FONDAMENTI NEOLIBERISTI di ADAM VACCARO


Fondamenti neoliberisti e possibilità non contemplate

Leggendo il libro di Marco Bersani

Dacci oggi il nostro debito quotidiano – strategie dell’impoverimento di massa

 

Adam Vaccaro

il saggio è già stato pubblicato sul n. 112 de “Il Segnale”, Percorsi di ricerca letteraria, rivista letteraria storica.

 

Al di là della sinistra socialdemocratica (PD e collaterali), completamente affondata negli ultimi tre decenni nel mare della ideologia e della prassi neoliberiste, anche le posizioni degli altri frammenti della sinistra storica, rimangono fallimentari e inefficaci sui vari piani: politico, sociale e culturale. La ragione sta nella carenza di analisi dei fondamenti neoliberisti, che non possono essere affrontati solo con gli impianti critici del secolo scorso, o con pappe del cuore buoniste, o con inflessibilità critica focalizzata sulle forme politiche nazionalpopuliste, nate per reazione ai crimini sociali del modello dominante. Finché il focus della propria critica – per quanto riguarda l’Italia – rimane accovacciato su limiti (indubbi) dei 5S o su posizioni (inaccettabili) della Lega, si continua a oscillare sulla coda di una bestia che ci sta massacrando. E che persegue senza adeguate opposizioni il progetto di distruzione sociale, economica e politica, utilizzando immigrazioni, nuove tecnologie e debito pubblico, per crescenti impoverimenti sociali e per l’azzeramento di quelle conquiste di civiltà che sono state ottenute nei decenni successivi all’ultimo dopoguerra.

Conquiste – è bene ricordarlo – non regalate dal cielo, ma ottenute grazie a contributi di lotte e di sangue di movimenti politico-sindacali di una fase di capitalismo che, pur avendo sempre al centro il profitto, aveva  preminente il settore produttivo e una territorialità nazionale. Con un orizzonte mondialista, anche l’analisi marxiana andrebbe adeguata, rispetto a una fase in cui la reazione alla caduta storica tendenziale del saggio di profitto, ha fatto diventare via via dominante la componente finanziaria su quella della produzione. Non è la fine della Storia – come qualcuno narrava – ma è certo tutta un’altra storia. Entro la quale solo una sinistra a misura di tale Nuova Storia, potrebbe sperare di riaprire alternative umane. In caso contrario oscilleremo tra barbarie, inferni perseguiti dal capitalismo globalizzato, e confuse reazioni popolari e nazionali, che rischiano di diventare solo appigli per ulteriori strette delle spire del neoliberismo incarnato dalle oligarchie dominanti a livello mondiale. Le quali, benché divise e contrapposte (tra aree e nazioni), sono unite nell’obiettivo comune di tenerci sempre più liberamente intrappolati e chiusi ad ogni altra prospettiva futura, economica e culturale.

 

Se queste notazioni hanno riscontri nella realtà sociale in atto, libri come quelli di Marco Bersani, in particolare l’ultimo “Dacci oggi il nostro debito quotidiano”, DeriveApprodi, Roma 2018, ci offrono ossigeno per aperture possibili. È un libro prezioso, un piccolo forziere di dati a supporto delle analisi sostenute, oltre che da un sintetico escursus storico, che risale nei millenni, al fine di sostanziare la critica serrata ai dettati del contesto economico-politico attuale. Risalire nel tempo può essere illuminante per una ricostruzione di senso nel caos in cui spesso ci sentiamo immersi: “Non a caso, la prima parola che ci è stata tramandata con il significato di ‘liberta’ è il termine sumerico amargi, che significa ‘libertà dai debiti’, ma anche “ritorno alla madre, ovvero il rientro a casa”.

