FABRIZIO DESIDERI E L’ORIGINE DELL’ESTETICO (di Massimo Pamio)


Estetologo tra i più rappresentativi in campo internazionale, Fabrizio Desideri nel recente Origine dell’estetico. Dalle emozioni al giudizio (Carocci, Roma, 2018, pp. 176, euro 19) riassume ed espone il complesso della sua ricerca e delle sue ultime acquisizioni delineando, dalla percezione al giudizio, un ideale itinerario che la creatura umana compie per uno spontaneo assillo che definirei, ricorrendo a un prestito lessicale psicanalitico, pulsione estetica ed artistica.

All’interno di questo testo, si affronta l’origine dell’estetico, problema sviscerato fino alla sua consunzione, grazie a un’acribia puntigliosa, a una sapienza dottrinale unica, pronta a filologici riferimenti e ad appropriati rimandi bibliografici, ma anche in virtù dell’attenzione dedicata alla ricerca scientifica, interrogata e compulsata nei suoi esiti più recenti, analizzati e discussi con cura e premura, metabolizzati e inseriti nell’ambito della riflessione, sempre con un profondo rispetto per l’oggetto dell’analisi, nel costante confronto con i fondamenti e con le varie posizioni e sviluppi del dibattito filosofico, dell’epistemologia, dell’estetologia che esaltano la trama del pensiero desideriano nella sua straordinaria arte maieutica.

In sostanza, Desideri dimostra di essere tra i pochi pensatori in grado di confrontarsi con il mondo della scienza superando la dicotomia esistente tra riflessione filosofica e scientifica.

Un nuovo modo di pensare prende forma nelle riflessioni desideriane all’interno delle quali non prevalgono pregiudizi di natura scientifica o filosofica, ma si generano tensioni e aperture energetiche, costellazioni di senso che poi si incrociano in punti nodali dai quali si ricava la soluzione della questione iniziale nel frattempo sminuzzata o volatilizzata o cristallizzata in altri problemi; il laboratorio desideriano stabilisce una geografia cosmologica in cui domande e risposte vengono a far parte di un sistema interrelato e matematicamente perfetto e perfino giustificato eticamente ed esteticamente: la bellezza consiste non tanto nella risposta finale (che non c’è, perché indissolubilmente connessa alle altre domande e alle altre risposte) quanto nel viaggio che si compie all’interno dell’universo ricognitivo di cui si stabiliscono, una volta per tutte, le linee, le direzioni, la complessa rete di codici che l’orientano, viaggio vertiginoso che si avvolge velocemente a spirale esaltando la bellezza del pensiero.

Il viaggio si avvale ogni volta del suo “doppio” filosofico o scientifico, ovvero della relazione con il pensiero e la posizione dell’altro che tende a verificare o a confutare, in modo da riferire di tutta un’esperienza accumulata sul problema, in cui si rendono evidenti talvolta le porte che ostruiscono i passaggi e i nodi che bloccano l’indagine, indagine che deve invece andare oltre ed essere sottoposta a verifica, a prova di falsificabilità, a scosse continue, e sciolta da lacci, liberata dagli ostacoli. Nelle illuminate e illuminanti soluzioni desideriane non si giunge mai alla chiusura del senso, non viene assunta a protagonista la Soluzione, ma l’incessabile forza dell’operare del metodo logico e procedimentale, l’inesausto confrontare, il modo, fisico e chimico, acuto e sapientemente rigoroso con cui far collidere gli atomi del sapere da cui trarre le scintille e l’energia nucleare. Nella sua caparbia ascesa verso la vetta del senso ultimo, Desideri nutre devozione per il mistero insito in ogni atomo o parola: una volta raggiunta la sommità, non si lascia prendere dall’euforia, non si accinge ad esultare e a infilare la bandierina della vittoria sulla cima, per vantarsi del traguardo così faticosamente conquistato, anzi, tutt’altro, egli si gira e si rigira attorno, spaesato, a rimirarne la vastità, già interessato agli ulteriori orizzonti che si svelano, rendendosi conto di quanto lo sguardo si sia improvvisamente aperto e di quanto ulteriore debito di senso si sia fatto carico suo malgrado.

Se gli strumenti che adopera sono quelli del filosofo, il metodo è quello dello scienziato.

