LE LETTERE D’AMORE DI ABELARDO ED ELOISA – LETTURA DI TONITA DI NISIO


Abelardo ed Eloisa – Tonita Di Nisio ©

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Da tempo il “Museo della Lettera d’Amore”attendeva la riflessione su uno dei più noti carteggi d’amore di tutti i tempi: le lettere di Abelardo ed Eloisa stilate nel XII secolo. L’epistolario è stato letto attraverso i secoli come un romanzo d’amore, tanto che Stendhal vi leggeva il prototipo dell’amore-passione. Petrarca lo definì (il manoscritto era stato trovato a Verona) l’opera più bella che avesse mai letto.{Il manoscritto Parigino Latino 2943 è costellato di note di mano di Petrarca}. Lo storico Duby stigmatizza la “coesione d’insieme” che modula l’epistolario secondo i modi di un romanzo.
Proprio per questo carattere romanzesco il corpus epistolare ha fatto sorgere un problema che molto rapidamente voglio segnalare: il problema dell’autenticità. Il Medioevo e i secoli seguenti non nutrirono dubbi sulla realtà degli eventi narrati nell’epistolario e sulle personalità dei due amanti, eventi sui quali le testimonianze storiche sono concordi.

1.Nei primi decenni del Novecento, alcuni studiosi (Orelli e Schmeidler) hanno sollevato dubbi circa l’autenticità, basandosi sostanzialmente soprattutto sull’analisi del personaggio di Eloisa, appassionata e sensuale tanto, che sembra tradire l’idea di un Medioevo austero, ascetico, che mortifica la carne e i sensi. In poche parole, per questi studiosi l’immagine preconcetta del Medioevo, una interpretazione ideologica, compromette il giudizio equidistante sui documenti e sulla critica.
2.Inoltre nel carteggio sono confluiti testi di personaggi autorevoli come Bernardo da Clairvaux, Pietro il Venerabile e Roscellino, oltre che bolle vescovili e papali, oltre che la Confessio fidei di Abelardo ad Eloisa, testi che si intrecciano e si rimandano l’un l’altro e sulla cui veridicità nessuno oserebbe eccepire.
3.Un diverso attacco è stato mosso negli anni ’70 (Benton): lo scandaloso epistolario sarebbe stato costruito per un motivo politico-religioso da monaci del Paracleto, divenuto nel tempo monastero “doppio”, cioè maschile e femminile, per denunciarne l’immoralità in modo da tornare alla regola originaria. Questa tesi ha spinto Benton ad ipotizzare l’esistenza di testi mancanti e la presenza di molti falsari, che in modo diretto e indiretto avrebbero partecipato alla costruzione di questo falso colossale. La tesi è caduta da sé perché contraddittoria, complessa ed irrealistica. Eppure questa tesi, a cui non credo nemmeno io sulla scorta di tanti autorevoli pareri, ha avuto un merito: quello di riaccendere l’interesse di studi filologici sul testo in ordine alla retorica, al lessico, alla tematica filosofica e quello di dimostrare la sostanziale unità stilistica dei testi. Tante analisi non hanno fatto altro che confermare l’unità del carteggio e, di conseguenza la sua autenticità. “Oggi gli studiosi sono convinti che esso sia effettivamente opera dei due protagonisti. Chi, se non loro, avrebbe potuto scrivere cose così belle, e così vere?” (Laura Cioni su Antoine Audouard, Addio, mia unica, Guanda, 2001) Per questo mi appello all’autorevole parere di Pietro Zerbi , medievista studioso di tutta l’opera di Abelardo : “Sarà lecito chiedersi se quella perfetta unità stilistica non esiga come presuppo¬sto l’unità di un dramma profondo e concretamente vis¬suto. Ma da chi mai se non da Abelardo e Eloisa, gli uni¬ci nel Medioevo in grado di dire quelle cose e in quel mo¬do? …”
Un secondo dato su cui vale la pena di riflettere è che nel carteggio, a partire dalla Historia calamitatum mearum, Storia delle mie sventure, si legge un percorso di tipo filosofico. Dunque abbiamo davanti un epistolario d’amore e di filosofia (tornerò su questo.)(Ma non è in questa chiave che ne parlerò stasera).
La vicenda d’amore si estrapola facilmente dal racconto dei protagonisti. Pietro Abelardo, bretone di nascita, (1079-1142) è considerato tutt’oggi uno dei più importanti teologi della storia della Chiesa. Sebbene oggetto di scomunica, le sue teorie sulla “Disputa degli universali” furono fonte di ispirazione, tra gli altri, di Alberto Magno e Tommaso d’Aquino. Il metodo di Pietro Abelardo si fondò coraggiosamente su queste parole: “E’ ponendoci domande che impariamo la verità”. L’affermazione scatenò le ire della Chiesa, assurgendo a critica ragionata della dottrina cristiana.
Una puntualizzazione > [ La “Disputa degli universali” fu la più importante disquisizione filosofico-teologica Medioevale. Il rapporto tra voces e res, tra linguaggio e realtà, al centro degli studi grammaticali e della dialettica, costituisce l’elemento essenziale della questione degli universali; un problema che riguarda la determinazione del rapporto tra idee o categorie mentali, espresse con termini linguistici, e le realtà extramentali: in ultima analisi, il problema della relazione tra le Voces e le Res, tra le parole e le cose, tra il pensiero e ciò che esiste.]

Paradossalmente, però, la storia d’amore, che lo legò ad Eloisa, forse, diede ad Abelardo più fama delle sue opere. È una storia che rimane comunque misteriosa: ragione non ultima del suo fascino.

Primogenito di tre fratelli, (1079-1142), Pietro Aberaldo, nato in Bretagna, fu presto attratto dalla dialettica e lasciò i diritti di primogenitura e la gloria delle armi ai fratelli. Nel suo gergo, però, rimase traccia dell’educazione al mestiere delle armi. II XII secolo è il periodo in cui prendono forma le prime Università: in molte città nacquero scuole, presso le cattedrali (scuole cattedrali) oppure libere, come quella che poi fondò Abelardo, nelle quali si insegnavano le arti del Trivio (grammatica, dialettica, retorica), filosofia e teologia. L’insegnamento si articolava in due momenti: quello della lectio, lettura e interpretazione del testo, e quello delle disputationes, dibattiti che richiamavano folle di ascoltatori tra studenti e maestri, tra studenti di diverse scuole e, infine, tra maestri famosi. Dopo aver peregrinato per scuole di varie città, dove ebbe contrasti con altri maestri, che egli attribuisce con sfrontatezza, direi, all’invidia, giunse a Parigi. Abelardo divenne una star, uno dei maestri più seguiti, e si guadagnò fama e prestigio fra gli universitari di tutta Francia (fra cui si contano futuri filosofi, re e Papi). Afferma che dovette moltiplicare le sue lezioni: la concorrenza non era solo sul piano della fama, poiché gli studenti pagavano le lezioni; da questi proventi gli derivò tanta ricchezza. Quest’ultima fu causa della sua corruzione: divenne superbo e in seguito lussurioso.
Pag. 63 Ma la ricchezza insuperbisce sempre gli stolti, le sicurezze terrene indeboliscono il vigore dell’animo, che si fa poi facilmente adescare dalle lusinghe dei sensi. Così quando mi ritenevo già il solo filosofo rimasto al mondo e non temevo più alcuna inquietudine, io, che fino ad allora avevo condotto una vita castissima, iniziai a rilasciare le briglie dei miei desideri. Quanto più progredivo nello studio della filosofia e negli insegnamenti teolo¬gici, tanto più mi allontanavo, con la mia vita impura, dai filosofi e dai teologi.. Avevo sempre avuto orrore delle impurità delle mere¬trici e l’assiduo impegno della scuola mi aveva impedito di incontrare e frequentare non solo le donne nobili ma anche quelle del popolo. Allora, la sorte avversa, blan¬dendomi, colse un’occasione più adatta per abbattermi con facilità giù dalle vette della mia altezza. O meglio, la pietà divina mi richiamò a sé, umiliandomi perché ero superbissimo e avevo dimenticato che tutte le qualità di cui mi vantavo non mi appartenevano, ma erano doni divini.