Il libro analizza due dei pilastri consustanziali su cui poggia la cattedrale dei poteri neoliberisti: Impoverimento e Debito. Pilastri che, insieme ad altri di cui diremo (soprattutto, criminalità organizzata e droghe), assumono forme molteplici di intrecci tra loro, effetti e cause al tempo stesso della struttura sociale scientificamente programmata e voluta dal neoliberismo trionfante, a partire dagli anni ‘70-80 del secolo scorso. L’impoverimento del lavoro – compresi i ceti medi – è stato preordinato come effetto ineluttabile di una serie di riforme economico-finanziarie, monetarie, strutturali e fondate sulle privatizzazioni, che hanno favorito il trasferimento e la concentrazione di gigantesche ricchezze in una ristrettissima cerchia di detentori del capitale sociale. In Italia, il deflusso dal patrimonio pubblico al capitale privato è stato favorito da livelli di corruzione e famelicità delle classi dirigenti, politiche ed economiche, quali quelle messe in luce dall’inchiesta Mani pulite di Milano. Pratiche consociative della prima repubblica tra partiti e dirigenze, sia del settore pubblico che di quello privato. Il che faceva diventare grottesca la tesi della cessione ai privati per porre un freno alla lievitazione dei costi sociali derivanti dalla corruzione.

La cosiddetta seconda repubblica, nata dallo tsunami politico dei primi anni ’90, non ha toccato la radice del problema e ha proseguito – destra e sinistra unite – nella politica delle privatizzazioni, coinvolgendo tutti i settori, dalle banche (compresa la Banca d’Italia) alle industrie ai servizi, anche quelli relativi a beni comuni e bisogni primari, come l’acqua, nonostante un referendum popolare l’avesse negato. Se l’intera vita delle persone diventa oggetto di mercato e speculazioni nazionali e internazionali, che hanno l’obiettivo del profitto, quale può essere l’effetto nella distribuzione della ricchezza? Un effetto che coinvolge costo del lavoro e Stato Sociale, su cui hanno agito altri due strumenti: l’aumento dell’esercito di riserva, con immigrazioni (in Italia) senza seri controlli e fonte di altre illegalità e corruzioni: la creazione di una Unione Europea, basata su indici economici capestro, di una politica di austerità, regressiva e oligarchica.

Se poi si considera che in questa fase c’era a destra quella sorta di Arca di Noè costruita nel 1992 da Berlusconi, la cui nascita, come è ampiamente provato anche dalla magistratura, ha avuto connessioni con la criminalità organizzata (oltre che con gli interessi privati del suo fondatore), il processo non poteva che andare ben oltre il tipico cambiare tutto per non cambiare nulla. Un oltre, consegnato alla storia da sentenze, di cui l’ultima è della Corte di Assise e oggetto del libro di Marco Travaglio e Marco Lillo, Padrini fondatori: una classe dirigente prona a ogni potere dominante, compreso quello mafioso, che con l’ignobile trattativa Stato-Mafia, seppure negata, ha piegato lo Stato alle minacce della criminalità.

In Italia abbiamo avuto e abbiamo, ahimè, con responsabilità di tutti noi, una classe dirigente che ha accentuato i risultati attesi dalla ideologia neoliberista, perché (con poche eccezioni) corrotta non solo in termini economici. Se le hanno fatto accettare trattati che hanno cambiato e tradito la nostra Costituzione, con massimi esponenti delle Istituzioni che sono nel contempo nella direzione di organismi economico-finanziari internazionli, per i quali democrazia e sovranità nazionali sono dichiarate, in documenti ufficiali, un intralcio. È la ragione per cui l’Italia è un anello debole nell’attuale contesto europeo, con pressioni e attacchi politico-economici ai suoi assets produttivi, subite con nostre connivenze e incapacità di frenare una oligarchia finanziaria parassitaria, priva di meriti e legittimazione sociali. Un esempio su tutti, i Benetton, beneficiati da miliardi da concessioni autostradali, lasciate senza controlli adeguati dallo Stato, fino alla recente tragedia del ponte di Genova.

 

È importante perciò risalire, come fa il libro di Bersani alle radici, occultate ai più, di tale processo, che intreccia, debito pubblico, privatizzazioni e impoverimenti crescenti della maggioranza. Le tre gambe su cui si regge l’ideologia neoliberista.