Desideri non cerca risposte, bensì leggi, formule alle quali adattare ogni circostanza, per superare le aporie, pur sapendo che il suo lavoro non sarà mai definitivo, ma solo preparatorio, occasione offerta al cervello per attivare nuove reti neuronali! Nulla si compie del pensiero umano, ma tutto si trasforma, nulla si dà per certo, sebbene della certezza noi umani dobbiamo farci testimoni, sacrificandoci in nome e al Nome di un mistero che sembra evocarci e indurci a prove sempre più rischiose, provocatorie, in cui il corpo-mente deve obbligatoriamente trascorrere. Osserviamo attraverso il filtro di noi stessi il modificarsi del mondo a cui in qualche maniera partecipiamo, forse contribuendo a creare e non a risolvere il mistero, pur dirigendoci verso quello stesso mistero in modo non sempre pacificato, pacato. Tracciamo e facciamo di noi stessi il modo con cui interpretiamo il mondo per poi interrogarci su questi passaggi che sono, secondo Desideri, “l’estetico”.

Per “estetico” l’Autore intende “Il passaggio dal livello di espressività (…) corporea e amodale delle emozioni (…) a una stabilizzazione pur embrionale di complessi simbolicamente significativi” (Ivi, p. 32). Estetico è un passaggio, dunque, un “significativo accordo o un motivato contrasto tra elementi emotivo-affettivi ed aspetti cognitivo-valutativi rispetto a un qualsiasi oggetto” (ivi).

I processi emozionali richiedono di essere di essere interpretati e guidati da altre istanze della vita psichica. Date queste premesse, o, meglio, concesse queste premesse, l’Autore si lancia nel mondo percettivo-emozionale rivalutando un aspetto che il pensiero filosofico aveva escluso con l’idealismo e che solo con la fenomenologia è tornato ad essere il fondamento della riflessione filosofica.

Innanzitutto egli stabilisce che gli impulsi esterni vengono catturati e sintetizzati in gradi di intensità emozionale che coincidono nella grana di unità qualitative: unità minime di paura, di stupore, di gioia, Gestalt in cui “l’emozione si configura già come un’esperienza”(p. 35), un’esperienza che fonda un’espressione prelinguistica del corpo, che “rappresenta ed esprime, forma ed informa “ (ivi) nello stesso tempo. Un esprimersi prelinguistico che ha natura di “mimesi inibita” (Ivi, p. 36) basata su uno schema di opposizioni, “in rapporto ad altre forme o Gestalt emozionali” (Ivi, p. 37).

Qui si gioca una riflessione a mio avviso esplosiva di Desideri, il quale afferma che solo quando le emozioni si verificano attivamente, durevolmente e significativamente, finalmente stabilizzate, nel passaggio dalle emozioni ai sentimenti, si profila la possibilità dell’estetico. Possibilità che dunque si verifica in un ambito prelinguistico!

Per motivare e rafforzare questa ipotesi, che comunque non esplicita mai, Desideri si dedica successivamente all’analisi del concetto di “immagine”, oggi al centro delle dispute filosofiche ed estetologiche.

Se l’immagine può essere concepita come una superficie dai confini determinati dotata di una profondità che diviene lo spazio del mostrarsi di oggetti riconoscibili, in che cosa consiste la sua percezione, nel vedere un oggetto che ricostruisce successivamente la differente spazialità, ricostruzione cognitiva a posteriori, oppure, differentemente, nel vedere la duplicità di questo spazio, nel vedere una superficie differenziata e un vedere in essa, che restringerebbe l’immagine alle sole immagini pittoriche?  Desideri rigetta entrambe le ipotesi, prospettandone una personale. È in questa parte del libro che si rende ancor più evidente il bagaglio logico-filosofico di Desideri, che sprigiona una perspicacia degna di un teologo del Medio Evo, inarrivabile nello sviluppo del pensiero e nel costruire da solo ogni contraddittorio, fino allo scioglimento della disputa, Maestro nella quaestio quodlibetalis.

Desideri sostiene che l’immagine appartenga alla categoria dei “quasi-oggetti”, a metà strada tra l’oggetto e la rappresentazione.

