IL FANTASTICO SECONDO LUCILLA SERGIACOMO


IL FANTASTICO SECONDO LUCILLA SERGIACOMO

di Massimo Pamio ©

La realtà è in gran parte nell’assurdo, in quell’immaginazione che è a un
passo per diventare realizzazione, ma che non la diventerà mai. Nella vita
in fondo la realtà esiste e non esiste. (Antonio Delfini)

Si legge come un lungo racconto d’avventure l’ultimo libro di Lucilla Sergiacomo, studiosa di notevole spessore, già nota per numerose opere di notevole acume critico ed ermeneutico. La scrittura, avvincente per vivacità, gradevolezza, cordialità, il lettore, invita elegantemente il lettore ad assistere a tutte le avventure sia a quelle credibili sia a quelle impossibili che gli scrittori, in qualità di spregiudicati viaggiatori nel tempo e nello spazio, audaci trasvolatori di cieli e violatori di abissi, nel corso dei secoli hanno narrato. Bisogna però convenire che, nella maggior parte dei casi, questi audaci cultori del fantastico e dell’avventura non si sono mai allontanati da casa propria, anzi, sovente rintanati in un piccolo studio, sedentariamente appoggiati con forza e timore ai braccioli della nave in tempesta della loro fantasia, sono stati facili prede di un’incontrollabile attrazione per l’altrove, per il misterioso, per l’invisibile, l’imprevedibile, l’enigmatico, il magico: analizzati singolarmente, senza mai essere accostati, senza che le loro stranezze venissero mai comparate a quelle di altri, ora, per un’ardita operazione storico-critica, sono ritratti insieme e presentati in un solo testo dedicato interamente a loro e alle loro imprese.

Mi sia consentito di proclamare fin d’ora che chi vorrà affrontare l’argomento in futuro dovrà sempre misurarsi con quest’opera, riguardante la letteratura di numerosi Paesi, motivo per cui non è difficile pronosticare la prossima traduzione del libro in lingue estere. Il lavoro sergiacomiano si avvale altresì di una ricca bibliografia e di dotte e documentate note esplicative.

Spericolata l’audacia dall’Autrice, misuratasi con un argomento così vasto e complesso, ma già dotata di basi ben solide, se nel passato aveva già in precedenza sfoggiato ottimi risultati confrontandosi con argomenti e autori quali Gadda o Flaiano, con una storia della letteratura italiana, uscendo sempre vincitrice da queste sfide, indenne dalle mille procelle e tempeste d’ogni sorta con le quali si è misurata, andando loro incontro coraggiosamente ma con giudizio e ben equipaggiata.

Lo stesso libro della Sergiacomo è un racconto di racconti, una vera foresta narrativa, un bosco fantastico dove possiamo perderci insieme con l’autrice, che funge da virgiliana guida e non ci lascerà mai soli nella terra senza confini di spazio e di tempo dell’ignoto periglioso continente del fantastico.

Al contrario di quanto fanno gli accademici, che, per rendere più coerente e credibile il loro discettare, svelano soltanto alla fine quanto hanno mutuato dal loro studio, la Sergiacomo fin dalle prime pagine sgombra il campo da qualsiasi interpretazione del fantastico che risulti fuorviante o errata. Ella si pone subito in medias res,  dimostrando di aver perfettamente chiarito il problema e di poterlo affrontare senza tentennamenti metodologici: “Più che un genere, come si tende a definirlo -ella scrive con audacia, sicura di sé- il fantastico è un modo di raccontare o di rappresentare che attraversa il tempo e contamina generi di scrittura letteraria piuttosto lontani tra loro:  dal poema classico, dove le divinità interagiscono con gli eroi e le loro prodigiose imprese, al teatro greco e alle sue ricorrenti epifanie del sovrannaturale, dalla fiaba antica, popolata da animali parlanti e creature fittizie, al romanzo di peripezia e alle sue avventure straordinarie: dalle agiografie cristiane, nuova epica dedicata alle miracolose imprese dei santi, ai poemi medioevali sull’aldilà; dalle chansons de geste delle letterature romanze ai poemi cavallereschi rinascimentali e ai loro intrecci regolati da incantesimi e misteri; dal romanzo gotico inglese ai vari filoni narrativi dell’horror, della ghost story, dei freaks e dei vampiri. E ancora, procedendo nel tempo, dalla fantascienza sino alla proliferazione contemporanea della poliforme letteratura fantasy”. (1) (Lucilla Sergiacomo, “L’assoluta libertà del fantastico. Un viaggio nella fantasia da Omero a Calvino”, Odoya, Bologna, 2018, p. 9).

