Archivio mensile:Mag 2019

VALENTINA D’AMARO ALLA GALLERIA UNOSUNOVE DI ROMA


Nel mio libro di filosofia dell’arte “Sensibili alle forme. Che cos’è l’arte” (Mimesis) sono presenti 61 artisti con le loro opere; tra di loro c’è Valentina D’Amaro, la cui mostra “Viridis” (opere dal 2015 al 2019) è stata inaugurata a Roma il 25 maggio presso la galleria unosunove in Via degli Specchi (dove si terrà fino a metà settembre).

Valentina appare come una creatura che sembra non voler occupare spezio, tanto è attenta al rispetto dell’equilibrio di pieni e vuoti che è stabilito attorno a lei, ben consapevole di costituire ella stessa un vortice avvolgente l’invisibile, ordunque un impegno dell’essere in un punctum formale, immagine e continuità della forma a lei trasmessa e di cui reca, nell’impronta, il compromesso di una situazione preesistente, di una dimensione che ella stessa interpreta e anzi volge a definire all’interno di una prospettiva molto più ambiziosa; Valentina sa di essere la persistenza pervicace e delicata di una sensibilità divenuta superficie vibratile rappresasi in una forma –miracolo e utopia, nel  partecipare alla creazione del dar corpo.

Sfuggente e minuto, il pittore si impone di concentrare a riassumere in sé la forza primigenia dell’energia, ovvero dell’elemento che libera la materia in una piena espressione dinamica. L’espressione intensa e profonda, che secondo l’Artista assume le sembianze dell’assoluto, è la viridità, il flusso che Valentina traghetta verso l’approdo d’una sublimazione, del colore che si fa essenza della verità contenuta nel paesaggio – il paesaggio è uno dei temi più cari della storia della pittura, divenuto mitografia dell’esistenza visibile e incarnata dell’arte stessa. Guardare il paesaggio è compiere un passo ulteriore, per Valentina è scegliere di abitare una sospensione (che forse è quella dell’orizzonte ultimo dello sguardo), di rivelare una possibile transustanziazione del fare poetico.

Chi è Valentina? Valentina è una disposizione dello sguardo, una forma della sensibilità artistica che sceglie di sospendere l’abisso del paesaggio in una verità possibile e attua(bi)le, quella del verde, della viridità, ovvero del dimorare in una superficie e poi del sostanziarsi del verde in un assoluto, trasformando il paesaggio in sostanza, nell’assoluto rivelarsi della creazione o della creatività.

L’Essere viridità è creare la spiritualità, è cercare di accedere a un’isola di accensioni piroclastiche, è un’avventura della purificazione mediante il fuoco.

Come abitare tutto ciò? Valentina raggiunge il suo scopo passando attraverso il suo corpo, la concentrazione, la meditazione, il pensiero formante. È il pensiero formante una forza che plasma senza alcuna mediazione e senza pregiudizievoli sguardi, è una osservazione interiore, dell’occhio invisibile, del terzo occhio che compone l’impossibile visione e rimodella ristabilisce, guarisce e ricompone la tragica devastazione compiuta dall’uomo del paesaggio mediante una terapia viridiana, adamantina. Si tratta di un’operazione chiaramente mistica, la forza espressa da un corpo minuto che da solo riesce a sospendere lo spazio e il tempo creando meraviglia e presentificando la brillantezza della vegetazione. Verde D’Amaro è il verde brillante di Stefano Mancuso tradotto nell’atto salvifico della pittura, atto creativo che assume la perentorietà di un gesto assoluto. Quale forza esprime questa donna!, da far gridare al miracolo, all’ennesima meraviglia che solo un vero artista può provocare: davanti a una tela di Valentina D’Amaro riscopriamo le velature dei verdi che si sono sedimentati nel tempo, l’uno sopra l’altro, di stelo in tronco in radice ed infine in cornice, velature che riferiscono di un’onda verde e oceanica che si compie davanti al nostro sguardo, schiudendone la capacità di destarsi, perché per troppo tempo esso è stato distratto e ansiogeno. Potrà riposare il nostro sguardo soltanto dopo aver riscoperto la visibilità innocente e brillante del verde, la viridità del pianeta. Salvi e pacificati tutti noi potremo di nuovo rinascere come piante. Forse Valentina desidera ottenere proprio questo risultato, riuscire a incantarci, a sospenderci nella serenità dell’opera del verde.