Dunque, all’apice della successo, intorno ai trentacinque anni, il superbo filosofo decise intenzionalmente di abbandonare la castità. Ma, molto consapevole di sé, o più esplicitamente, da vanitoso quale era, non si contentò di una donna qualunque su cui riversare le sue pulsioni amorose. Non attese certamente che Cupido scagliasse la sua freccia. Si potrebbe desumere dalle sue parole stesse che, con freddo calcolo, egli abbia messo in atto il piano per conquistare Eloisa, una fanciulla d’eccezione:
Viveva allora a Parigi una giovane di nome Eloisa, ni¬pote di un canonico, Fulberto. Poiché egli l’amava profondamente, cercava in ogni modo di farla progredire in tutti i campi delle lettere e della cultura. Se per aspetto non era tra le ultime, per la profonda conoscenza delle lettere era la prima; ella godeva di grande pregio perché è molto raro trovare in una donna una simile conoscenza delle discipline letterarie. Per questo il suo nome veniva ripetuto in tutta la Francia. Dopo aver valutato tutte queste cose, cose che seducono da sempre gli amanti, pensai al modo per legarla a me con un amore che mi portasse anche dei vantaggi e mi convinsi che avrei potuto farlo senza difficoltà. Io, d’altra parte, ero molto famoso ed ero tra i primi per gioventù e bellezza fisica, al punto da non temere un rifiuto da nessuna don¬na che avessi ritenuto degna del mio amore. Inoltre pensavo che questa giovane donna mi si sarebbe concessa con più facilità proprio perché conosceva e amava le discipline letterarie.
Chi è Eloisa? Una giovinetta, che si sa nata a Parigi nel 1095, da cui possiamo ricostruire che avesse all’epoca poco più di sedici anni, tra il 1116 o 1117, quando conobbe Pietro Abelardo. Quasi sicuramente orfana di padre, era per questo sotto la tutela dello zio materno, Fulberto, chierico della cattedrale di Notre-Dame come Abelardo; Fulberto l’aveva portata dal convento di Argenteuil nella sua casa, ove studiava. Ragazza prodigio, colta, conosceva perfettamente il latino, studiava il greco e l’ebraico (Persino Abelardo conosceva pochissimo il greco e per niente l’ebraico.); coltivava anche le arti liberali (grammatica, retorica, geometria ed astronomia). Si conoscono pochissime altre donne così colte all’epoca: una è Ermengarda, amica di Bernardo di Clarivaux; un’altra è Eleonora d’Aquitania. Ma si tratta di figure di minor spessore culturale, se poste a confronto con Eloisa. Si favoleggiava, in tutta la Francia, della rara bellezza e delle straordinarie doti di intelligenza e di cultura di questa fanciulla. Abelardo aveva allora 37 anni. Si innamorò, secondo me, prima di conoscerla, del mito che aleggiava intorno a lei, o forse è quello che Abelardo ci vuol far credere ricostruendo a posteriori la vicenda. E come la costruisce? Secondo i canoni dell’amor cortese, che, anche se sponsorizzato dalla Chiesa, era pur sempre basato sulla passione. Come Jaufré Rudel (1125 (?) – 1148) si sarebbe innamorato di Melisenda da Tripoli, senza vederla e solo per aver sentito parlare della sua avvenenza e della sua gentilezza, così il filosofo si sarebbe incuriosito di lei e poi avrebbe cominciato a desiderare l’amore di Eloisa. E ancora, quando la descrive, adotta la litote per aspetto non era tra le ultime, una espressione delle più famose della letteratura amorosa e cortese. Tra le maglie del discorso, comincia a trapelare qualcosa della personalità di Abelardo che ne tradisce la malizia e la scaltrezza:
Pensai al modo per legarla a me con un amore che mi portasse anche dei vantaggi e mi convinsi che avrei potuto farlo senza difficoltà. Io, d’altra parte, ero molto famoso ed ero tra i primi per gioventù e bellezza fisica.
Dunque, contava sull’effetto Pigmalione e si proponeva di profittare in qualche modo di questo legame. Per conquistare Eloisa, riuscì a convincere il canonico di Notre-Dame ad ospitarlo nella sua casa con la ragazza stessa, per poter istruire meglio e con più comodità sua nipote.
Fulberto facilitò la realizzazione dei miei desideri come non avrei mai osato sperare proprio incitandomi continuamente a svolgere il mio compito di maestro. Favorì la mia passio¬ne affidandomi completamente, come allieva,sua nipo¬te: mi chiese di farle lezione ogni volta che, tornato dalla scuola, fossi stato libero, sia di giorno che di notte. La sua ingenuità mi stupì molto, non mi sarei meravigliato di più se avessi visto affidare una tenera agnellina ad un lupo affamato. Mi consegnò Eloisa perché la istruissi, dandomi addirittura il permesso di costringerla a studia¬re con la forza. E con queste disposizioni mi diede la più completa libertà per realizzare i miei desideri. Anche se non l’avessi voluto, mi offrì la possibilità di piegarla più facilmente con minacce e percosse, se la dolcezza non si fosse mostrata sufficiente.
Quest’ultima precisazione turba un po’ la mia coscienza di insegnante, ma se la riferisco ai tempi, la posso contestualizzare e …transeat!
Ma quel che ferisce la mia e, suppongo, anche la vostra sensibilità è l’affermazione che segue:
Per non sollevare so¬spetti, a volte la percuotevo, ma ero spinto dall’amore, non dal furore, dall’affetto, non dall’ira, e queste percosse erano più soavi di qualsiasi balsamo.
Non voglio dire che Abelardo sia stato un sadico, ma mi viene il sospetto che abbia “abusato” del suo fascino di uomo adulto, di maestro, fino indurre nella giovinetta un effetto Pigmalione, definito oggi in psicoanalisi anche come effetto Rosenthal, in modo da creare in lei una soggezione psicologica, una sorta di dipendenza, che l’ha spinta ad adattarsi alle esigenze del partner, fino a subirne i verbera , come dice il testo in lingua ( E verber, -ĕris in latino significa: frusta, verga, bastone, colpo, staffilata, percossa. Se avesse voluto dire “buffetto, schiaffo” avrebbe detto ălăpa)!
Eppure Abelardo ci parla d’amore e poi di passione, vissuti secondo i modi dell’amor cortese: come un’esperienza ambivalente fondata sulla compresenza di desiderio erotico e tensione spirituale.
Cosa posso dire ancora? Prima ci ritrovammo uniti nella stessa casa, poi nell’animo. Col pretesto delle lezio¬ni ci abbandonammo completamente all’amore, lo studio delle lettere ci offriva quegli angoli segreti che la pas¬sione predilige. Aperti i libri, le parole si affannavano di più intorno ad argomenti d’amore che di studio, erano più numerosi i baci che le frasi; la mano correva più spesso al suo seno che ai libri. E ciò che si rifletteva nei nostri occhi era molto più spesso l’amore che non la pa¬gina scritta, oggetto della lezione…. Il nostro desiderio non trascurò nessun aspetto dell’amore, ogni volta che la nostra passione poté inventare qualcosa di insolito, subito lo provammo; e quanto più eravamo inesperti in questi piaceri, tanto più ardentemente ora ci dedicavamo ad essi e non ci stancavamo mai. Invaso completamente da questa passione, avevo sempre meno tempo libero per dedicarmi alla filosofia e ai compiti scolastici. Mi divenne quasi insopportabile recarmi a scuola o restarvi e mi divenne anche faticoso, perché di notte mi dedicavo alle veglie d’amore e durante giorno allo studio. Le mie lezioni allora si fecero poco accurate e fredde. Non facevo altro che ripetere ciò che avevo pensato precedentemente e se inventavo qualcosa di nuovo, erano poesie d’amore, non questioni filosofiche. Ancora oggi molte di queste canzoni, come anche tu sai, sono conosciute e cantate in diverse regioni soprattutto dagli amanti che vi¬vono una vita simile alla nostra di allora. …
Senza mettere in pratica nessuno degli accorgimenti che l’amante cortese usava per nascondere i suoi amori e l’identità della dama, si amavano di fronte alla città, senza discretio, anzi con spavalderia: Abelardo spontaneamente e imprudentemente dichiarava nei canti il suo amore per la giovanissima allieva.