Il fantastico è dunque non tanto un genere letterario, quanto un modus operandi, una intrinseca particolarità del romanzesco o del narrativo, aduso a contaminare generi piuttosto che a crearne, vista l’infinita casistica in cui si esprime e in cui si proietta; io aggiungerei che il fantastico ha molto da spartire con l’immaginazione, ovvero con l’immaginario, che è la componente fondamentale della letteratura, insomma la letteratura è sempre in qualche modo fantastica, e proprio questa coincidenza esclude la possibilità che il fantastico ne costituisca solo una parte, ovvero che sia un genere letterario specifico, con modalità sue proprie; insomma, ribattendo il tasto, il fantastico è una modalità del letterario.

Non distante da questa posizione Lucio Lugnani, che prende come punto di riferimento non la realtà, il naturale o il sovrannaturale, ma il “paradigma di realtà”, cioè un elemento anch’esso culturale e convenzionale: i racconti fantastici raccontano l’inesplicabile generato da un evento che rappresenta uno scarto irriducibile rispetto al paradigma di realtà, non riducibile al reale tramite lo strano spiegato, e neanche al meraviglioso. Il racconto del reale, al contrario, è il polo oppositivo dello strano, del meraviglioso e del fantastico, ossia dei racconti dello scarto. È proprio il rapporto con il realistico a consentire di stabilire e approfondire la differenza tra fantastico e strano e fra questi e il meraviglioso. Lugnani ritiene che se il racconto realistico entra nello spazio del paradigma di realtà, lo strano è il racconto d’uno scarto apparente o riducibile del reale rispetto al paradigma, il fantastico è il racconto d’uno scarto non riducibile del reale e d’una lacerazione del paradigma, il meraviglioso il racconto dello scarto paradigmatico natura/sovranatura (2) (L. Lugnani, R. Ceserani, G. Gocci, C. Benedetti, E. Scarano, La narrazione fantastica, Pisa, Nistri-Lischi, 1983, pp. 44, 54–55). Questa suddivisione però non designa generi narrativi ma categorie modali del raccontare, ribadendo quindi la concezione sergiacomiana.

In questo ambito di riflessione, mutatis mutandis, si attestano anche gli altri più autorevoli studiosi del fantastico, Eric Rabkin, Witold Ostrowski, Andrzej Zgorzelski, Terri E. Apter, Kathryn Hume, Harold Bloom, Italo Calvino, Rosemary Jackson a Irène Bassière.

Quando però il fantastico si traduce in un atteggiamento prevalente, anzi, ridondante, occupando interamente un testo, caratterizzando tutta un’opera, ecco che in e da questo debordare si possono venire a creare dei nuovi generi letterari. La Sergiacomo fa propria quest’obiezione: “Oltre alla natura pervasiva che permette loro di fondersi con svariate tipologie testuali, le forme della letteratura fantastica presentano caratteristiche estremamente differenti”. (3) (Ivi, p. 10.) E’ a questo punto che nascono, rileva l’Autrice, “La fiaba, il testo fantastico per eccellenza (…). La fantascienza, una delle modalità più fortunate del fantastico”. (4) (Ivi, p. 11).  Fiaba e fantascienza si distinguono per il fatto di sostituire convenzionalmente il mondo reale con quello metafisico, aspetti del fantastico romanzesco, mentre il racconto invece, secondo l’Autrice, si articola in diverse e molteplici maniere.

L’atteggiamento sergiacomiano rispecchia quello di Charles Nodier che nel suo saggio “Del fantastico in letteratura” definisce il fantastico una categoria a priori della sensibilità insita nelle profondità oscure e fiabesche dell’animo umano, concetto ripreso pure da Remo Ceserani che assimila il fantastico a un modo letterario, così come il modo comico si rapporta al genere commedia, l’elegiaco all’elegia, il satirico alla satira.(5) (R. Ceserani, Il fantastico, Bologna, Il Mulino, 1996, p. 11)

Per questi motivi, appare, alla Sergiacomo, alquanto improponibile il tentativo di Todorov di classificare il fantastico entro due sole partizioni: il fantastico strano, quando l’autore presenta l’evento prodigioso frutto dell’immaginazione o del fraintendimento, e in tal caso ne consegue che le leggi del mondo rimangono immutate e alle presenze misteriose, alle situazioni inspiegabili (…) viene attribuita una natura illusoria”,(6) (L. Sergiacomo, cit. pp. 11-12) e il fantastico meraviglioso, quando l’assurdo si insinua nella normalità e cambia la percezione di verità.

