TUTTE LE VOCI DI MANUEL COHEN


TUTTE LE VOCI DI MANUEL COHEN

di Massimo Pamio

Si potrebbe definire scarno poemetto l’ultimo testo di Manuel Cohen, “Tutte le voci”(1), dato che si esaurisce in 302 versi molto brevi incentrati sullo stesso tema secondo le linee di una struttura molto regolare – divisa in dodici parti introdotte da un prologo (voce dell’ albero proemiale) a cui fanno seguito 9 sezioni contraddistinte da un numero romano e una decima sezione (appellata vociario) che precede il congedo (voce dell’esodo) – se poi non scoprissimo l’interessante originalità dell’opera, unica e soprattutto aperta a nuove possibilità insite nella scrittura che l’autore sembra voler dischiudere, grazie a un talento critico vivacissimo, innovativo, sensibile alle potenzialità riposte e ancora non completamente esaurite della poesia, capace di realizzare un’autentica “opera aperta” che avrebbe sicuramente destato l’attenzione critica di Umberto Eco.

Innanzitutto, mi preme rimarcare l’ardita messa fra parentesi di alcuni titoli, operazione che rimanda a una bizzarria ostentata dagli “sperimentalisti”, altresì imitati nella orditura del prologo, (voce dell’albero proemiale), in cui i contorni grafici dei versi disegnano la forma di un albero. A parte questi inserti, dal valore prettamente geometrico e formale, non mi sembra che ci siano altri lasciti sperimentali, i quali, quantitativamente insufficienti per dipingere le linee di un atteggiamento di fondo, paiono strettamente riconducibili a un’esigenza ideale dell’autore, a un’aspirazione extratestuale che Cohen intende sottolineare mediante l’accento posto sulla componente visiva, proiettando il testo in un ambito non coincidente con quello della pagina, in funzione della recitazione e della lettura en plein air, della interpretazione scenica, laddove da una parte l’ascolto costituisce un vero e proprio spazio, dall’altra accorda al testo un valore ritmico e gli assegna e riconosce una vocalità. Se tali scelte “sperimentali” non incidono in modo profondo sul tessuto del testo, esse circoscrivono però un ambito, quello della citazione colta, in cui le pretese neoavanguardistiche dell’autore si inseriscono in modo non marginale, perché sottolineano il riconoscimento di un lavoro compiuto dagli esponenti del Gruppo 63, volti a svecchiare l’accento severamente lirico degli ermetici, e ad ammonire profeticamente su sciagure che sarebbero avvenute, causate dai corifei della “parola innamorata”, rei d’aver inquinato il mare della poesia italiana con la loro stucchevole ricerca del sublime, ricalcata da numerosi giovani e non più giovani, con versi di plastica e falsamente patinati.

Il volumetto coheniano, alquanto ambizioso, si ripromette di far parlare “tutte le voci”, di offrire una panoramica sulla qualità degli uomini di esprimere l’individualità, di nominare la presenza, e poi di aprirsi alla relazione, di disporsi, sovrapporsi, unirsi con le voci degli altri, fino a formare un coro, ad elaborare la personale testimonianza in vista della condivisione delle esistenze, vite costrette a riassumersi e a scomparire nelle forme complesse delle civiltà, in cui prendono forma le vicende e le narrazioni del Mito e della Storia.

È lo stesso autore ad accennare ai motivi della stesura del testo: “episodi e fatti che hanno segnato passaggi epocali o semplici vicende che hanno colpito l’immaginario comune: come la morte in diretta televisiva del bimbo a Vermicino, o la nave russa affondata nelle acque ghiacciate del Baltico, le navi delle battaglie del passato, gli omicidi di Pasolini, di Moro, di Falcone, di Borsellino, (…) la balcanizzazione della violenza, l’offesa al paesaggio, la rimozione delle lingue minori, la devastazione del popolo Maori. (…) Sono voci, solo voci, voci sole e isolate, voci minori di realtà sconfitte o offese (…). Un anti-coro incalza in corsivo, aggiungendo (…) voce alla voce”(2).

Quel che egli aggiunge, scopre un atteggiamento sperimentale di fondo, fortemente innovativo e provocatorio, perfino spiazzante: “un canovaccio (…) che, a seconda delle occasioni e delle letture in pubblico, subisce continue revisioni, aggiunte e aggiustamenti”: un work in progress, come lo stesso autore enuncia all’inizio del suo intervento.

Si tratta allora di un testo che, destinato alla recitazione nelle scene, cresce su se stesso, si rinnova, perisce, crolla, si aggiusta, fatto della stessa materia aerea della voce, secondo una modalità che fa vacillare tutte le nostre convinzioni sulla compiutezza del testo poetico, prospettando una scrittura che viene pericolosamente a collidere con la vita, presentando la poesia come un sistema organico, vivente, palpitante.

Ordunque risulta fuorviante la definizione di “poema” per un testo che si rileva molto più complesso e che, soprattutto, non coincide neanche con se stesso.

