LA NEMESI HA MEMORIA LUNGA (di Rita Gambescia)


LA NEMESI HA MEMORIA LUNGA  (©Rita Gambescia)

Chiamatela coincidenza, casualità, gigantesca mobilitazione di un inconscio collettivo che chiama a sé ciò che è necessario a compiere un destino. Chiamatela regia occulta di qualche divinità che ascolta e provvede dando un’accelerata alle cose. O chiamatela catena di eventi inevitabili inscritta nello sviluppo del nostro progresso o nel nostro dna un po’ bastardo di cui la prima predazione nell’Eden sembra metafora perfetta. Certo che tutto è molto strano. Strano eppure lineare, ed è proprio questa linearità a provocare sconcerto.

Dunque. Eravamo già chiusi nelle nostre case, ci eravamo già abituati a sostituire le persone in carne ed ossa con le loro immagini sullo schermo, avevamo già deciso che era più comodo starsene in casa a scegliere che cosa vedere pescando un po’ a casaccio fra le tv digitali, con la stessa indifferenza, con la stessa noia, un pezzo di film, uno stralcio di documentario, un novantesimo minuto. Negli ultimi tempi ci eravamo anche attrezzati per farci portare il cibo in casa e per non dover pensare nemmeno più alla lista della spesa – carta e matita alla mano –  ci eravamo procurati frigoriferi intelligenti che segnalavano gli alimenti mancanti. E poi le palestre casalinghe per tenerci in forma, i click per i pagamenti, gli acquisti on line e tutto quanto necessario per non uscire dalle nostre roccaforti.

Sì, perché la tecnologia è affettuosa, la tecnologia pensa a te, la tecnologia ti protegge da un mondo sempre più pericoloso e dalle tue crescenti insicurezze (basta sbirciare un po’ di pubblicità per rendersi conto di quanto voglia apparire rassicurante). Sostituisce intelligenza, previdenza e attenzione pur di metterti in uno stato di sicurezza. Le automobili correggono la tua guida, le case domotiche accedono e spengono forni e luci.  E a poco a poco la memoria rimpicciolisce, la flessibilità necessaria al quotidiano cede il passo ad automatismi spesso ottusi e la soppressione dei piccoli gesti sottrae anelli alla catena dei ricordi, dei vissuti. E va da sé che non stiamo parlando soltanto di “piccole” storie personali dal momento che siamo tutti inscritti, con tutte le nostre vicende, dentro una Storia più grande. Sempre più inermi, sempre più bambini, sempre più bisognosi di accudimento. E adesso pure gli ultimi, grandi vecchi, se ne stanno andando, ultimi testimoni che potevano narrare un’epoca, fra realtà e mitologia, perché la memoria è fatta anche e soprattutto di miti, quelli che trasmettono orgoglio, stimolano il coraggio, fanno crescere le radici del fragile Io.   Ma questo, forse, è solo romanticismo: chi li ascoltava più i nonni e chi attingeva più a quei miti? Ora però forse ci mancheranno, ma è presto per dirlo, per pesare quest’immensa assenza. Presto almeno per chi scrive.

Certo, resistevano ancora come compensazione a tanto monadismo, le discoteche per lo sballo, gli apericena e poi i viaggi. Quelli sì, supremi momenti di evasione, lo straordinario a fronte dell’ordinario sempre più povero di esperienza viva, più corto di memoria, più atomizzato e formattato secondo cliché utili all’industria tecnologica e dell’intrattenimento.

Beh, e adesso arriva questo virus che ci chiude dentro le case ma davvero questa volta a doppia mandata, che abolisce quel poco di libertà che ancora ci concedevamo, che si sparge per il mondo rimarcando l’ineluttabilità della globalizzazione. Ah, la metafora della farfalla che se sbatte le ali dall’altra parte del globo produce effetti anche qui… Ed eccoci allora incolonnati davanti ai supermercati con le mascherine in faccia, resi irriconoscibili gli uni agli altri (ma perché, prima ci guardavamo?), tenendoci a debita distanza, sospettosi e perfino ostili perché la fila non finisce mai mentre intanto gli scienziati ci parlano di possibili altri sciami virali, di microrganismi finora imprigionati nei ghiacciai che si sciolgono e di cui sappiamo molto poco  e di altre sventure legate agli squilibri ambientali. Facili profeti di sventura che potevano vaticinare con maggiore tempestività e vigore il futuro.  Alle masse, il messaggio non è arrivato con sufficiente forza.

Ma puoi dirla o non dirla, la verità. La Nemesi non perdona, e non perché sia cattiva. La Nemesi registra e ad un certo punto interviene per ripristinare equilibri offesi ed eliminare un po’ di caos.  Nessun intento punitivo: colpe e azioni riparatrici sono dentro il corso delle cose.

E qualcosa forse sta già riprendendo la direzione giusta. La clausura non manca di effetti positivi: insospettabili energie fuoriescono dal magico cilindrico della nostra mente e dalla nostra psiche, un po’ perché siamo fuori dagli standard obbligati, un po’ perché più connessi con noi stessi (quel lavoro lasciato a metà forse conteneva del buono… l’anima che torna ad allargarsi guardando l’aurora ora che c’è il tempo di guardarla). E poi il sospiro per la primavera ritrovata ma ancora proibita. Saranno le rondini a farcela godere dalle nostre finestre dentro un cielo per ora sempre più blu.

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