura critica della contemporaneità attraverso messa in crisi dei cosiddetti Fondamenti rende sempre più evidente come l’Ordine di qualsiasi tipo che proviene dalla tradizione (medievale o moderna) nasce dalla separazione di elementi d’ordine da quelli di disordine, e soprattutto dal totale disinteresse verso questo ‘abietto’, questo materiale di scarto.

Se la visione religiosa riesce a inserire nel Tutto quello che è Non Tutto (l’abietto) categorizzandolo come Male (Brutto ecc.) oggi si torna a sottolineare che è proprio la ‘neutralità’ di questo materiale a provocare il problema di senso.

I progetti moderni hanno fatto cilecca e la stessa banalizzazione positivistica (che sta all’origine de riduzionismo ideologico e dello specialismo pragmatico dei nostri giorni), constatando i propri fallimenti, invoca transdisciplinarità, interdisciplinarità, aperture senza accettare che gli scarti non possono essere oggetto di trattamento entro questa prospettiva di riduzione del complesso a banale.

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Allora le arti si danno il compito, molto prima delle scienze, di rappresentare l’abietto[1] e gli artisti aspirano, con la produzione e circolazione delle loro opere, a ottenere dal fruitore non un ‘riconoscimento’ (un adeguamento del proprio punto di vista a quello del produttore), ma un intervento di rielaborazione, di completamento ermeneutico: l’opera d’arte non vuole dare (presunte ) verità, ma spostare il fruitore dal pesante automatismo della quiete, a incrinare la ripetizione della cornice solita, a portarlo fuori dal consueto quadro di riferimento. Insomma l’arte ultima vuole far pensare il suo fruitore e non consolarlo: vuole creare choc cognitivi e non estasi di passioni più o meno quiete.

Emerge allora un’altra figura  di fruitore: cerca non l’agevolezza della fuga dal divenire in Mondi Chiusi (entro cui le ‘certezze’ consentano risparmi immensi di energie per ‘sopravvivere’ all’angoscia dell’esistere), ma afferma il suo sopravvivere e il suo prevalere proprio nel rifiutare quella quiete e nell’immergersi nella quest, nella ricerca di senso , accompagnando in qualche modo il movimento

[1]La prima a usare il termine in ambito estetico è stata Juilia Kristeva che ha così allargato il tema filosofico della relazione Tutto/Non Tutto alle arti. L’etimologia della parola ci mostra che la parola è derivata da un participio passato del verbo latino abicere: ab + icere, ovvero buttar via. Abietto allora, nella sua forma neutra, vuol significare ‘cosa che è stata gettata via’: appunto quel che si decide di eliminare come insignificante ovvero come ostacolo, pericolo. Nel linguaggio comune abbiamo parole come ‘resti’, ‘immondizie’, ma soprattutto ‘rifiuti’ che stanno a indicare appunto che ogni nostra forma di pulizia è possibile solo se diamo forma a quacosa che non ce l’ha: e la forma che l’uomo percepisce nella sua mente lo porta a procedere secondo la direzione topo – down, ovvero ad applicare al fluire delle cose uno schema che comporta la selezione tra quelle cose, fino ad eliminarle in gran parte in vista del risultato pensato. Rifiuti appunto sono gli scarti di questo processo: dai trucioli del legno piallato alle scorie di cucina, dalle prigioni ai ghetti e ai lager. L’arte classica mirando alla purezza consta proprio di questo processo di eliminazione e nascondimento: quella moderna li considera e li rielabora fino a farli ridiventare componenti del quadro di ‘pulizia’ costruito; quella contemporanea invece la mette in primo piano.

 

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