A quel punto le cose erano così evidenti che solo poche persone potevano essere ancora ingannate. Credo, una soltanto: lo zio di Eloisa, colui che più di ogni altro era colpito dalla vergogna. Quanto fu grande il dolore dello zio quando seppe queste cose! Quanto fui confuso dalla vergogna!..
Ma sentiamo come la bella e affascinante Eloisa ricorda quei giorni nella risposta “Al suo signore, o meglio al padre: al suo sposo, o meglio al fratello, la sua serva, o meglio la figlia; la sua sposa, o meglio la sorella – ad Abelardo, Eloisa”. Sorprende che mai, mai, la sua voce suoni artificiosa, o peggio, leziosa, anche se adotta nella scrittura la retorica classica e medioevale. Con slancio, con soave e candida sfrontatezza rappresenta la sua passione: é addolorata, ma categorica nel sostenere le sue ragioni. È una ribelle nei confronti della morale comune. È lucida nel proclamare la verità dei suoi sentimenti di quindici anni prima, che è la verità anche del presente; li confessa sino in fondo, senza nessun falso pudore per la vergogna che ancora potrebbe colpire lei, Abelardo e la Chiesa. Eloisa si sente trascurata e abbandonata da Abelardo: lo sposo, il fratello, il padre, il signore.
“Al suo signore, o meglio al padre: al suo sposo, o meglio al fratello, la sua serva, o meglio la figlia; la sua sposa, o meglio la sorella – ad Abelardo, Eloisa” Il mio amore per te è tanto più vero proprio quanto più è lonta¬no dall’illusione.
Chi tra i re o i filosofi poté uguagliare la tua fama? Quale regione, o città, o paese non ardeva dal desiderio ili vederti? Chi, ti chiedo, quando camminavi tra la gente, non correva subito a guardarti? E quando invece te ne andavi chi non cercava di seguirti con lo sguardo, tendendo il collo e girando gli occhi? Quale sposa, quale vergine, non ti desiderava con ardore se eri assente e, se eri presente, non arrossiva? Quale regina o nobile donna non invidiava le mie gioie e il mio letto?
Due doti, soprattutto, ti permettevano di sedurre in breve tempo qualsiasi donna; la piacevolezza dei versi e l’armonia delle tue canzoni, abilità che, come sappiamo, gli altri filosofi non possedevano. …Le donne sospiravano d’amore per la bellezza delle tue canzoni e, poiché la maggior parte di esse celebravano il nostro amore, in breve tempo io divenni famosa in molte regioni. ..la tua giovinezza possedeva tutte le bellezze dell’animo e del corpo.
Con forza, con tono perentorio afferma:
Tu lo sai; io, che ho molto peccato, sono completamente innocente. La colpa non è infatti nell’effetto, dell’azione, ma nel sentimento che anima colui che agisce.
Su questa affermazione è doveroso che apra una parentesi, poiché nelle sue lettere Eloisa insiste spesso su questo punto che si fonda sull’Etica di Abelardo e che l’allieva ha evidentemente fatto suo. Come filosofo Pietro Abelardo rifletté sulla moralità dell’intenzione, che fu talora interpretata come morale meramente soggettivistica. Invece, studi recenti, (cfr. Davide Penna. Dio, l’uomo e la felicità. La riflessione morale di Pietro Abelardo come etica della relazione, Roma, Europa Edizioni, 2015.) hanno mostrato che se, da un lato, per Abelardo, non sia l’azione in sé stessa a costituire peccato, ma l’intenzione di peccare, dall’altro la stessa intenzione è, per lui, “non un mero elemento psicologico in cui entra in gioco solo la coscienza del singolo. Intenzione (da in-tendere) e coscienza (da cum-scire) sono per Abelardo elementi intrinsecamente relazionali, ovvero pongono l’individuo in dialogo con la legge e la volontà di Dio. Occorre, dunque, per comprendere al meglio la portata della novità abelardiana, non solo parlare di etica dell’interiorità, ma, soprattutto, di un’etica dell’interiorità relazionale…. Il peccato è, propriamente, per Abelardo, contemptus Dei, ovvero disprezzo della legge divina, ovvero conoscere quel che Dio vuole e, tuttavia, non volerlo. Senza riferimento a Dio e alla sua legge, dunque, non c’è peccato; così come esso non si verifica senza la dialettica con la coscienza del singolo. La realtà, dunque, propria del peccato è quella dell’intersoggettività.” (Wikipedia)
«Il vizio dell’anima non si identifica col peccato; per esempio alla lussuria sono inclini per complessione fisica molte persone che però non per questo peccano: il vizio dell’animo ci inclina ad “acconsentire” a cose illecite e peccato deve intendersi solo il fatto dell’acconsentire. Come non si possono eliminare le inclinazioni, perché fanno parte della natura umana, così non si può chiamare peccato la volontà o il desiderio di fare quel che è illecito, ma il peccato è il consenso dato alla volontà e al desiderio.»
Devo sottolineare che, anche se Abelardo si sforzava di mantenersi nell’ambito dell’ortodossia, questa dottrina sembrava negare valore alle opere: queste idee, non a caso, furono condannate dal concilio di Sens .
La sua morale implicava soprattutto la critica sia al rigorismo ascetico, che combatte le inclinazioni della natura umana, che al legalismo etico, che si conforma a schemi esteriori di comportamento, e di conseguenza comportava il rifiuto del conformismo.
Nei fatti si vedrà quanto la puella abbia interiorizzato la teoria del Maestro. Tra i due, di pari levatura intellettuale, nacquero, dunque, un’attrazione ed un’intesa immediata e simbiotica, che coniugava il piacere delle discussioni filosofiche con il piacere carnale. Abelardo, che era partito con l’idea di conquistare la sua preda, con l’unico fine del godimento dei piaceri sessuali, si abbandonò completamente prima alla passione e poi all’amore : così liberi da ogni tipo di conformismo, a mio parere, lui anche per l’alto concetto che aveva di sé, e lei per l’amore profondo per il suo “mito”, vissero pienamente la loro sessualità, ricercando sfrenatamente il piacere bruciante e lussurioso. Eppure fu proprio la profonda comunione intellettuale e fisica a conferire al loro legame le basi di un’intesa spirituale, che avrebbe illuminato in seguito il destino che li attendeva. Fulberto, che aveva riposto tanta fiducia in Abelardo, facilitando, inconsapevolmente, l’amore, dopo un anno, apprese con dolore la relazione: scacciò dalla sua casa Abelardo e separò gli amanti, ma dopo poco Eloisa scoprì di aspettare un bambino:
Non molto tempo dopo, Eloisa si accorse di essere incinta (puella se concepisse comperit) e con grande gioia mi inviò subito una lettera per chiedermi che cosa volessi fare. Una notte, come ci eravamo accor¬dati, la portai via di nascosto dalla casa di Fulberto men¬tre egli era assente, e la mandai senza indugi in Bretagna, nella mia patria. Là abitò a casa di mia sorella fino a quando nacque un maschio che chiamò Astrolabio.
