Archivio mensile:marzo 2020

MISURAZIONE


ilcollomozzo

guardi dal vetro le campagne
o gli interstizi stradali pensati
per gli incontri per la misurazione
dei sorrisi l’intreccio dei pensieri
delle scintille quando non è più ora
e lo capisci dal senso della luce
che non solleva più polvere
né coglie destini

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Nell’intimità dei nostri giorni. Poesie di Grazia Di Lisio e Patrizia Maccotta


Poesie di ascolto attento, accoglienti, di un’interiorità dolente e tenera, commoventi, queste di Grazia Di Lisio e Patrizia Maccotta. Leggetele. Ne sarete riempiti fino a traboccare di bellezza.

Grazia Di Lisio

FASTI NEFASTI

*

Sentirsi foglia, nuvola vento

alito leggero.

Come di Loi – Angel rarefatto –

sentirsi particella di fibra

universale

prendere in mano la luna

tra timide stelle

aleggiare d’immenso abbraccio

in nuovi spazi

limpidi …fratelli

25 marzo 2020

 

*

Come in un quadro di Hopper..

occhi di pietra altrove da te

oltre le soglie

dell’imperturbabile…

sguardi fasti nefasti

di lampi di gialli improvvisi

e fughe metafisiche.

Sfilano scorci della middle class –

Le bal au moulin de la galette –

immagini di interni nelle case.

E sorrisi negati.

Oh! Se potessi dipingere

di sole le pareti!

Ma è un dileguare di visioni

che lasciano spazio a cecità

a parole oltre la soglia…

a spazi surreali.

23 marzo 2020

 

Quid?

Sembra di ritornare

al tempo delle origini

[tra le pareti d’una stanza]

a un’aura felice.

Ma cosa accade?

La ‘corsa’ s’è fermata

il tempo è dilatato…

– ognuno specchio all’altro –

forse il tedio si vince in un altrove

dal ‘superfluo’

nel naufragare

nell’Immensità.

Tutto torna per dare spazio

a un mondo che spalanca

branchie di pensiero.

Che grande libertà

lo scroscio di silenzi,

la vita in un libro modulato

da note melodiose,

anche se manca il Verbo!

La vita nel riconoscere

che l’alienato mondo offeso

allo shock globale

non s’é ancora arreso!

15 marzo 2020

 

*

Si va calpestando silenzi…

non più brulicanti le vie della

città  – un’aria astratta

in attesa di catturare

sorrisi sconosciuti.

Parole contratte agli angoli

della bocca.

Tornano in mente fiumi

di nevrosi tormenti angosce

mai sopite. Dov’è il senso?

Poi la mente s’apre al ventaglio

di schiere d’uccelli

ai fiori timidi degli orti

nelle viuzze assenti

in uno scroscio di luce!

10 marzo 2020 – Teramo

 

Patrizia Maccotta

PANDÉMIE.  ITALIE MARS 2020

Elle dort allongée  sur les vagues,

Elle a suspendu  son temps

Comme une Belle  au Bois Dormant.

Ses villes sont vides, abandonnées,

Leurs bruits lointains, leurs pas feutrés.

Elle rassemble  ses fleuves et ses champs,

Elle rappelle ses palais de marbre.

Elle se cabre pour affronter

Un inconnu infiniment  petit.

Nous sommes reliés  aux racines des arbres.

Il n’y a aucune séparation.

Chaque vague appartient  à  la mer,

Chaque pétale  appartient  au printemps

Qui vient pour consoler la terre.

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DELL’INAPPROPRIABILITA’ DEL REALE (di Massimo Pamio)


“Mai ci sarà una porta. Tu sei dentro
e la fortezza è pari all’universo
dove non è né dritto né rovescio
né muro esterno né segreto centro…”
Jorge Luis Borges Labirinto

Faccio seguito alle mie riflessioni contenute in

https://noubs.wordpress.com/2014/04/15/in-esilio-nellimmaginifico-trompe-loeil-del-reale-di-massimo-pamio/

sul reale, alle quali rimando, per riuscire a comprendere meglio il mio tentativo di procedere oltre quelle, provvederò a definire le ragioni di un’intrinseca irriducibilità del Reale, che continuo a affermare, nonostante l’uomo continui, grazie alla sua hybris, alla sua tracotanza, tramite le scienze e la filosofia, a ritenersi in grado di poterne sostenere lo sguardo invisibile che incombe sulla fragile presenza dei miseri e arroganti animali pensanti.