Il fantastico invece ha tante declinazioni quanto quelle che l’uomo sviluppa naturalmente e culturalmente, e di cui forse non conosciamo neanche tutte le potenzialità, ma solo l’indeterminata quantità, che si applica alle varie forme letterarie, ai diversi generi letterari già esistenti e che addirittura ne riesce anche a formare di nuovi: insomma, come recita il titolo del libro, l’assoluta libertà del fantastico è una qualità che rappresenta una delle espressioni più “umane”, più caratteristiche della specie.

D’altronde che cosa è il genere letterario se non una forma che si alimenta di uno stile individuale poi imitato da innumerevoli epigoni fino ad essere codificato e riconosciuto e definito con un termine, romanzo o racconto o poesia o altro?

È la fantasia del singolo, quando è innovativa a tal punto da divenire la base per una variazione infinita sul tema, a dare vita, una volta codificate le sue marcate specificità in un particolare e determinato ambito testuale, a un nuovo genere letterario; è sempre la libertà della fantasia e della creazione umilmente posta al servizio della letteratura da parte del singolo a costituire il fondamento di ogni nuovo dire collettivo, ad essere responsabile del fiorire di nuove forme letterarie. E che dire di autori che invece creano un modo così inimitabile e unico della scrittura del fantastico da poter vantare uno stile diverso da tutti gli altri eppure nello stesso tempo così riconoscibile e marcato da favorire la coniazione di un neologismo per indicare proprio quel particolare modo di leggere la realtà, come accade per la fantastica paradigmatica complessa espressione testuale di Kafka, definita appunto “kafkiana” a motivo della sua auroralità?

Nelle prime pagine l’Autrice di questa opera vuole forse suggerirci che il fantastico è irriducibile e che gli autori che si consegnano interamente alla sua verità sfuggono a ogni classificazione, ovvero assurgono a una verità che sfugge a ogni definizione? Per tanto, come inquadrare il fantastico?

Dopo questa introduzione l’Autrice si appresta a rivisitare e a passare in rassegna, interrogandole, le pagine della storia letteraria in cui il fantastico si è di volta in volta reso riconoscibile, calandosi nei generi più diversi, a partire dalla letteratura greca, dunque palesando l’urgenza di storicizzare il fenomeno per venirne in qualche modo a capo. Basterà analizzare le manifestazioni del fantastico umano nella storia per individuarne le tipicità e gli aspetti salienti?

A mio modesto avviso, il fantastico prende le mosse dal sogno, da questa componente ignota che schiude all’uomo l’esistenza di una alterità rispetto al reale, allorché si incontra con il pensiero, altra componente misteriosa, voce che abita in lui senza mai rivelarsi e che genera, proprio nell’incontro col sogno, l’immaginazione, ovvero la fantasticheria, la fantasia. Se accomunati, sogno e pensiero, divengono alterazioni o fonte di alterazione, preparando il terreno all’eccedente, al perturbante, al misterioso, all’idea dell’Altrove: alla consapevolezza di essere in qualche modo agito e di non conoscere né se stesso né il mondo che lo circonda, dunque di vivere una costante illusione o perversione d’essere. Il sogno fonda la verità dell’illusione e il pensiero e l’immaginazione ne rafforzano il valore, tanto da condurre l’uomo a concepire, quando si pone di fronte all’illusione e alla morte e alla malattia, la speranza del rimedio e della guarigione miracolosa, la scoperta dell’incredibile, dell’irreale o del surreale e del magico, fino a concepire la possibilità dell’esistenza anzi della effettiva, materiale consistenza dell’ignoto e del sovrannaturale (nel sogno quando viene a visitarlo il morto, ecco che egli concepisce l’esistenza del fantasma), tutte riflessioni di cui è prova paradigmatica il Somnium Scipionis ciceroniano. Alla base di queste riflessioni è il mondo animistico e sciamanico preletterario.

Nel paragrafo I fantastici classici la Sergiacomo stabilisce che il meraviglioso dell’epica omerica scaturisca dalla contrapposizione tra umano e divino, mentre l’epopea virgiliana situata tra imitazione e creatività, espleti una funzione celebrativa, nelle forme ora della leggendarietà, ora del meraviglioso, non solo ripetendo le tracce omeriche, ma anche stabilendone di nuove, che saranno ampiamente riprese e imitate a sua volta da Dante e da tanti altri scrittori, fino ai nostri giorni. L’Autrice si rivolge alle opere di Apuleio per interessarsi delle apparizioni sovrannaturali, cioè dei fantasmi, e intenzionalmente si sofferma sulla novella di Telifrone contenuta nelle Metamorfosi di Apuleio, per poi affermare, sostenuta dal grecista Giorgio Iermanò, che esiste una continuità tra i mostri che popolavano l’immaginario della letteratura greco-romana e quelli moderni, insomma i vampiri e Dracula forse si chiamavano Erinni, ma sono sempre gli stessi di una volta, e così demoni incantesimi e magie, streghe, lupi mannari e gli incubi pure.