“il 12 febbraio 1981, l’allora Ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta, scrive al Governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, proponendo l’indipendenza della Banca d’Italia, ovvero il cosiddetto divorzio fra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro. La risposta è positiva e – senza alcun passaggio istituzionale – inizia il nuovo corso”. In tal modo “lo Stato italiano, per il finanziamento delle proprie attività, si è messo nelle mani della finanza privata e della speculazione finanziaria”. E sono i “numeri a fare tabula rasa delle narrazioni ideologiche: infatti, dal 1980 al 2007 lo Stato italiano ha contratto 1.335,54 miliardi di debito, sui quali ha pagato 1.740, 24 miliardi di interessi”. Facendo “un paragone tra il periodo 1960-1980 e il periodo 1981-2007”, se “nel primo lo Stato pagava tassi d’interesse al di sotto dell’inflazione, nel secondo ha mediamente pagato tassi d’interesse superiori del 4,2% al tasso d’inflazione.”

Questo “significa che i cittadini italiani hanno versato allo Stato 700 miliardi in più di quello che hanno ricevuto”, da uno Stato reso dipendente da speculazioni private. Poi “Con la crisi del 2008, la truffa del debito pubblico viene trasformata in una vera e propria trappola”. La crisi diventa l’affare con cui vengono socializzate le perdite: “il salvataggio pubblico delle banche private europee ha visto, nel periodo 2008-2011 caricare sui bilanci degli Stati almeno 2000 miliardi di euro”, “chiave di volta per…politiche di austerità, precarizzazione del lavoro” e drastiche riduzioni di Stato sociale. Un’azione da Robin Hood a rovescio che il miliardario americano Warren Buffett, terzo tra i più ricchi al mondo, commenta: “La lotta di classe esiste, e negli ultimi venti anni la mia classe l’ha vinta”. Buffet lo dice denunciando con rara preoccupazione (per la sua classe) i drammi sociali prodotti, fino ad auspicare “aumenti di tasse ai ricchi”. Un appello, forse inutile, ma valido sia in America che in Europa.

Come trovare uscite da una trappola spietata (pensata da padri incoronati da Nobel al servizio di elite economiche), ferrea e insieme invisibile se declinata come verità assoluta, più che ideologica, teologica? Come immaginare possibilità non contemplabili, quasi un tabù indiscutibile, nello stato di cose in atto?

Eppure la storia insegna che quando i bisogni primari scoppiano nelle mani dei poteri, possono aprirsi   possibilità (per ora) non contemplabili. La storia lo mostra: ogni regime, per quanto totalizzante e soffocante, può implodere, cadere, finire. Ma, dice con lucidità e realismo Marco Bersani nel suo libro, senza “la costruzione di un’ampia mobilitazione di massa”, la possibilità di uscire dalla “crisi…sistemica” di una struttura sociale fondata sull’impoverimento e sul debito crescenti della maggioranza, implica una coscienza che oggi non c’è, o c’è poco, visto che “incidere direttamente sul debito non può che significare una drastica inversione di rotta e l’uscita – sic et simpliciter – dal capitalismo.”

Per ora, mille trombe mediatiche ne decantano ineluttabilità e bellezza, o dipingono rischi di precipizi sensi di colpa rispetto al macigno del debito. Guai a voi che avete vissuto al di sopra delle vostre risorse! Menzogna che le cifre smascherano, mostrando che l’economia del debito è “il frutto di precise scelte politico-economiche”. Ne deriva che anche “il pagamento del debito non può essere considerato un orizzonte ineluttabile”. Sia perché tale debito – dati alla mano – è stato ripagato già più volte dagli interessi versati, sia perché nella storia sono molte le “situazioni in cui si è proceduto all’annullamento del debito”. E infine perché “esiste ormai una copiosa giurisprudenza internazionale, cui la volontà politica può fare riferimento”.

In ogni caso, su queste possibilità, Bersani elenca anche alcuni strumenti giuridici, quali “l’articolo 103 della Carta dell’Onu”, imperativo per tutti gli Stati aderenti e “che così recita: ‘In caso di contrasto tra gli obblighi contratti dai Membri delle Nazioni Unite con il presente Statuto e gli obblighi da essi assunti in base a qualsiasi altro accordo internazionale prevarranno gli obblighi derivanti dal presente Statuto’.” Obblighi tra i quali ci sono quelli degli “articoli 55 e 56 ‘l’elevazione dei livelli di vita, il pieno impiego e condizioni di progresso e di sviluppo dell’ordine economico e sociale (…), il rispetto …dei diritti dell’uomo…per tutti senza distinzione’”. Bersani aggiunge poi la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, del 1948, e la Convenzione di Vienna, 1969. Ma possiamo citare, non ultima, la Costituzione italiana.