Che cos’è la Realtà? È quella che ci aspettiamo sia e si conceda a noi grazie alla somma delle nostre esperienze. In verità, è quel che accade in base al nostro modo di essere, alla nostra condizione e configurazione, alle nostre possibilità. Noi uomini siamo un dato di fatto nella fattualità (intendendo per fattualità il sistema dei fatti che caratterizza il Reale), siamo osservatori posti all’interno di ciò che osserviamo, luogo nel quale siamo soggetti e soggiaciamo a leggi che si autoconfermano, che si stabiliscono da sole per un processo nel quale noi siamo coinvolti e di cui siamo elementi non determinanti ma determinati e ininfluenti, oltre che “inattuali”. Non possiamo esibire una posizione esterna (così pure le nostre tanto esaltate macchine e i nostri tanto sofisticati strumenti), quindi non siamo una testimonianza attendibile di quel che accade all’interno, non costituiamo un elemento critico e altro, poiché siamo condizionati da questo sistema autoproducentesi (Reale): essendone i prodotti non possiamo che attestarne i risultati (noi siamo uno dei prodotti di quel che il cosmo plasma e modella: questa è l’unica verità che possiamo probabilmente affermare).

L’uomo non può verificare le leggi che strutturano il Reale, che è dunque oggetto non del nostro soggetto, come le filosofie hanno affermato, ma è l’oggetto altro e inappropriabile e inconcepibile del nostro soggetto in quanto parti di quell’oggetto. Noi esseri umani siamo partecipi soltanto dei limiti del Reale, ne siamo il prodotto, siamo le linee di questi limiti (neanche gli orizzonti, per giunta, di questi limiti). Che cosa accade in noi? Di prevedere ciò che c’è all’interno del sistema: di vedere un vedere, di osservare un’osservazione, di attestare un processo. Che cosa sono la fisica, l’astrofisica, la chimica, la meccanica quantistica se non i diversi modi del concepire un funzionamento?
Noi non spieghiamo il perché delle cose, ma come le cose avvengono all’interno del nostro processo. Siamo insetti catturati nell’ambra giunti perfino a definire alcuni aspetti della resina fossile in cui siamo, quelli che chiaramente attengono alla nostra sfera, alla sfera in cui siamo. Siamo “definiti” dal sistema, le nostre acquisizioni coincidono (più o meno) con il liquido in cui siamo immersi, essendone gli elementi, determinati e condizionati non solo dal funzionamento del meccanismo cosmico, ma anche dalle scoperte che veniamo via via elaborando rispetto a questa relazione, a questo rapporto (reso nei simboli numerici e di formule matematiche). Un rapporto che rendiamo sempre più complesso e articolato, di cui però ci sfuggono le regole, le leggi: il senso.

Quelle che noi definiamo come “leggi” (gravitazione universale, meccanica quantistica subatomica) sono solo “oggetti” di un sistema, che la filosofia appella con il termine quantomai appropriato di “illusioni”. Noi percepiamo gli effetti, ma pensiamo che essi costituiscano i modi di essere del “recipiente” cosmico che ci accoglie e del quale non scopriremo mai la Verità ultima.

© Massimo Pamio 2020

illusioni

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VERRANNO TEMPI MIGLIORI (DI TINO DI CICCO)


verranno tempi migliori

 

adesso non ti posso abbracciare

né baciare

adesso non ti posso neanche toccare

 

forse avevamo già tutto

e non lo sapevamo

 

Questa poesia di Tino Di Cicco adombra un sentimento di comprensione profonda dell’esistente, un sentimento di compassione per l’uomo e per i suoi limiti, per i suoi errori, per la sua arroganza. Un manifesto sottovoce dei nostri giorni, che dovrebbe farci riflettere. Tino Di Cicco continua nella sua ricerca filosofica a elevare un canto poetico di immenso valore, nell’umile affermazione della necessità di stabilire un più profondo rapporto con ciò che è fondativo.

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RICOMINCIO DA ME


La quarantena collettiva che ha costretto gli italiani a svolgere lo stesso lavoro, quello del casalingo, ha influito negativamente sulla mente di moltissime persone, che scalpitano, sbuffano, si infuriano, perché rivogliono la loro vita.

Perché, com’era prima? Se andiamo a investigare le vite di costoro, scopriamo che erano costituite della più piatta banale ripetitività di gesti, consuetudini, attività, doveri quotidiani: andare al lavoro, accompagnare i bambini a scuola, fare la spesa, preparare il pranzo, visitare i parenti, un salto in palestra, il venerdì sera in pizzeria, il sabato al cinema, la domenica con i parenti.

Qual è allora il problema?