Al bambino emblematicamente fu dato il nome non di un santo del calendario, ma di uno strumento scientifico. Trovo che, anche nello scegliere il nome per il figlio, Astrolabius = rapitore delle stelle, Eloisa abbia proiettato l’esaltazione culturale e dei sensi, che aveva respirato: aveva studiato, tra le arti liberali, l’astronomia e conosceva l’antico strumento astronomico tramite il quale è possibile localizzare o calcolare la posizione di corpi celesti; aveva studiato grammatica e retorica e così compose l’anagramma del nome latino Petrus Abelardus in Astrolabius. Coraggiosamente così esibì il suo amore e, nel contempo, dimostrò la sua cultura.
Abelardo, nel frattempo, era tormentato dal timore della vendetta di Fulberto e si nascondeva per evitare aggressioni; alla fine, volle assumersi le sue responsabilità e propose a Fulberto di contrarre un matrimonio riparatore da tenersi segreto, per poter continuare la carriera di maestro che, all’epoca, era intrecciata con quella di clericus. Fulberto accettò e Abelardo si recò in Bretagna per comunicarlo ad Eloisa; quest’ultima però, si opponeva fieramente alle nozze, nel timore che il matrimonio mettesse fine alla carriera ecclesiastica dell’amato. È lui stesso che racconta le parole della giovane, che cercò di dissuaderlo:
Quante lacrime verserebbero coloro che amano la filosofia a causa del (nostro) matrimonio. Rifletti su cosa significa convivere, anche legittimamente; cos’hanno in comune le lezioni dei maestri con le ancelle, gli scrittoi con le culle, i libri e le tavolette con i mestoli, le penne con i fusi? Come può chi medita testi sacri e filosofici sopportare il pianto dei bambini, le ninne nanne delle nutrici, la folla rumorosa dei servi, uomini e donne, come può tollerare la sporcizia dei neonati, repellente e continua? Dirai:” I ricchi possono sopportare queste cose perché hanno palazzi e case con ampie stanze appartate, perché la loro ricchezza non risente delle spese e non è afflitta dai problemi quotidiani”, ma ti dico che la vita dei ricchi non è quella dei filosofi.
Ed è sempre lui che riporta le nutrite argomentazioni di Eloisa sostanziate dalle citazioni di tanti pensatori pagani e cristiani (Cicerone, Tertulliano, Seneca, S. Paolo, Teofrasto), che sconsigliavano il matrimonio e le cure del mondo a chi volesse dedicarsi alla filosofia. Sosteneva che il matrimonio fosse un atto formale superfluo, appellandosi a Cicerone che, nel De Amicitia, aveva affermato che nelle amicizie spirituali l’amore è dato liberamente e disinteressatamente. È sempre lui che riferisce l’amore dell’adulescentula verso la filosofia, cui riconosce una superiorità assoluta, ma soprattutto la sorprendente volontà della donna a proposito del matrimonio: opinione che ne dimostra l’anticonformismo, impensabile per l’epoca, oltre la dedizione e la generosità nei confronti dell’uomo amato ed ammirato:
Eloisa aggiunse, in ultimo, come sarebbe stato più dolce per lei e meno infamante per me che fosse chiamata la mia amante, piuttosto che mia moglie, ( Honestius amicam quam uxorem dici) perché allora il mio amore per lei sarebbe stato spontaneo, e non costretto dai lacci del vincolo matrimoniale.
Inoltre, dopo ogni se¬parazione avremmo potuto godere nei nostri incontri gioie tanto più gradite perché più rare.
Come abbiamo sentito, preferiva saperlo legato a lei per amore e non per tener fede ad un vincolo; preferiva essere adultera e prostituta, pur di non nuocergli professionalmente. Tra le lacrime, si arrese, alla fine, alla volontà di Abelardo: nel 1118, tornati a Parigi, si sposarono, alla presenza dello zio e di pochi amici. Vissero separati per non far trapelare il segreto, ma Fulberto, per rendere nota la riparazione dell’offesa, tradì i patti e divulgò la notizia, sebbene Eloisa giurasse che era tutto falso e nonostante lo zio la coprisse di insulti. In un clima di timori, Abelardo pensò bene di far riparare Eloisa presso il convento di Argenteuil, dove aveva studiato da bambina, e le fece assumere l’abito monacale, tranne il velo che era sacrilegio indossare senza essere consacrata monaca. Lo zio e gli parenti fraintesero, perché interpretarono il gesto come volontà di disinteressarsi della moglie e decisero una punizione esemplare.
Così una notte, mentre dormivo in una camera appartata della mia casa, dopo aver corrotto uno dei miei servi con del denaro, mi punirono infliggendomi una vendetta crudelissima e vergognosissima. Il mondo accolse questa notizia con sommo stupore: que¬gli uomini amputarono la parte del mio corpo con cui avevo commesso l’ingiuria che offese i parenti di Eloisa. I colpevoli fuggirono immediatamente dopo il misfatto, ma due furono catturati e puniti con l’accecamento e l’amputazione dei genitali. Non appena si fece mattina, tutta la città si raccolse intorno alla mia casa. Per me è difficile, addirittura im¬possibile, raccontare quanto i miei concittadini fossero imbarazzati dallo stupore, quanto si abbandonassero al pianto, ma anche quanto mi agitarono le loro grida, quanto profondamente mi commossero le loro lacrime. Più di ogni altra cosa, mi ferirono i lamenti e i pianti dei chierici e, tra essi, soprattutto quelli dei miei discepoli. Soffrivo più per la loro compassione che per il dolore della ferita, avvertivo di più la mia vergogna che la piaga e mi affliggeva di più il pudore che la sofferenza fisica. Continuavo a pensare al giusto giudizio di Dio, che mi aveva punito proprio in quella parte del corpo con cui avevo peccato.
A Parigi scoppiò lo scandalo: il tribunale arrestò e mutilò a sua volta i responsabili; sanzionò, però, anche Abelardo per aver sedotto e sposato in segreto Eloisa. Dapprima l’evirazione riempì il filosofo di vergogna e di timore della derisione, come se fosse diventato un essere immondo; poi accettò la mutilazione del corpo, come espressione della volontà divina e condizione per espiare i suoi peccati. Si rifugiò nel convento di Saint Denis e tornò alla sua vita accademica ed ecclesiastica, “non prima che, per mio comando, Eloisa spontaneamente (chiara contraddizione: ad imperium nostrum…sponte) avesse preso il velo e fosse entrata in un monastero.” Appunto Argenteuil. Abelardo nel frattempo litigò con i monaci di Saint Denis per la sua irriverente critica della leggenda del loro santo patrono, San Benedetto. Grazie alla loro influenza, la sua eterodossia, specialmente sulla dottrina trinitaria, fu messa sotto accusa e, nel 1121, gli fu ordinato di comparire davanti ad un concilio, a Soissons: è noto che non ci fu alcuna condanna formale delle dottrine di Abelardo, il quale, tuttavia, fu condannato a bruciare il suo libro sulla Trinità (De unitate et trinitate divina). Inoltre, fu condannato alla prigionia nell’abbazia di Saint-Médard di Soissons. Dopo qualche anno, Abelardo, costruì materialmente nella campagna disabitata di Troyes un piccolo oratorio, ove ricominciò ad insegnare; per l’affluenza degli studenti il piccolo eremo venne ampliato e dedicato al Paracleto, lo Spirito Santo consolatore. Intanto, il nuovo abate di Saint Denis, Sugerio, assolse Abelardo dalla censura e lo ristabilì nel suo rango di monaco. L’abbazia di Saint Gildas de Rhuys,in Britannia nel 1125, scelse Abelardo come abate. I monaci, considerandolo troppo rigoroso, tentarono in vari modi di sbarazzarsi di lui, arrivando persino a tentare di avvelenarlo. Infine riuscirono a scacciarlo dal monastero.
