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Giovanni D’Alessandro intervistato da Federica D’Amato


 

Giovanni D’Alessandro e il genius casae

Intervista di Federica D’Amato

 

Chi ha avuto il buon senso di leggere i libri di Giovanni D’Alessandro, è abituato a bellezza, qualità, soprattutto libero gioco della potenza narrativa, che in termini spirituali potremmo tradurre con la parola “sospensione”: del tempo-cinghia stretto nella carne, del dolore, delle preoccupazioni, del destino di morte cui siamo condotti, proprio vivendo. Ebbene, tutto questo avviene, come in ogni vera letteratura, nella catarsi che la penna di D’Alessandro ci dona, in special modo con Soli, il suo ultimo romanzo edito da San Paolo Edizioni nel 2011, la cui felicissima frequentazione mi ha spinta a immaginare questo mio illustre corregionale, seduto, solo, nella sua stanza, o in cucina o in veranda, o addirittura disteso sul letto, a scrivere, costruire la cattedrale di una storia che nella coerenza epica del suo svolgimento, dispiega la forma “romanzo”, oggi in Italia così abusata, incollata su prose (da editor) che al massimo possono essere considerati racconti lunghi.

 Ho percepito che il narratore D’Alessandro è tale perché egli ha la facoltà zen di vivere perfettamente il proprio altrove, la pagina sulla quale un giorno principia un personaggio e da lì l’universo; una tale capacità poteva provenirgli solo da un’abitudine antica, perduta dunque carica di valore: l’amore per la propria abitazione, il saper, voler stare in casa e da lì rifondare il mondo di immagini, il prendersi carico con pienezza delle personali coordinate antropologiche, storiche, mitologiche oserei dire. Dopotutto, una casa, cos’è se non questa ostinazione a ricrearsi, disfarsi, insomma esser-ci, per sempre? Forse da qui muove la ferrea riservatezza con la quale D’Alessandro avvolge gli interni delle sue case, preservate dagli occhi e dagli scatti indiscreti di chi con la sola intrusione dello sguardo romperebbe l’incantesimo, metterebbe in pericolo l’altrove magico della pagina. Nonostante tali accorgimenti, lo scrittore abruzzese ha accettato la  mia intrusione di domande, le cui relative risposte nella loro brevità rappresentano un piccolo verbario dell’amor domestico. Da leggere e rileggere, per approfondire la conoscenza di questo grande scrittore dei nostri tempi, ma anche per avvicinarsi ad una dimensione dell’essere prossima alla gioia della letteratura.

 

1)   Il concetto di casa racchiude in sé significati le cui sfumature sono difficili da definire in modo netto, soprattutto quando chi le interiorizza è un narratore della sua portata . Lei come la definisce?

La casa è il primo habitat di una narrazione. Le idee possono venire tra le sue mura o anche fuori, ma di certo diventano romanzo al suo interno, in un’attività che impegna l’autore per mesi, legandolo alla stesura di un romanzo. E’ dunque un’attività caratterizzata più di altre dalla compenetrazione con il contesto in cui prende forma. Impone una determinata fisicità. Richiede determinati strumenti. Rende necessaria una determinata organizzazione di partenza. E coinvolge dimensioni come creatività, emozione, previsione della ricaduta di ciò che sta nascendo lì, nella tua casa, dentro le case degli altri. Ciò che si sta digitando sui tasti è destinato a migrare in quelle case, dove verrà letto.    

2)   Dove vive Giovanni D’Alessandro? La sua infanzia da quale luogo e tempo è stata scandita?

Vivo e lavoro a Pescara da molti anni, ma mi sposto spesso e in determinati periodi lavorativi dell’anno risiedo nel nord Italia. Sono nato e vissuto molti anni a Ravenna, in Romagna, e ho avuto la fortuna di abitare in una grande casa che oggi ospita l’università, nel cuore della città, a cento metri dalla tomba di Dante, alle spalle di Sant’Apollinare Nuovo. Ma d’estate per lunghi mesi scendevamo in Abruzzo dove vivevano i miei nonni e qui trovavo la splendore della natura, con la campagna e i monti, che in Romagna, piatta com’è, sono un miraggio. Queste dimensioni – di arte e natura, devo confessare: bellissime –  hanno scandito la mia infanzia.

 3)   Qual è il luogo nel quale riesce a scrivere, il genius loci che da’ respiro ai complessi protagonisti dei suoi libri?