Il problema è che in questi momenti in cui si resta soli, si scoprono le proprie frustrazioni, un matrimonio ormai divenuto routine, il rapporto con i figli costituito da mancanza di dialogo, e via dicendo, e ci si ritrova di fronte alla propria coscienza, a fare i conti con se stessi e con la propria vita e si prova una maledetta Paura. Questa è la vera Paura di questi giorni, non quella provocata dal coronavirus bensì il sentimento di sgomento che si avverte nel dover essere sinceri con se stessi, di ritrovarsi nella compagnia scomoda della solitudine, di fronte a pensieri rimossi, a desideri tacitati, a speranze tradite, a illusioni disattese, a un fondamentale atteggiamento di ambiguità e di falsità nei confronti di se stessi e dei propri cari.

C’è un film, Groundhog day, di cui è stato realizzato un rifacimento italiano, E’ già ieri, in cui il protagonista scopre che ogni giorno si ripete esattamente uguale al precedente, come in un incantesimo.

È la realtà di tanti, forse di tutti noi, ma nel momento in cui veniamo posti di fronte al problema, ne restiamo sgomenti, irritati, inferociti come accade oggi a tante persone costrette a restare a casa e a riflettere sulla loro esistenza ripetitiva.

Dovrebbe servire, questa lezione, a cercare di cambiare la propria vita, non tanto a darle una scossa quanto a comprendere che ciò che conta non è occupare il tempo di mille impegni per dimenticare di non vivere, ma a cercare una nuova via, a riprendere il contatto con il mondo, a scoprire quel che veramente conta nella propria esistenza, a non renderla una banale passeggiata sul nulla, una inutile traversata dalla nascita alla morte.

(Massimo Pamio)

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Carola Barbero, un memorabile addio (di Massimo Pamio)


Un libro di cui consiglio vivamente la lettura ad amici e lettori di ogni genere, e di cui auspico vivamente il passaparola, è “Addio” di Carola Barbero, una “piccola grammatica dei congedi amorosi”, che dalla A (di addio, ambiguità, amicizia, angoscia) giunge fino alla V (di verità, quella davanti alla quale non si può più rinviare le proprie debite conclusioni su una relazione di cui grondiamo ancora sangue e lacrime), un piccolo trattato esibito con acribia e generosità di riflessioni sul tema della fine della relazione amorosa.

Se lo stile appare compassato e scientifico, l’atteggiamento di fondo dell’autrice è divertito, ironico, ficcante, sfizioso, teso a far luce su ogni angolo oscuro del rapporto a due, senz’alcun pudore o tentativo di fuga dalla realtà.

Il testo compie un’analisi che fa bene al lettore meglio di lunghe sedute psicanalitiche, ma anche e soprattutto si configura come un prezioso esercizio letterario che ha l’ardire di mettere insieme, con particolare scioltezza e noncuranza, la cultura “alta” con quella “bassa”, alternando citazioni colte con esempi presi dal mondo popolare (un libro pop, come un giovane odierno recensore noterebbe stucchevolmente, provocando il mio immediato disgusto), tanto da creare un clima di conversazione brillante e piacevole, succosa e gustosa. Al congedo dall’opera, resta l’impressione di aver incontrato un livre de chevet, un libro del cuore, un piccolo capolavoro colto e spassoso, nazionalpopolare (secondo il magistero gramsciano).

Più che di una ricognizione critica, mi soffermerò su riflessioni che la lettura del testo mi ha suggerito. In primis, che l’amore a due sia una truffa, un inganno, un topos culturale consunto, basato su una sostanziale ambiguità, sulla mediazione di due modi di essere, che non assume mai una forma unica e, se la riveste, si tratta di una pura illusione, di una folie à deux. L’amore consisterebbe in una cosa indistinta, né carne né pesce, di cui, quando eravamo presi nel turbine passionale, ci eravamo fatti un’idea sbagliata: una commistione di autoinganno e di inganno (dell’altro/a) la cui somma contribuiva a rendere unico, magico e altissimo quel rapporto che invece era roba ordinaria, sostenuta solo dalla nostra convinzione errata, dal nostro desiderio di amare l’amore, quello sì spontaneo, innocente, sincero, che ci accomuna tutti, belli e brutti, colti e ignoranti.