(Massimo Pamio)

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LE LETTERE D’AMORE DI ABELARDO ED ELOISA – LETTURA DI TONITA DI NISIO


Abelardo ed Eloisa – Tonita Di Nisio ©

La riproduzione anche parziale del testo se non autorizzata sarà perseguita a norma di legge – per chiedere autorizzazioni: noubs@noubs.it

Da tempo il “Museo della Lettera d’Amore”attendeva la riflessione su uno dei più noti carteggi d’amore di tutti i tempi: le lettere di Abelardo ed Eloisa stilate nel XII secolo. L’epistolario è stato letto attraverso i secoli come un romanzo d’amore, tanto che Stendhal vi leggeva il prototipo dell’amore-passione. Petrarca lo definì (il manoscritto era stato trovato a Verona) l’opera più bella che avesse mai letto.{Il manoscritto Parigino Latino 2943 è costellato di note di mano di Petrarca}. Lo storico Duby stigmatizza la “coesione d’insieme” che modula l’epistolario secondo i modi di un romanzo.
Proprio per questo carattere romanzesco il corpus epistolare ha fatto sorgere un problema che molto rapidamente voglio segnalare: il problema dell’autenticità. Il Medioevo e i secoli seguenti non nutrirono dubbi sulla realtà degli eventi narrati nell’epistolario e sulle personalità dei due amanti, eventi sui quali le testimonianze storiche sono concordi.

1.Nei primi decenni del Novecento, alcuni studiosi (Orelli e Schmeidler) hanno sollevato dubbi circa l’autenticità, basandosi sostanzialmente soprattutto sull’analisi del personaggio di Eloisa, appassionata e sensuale tanto, che sembra tradire l’idea di un Medioevo austero, ascetico, che mortifica la carne e i sensi. In poche parole, per questi studiosi l’immagine preconcetta del Medioevo, una interpretazione ideologica, compromette il giudizio equidistante sui documenti e sulla critica.
2.Inoltre nel carteggio sono confluiti testi di personaggi autorevoli come Bernardo da Clairvaux, Pietro il Venerabile e Roscellino, oltre che bolle vescovili e papali, oltre che la Confessio fidei di Abelardo ad Eloisa, testi che si intrecciano e si rimandano l’un l’altro e sulla cui veridicità nessuno oserebbe eccepire.
3.Un diverso attacco è stato mosso negli anni ’70 (Benton): lo scandaloso epistolario sarebbe stato costruito per un motivo politico-religioso da monaci del Paracleto, divenuto nel tempo monastero “doppio”, cioè maschile e femminile, per denunciarne l’immoralità in modo da tornare alla regola originaria. Questa tesi ha spinto Benton ad ipotizzare l’esistenza di testi mancanti e la presenza di molti falsari, che in modo diretto e indiretto avrebbero partecipato alla costruzione di questo falso colossale. La tesi è caduta da sé perché contraddittoria, complessa ed irrealistica. Eppure questa tesi, a cui non credo nemmeno io sulla scorta di tanti autorevoli pareri, ha avuto un merito: quello di riaccendere l’interesse di studi filologici sul testo in ordine alla retorica, al lessico, alla tematica filosofica e quello di dimostrare la sostanziale unità stilistica dei testi. Tante analisi non hanno fatto altro che confermare l’unità del carteggio e, di conseguenza la sua autenticità. “Oggi gli studiosi sono convinti che esso sia effettivamente opera dei due protagonisti. Chi, se non loro, avrebbe potuto scrivere cose così belle, e così vere?” (Laura Cioni su Antoine Audouard, Addio, mia unica, Guanda, 2001) Per questo mi appello all’autorevole parere di Pietro Zerbi , medievista studioso di tutta l’opera di Abelardo : “Sarà lecito chiedersi se quella perfetta unità stilistica non esiga come presuppo¬sto l’unità di un dramma profondo e concretamente vis¬suto. Ma da chi mai se non da Abelardo e Eloisa, gli uni¬ci nel Medioevo in grado di dire quelle cose e in quel mo¬do? …”
Un secondo dato su cui vale la pena di riflettere è che nel carteggio, a partire dalla Historia calamitatum mearum, Storia delle mie sventure, si legge un percorso di tipo Continua a leggere

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