IL TEMPO DEL FERMO BIOLOGICO (di Massimo Pamio)


IL TEMPO DEL FERMO BIOLOGICO

di Massimo Pamio

 

Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.
C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.
Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.
Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per gemere e un tempo per ballare.
Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.
(Eccl. 3, 1-5)

 

L’autore del Qoelet enuncia una verità che viene riscoperta nei momenti più difficili e controversi.

C’è un tempo per l’amore, un tempo per il dolore, un tempo per donare, uno per ricevere, uno per pensare, uno per agire: tempi alternativi nella fragile esistenza umana.

I giorni della pandemia che viviamo sono stati definiti “tempo sospeso”, come se da qualche parte ci fosse un vuoto che li contenesse: siamo, invece, a mio avviso, di fronte a un tempo che contiene e riassume tutti gli altri.

Il tempo di addolorarci per le persone che muoiono senza neanche la possibilità di assisterli negli ultimi istanti di vita, il tempo di gioire per un nuovo senso di libertà, di sentirci persi di fronte a un male invisibile e di riappropriarci di noi stessi, un tempo per correre verso di noi e uno per star reclusi, appartati, fermi dentro un recinto, uno per osservare meglio il mondo, un altro per recuperare il rapporto con il nostro corpo al di fuori delle palestre e delle performances a cui ci obblighiamo per apparire meglio di come siamo, un tempo insomma per vedere meglio e uno per brancolare nella nebbia del male incombente, un tempo per ascoltare meglio e uno per dichiararci sordi e per cessare il frastuono infernale dei nostri mezzi, tutti tempi che confluiscono in uno solo, difficile da interpretare per la sua apparente versatilità.

Se mi concedete la possibilità, ebbene una soluzione per appellare questo tempo con il suo vero nome, la possiedo: tempo di fermo biologico.

Finora l’abbiamo applicato alla pesca, al tartufo di Alba. Stavolta tocca a noi, il fermo biologico.

Le industrie si sono fermate di produrre, i pescatori di pescare, le imprese agricole di coltivare enormi superfici e di cercare il tartufo.

I risultati sono evidenti: nel cielo, al posto degli aerei, sono tornate a vagare le nubi come quelle che osservavo da bambino con stupore, bianche, enormi, spumeggianti, lente a trascorrere, delicatamente sospinte dai venti, nello scenario della più tersa e pura serenità.

Ho scoperto, sugli alberi che ho la fortuna di avere di fronte casa, merli, ballerine, cardellini emettere variazioni, gorgheggi, trilli che non avevo mai udito a causa del traffico delle automobili.

Sono i giorni in cui tornano gli uccelli (…)/ in cui i cieli si rivestono/ delle passate eleganze di giugno:/ inganno azzurro ed oro” (Emily Dickinson, 130, These are the days)

Qualcuno ha fotografato sospettosi caprioli avventuratisi, timidi e increduli, sulle strade improvvisamente tornate libere come sentieri del bosco, lupi che hanno attraversato le vie dei paesi improvvisamente deserti, fiutando accanitamente attorno a loro, per scoprire quel che era accaduto.

E tutti noi?

Noi tutti abbiamo avuto in dono un nuovo tempo, come una seconda vita.

Siamo stati gratificati di tornare a guardarci con gli occhi negli occhi delle persone care,  “ad aspettare che dalla finestra/ giunga la luce di un giorno/ che ci veda/ stretti abbracciati/ con gli occhi dentro agli occhi” (Gino Paoli, Vivere ancora).

Potremmo farne tesoro e rendere questi momenti irripetibili, finalmente: “gli occhi di lei volevano che nulla si perdesse/ (…)/ lui la avvinghiava stretta così che la vita/ non la trascinasse via da quel momento” (Ted Hughes, Love song).

Siamo tornati a poter trascorrere momenti di quiete e serena fissità con i nostri cari, a condividere il silenzio dei giorni, l’immobilità delle ore, la pioggia dei pensieri che hanno iniziato a riprendere la loro forma di immagine, di fantasie colorate e imprevedibili.

o amore che mi piovi in mente/ (…)/ se tu vuoi faremo miglia/ e miglia soli, silenziosamente” (Carlo Betocchi, Passa il tempo ecco una nuvola).

Abbiamo ricominciato a parlare con il nostro animo, a chiederci il motivo del nostro essere isole sperdute nel mare del tempo, limitati da un mare che fuori è in tempesta e sta travolgendo il mondo.