Si dirà che queste ed altre dichiarazioni di principio restano belle parole sulla carta, e che, insomma, il potere reale è altro. Tuttavia, una battaglia politica può utilizzarli, denunciando come tutti i documenti prodotti dall’operatività finanziaria globalizzata, e gli stessi trattati dell’attuale EU, siano in totale contrasto con tali principii. Per ora nascono solo iniziative spontanee, come quelle dei gilet gialli in Francia. Lasciati peraltro soli dagli altri popoli europei, sebbene vessati in modi analoghi. Ma carattere e pregio del libro è il rifiuto di una rassegnazione inerte, rispetto “una battaglia politica e sociale” e “un’inversione di rotta”.

Su tali speranze, viene citato sia il Forum per una nuova finanza pubblica e sociale (2012), rete di comitati, associazioni e forze politico-sindacali, sia la nascita del Cadtm Italia (2017), Comitato per l’abolizione dei debiti illegittimi, affiliata al Cadtm internazionale (anni’90), sia “L’organizzazione di un Centro Studi” finalizzato a “una contro-narrazione sul debito pubblico” per “una alfabetizzazione sociale” e per “l’audit sul debito pubblico” – ovvero indagine autonoma sul debito, locale o statale.

Sono segni di “conflittualità, disperse ma tutt’altro che sopite” contro una “guerra” e “un gigantesco percorso di espropriazione e di privatizzazione” di “beni e patrimoni delle comunità territoriali” da parte di banche, istituti finanziari e della tenaglia del Patto di stabilità dell’Unione Europea. Comuni ed Enti territoriali sono spinti a ridurre servizi, aumentare le tasse, o a indebitarsi (magari con derivati tossici), infine a (s)vendere propri beni o assets di vario tipo. In tale contesto, gli Enti locali possono essere l’ultimo anello del processo di privatizzazione della nostra vita?, o il primo livello di esercizio della democrazia? L’audit sul debito comunale può essere il terreno concreto di un’azione di resistenza democratica.

Tutti i meccanismi finanziari messi in atto, a livello globale o europeo, non hanno solo l’obiettivo dell’impoverimento economico che vediamo, ma anche quello – grazie all’esercito mediatico omologato (con qualche eccezione) allo storytelling neoliberista – di rendere passivi e inerti i sudditi. Un obiettivo che in Italia pare raggiunto, finché il corpo sociale rimane sostanzialmente catatonico.

Per ora, “moderazione salariale…precarizzazione del lavoro…accondiscendenza di fatto sull’elusione e l’evasione fiscale”, insieme alla “libera circolazione di capitali,…all’impossibilità di tassarli, oltre a essere tra le “cause di tutti i processi di deindustrializzazione”, sono tra le molle di “sviluppo dei paradisi fiscali” e de “l’espansione dell’economia criminale e mafiosa”. Sono i dati della realtà a dirlo: altri due pilastri consustanziali dell’assetto mondiale neoliberista sono economia criminale e mercato delle droghe.

Dunque, impoverimenti di massa, politica di incremento del debito (pubblico e privato), mafie, droghe e dipendenze di vario tipo (giochi, TV, protesi tecnologiche, deliri social e schizofrenie da shopping) sono inscindibili e necessari a incubi e controcanti delle trionfanti magnifiche sorti e progressive, che stanno depredando l’umanità e la natura. Per ora ci sono solo “Embrioni di un futuro possibile”, tra “I cambiamenti climatici in corso, la drammatica diseguaglianza sociale a livello planetario, le guerre e…le migrazioni di massa”, fatti già sufficienti a dire che “il modello capitalistico va abbandonato”.

È certo un nodo storico difficilissimo, che però chiede a chi vuole rimanere umano “la costruzione di un altro modello economico”, per la sopravvivenza stessa dell’umanità in un rinnovato equilibrio ecologico. E per quanto possa apparire visionaria, questa, qui e ora, è una utopia concreta che il libro di Marco Bersani ripropone alla riflessione della nostra intelligenza e coscienza.

Novembre 2018

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ADAM SMITH

Adam Vaccaro

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