Dopo una decina di anni circa, nel 1129, Abelardo apprese che Eloisa e le sue consorelle, di cui era priora, dovevano lasciare il convento di Argenteuil per una questione di proprietà. Per evitare la dispersione di queste monache, ebbe l’illuminazione di offrire loro il Paracleto, donando anche tutto ciò che ne faceva parte. Il Papa Innocenzo II, confermò la donazione anche per tutte le monache che fossero arrivate in futuro, con l’ulteriore assenso del vescovo. Eloisa ne divenne la prima badessa e operò con mitezza, prudenza e carità. Si sa che Eloisa era dedita, nel chiuso della sua cella alla preghiera e alla meditazione: per questo i suoi consigli spirituali erano molto ricercati. La Historia calamitatum mearum si potrebbe concludere con la storia della monacazione di Abelardo, come benedettino, e della monacazione di Eloisa. Invece, in un certo senso, è da qui che comincia tutto.
Era, appunto, il 1132 quando, a 53 anni, Abelardo stese l’Historia come lettera ad un amico, e ,per consolarlo delle sue sofferenze, gli raccontò la sua vita precedente e quella attuale: le dispute filosofiche che gli avevano guadagnato le prime rivalità ;la storia con Eloisa; le persecuzioni religiose, le accuse di eresia; la fuga nella solitudine eremitica: il rinnovato insegnamento filosofico; e il rifugio nell’ abbazia di san Gyldas, dove monaci barbari cercavano di ucciderlo, avvelenando il vino della Messa. Leggeva un disegno divino nella sua vita di peccatore, che la Provvidenza aveva voluto riportare a sé. Diceva di accettare la volontà di Dio, però continuava a vedere gli eventi alla luce della sua vanità e della sua superbia, che lo facevano sentire il bersaglio di invidie e rancori altrui. La lunga lettera giunse forse per caso, ma più probabilmente non per caso, nelle mani di Eloisa, che era allora badessa nell’ abbazia del Paracleto. E lei rispose con quell’attacco che abbiamo già sentito: “Al suo signore, o meglio al padre: al suo sposo, o meglio al fratello, la sua serva, o meglio la figlia; la sua sposa, o meglio la sorella – ad Abelardo, Eloisa”. Eloisa, che era depositaria di un amore destinato ad essere vissuto nella lontananza dei monasteri, che si era macerata nel desiderio inappagato, fa oblazione di sé nella castrazione spirituale: Ciò che tu sopportasti nel tuo corpo per ora, io accetterò di soffrirlo nell’intimo della mente tutta la mia vita, così come è giusto. (4 lettera) Nella risposta, senza mezzi termini, dichiarò che si sentiva trascurata e abbandonata. E si sentivano dimenticate le altre monache del Paracleto che s’attendevano, come lei, qualche lettera dal fondatore di quel luogo per essere sostenute nel loro cammino di fede. Ma, come con quali parole la passionale Eloisa rivendicava il diritto a qualche lettera, “parole in cambio di cose”? Con naturalezza, ormai monaca, gli diceva: Sei legato a me strettamente dalla promessa del sacramento nuziale, come è ben noto, e per questo è ancora più grande il debito che hai verso di me, come anche tu sai. Ma sei ancor più indebitato con me per questo; perché io, com’è chiaro a tutti, sono sempre stata legata a te da un amore senza limiti… Sei l’unico capace di rattristarmi, l’unico che possa rallegrarmi o consolarmi, e sei l’unico tra molti che sia obbligato a farlo per me, soprattutto ora. Infatti, poiché non sono capace di contrariarti in alcun modo, ho adem¬piuto ad ogni tuo volere al punto che per tuo ordine non ho esitato a perdere me stessa… Subito, al tuo ordine, mutai sia la mia vita che la mia anima. Così ho mostrato che eri l’unico padrone sia del mio corpo che del mio spirito.
Non ho mai cercato nulla in te, Dio lo sa, se non te; desideravo semplicemente te, nulla di tuo. Non volevo il vincolo del matrimonio, né una dote. Mi sforzavo di soddisfare non la mia voluttà o la mia volontà, ma le tue, come sai. E se il nome di moglie sembra più santo e più importante, per me è sempre stato più dolce quello di amica o, se non ti scandalizzi, concubina e persino prostituta. Hai volu¬to esporre alcune delle ragioni con le quali tentai di distoglierti dalla nostra unione e dall’infausto talamo, ma hai taciuto la maggior parte dei motivi a causa dei quali lo preferivo la libertà dell’amore al vincolo coniugale. Invoco Dio come mio testimone; se Augusto, signore del mondo, si fosse degnato di offrirmi l’onore del matrimonio e mi avesse donato, per l’eternità, l’intera terra, anche allora mi sarebbe sembrato più dolce e degno essere chiamata la tua meretrice piuttosto che la sua imperatrice….
La lettera di Eloisa è straordinaria: senza falsi pudori si riferiva alla sua passione di un tempo, ma rivolgeva ad Abelardo con grazia e con ansia una domanda squisitamente femminile per sapere se ci fosse ancora nel cuore dell’altro un posto per lei, dimostrando così che per lei “quel passato è immutato e immutabile, bloccato per sempre nella sua memoria che non può dimenticare” (Citati). E direttamente, senza infingimenti, con parole che non esito a definire folgoranti, lo accusa di non averla mai amata: Concupiscentia te mihi potius quam amicitia sociavit, libidinis ardor potius quam amor.
Dimmelo, ti prego, se puoi, o io ti dirò ciò che penso, o meglio, ciò che tutti sospettano. Tu stavi con me, più per concupiscenza che per amicizia, più per ardore di libidine che per amore…. Questa, mio dilettissimo, non è una mia supposizione, bensì di tutti; non mia personale, ma di ognuno, non privata, ma pubblica… Credevo di aver guadagnato molti meriti ai tuoi occhi, poiché ogni cosa che ho fatto, l’ho fatta per te anche ora persevero soprattutto nel cercare di compiacerti. Fu un tuo ordine, non la devozione religiosa, a vincolarmi ancora adolescente alle durezze della vita mo-nastica. Giudica allora quanto abbia sofferto vanamente non ho alcun merito davanti ai tuoi occhi. Non devo aspettarmi nulla da Dio per queste mie sofferenze; fino ad ora non ho compiuto nulla per Suo amore, ma ho seguito te che ti affrettavi verso Dio, o meglio, ti precedetti l’indossare l’abito monastico. Dio lo sa; ti avrei preceduto o seguito senza alcuna esitazione anche mentre correvi verso il fuoco dei vulcani. La mia anima non era con me, ma con te. Anche ora, se non è con te, non è in nessun luogo: senza di te non è capace di esistere.Ti prego, ricordati di ciò che feci e fa’ attenzione a quanto mi devi.
A tanto ardore Abelardo risponde con una sorta di doccia fredda:” Ad Eloisa, sua direttissima sorella in Cristo, Abelardo, a lei Fratello nel Signore”. Risponde con una paternale con cui sembra mettere le mani avanti. Sorge un dubbio: per il monaco, che si sentiva vecchio e malandato, era tutto finito e rimosso, o temeva che la sua corrispondenza potesse essere letta da altri e divulgata? Di notevole nella sua lettera c’è il superamento del giudizio stereotipo sulla donna che si aveva nel Medioevo: Abelardo ricordava la rivoluzione operata da Gesù nella società ebraica del suo tempo. Poi passava a ricordare il ruolo di una sposa, di una moglie secondo il Vecchio e il Nuovo Testamento e, in nome di questo, chiedeva a Eloisa di pregare per lui:
Ricordati sempre nelle tue preghiere di colui che più di ogni altro è tuo.
Raccomandava a lei e alle consorelle di pregare per lui, che si sentiva fortemente minacciato, anche di morte, dai suoi rivali, e chiedeva, se fosse morto, di essere sepolto nel loro convento, il Paracleto.
“A colui che è unico per lei dopo Cristo, colei che è unica per lui in Cristo” replica Eloisa.