Abbiamo riscoperto i sorrisi dei nostri bambini, le loro domande a cui finalmente cerchiamo risposte non evasive o distratte, e abbiamo ricominciato a pensare che forse il nostro ruolo non consiste nel proporci come fionde scagliate nel mondo dell’arrivismo più sfrenato: “-Ciao, scusami, fretta!…- E l’amico…/ Ma dove, a che corri, che se/ si para e ti tende le braccia,/ per solo baciarti, lo schivi, /e riparti, che scatto, ma ansimi,/ vispo ansimi… in traccia /di che?” (Alberto M. Moriconi, Di fretta),  figli di un inferno dove abbiamo dovuto imparare a sopravvivere: “è necessario quindi che popoli e razze/ si adeguino, imparino a respirare sott’acqua” tra “dinamiche scomposte del caos, della sporcizia, dei fetori sociali/ degli spurghi, lerciumi, rumori, grida, rimorsi, rimozioni” (Mario Lunetta, Te absolvo).

Qualcuno, tra i più avveduti, ha cominciato a intuire di aver forse sprecato i propri giorni, dimenticando le persone alle quali teneva di più.

Di aver per tanto tempo vissuto negli agi, ma in un oblio profondo di se stesso, di quel che è stato, di ciò che veramente voleva essere.

L’idea di stare/ dentro un immenso vuoto/ affardellati di niente,/ nel niente incespicando./ Cercarsi, nemmeno accostarsi./ Domande. Mai chiuse risposte./ Pure qui l’ora, il giorno./ (…)/ Indifferenti stelle/ dentro abissi insondabili,/ sperse divinità/ in limbi senza nome./ Altra la soglia, la stanza,/ poco avanti lasciate/ altro il momento, il percorso/ lo sguardo sorpreso allo specchio./ Non v’è ritorno,/ soltanto l’andare e l’addio.” (Elio Pecora, L’idea di stare).

Ha scoperto che cercava di raggiungere successi, promozioni, obiettivi inutili, mete decise da altri: “Un tempo, come nel rugby, v’erano le mete./ Quasi tutti avevano una meta davanti/ i meno abbienti la metà./ Ai poveri si disegnavano le diete,/ per amore e pietà,/ ch’erano mete fatte col miele./ V’erano anche metà mete/ e metà della metà/ che davano lo stesso vanità/ una vantata oscenità/ ti spingeva nudo alla meta./ Meta dopo meta si giungeva all’ultima./ Meta la dimora finale/ in cui l’uomo appendeva/ la meta-fora al muro tombale” (Vito Riviello, La meta).

Ha compreso di incontrarsi con amanti noiosi per paura della noia, di dare scosse inutili alla vita, quando tutto era più semplice e facile, ed era vicino, accanto, anzi dentro di sé, l’impulso più forte, più acceso, quello dell’amore per se stesso e per la vita.

Il vero tesoro lo possedeva dentro, bastava accorgersene, di non fuggire ogni volta quando intuiva un istante di silenzio, una pausa, quando lo colpiva una riflessione giunta chissà da dove e la respingeva al mittente.

Ed è venuto quel tempo, il tempo di ripensare a sé e alla propria esistenza. Di non sprecare quest’occasione.

Di non sprecare l’opportunità di ripensare la propria vita, di riprendere i rapporti e le relazioni per approfondirli non lasciandoli stagnare sotto il velo dell’ipocrisia e della superficialità.

Di non sprecare il tempo concesso, così come è stato fatto col mondo.

Lo spreco di pesci, animali, foreste, merci, per mantenere un sistema economico folle, irrazionale, che ha innescato un processo autodistruttivo dal quale non si riesce ad uscire.

In meno di cento anni sono state sprecate le risorse che offriva il nostro pianeta, e ora, nella costrizione del fermo biologico, non si sa quanto durerà questo tempo e se sarà sufficiente a rigenerare il pianeta.

Gli umani, sottoposti a un continuo stress riescono a placarsi solamente unendosi in nome di lamentele e accuse mosse nei confronti dei loro simili.

Dovrebbero invece tornare a aprire le finestre del cuore, a generare un nuovo sentimento verso il mondo, a scoprire l’immensità delle emozioni, della sensibilità.

Tornare a contemplare un fiore che dentro il vaso sboccia a primavera senza che venga degnato di uno sguardo. Che è lì, profumato e ridente, pronto ad attirare l’attenzione.

È un messaggio naturale, che sta chiamando, invitando a partecipare alla bellezza del mondo, quella per cui vale sprecare tempo.

Gli umani forse non sono capaci di volgere lo sguardo verso quel miracolo che si sta sprigionando solamente per loro, e rendono quel miracolo uno spreco.

 

 

 

 

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