Nella classicità si assiste alla prima proiezione delle ansie dell’uomo, che usa il fantastico come sonda dell’ignoto, ponendo le basi di ogni fantasticare successivo, modificate solo parzialmente dalle mutate condizioni culturali e storiche.

Le civiltà tendono naturalmente al fantastico; nel trascrivere la loro fondazione ricorrono al leggendario, e cioè alla mitografia, che nella classicità assume la configurazione della mitologia.

Il fantastico è, a giudizio dell’Autrice, ciò che si pone in relazione al paradigma del reale, elemento di contrappunto che comunque da quello trova linfa e suggestioni.

L’idea è però a mio avviso restrittiva nei confronti di una supposta incommensurabilità del rapporto che esiste tra misterioso e reale, tra ciò che non è possibile pensare e che entra a viva forza nel reale, modificandolo. Cesare Garboli scriveva in un suo aforisma: “Il reale è quanto di misterioso entra nei fatti”, affermando appunto come la relazione reale/fantastico sia incommensurabile e se l’uomo dà il suo contributo di sovrareale, se il sovrannaturale è qualcosa che è pura creazione dell’immaginazione, essa comunque non appartiene alla quotidianità. Esiste un altrove a cui l’uomo non è dato di partecipare, e questo misterioso esserci è comunque a noi vicino, costituito dalla vita delle piante e degli animali. Un senso di colpa per l’uomo per aver abbandonato il mondo della natura ed essersi alienato da essa fino a diventarne un concorrente spietato e crudele e soprattutto ignorante e irrispettoso. La letteratura cerca di recuperare questo aspetto, facendosi esplorazione dei sogni, ma anche dell’allucinazione, della dissociazione mentale che l’autore immagina di avere, quando inventa il magico e la qualità di uscire dal reale, di sognare a occhi aperti pratiche e rituali anche ancestrali. La letteratura recupera la dimensione della natura passando attraverso la sua sublimazione ideale nel magico, che compiono anche sciamani e stregoni, rabdomanti, guaritori, i quali si ricollegano alla natura riconoscendole la potenza, infatti esplicitano poteri di controllo sulla vita, ma anche sulla natura, in modo sovrannaturale. La natura è la vera fonte del fantastico. L’altro, la pianta, l’animale fanno cose che l’uomo non riesce a fare. Perciò l’uomo sulla scorta del fantastico naturale cerca di creare Incantesimi, sortilegi, metamorfosi, trasformazioni alchemiche (che cos’è la scienza se non un’applicazione pratica, ovvero tecnologica di tutto questo?). In verità il fantastico è un sospendere il giudizio sulla verità apparente, è un sospendere il reale per provocare il sovrannaturale a manifestarsi, ai fantasmi di riprendere possesso del mondo, alle piante di esibirsi in una danza alla quale non abbiamo mai partecipato. Soltanto la contaminazione tra naturale e umano, l’azione combinata delle droghe con la coscienza, può creare l’allucinazione, ovvero una nuova visione, più profonda e accentuata, dell’illusione del reale, facendovi penetrare quanto di veramente misterioso è nei fatti.

Nel capitolo successivo, l’immaginifico medioevo, la Sergiacomo contesta l’opinione di Le Goff, il quale afferma che il fantastico cristiano svuoterebbe il meraviglioso, proprio a causa della sua prevedibilità. “La cultura cristiana ereditò le credenze mitologiche e fantastiche della classicità e le riversò nel soprannaturale religioso”,(7)  (Sergiacomo, cit., p. 60) con intento morale edificante, scrive l’Autrice, ma non bisogna dimenticare che “il pubblico a cui erano destinate le agiografie (…) era composto da illetterati (che) (…) in quelle meravigliose imprese cercavano una compensazione fantastica alla loro faticosa quotidianità”,(8) (Ivi, pp. 84-85). Insomma, in due capitoli, giocando di cappa e di spada, la nostra Sergiacomo ha infilzato con pochi colpi di fioretto, nientepopodimeno che Todorov e Le Goff. L’intera cultura medievale, si legge più avanti, era permeata da un forte simbolismo che “vedeva la natura come una maschera”(9) (Ivi, p. 75) di quella divina, ma anche era permeata della “volontà di padroneggiare il mondo, prendendo dimestichezza  con esseri e luoghi sconosciuti”(10) (Ivi).