Il solo pensiero della morte di lui la sconforta, la distrugge e, rievocando la Sorte che era stata eccessiva con lei nel bene e nel male, con lucidità, analizza le loro differenti condizioni. Se Abelardo vede nelle proprie sventure un disegno del Signore, lei non intravede nella sua vita nessun piano provvidenziale. Sa di non mai fatto nulla per Dio, sebbene sia entrata in convento e con scrupolo assolva i suoi doveri di badessa verso le altre monache del Paracleto: ha fatto tutto per il suo amato. Nella sua vita interiore Dio sembra essere assente: il suo animo è pieno solo di Abelardo. Non si rassegna al destino che li ha colpiti, proprio per la innocenza delle sue intenzioni (secondo la lezione di Abelardo): protesta contro Dio, lo accusa di crudeltà (iniuria summae crudelitatis arguo). Infine si autodenuncia come impenitente peccatrice, per il fatto che ama continuare ad amare i peccati che la Chiesa condanna e non rinnega niente del suo passato di donna: ” Confesso apertamente la debolezza della mia infelicissima anima, non trovo una penitenza con cui possa placare Dio che accuso di averci inflitto, con tutto ciò ci accadde, una ingiusta punizione. Sono ostile ai Suoi disegni e Lo offendo con il mio rancore, invece di placarLo con la penitenza. Non ha senso parlare di pen¬timento per i propri peccati se, per quanto grande sia l’afflizione del corpo, la mente mantiene ancora la volontà di peccare e brucia dei desideri di una volta……Quei piaceri da amanti, che provammo insieme, mi sono stati tanto dolci, che non possono né dispiacermi né svanire dalla memoria, nemmeno un poco. Dovunque mi volga, si mostrano sempre ai miei occhi, e m’ accendono di desiderio. Anche quando dormo, queste visioni non mi risparmiano. Persino in mezzo alle solennità dei riti, quando più pura deve essere la preghiera, le immagini impudiche di quelle voluttà imprigionano tanto in profondo la mia infelicissima anima che penso più ai godimenti che alle preghiere. E così, mentre dovrei gemere per quello che ho commesso, piuttosto sospiro per quello che ho perduto. E non solo quello che facevamo allora, ma anche i luoghi e i tempi in cui lo facemmo, e tu stesso, mi siete talmente fissi nell’ animo, che agisco come se fossi con te, e nemmeno dormendo riesco ad avere pace…in ogni momento della mia vita, il Signore lo sa, ho più paura di offendere te che Dio; desidero sempre compiacere più te che Lui…In futuro non mi sarà data nessuna ricompensa.
Sembra di sentire il motto di Bernardo da Clairvaux: “Ego humanum non nego”, Non rinnego ciò che è umano: Eloisa è una donna capace di mettere a nudo la sua umanità agli occhi di un uomo ed è una donna che reclama per iscritto, per la prima volta nella storia, il diritto sacrosanto della donna al piacere sessuale. E per aver ammantato il suo rovello interiore con un comportamento severo e integerrimo, che altri hanno scambiato per devozione, imputa a se stessa un’ipocrisia, che non le consente di pregare per Abelardo; anzi, rende lei bisognosa di preghiere da parte di lui e conclude:
Ti prego, la tua preoccupazione per me sia sempre maggiore della tua fiducia in me, così potrò sempre contare sulla tua sollecita attenzione.
Abelardo rispose con una lettera tutta giocata intorno al tema del matrimonio (ep.5) Era invecchiato, forse depresso: le rispose come un leguleio, usando argomenti che mi paiono causidici, dimostrandole una volta di più che, mentre Eloisa lo amava ancora, egli non la amava più: o la amava in Cristo, come monaca, parte di “una numerosa e santa congregazione”. A lei che avrebbe voluto essere sua serva, ricordava che era superiore a lui perché Sposa del Signore . A lei che riviveva momenti di una bruciante passione, parlava della sposa del Cantico dei Cantici e la respingeva verso Dio, nelle braccia di Dio, nel letto della sposa etiope. Passando alle recriminazioni di Eloisa sul modo in cui si erano convertiti alla vita monastica, ”quel tuo antico e ostinato lamento, con il quale osi accusare Dio”, con la risorsa dell’arte logica che era stata il suo vanto, le rimproverava di non accettare la volontà di Dio così come si era palesata nelle loro esistenze: a lei sembrava che Dio li avesse colpiti aspramente, ma in realtà li aveva salvati: la Sua non era stata giustizia, ma grazia; e loro, che avevano contratto il vincolo matrimoniale, dovevano camminare insieme “sulla via della beatitudine”.
Mentre ti sforzi di piacermi in tutto, così mi confessi, fa’ almeno una sola cosa per non dispiacermi, anzi per piacermi moltissimo: non lamentarti più, altrimenti non potrai essermi gradita, né venire con me in Paradiso. Potresti sopportare che io giunga là senza di te, tu che hai affer¬mi di volermi seguire anche tra il fuoco dei vulcani? Non dimenticare ciò che hai scritto sul modo in cui avvenne la nostra conversione alla vita monastica, e cioè che Dio mi fu propizio proprio quando sembrò più ostile, così come poi divenne evidente. Se la forza del dolore lasciasse in te spazio alla ragione, loderesti almeno il piano divino che mi diede la salvezza, an¬zi, che la diede non solo a me ma anche a te. Non devi dolerti di essere la causa di un tale bene, al contrario, sii certa di essere stata creata da Dio soprattutto per questo… Ti mostreremo ancora una volta quanto fu retto e utile ciò che ci è accaduto, e come fu più giusto che la ven¬detta divina ci colpisse quando eravamo sposati piuttosto che mentre eravamo amanti, per cercare di lenire anche in questo modo l’amarezza del tuo dolore. Tu sai che dopo il nostro matrimonio, quando vivevi tra le monache nel convento di Argenteuil, venni a trovarti di nascosto e lì, con te, non riuscii a frenare la mia passione. Ciò avvenne, per di più, in un angolo del refettorio, perché non avevamo un altro luogo dove andare. Sai che ci comportammo senza alcuna vergogna in quel luogo san¬to e consacrato alla Somma Vergine. …Tu sai che quando, incinta ti mandai nella mia Bretagna, indossasti l’abito sacro e ti fingesti una monaca: con questo inganno, senza rispetto, ti prendesti gioco di questa vita religiosa che ora ti appartiene…Dio ha voluto che tu scontassi in una veste da monaca il peccato che commettesti proprio indossando quell’abito….Se vuoi aggiungere a ciò che la giustizia divina compì per noi, considera quanto profondo è stato il disegno della pietà divina verso di noi, e come misericordiosamente Egli ha trasformato il suo verdetto in correzione… Tu sai a quante cose vergognose la mia lussuria smodata trascinò i nostri corpi al punto che nessuna onestà o rispetto di Dio fu sufficiente a trattenermi dal fango della palude dei sensi, neppure nei giorni della Passione del Signore o di qualsiasi altra solennità22 Anche quando tu non volevi e, per natura più debole, cercavi di rifiutare e di dissuadermi come potevi, spesso ti costringevo ad accettare il mio piacere con minacce e percosse. Ero legato a te da un tale ardore e da una tale passione che anteponevo, sia a Dio che a me stesso quei miserabili ed osce-nissimi piaceri, piaceri che ci vergognamo anche solo a nominare. La clemenza divina non poteva far altro che decidere d’impedirmi completamente e per sempre questi piaceri. Per questo Dio permise il tradimento di tuo zio, un’azione, seppur grave, in realtà giusta e clemente. Fui mutilato di quella parte del mio corpo nella quale domi-nava la lussuria…Poiché mi liberò dal pesantissimo giogo della concupiscenza, mi rese adatto ad ogni attività onesta. Non ci sfugge che, nel suo egocentrismo, Abelardo si ritenesse il cuore del piano di salvezza, mentre ne considerava Eloisa uno strumento, un accessorio. “Grandi peccatori, grandi santi” dice il proverbio: ebbene Dio li aveva precipitati nella prova per convertirli, e ora, insieme, essi costituivano un esempio per tutti. Di qui l’esortazione all’inseparabile compagna,”inseparabilis comes”, sia nella colpa che nella grazia, ad unirsi al suo ringraziamento. Con un abile gioco prospettico, puntava poi a orientare l’attenzione della vecchia allieva su un altro obiettivo: Cristo. Già nel nomen-omen, nel nome di Eloisa, cioè divina, secondo il vero nome di Dio, che è Eloim, c’era la promessa della salvezza per la giovane.