C’è una sfrontatezza della Barbero nel mescolare l’alto col basso, che non è quella contemplata da Eco, il quale intendeva sconvolgere i benpensanti storici della traduzione letteraria italiana, sbattendogli in faccia, con Il nome della rosa, una commistione esagerata di noir romanzesco storico-filosofico, per la pruderie propria del colto bizzarro enciclopedista che decostruisce le tessere di un mosaico per ricavarne una nuova figurazione possibile, in un gioco raffinato e provocatorio. Se quello di Eco vuol essere un insulto alle convenzioni letterarie, aristocratico e profanatorio, nella sfrontatezza della Barbero al contrario si mostra un atteggiamento letterario classisticamente femminile, puntiglioso, dispettoso, vendicativo nei confronti di un possibile colto lettore maschilista che viene sfigurato da un’acidità volutamente nazionalpopolare. Certo, l’Altro letterario dell’Autrice brilla di luce riflessa. L’addio della Barbero consiste in uno schiaffo ben dato, lo schiaffo della Immaginaria Scrittrice che quando diceva all’altro “ti amo” lo faceva per commiserazione, per pietà; lo faceva anche per “bellezza”, per sottolineare (con un manrovescio etico) che si è capaci di apprezzare e di godere di un qualcosa che non c’è più (e che non c’è mai stato, in verità), una bellezza che resta nelle forme di una realtà interiore e solo personale e indivisibile (l’altro ne è per sempre escluso, anche perché non è in grado di concepirla).

Un discorso sull’addio amoroso, un monologo serrato e acuto, avvolgente e coinvolgente, che raggiunge (e vendica) ognuno di noi, un testo universalmente apprezzabile. La Barbero erige una cattedrale all’avventura amorosa, al coraggio di ficcarsi in vicoli ciechi. L’amore che abbiamo vissuto concretamente, non solo nella sua finzione, esalta le qualità della persona. L’altro forse è stato solo un mezzo per l’Amore, per farci innamorare, e farci vivere giorni irripetibili. La Vita che si serve di noi come di semplici mezzi, di due persone inconsapevoli per raggiungere il suo scopo, che è quello di nascere, di esaltarsi per poi morire. Noi siamo solo corpi, sensi, parole, gli effetti dell’Amore. Ecco, se fossimo consapevoli di tutto questo, non ci sarebbero congedi traumatici, e si verserebbero solo le propizie lacrime liberatorie che bagnando il volto rischiarano la vista e ci fanno vedere un mondo più pulito, nuovo, pronto ad accogliere nuovi amori, proprio come accade al tuffatore quando riemerge dall’acqua e torna a vedere un mondo completamente diverso.

© Massimo Pamio 2020

Carola Barbero, Addio, Marietti 1820, Bologna, 2020, pp. 224, € 16,00.

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DAVID E GOLIA: IL CORONAVIRUS E L’UOMO (di Massimo Pamio)


Il coronavirus è riuscito a bloccare l’uomo. Un’invisibile creatura dell’aria a cui assegnerei provocatoriamente il nomignolo di “David”, con un sol colpo di fionda ben assestato, ha atterrato ed è riuscita a bloccare Golia, l’onnipotente e invincibile mostro umano.

La questione del coronato David ha distolto il nostro interesse da un semplice fatto molto più inquietante: quest’anno, il mese di febbraio è stato quello più caldo e arido che si ricordi, per di più c’è stata un’invasione di cavallette che ha devastato i campi di un continente intero, mentre la cimice cinese e la xylella continuano a insidiare produzioni agricole, e l’ape, la maggiore impollinatrice e facitrice di vita tra tutti gli insetti, si sta estinguendo.

Ebbene, già si sentono le voci di coloro che ammoniscono sull’andamento delle borse e delle finanze affermando la necessità impellente di riprendere immediatamente a produrre, con lena maggiore, in nome del Progresso, della Civiltà, dell’Economia, dello Sviluppo, dello Spread, degli Affari, della Moneta.

La natura ci ha avvisati, in modo chiaro e perentorio. La nostra specie sta causando danni irreparabili all’ambiente, e questo non è tollerabile dalle leggi naturali.

Noi dobbiamo adempiere a un dovere importante, dobbiamo fermarci e riflettere.

I potenti non sentono?

Allora, dopo la fine della pandemia, scendiamo in piazza, come fanno i ragazzini per difendere il loro futuro.

Decidiamo tutti insieme di fermarci per pensare a un mondo diverso, migliore, che rispetti responsabilmente e veramente l’ambiente, prima che altre immani tragedie colpiscano la nostra specie.

Scendiamo tutti in piazza, un giorno, accanto ai giovani di Fridays For Future.