L’immensa produzione letteraria fantastica del Medioevo viene raggruppata in base agli argomenti principali, “il meraviglioso cristiano”, che è basato sul miracolistico, sull’“ossessione del peccato e sulle visioni ultraterrene” (questo è il titolo del secondo paragrafo), tendenze che sono magnificamente rappresentate in quello che è “il capolavoro della letteratura fantastica cristiana”, la Commedia” di Dante (titolo del terzo paragrafo). Appartengono al fantastico medioevale i viaggi e le visioni di monaci e santi, che contribuiscono a fondare un’epica cristiana, prende corpo un’antica ossessione, quella del gurges mirabilis, che attraversa tutta la storia della letteratura, e che da Dante, Melville e Verne giunge fino alla contemporaneità, nelle pagine di Poe e nei volti e nei paesaggi dei quadri di Munch, nei film apocalittici ed horror dell’industria cinematografica. Appartengono altresì al Medioevo le fantastiche avventure cortesi e il mondo esotico delle Mille ed una notte che riportano al centro della letteratura fantastica la fenomenologia del magico.

Il capitolo successivo costituisce un sorprendente, curioso, documentatissimo excursus sull’influenza che l’immaginario dantesco ha proiettato nei secoli sulle culture di tutto il mondo, lo stesso accade per il successivo ed ultimo capitolo, dedicato interamente alla luna, “Che fai, tu luna in ciel?”, che parte dai primi viaggi immaginari interstellari descritti da Parmenide, Cicerone, Plutarco, Luciano di Samosata, per giungere ai nostri giorni.

La sete di fantastico di ciascun lettore viene dunque appagato in modo geniale, dall’originale, autentica narratrice Lucilla Sergiacomo.

Provo anch’io a dire la mia sul fantastico.

Con il permesso non autorizzato dell’autrice, mi eleggo promotore di una nuova suddivisione dell’indivisibile letteratura del fantastico in due zoppe e sbilenche parti, la prima che definirei il fantastico gioioso, la seconda fantastico umbratile. Alla prima categoria assimilo scrittori di varia umanità ma di acume profondo e irriguardoso, dal più grande, il padre di tutti che viveva in un ambiente affatto alieno alla fantasia, che però veniva alimentata dagli esotismi orientali zoroastriani e mesopotamici, Luciano di Samosata, per passare poi a Shakespeare Rabelais Cervantes e Goethe, sognatori tra i più tignosi e insonni di quelli a occhi aperti, e poi Swift e Carroll e il reverendo Abbott, autore di uno dei capolavori del fantastico applicato che in Flatlandia compie una riduzione dell’umanità su di un piano a due dimensioni di puro sberleffo, e ancor fino a Borges e Jarry, in opposizione agli scrittori del fantastico ombroso, da Poe agli autori di fantascienza e di fantasy, alquanto cupi, malinconici, celtici, se non ripetitivi, schematici fino alla noia e alla pedanteria, redattori di pagine di una banalità mortale e intrise di sangue, popolate di vampiri, incubi, orrori, dal clima tutt’altro che invitante o benefico. Insomma, una suddivisione tra chi fantastica gioiosamente e chi fantastica mediante la spinta della depressione o degli orrori che si porta dentro.

Un’altra osservazione di cui vorrei far partecipi gli uditori riguarda la categoria del magico, che a mio avviso si sprigiona come un’esigenza nei momenti di transizione, allorché gli uomini, per riuscire a sopportare il peso di nuovi assetti sociali, cercano di spegnere l’angoscia che provocano i cambiamenti culturali con il ricorso a una dimensione atemporale, alla grandezza dell’arcano, del magico, a verità che sono ignote e a cui ci si può riferire quando tutto appare confuso, perché nuovo e imprendibile e il proprio mondo passato, irrimediabilmente superato e perduto. Questa esigenza non si manifesta più, soprattutto oggi, in cui assistiamo a passaggi così veloci e perentori delle vicende, che perfino la storia si annulla, sostituita da un presente che risucchia ogni avvenimento, siamo oggi dei senza-storia, siamo noi i veri migranti, privi di momenti che trattengano il passaggio da una civiltà all’altra. È proprio per questo motivo che la celebrazione dell’allunaggio ha riscosso così tanto successo e credito nel mondo, il 1969 ha costituito l’ultima data storica dell’uomo, dopo di che egli ha vissuto solo una congerie di avvenimenti e di cambiamenti numerosissimi e intraducibili, non categorizzabili. Gli avvenimenti sono diventati eventi, perfino questa parola scorretta ci fa capire che la storia è collassata, sostituita da imprecisione e ignoranza, le nuove fasi della storia.

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