Poiché considerava la loro pena una purificazione e non una condanna, la esortava a pensare a Cristo, il suo vero ed unico Sposo. Eloisa doveva soffrire col Cristo, che per lei era stato catturato, trascinato, flagellato, irriso con gli occhi bendati, e poi coperto di sputi e incoronato di spine, e che era stato crocifisso per lei. Eloisa doveva amare soltanto Cristo – l’unico che l’avesse mai amata, lo Sposo perfetto: Egli, non io, ti amò veramente. L’ amore mio, che ci trascinava entrambi al peccato, più che amore era concupiscenza. Io soddisfacevo in te le mie miserabili voluttà, e questo era tutto il mio amore… Il tuo pianto deve andare a chi ti ha riscattato non a chi ti ha corrotto, al redentore non a chi ha fatto di te una prostituta, al Signore che è morto per te, non al servo ancora vivo”.
Non più sposo di Eloisa, ormai sposa di Cristo, non più signore di Eloisa, ma ora solo suo servo, ribaltando quel ruolo che Eloisa aveva costruito nel loro rapporto, ormai unito a lei solo con un amore spirituale, Abelardo concludeva chiedendole di pregare per ambedue con un’orazione composta da lui, sperando che, nell’altra vita, Dio lo ricongiungesse a colei alla quale aveva rinunciato. “Tu ci unisti, o Signore, e ci dividesti, quando e come ti piacque. Ed ora, o Signore, porta misericordiosamente a compimento quel che misericordiosamente iniziasti. Tu che una volta ci hai diviso nel mondo, congiungici a te eternamente nel cielo, speranza nostra, nostra eredità, nostra aspettazione, nostra consolazione, Signore che sei benedetto nei secoli”.
“Se in logica il primato resta ancora al maestro, in etica Eloisa occupa la scena da protagonista “M.T. Fumagalli. Come lesse la lettera Eloisa? Intestò la sua lettera di risposta con una dedica concettosa e sottile: Suo specialiter, sua singulariter, “a colui che è suo secondo la specie, colei che è sua singolarmente”, ove specie e individuo sono due termini della Logica degli universali. Voleva significare che, se Abelardo voleva appartenere a lei soltanto come uomo e servo di Cristo, lei, invece, era interamente sua come persona. “Era la sua ultima ribellione ad Abelardo. Poi chinò, ancora una volta, il capo”. P. Citati. Non rispose a tono al contenuto della lettera o forse sì? Volle ignorare il tema della passione e dei ricordi passati. “Portata di fronte al Crocifisso, Eloisa cedette infine all’amore di Dio. Nella storia c’è l’amore a Cristo”(Laura Cioni). Con grande dignità mostrò di aver accettato, per obbedienza, il freno alle parole che Abelardo le aveva imposto: aveva adottato la “misura”, il riflesso dell’ordine divino nel mondo, di cui parla Sant’Agostino. Si dimostrò tutta orientata a Dio e fece richieste “da monaca”. Chiese ad Abelardo di erudire lei e le altre monache sulla storia del monachesimo femminile e di stilare una Regola monastica per le donne dell’abbazia del Paracleto, ritenendo improponibile uno stesso giogo per il sesso forte e per il sesso fragile, come invece avveniva presso i Benedettini. È noto che Eloisa rese il Paracleto un’istituzione fiorente, e un fondamentale centro di cultura della Francia nord-orientale, ma ad Abelardo chiedeva regole di comportamento minuziose e capillari per la vita della comunità (abbigliamento, dieta, lavoro manuale; consumo di carne e vino, che contrariamente alla Sacra Scrittura, S. Benedetto aveva permesso; opportunità della presenza di sacerdoti per le letture notturne; ruolo della badessa nelle preghiere e nei rapporti sociali). La nuova regola, libera dalle imposizioni rigide della legge ebraica e di quella monastica, avrebbe dovuto esemplarsi sulla libertà evangelica, sul dettato di Paolo e sulla filosofia di Abelardo: dovevano suggerirla il cuore, l’ intenzione, la parola di Cristo scevra dalle “pastoie burocratiche” di certe regole . Si può constatare che questa donna eccezionale conservava la sua libertà di pensiero, quando scriveva, per esempio: La continenza non è una virtù della carne, ma dello spirito. Eloisa, secondo me, rimane se stessa, anche se monaca. Secondo Peter Dronke, la sua padronanza nella retorica ha superato quella del maestro. E anche qui non si smentisce con la sua prosa piena di antitesi, di parallelismi, di iperbati, di citazioni: e se prima aveva arricchito i suoi ragionamenti con frasi di Ovidio e di Lucano, di Girolamo e di Cicerone, di Seneca, Orazio, Persio, Agostino, qui impreziosiva e sostanziava la sua prosa sontuosa di citazioni anche dai Vangeli, dai Salmi, da San Giovanni Crisostomo. Manifestamente sollevato dal mutato atteggiamento, Abelardo rispose a Eloisa due lunghe lettere, esaltando la virtù e la grandezza delle donne. Una donna aveva partorito, per noi, il Salvatore: donne avevano unto e santificato il corpo di Cristo; e mentre Pietro e gli altri discepoli rinnegavano Gesù, le donne avevano serbato il coraggio sino alla fine, senza abbandonare il corpo del Signore. Abelardo afferma persino un primato spirituale delle donne, valorizzando la debolezza anche morale del sesso femminile: dalla sensualità femminile passa a valorizzare la purezza e la delicatezza. Forse non vi è nulla al mondo a cui Dio abbia voluto donare la sua grazia in modo così completo come al sesso femminile, e ciò proprio per la sua fragilità..
Conclude con molte pagine dedicate al vero nutrimento dell’ anima , cioè alla cultura che consente di penetrare veramente la parola di Dio: nella sua Regola, prescrive che le monache che hanno ricevuto la grazia celeste dell’ingegno e quella terrena dell’istruzione debbano insegnare. Anche le monache per Abelardo sono vincolate al dovere del magistero intellettuale, un magistero che raccoglie in sé gli studi logici e teologici di Abelardo, la sua fiducia nelle possibilità della razionalità umana, il suo bisogno di comprendere davvero (intellìgere) le cose e le parole.
Quanto ad Eloisa, tacque; rimase in silenzio, chiusa nella sua abbazia.
Adottò una parte della Regola suggeritale da Abelardo e la fuse con quella Cistercense (Questo non sembrò singolare a Bernardo di Chiaravalle che visitò il Paracleto). Possediamo una lettera di Pietro il Venerabile, abate di Cluny, che ne riconosceva ed esaltava l’eccezionalità della cultura e la scelta della vita monastica: «Ebbi notizia dei tuoi rinomati e notevoli studi. Tu con quella eccezionale e vera passione per la scienza e la cultura, hai prevalso su ogni altra e hai superato molti uomini del tuo tempo […]. Hai scelto il Vangelo invece della Logica, ha prevalso in te san Paolo su Aristotele, il Cristo invece di Platone. Allora però, con la tua definitiva scelta, sei diventata donna veramente saggia e filosofa». In risposta, Eloisa ringraziò Pietro il Venerabile della sua visita al Paracleto, cui l’erudito era giunto per affidare alle monache la sepoltura di Abelardo, e per chiedere supporto circa la formazione e le sorti del figlio Astrolabio, nel 1142.