Per suffragare le sue ipotesi, Desideri si riveste dei suoi abiti di scienziato, ipotizzando un altro mondo, un “mondo senza parole” in cui egli dimostra come la percezione dell’immagine, del quasi-oggetto, si esplichi in “un pensare capace di distinguere ciò che differenzia l’immagine da ciò di cui è immagine e, insieme, di cogliere quanto hanno in comune: l’aspetto della loro somiglianza” (Ivi, p. 52). Subito dopo, egli riprende le tesi esposte nel “Sofista” per chiedersi, con lo Straniero e con Teeteto, “che cosa sia propriamente un’immagine”.

Lo stacco tra “vedere” e “pensare di vedere” costituisce l’abilità del “vedere immagini”, che risiede nel cogliere le somiglianze e aver categorizzato la differenza tra immagini (quasi-oggetti) e cose.

A questo punto mi permetto di inserire una mia riflessione su “un altro mondo”, quello dell’infante. È capace di scorgere somiglianze un neonato di 4-5 mesi? Ebbene, la sua coscienza distingue gli oggetti più familiari quando questi gli si ripresentano: egli distingue ciò-che-va-e-torna da ciò-che-non-torna; ciò-che-va-e-torna gli provoca meraviglia e piacere, e si registra nella sua memoria. Un oggetto della visione tra i tanti fantasmi assume la configurazione dell’immagine! Il neonato distingue il quasi-oggetto ogni volta dallo sfondo dell’indistinto, generando quello che è un vero e proprio fondamento dell’estetico, un imporsi dell’immagine nel pensiero. È la concezione che, in diversità di modi e parole, sostengo nella mia opera “Sensibili alle forme. Che cos’è l’arte” e che ritrovo ben più profonda e problematizzata e giustificata nel testo desideriano: “Non sono dunque le relazioni di somiglianza a costituire la condizione di riconoscibilità delle immagini, sono piuttosto le immagini (…) a insegnarci a conoscere e riconoscere somiglianze, istruendoci primieramente sul vedere aspetti come relazioni interne tra oggetti” (Ivi, p. 55).

È proprio attraverso le immagini (il volto materno che si impone come presa di coscienza nel distinguersi dagli altri volti, a mio avviso) che si espande, secondo Desideri, il nostro rapporto cognitivo e ontologico col mondo. E questa espansione è connotata esteticamente, “ma lo stesso senso estetico sta in strettissima connessione, quanto alla sua origine, con la percezione delle immagini” (Ivi, p. 56).

Il testo di Desideri pullula di riflessioni, è attraversato da continue accensioni, da un’urgenza, da una febbre di cui ogni rigo è infuocato, nel microriassunto di complesse meditazioni durate intere esistenze.

Desideri passa poi ad analizzare il concetto di schema estetico, “se e come una logica istantanea dell’immagine possa incorporare qualcosa della regolarità e ricorsività dello schema” (Ivi, p. 71). Una esperienza estetica non sarebbe possibile senza una connessione con la “comunità del giudicare”. Da Kant agli studiosi di intelligenza artificiale, tutti Desideri interroga, e con loro si confronta, fino al mio amato Garroni.

Si sofferma poi sulla centralità del problema del piacere, affrontato con migliaia di riferimenti scientifici.

La conclusione viene appena formulata: “Estetica è, perciò, la caratteristica di una mente sensibile, ovvero di una mente embodied in un corpo che ha bisogno dei sensi per ricercare informazioni” (Ivi, p. 99), che subito si presentano altre questioni; successivamente il “meccanismo estetico” è illustrato in uno schema a p. 106 dal quale non si potrà mai più prescindere quando ci si vorrà avvicinare alla questione dell’epigenesi del funzionamento estetico.

Desideri finalmente rende più palpabile la sua rivalutazione del mondo dei sensi, accennando all’accordo tra interiorità ed esteriorità: “Limitare i fatti estetici a fatti psicologico-soggettivi implicherebbe trascurare il loro contenuto ontologico, rivelato dall’accordo espressivo che nell’esperienza estetica si stabilisce tra esterno e interno (…)” (Ivi, p. 111).

Nel passaggio dalla mente estetica alla mente simbolica Desideri sottolinea come l’homo aestheticus preceda quello symbolicum, anche qui affrontando il contenuto di ricerche scientifiche e il pensiero dell’ultimo Wittgenstein, per poi delineare il giudizio estetico, la cui complessità viene sintetizzata in uno schema a p. 157, anche questo fondamentale e incontestabile, un esempio di come si possa fare scienza e filosofia con la forza di un solo pensiero (che però, per dire la verità, si forma solo nella potente-mente embodied di Desideri).

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