della fine dell’utopia (di Massimo Pamio)


Mi chiedo perché non ci siano più pensatori utopisti. Forse perché il futuro non esiste più, appiattito sul presente. Il futuro, poi, è una ipotesi che la tecnologia del futuro elabora giorno per giorno, delineandocene gli aspetti. Il futuro appare come una deformazione del presente, nient’altro. Non c’è più sogno in tutto questo, non c’è più progetto. Nessuno rischia nulla, non esiste un’individualità che possa pensare o delineare un sogno collettivo per la comunità intera, ovvero di sfidare un presente che è già futuro e che esclude paradossalmente l’affermazione dell’individuo sulla specie -una società che basa tutto sul narcisismo, sulla possibilità di poter possedere ogni cosa e di esibirsi sul palco dello spettacolo mondiale delle merci come diretti o indiretti protagonisti-. Che sia dunque una truffa quella messa in scena del narcisismo, dell’auorealizzazione, della soddisfazione possibile di tutti i bisogni? Oppure che venga vietato solo il sogno di una società diversa da questa? Che gli utopisti siano i veri nemici di una società massificata e resa uguale a livello mondiale, globalizzata in modo ingannevole e solamente per fini economici di alcuni? Che insomma debba regnare una sola utopia, quella del sogno economico a cui tutti debbano prendere parte? Il sogno -o l’incubo- di una gabbia che contenga l’intera umanità come una stia di polli pronti a ricevere il mangime, che sia questa la globalizzazione? E, dal punto di vista del pensiero e degli ideali, che si sostenga una diffusa opinione mediobassa (bisogna essere ignoranti per apprezzare la soddisfazione soltanto della parte bassa del corpo, quella ventrale) e non la sana espressione di un pensiero critico? Che il sogno possibile sia solo quello reso spaziotemporale sotto le forme di un sostanziale perbenismo del presente che prende le forme di un futuro già realizzato e prevedibile, perciò innocuo, in verità senza sogni? Il futuro è il prolungamento del nostro attuare il presente, è una partecipazione al gioco al massacro del reale in cui politicamente perfetti e corretti e inerranti, navighiamo nelle profondità (virtuali e massmediatiche) del tempo in opposte direzioni (avanti e indietro), senza più una freccia. Il tempo non è più vettoriale ma un ictus assoluto del presente che si rivela in più forme. Un mostro che esibendo se stesso non lascia accadere il tempo, ma accetta la sua realizzazione nell’istante sempre in moto (centrifugo e centripeto) del presente. Il presente non è mai attuale ma è sempre costituito da una spinta verso il passato e verso il futuro, in una forma che è quella dell’uomo, la vera forma assoluta. Il robot e l’intelligenza artificiale, la conquista del cosmo sono già qui, sono parte del nostro presente, del nostro preformarci in loro, per essere mostra del nostro presentificare il tempo e il futuro in noi stessi.

A chi interessa la possibilità di un’alternativa a tutto questo? Non c’è, perché l’uomo dopo centomila anni si è stabilizzato, ovvero si è identificato col suo fare, col suo attuarsi in una forma o in un’idea formale che ormai è intaccabile. Egli è il presente, l’unica navigazione possibile del tempo, egli è il tempo e anche l’oggetto incarnato di quello.

L’unica vera utopia è quella di delineare una corrosione di tutto questo, descrivendo un verminaio che si infetta e si contagia, e si autodistrugge. Il tempo del presente è infetto, inquina, contamina aria, terra, fuoco, acqua. Gli elementi sono privati del loro valore, della loro unicità e appestati dall’unica utopia del presente che macera e marcisce in una ipostasi malata. Il morbo che è in noi si propaga ovunque, il tempo del presente.

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