Un’ ipotesi interpretativa del testo sarebbe quella secondo la quale Eloisa stessa avrebbe curato e compilato la corrispondenza tra lei ed Abelardo in un periodo tra il 1142 e il 1163, giustificata dal fatto che la più antica tradizione manoscritta dell’epistolario parrebbe risalire proprio al Paracleto. Lo storico George Duby sostiene per questo: «Sembra proprio che la raccolta sia stata con¬cepita come un memoriale, un monumento eretto alla memoria dei due fondatori del Paracleto». La vicenda che l’epistolario presenta sarebbe quella delle prove inflitte a due esseri prima che essi riescano a raggiungere uno stato di “quasi santità”. Le lettere mostrerebbero quale dolorosa espiazione costi liberarsi e pentirsi dei peccati commessi: in sostanza, Duby vedrebbe l’epistolario co¬me un trattato edificante, allo stesso modo in cui lo sono le agiografie dei santi e certi romanzi cavallereschi. Così lo storico avrebbe fatta sua l’ipotesi avanzata nel XV secolo da Jean Molinet, commentatore del Roman de la Rose, il quale vedeva nel¬le Lettere “un’allegoria dell’anima peccatrice riscattata dalla grazia quando finalmente accetti di umiliarsi”.
Ma torniamo al fatto che Eloisa tacque. Da secoli, gli interpreti cercano di spiegare questo silenzio. Cosa pensava la donna che aveva appassionatamente “amato l’amore” per usare le parole di Agostino? “Qualcuno crede che Eloisa abbia rivolto a Dio quell’ amore immoderato, che aveva dapprima volto ad Abelardo; e che dunque eros si sia soavemente trasformato in caritas. Qualcuno, invece, crede che Eloisa non fosse mutata” P. Citati. Avrebbe condotto quarant’ anni di vita religiosa irreprensibile, murata in una specie di eroico ateismo, come una perfetta monaca senza fede.
Credo, che ci possa essere un’altra spiegazione al silenzio di Eloisa dopo le tre lettere scritte tra il 1132 e il 1135: la vita di Abelardo. Dopo la cacciata da Saint Gyldas, mantenendo il titolo di abate, probabilmente nel 1136, Abelardo riprese la sua carriera di insegnante a Parigi. Fra i suoi allievi di quel periodo c’erano Arnaldo da Brescia e Giovanni di Salisbury. Bernardo di Chiaravalle attaccò le sue dottrine, preoccupato dell’eterodossia degli insegnamenti di Abelardo e mise in discussione la dottrina trinitaria contenuta nei suoi scritti. Abelardo, sottovalutando il suo avversario, richiese un concilio dei vescovi, di fronte al quale Bernardo e lui avrebbero dovuto discutere i punti disputati. Era il 1141. Nella cattedrale di Sens, dinnanzi ad alti ecclesiastici e allo stesso re di Francia, Bernardo lesse la lista delle proposizioni che aveva fatto precedentemente condannare dai vescovi e che voleva che Abelardo riconoscesse. Abelardo rifiutò di difendersi, dichiarando che si sarebbe appellato a Roma. Di conseguenza, le proposizioni vennero condannate, ma Abelardo conservò la sua libertà. Bernardo sollecitò la ratifica papale della condanna di Abelardo. Il decreto di Papa Innocenzo II, con la conferma della condanna di Sens, raggiunse Abelardo mentre era in viaggio per Roma, ma era giunto solamente a Cluny. Il Venerabile Pietro di Cluny gli diede un’onorata ospitalità, ottenne da Roma una mitigazione della condanna, lo riconciliò con San Bernardo. N.B.: il confronto teologico tra Bernardo e Abelardo si concluse con una piena riconciliazione tra i due, grazie alla mediazione dell’amico comune, Pietro il Venerabile. Abelardo mostrò umiltà nel riconoscere i suoi errori, Bernardo usò grande benevolenza. A Cluny, Abelardo trovò pace sotto l’abito dei benedettini cluniacensi e passò gli ultimi mesi della sua vita.
Cosa avrebbe potuto scrivere Eloisa ad Abelardo in quegli anni per lui tempestosi, di cui sicuramente arrivava l’eco al Paracleto? I suoi libri sulla Trinità messi al rogo e lui stesso in odore di eresia e, comunque, in perpetua lite con il mondo e il mondo ecclesiastico e accademico contro di lui catalizzavano l’attenzione di tanti su di lui. E se le lettere fossero state intercettate e, peggio, contraffatte? Credo che l’amore per il maestro e marito di un tempo e l’affetto sublimato di suora abbiano consigliato a Eloisa di non scrivere più ad Abelardo. Credo che si sia censurata da sola.
Nella sua lunga lettera a Eloisa, che Pietro il Venerabile scrisse, dopo la morte di Abelardo, concluse: “Sorella venerabile e carissima nel Signore, colui al quale tu fosti prima unita nella carne, poi legata con un nodo tanto più forte quanto era più perfetto, il legame della carità divina; colui con l’ autorità e sotto l’ autorità del quale tu hai servito il Signore, Cristo ora lo tiene nel suo seno, al tuo posto e, come un’ altra te stessa, te lo custodisce, perché alla venuta del Signore che discende dal Cielo fra la voce dell’ arcangelo e il suono della tromba, per grazia sua, ti sia restituito”. Pietro il Venerabile riconosceva che Abelardo era stato il signore, il padre, l’amante, lo sposo, il fratello, e che ora Cristo adempiva verso Abelardo la stessa parte materna e femminile di Eloisa: custodiva Abelardo, al tuo posto e come un’altra te stessa, perché egli apparteneva non a Dio, ma a Eloisa. Abelardo era di Eloisa: l’unico apparteneva all’ unica. “E quando alla fine dei tempi Dio discenderà dal cielo, tra la voce dell’arcangelo e il suono della tromba, allora Abelardo verrà restituito ad Eloisa, come alla fine del Faust, Maria tra le nuvole delle penitenti dice a Margherita che Faust sta per esserle restituito.” P.Citati.
Oggi riposano insieme nel cimitero monumentale Père Lachaise, a Parigi.
La leggenda, riportata da Pierre Bayle (1647-1706), il materialista , il difensore del libero pensiero e della tolleranza, uno dei “ cattivi maestri” di Leopardi, racconta che alla sepultura di Eloisa (1164), di quasi vent’anni successiva a quella dell’amato (1142), Abelardo aprì le braccia per accoglierla. I resti dei due amanti, già inumati all’esterno del Paracleto sotto un rosaio, spostati ancora all’interno, furono più volte ispezionati. Una relazione medica riferisce dei due lunghi femori di Abelardo e del teschio rotondo di Eloisa. Il convento fu venduto nel 1792 (ora ne restano dei ruderi), rispettando la tomba. Durante la Rivoluzione francese, molte opere del XII secolo andarono distrutte o rovinate; è il caso della tomba di Abelardo ed Eloisa che venne ricostruita dall’archeologo e conservatore Alexandre Lenoir pur restando ignote la forma e le decorazioni originarie.
Nel 1800 il loro feretro fu trasportato a Parigi nel cimitero del Père-Lachaise, e l’anno dopo fu costruita una cappella. Una bella cappella gotica, costruita con le pietre del Paracleto, unisce per sempre Abelardo ed Eloisa affiancati in preghiera, in gesto di perdono, nella veglia dell’attesa del Giudizio Finale, fiduciosi della comprensione umana e di quella divina. Ai piedi di Abelardo un cane ne simboleggia la fedeltà.
François Villon-Ballata delle dame di un tempo che fu
Dov’è la saggia, previdente Eloisa?
Per lei si ritirò a Saint-Denis;
perse la sua virilità Pietro Abelardo.
Per amore, sì, quale atroce destino…

Ballade des Dames du temps jadis
Où est la trés sage Héloïs,
Pour qui fut châtré et puis moine
Pierre Esbaillart à Saint-Denis?
Pour son amour eut cette essoine.

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