Non solo il testo poetico non coincide con quello trascritto nel libro, esposto a successive e continue variazioni e rifacimenti e aggiunte, ma lo stesso soggetto o agens poetico subisce una concreta riduzione, facendo posto alle voci, dando luogo a uno “sprofondamento dell’io dietro le quinte di quel quadro in cui la scrittura prende forma”(3).

Parimenti, “non conta più ciò che l’io, pure sostenuto da una visione personale del mondo, racconta, ma quel che le voci degli altri – le voci offese, perdute, sconfitte, dimenticate, cancellate – lasciano nella memoria di chi osserva gli eventi e di chi ne apprende, a ogni lettura, l’esistenza”(4).

Se da una parte potremmo dire di trovarci di fronte a un recitativo, dall’altra dovremmo fare i conti con la pluralità delle voci che lo sostengono, e che musicalmente è costituito dal coro.

Il coro coheniano richiama quello greco, in “Tutte le voci” l’agens poetico sembra coincidere con le voci, che partecipano al testo come a una vicenda di cui sono parte e di cui l’agens è appena il tramite.

Manuel Cohen si fa interprete della esigenza collettiva di un’aspirazione al bene e all’etica, alla condivisione pacifica della vita sociale che invece viene continuamente frustrata dalla storia, sorda alle istanze della comunità, al rispetto dei più deboli; lo scrittore interroga la poesia per trarne il succo più vitale, la voce, intesa nell’accezione di espressione libera, autentica, traccia dell’aspirazione universale al bene comune, della ribellione e della denuncia contro ogni forma di violenza, di sopruso, di sopraffazione, di inganno, nonché respiro e fiato degli oppressi, degli ultimi, degli emarginati, dei parlanti lingue localistiche – quei dialetti e quelle lingue minoritarie in procinto di essere spazzate via dalla globalizzazione, insieme con coloro che ancora le pronunciano, colpevoli di una marginalità etnica che li macchia di fronte alle avide maggioranze oscure, pronte a vituperare e poi ad escludere, al fine di cancellare, di sterminare.

Nel dare forza a tutte le voci, senza distinzione alcuna, equamente ed egualitariamente, per concedere l’evidenza ai bisogni di tutti, il poeta si fa interprete di un clima, di una temperie universale che mostra le sue ultime carte, ma che ancora, indegnamente, prova a barare, sebbene il gioco non contempli alcun vincitore, ma, forse, solo sconfitti: perché si è di fronte a scenari preapocalittici, a violente trasformazioni atmosferiche e climatiche che renderanno in poco tempo la vita impossibile per la specie umana.

Il compito del poeta, invocare le Muse, si esplica nell’affinare la propria ispirazione al fine di trarne la giusta intonazione, l’accordo alla Voce dell’ultimo, tanto da distendere armoniosamente e disperatamente un comune coro finale, il canto del cigno o forse della salvezza.

Tutte le voci, appunto, in una. Cohen fa emergere, fa tornare a galla tutte le voci per radunarle insieme, per evocarle e poi disseminarle, in un concento, che è anche un appello, e pure sottende un richiamo estremo e cela l’incombere di voci ben diverse, quelle del giudizio universale, che egli anticipa raffigurando, nel testo, che potremmo immaginare come una sorta di Cappella Sistina delle voci susseguitesi nei tempi fino ad oggi.

Radunate, rimesse insieme, l’autore le accorda in un canto unico, come un direttore d’orchestra, ed ecco che tutte le voci tornano a pronunciarsi sulla questione umana, a dire la loro sul problema di una specie che ha raggiunto il suo acme e che ora non esprime altro che sgomento di fronte a quel che la storia ha sedimentato: cimiteri di plastica che riemergono formando isole nell’oceano e tutto quello che abbiamo detto, pensato fatto, che torna a chiederci il conto, mentre i fantasmi riemergono e cantano in una sorta di carnascialesca danza della morte, intonano il canto della dannazione della Storia, la vera colpevole, l’immenso Male che ha sancito l’irreversibilità delle azioni degli uomini e ha guidato le civiltà verso la catastrofe finale.

Riemergono così le voci profetiche e inascoltate di coloro che avevano predicato la vita e la gioia e il rispetto della vita e della condizione umana: da Giordano Bruno alle streghe a Pasolini alle voci “di Greenpeace per le foche/ per le balene/ per le ultime falene”(5).

Spettacolo sonoro, operazione verbosonora di totale impatto, l’opera costituisce un teatro di voci esibito in un’aula di giustizia, che si apre e si spalanca in un coro davanti a un pubblico che viene investito di frasi subacquee, inabissate, sprofondate, interrate, rese mute, soggiogate, escluse, uccise, tutte le voci “possibili” (e l’operazione mi fa pensare alla sapienza di Demetrio Stratos, di Carmelo Bene, dei grandi interpreti della vocalità e della sonorità).

____________________

  • Manuel Cohen, Tutte le voci, Arcipelago Itaca, Osimo, 2016.
  • Manuel Cohen, ivi, p. 9.
  • Salvatore Ritrovato, Prefazione, ivi, p. 5.
  • Manuel Cohen, ivi, p. 39.14264190_1647587242238833_7741661321656679273_n-1

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