Che gli agricoltori abbandonino le campagne, gli operai le fabbriche, gli autotrasportatori i camion, gli operai le fabbriche, gli impiegati gli uffici, che tutti si riversino nelle piazze e per le vie e i sentieri in un solo grande abbraccio al pianeta. Facciamo sentite la nostra voce a coloro che non sentono, a coloro che vivono non per la gioia di vivere ma solo in funzione del Denaro, degli Affari, della (Falsa) Ricchezza.

Una sola voce deve percorrere il pianeta: difendiamo il Dono della Vita per il rispetto di tutte le specie viventi, così come abbiamo fatto in Italia tutti noi, restando tappati dentro casa per evitare sì il diffondersi del contagio, ma anche e soprattutto per compiere un gesto di profondo rispetto nei confronti di vecchi e ammalati, i più vulnerabili.

Comprendiamo di essere noi, la specie umana, la specie più vulnerabile.

Vi prego di diffondere questo messaggio di cosciente consapevolezza.

 

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della fine dell’utopia (di Massimo Pamio)


Mi chiedo perché non ci siano più pensatori utopisti. Forse perché il futuro non esiste più, appiattito sul presente. Il futuro, poi, è una ipotesi che la tecnologia del futuro elabora giorno per giorno, delineandocene gli aspetti. Il futuro appare come una deformazione del presente, nient’altro. Non c’è più sogno in tutto questo, non c’è più progetto. Nessuno rischia nulla, non esiste un’individualità che possa pensare o delineare un sogno collettivo per la comunità intera, ovvero di sfidare un presente che è già futuro e che esclude paradossalmente l’affermazione dell’individuo sulla specie -una società che basa tutto sul narcisismo, sulla possibilità di poter possedere ogni cosa e di esibirsi sul palco dello spettacolo mondiale delle merci come diretti o indiretti protagonisti-. Che sia dunque una truffa quella messa in scena del narcisismo, dell’auorealizzazione, della soddisfazione possibile di tutti i bisogni? Oppure che venga vietato solo il sogno di una società diversa da questa? Che gli utopisti siano i veri nemici di una società massificata e resa uguale a livello mondiale, globalizzata in modo ingannevole e solamente per fini economici di alcuni? Che insomma debba regnare una sola utopia, quella del sogno economico a cui tutti debbano prendere parte? Il sogno -o l’incubo- di una gabbia che contenga l’intera umanità come una stia di polli pronti a ricevere il mangime, che sia questa la globalizzazione? E, dal punto di vista del pensiero e degli ideali, che si sostenga una diffusa opinione mediobassa (bisogna essere ignoranti per apprezzare la soddisfazione soltanto della parte bassa del corpo, quella ventrale) e non la sana espressione di un pensiero critico? Che il sogno possibile sia solo quello reso spaziotemporale sotto le forme di un sostanziale perbenismo del presente che prende le forme di un futuro già realizzato e prevedibile, perciò innocuo, in verità senza sogni? Il futuro è il prolungamento del nostro attuare il presente, è una partecipazione al gioco al massacro del reale in cui politicamente perfetti e corretti e inerranti, navighiamo nelle profondità (virtuali e massmediatiche) del tempo in opposte direzioni (avanti e indietro), senza più una freccia. Il tempo non è più vettoriale ma un ictus assoluto del presente che si rivela in più forme. Un mostro che esibendo se stesso non lascia accadere il tempo, ma accetta la sua realizzazione nell’istante sempre in moto (centrifugo e centripeto) del presente. Il presente non è mai attuale ma è sempre costituito da una spinta verso il passato e verso il futuro, in una forma che è quella dell’uomo, la vera forma assoluta. Il robot e l’intelligenza artificiale, la conquista del cosmo sono già qui, sono parte del nostro presente, del nostro preformarci in loro, per essere mostra del nostro presentificare il tempo e il futuro in noi stessi.

A chi interessa la possibilità di un’alternativa a tutto questo? Non c’è, perché l’uomo dopo centomila anni si è stabilizzato, ovvero si è identificato col suo fare, col suo attuarsi in una forma o in un’idea formale che ormai è intaccabile. Egli è il presente, l’unica navigazione possibile del tempo, egli è il tempo e anche l’oggetto incarnato di quello.

L’unica vera utopia è quella di delineare una corrosione di tutto questo, descrivendo un verminaio che si infetta e si contagia, e si autodistrugge. Il tempo del presente è infetto, inquina, contamina aria, terra, fuoco, acqua. Gli elementi sono privati del loro valore, della loro unicità e appestati dall’unica utopia del presente che macera e marcisce in una ipostasi malata. Il morbo che è in noi si propaga ovunque, il tempo del presente.

© Riproduzione vietata ai sensi della normativa

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