Il genius loci è per me assolutamente il genius casae. Cioè di casa mia. Non riesco a immaginare un altro posto dove scrivere. So di scrittori che in passato sono stati ospitati in residenze, magari da parte di un committente, di un protettore, di un mecenate, ma queste cose appartengono al passato e a un contesto sociale oggi tramontato. Se venissi ospitato in una residenza messa tutta a mia disposizione, penso che non scriverei una parola: prima dovrei appropriarmene, in senso psicologico. Inoltre mi verrebbe voglia di alzarmi e di esplorarla sia dentro sia fuori e la scrittura richiede disciplina, assorbimento, mancanza di distrazioni e attrazioni esterne. So anche di scrittori, come Tomasi di Lampedusa (che pure aveva un principesco palazzo a Palermo) o Magris i quali scrivevano o scrivono nei caffè. Come hanno fatto, come fanno? – mi chiedo. A parte il rumore, il fastidio del dover mantenere una certa postura senza alzarsi o la possibilità di incontrare persone da cui essere interrotti magari nei momenti di maggior concentrazione, io non potrei scrivere in un caffè palermitano o triestino, neanche nel più bello. Ghiotto come sono, mi alzerei di continuo a svaligiare la pasticceria ed esborsi a parte peserei 10 chili in più dopo ogni romanzo.

4)   Nel suo ultimo libro “Soli”, San Paolo 2011, la “grande casa” che ospita la narrazione sembra essere, sullo sfondo, l’arte medioevale, di cui lei è profondo estimatore e conoscitore. Ce ne parli.

Ci vorrebbe molto per parlare dell’arte, medievale e non, come casa dei sogni. Diciamo che in essa abitano la fantasia, la creatività, il messaggio – lasciato per noi secoli fa dagli artisti – lì sedimentato e che ci aspetta, per parlarci del sogno che abitò vite trascorse. Questo gli artisti di ogni tempo hanno consegnato all’arte. E’ la loro voce affidata all’opera contro il tempo, o meglio oltre il tempo. L’arte racchiude le identità alternative che sono dentro ognuno di noi e si liberano con le magiche alchimie prodotte tanto dalla scrittura quanto dalla lettura. L’arte medievale è uno scrigno di misteri. Non è solo una casa dei sogni. E’ una cassaforte di sogni.

 5) Con gli autori che l’hanno preceduta in questa intervista siamo giunti a conclusione che per uno scrittore, spesso, la vera “domus” è la pagina bianca, su cui scrivere e riscrivere la propria solitudine e passione. E’ così anche per lei?

Direi di sì, anche se la parola solitudine mi suona meglio se riferita al contesto in cui si scrive; meno, se riferita ai destinatari, i lettori. Uno scrittore “incontra i lettori” già su pagina, quando comincia a scriverla. E anche la parola passione richiede una precisazione. Indubbiamente c’è. Ma c’è anche molta fatica. Scrivere è faticoso e ben lo sapeva un noto scrittore che intitolò una sua opera Lavorare stanca. Quindi direi che è, molto più, disciplina e applicazione. Una parola latina sintetizza tutte queste dimensioni: studium.

 6) Il “felice deposito celeste / è una mobile casa della vita”, scriveva il poeta russo Mandel’štam. Come interpreta questi versi?

Francamente non capisco cosa volesse dire Mandel’stam. Forse che la vera casa cui è consegnata l’identità di ognuno è più il cielo della terra? Ma perché la chiama “deposito”? E perché questa casa viene definita “mobile”? Boh. Quando un verso, pur bello, significa tutto e niente, secondo me non funziona molto.

7) Quesito inevitabile: la casa di quale scrittore a lei caro vorrebbe visitare e/o abitare?

Il castello d’Ippolito Nievo. Ma solo visitare. Abitare, voglio abitare a casa mia, per quanto detto sopra.

 

 

 

 

Palazzo Corradini a Ravenna, casa d’infanzia dello scrittore

 

Federica D’Amato

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Intervista a Federica D’Amato di Barbara Alberti su Radio24


Presso questo link potrete ascoltare l’intervista di Barbara Alberti a Federica D’Amato, autrice de Il Libro dell’Amico e dell’Amato, Noubs Edizioni, 2011, ospitata sul programma “La guardiana del Faro”, Radio24.

Buon ascolto…

 

 

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Federica D’Amato ospite di Barbara Alberti su Radio24


Federica D’Amato è stata intervistata da Barbara Alberti nel programma “La guardiana del faro” in onda l’8 aprile alle 9 su Radio 24. Il discorso è stato centrato sul testo lulliano IL LIBRO DELL’AMICO E DELL’AMATO, pubblicato dalle Edizioni NOUBS. “La guardiana del faro” a nostro avviso è la migliore trasmissione culturale in onda sulle radio nazionali, ascoltatela per credere!

QUI potete leggere l’intervista sul sito di Radio24.

Prossimamente forniremo il link per ascoltare la bellissima intervista.

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INTERVISTA DI FEDERICA D’AMATO A PAOLA PREDICATORI, IL MIO INVERNO A ZEROLANDIA, Rizzoli 2012


Le Edizioni Noubs, dopo l’intervista al giovane scrittore Vincenzo Latronico, pubblicano l’intervista a PAOLA PREDICATORI, Il mio inverno a Zerolandia, Rizzoli 2012 a cura di Federica D’Amato. Vi invitiamo a leggere con attenzione queste interviste. Buona lettura!

 

INTERVISTA A PAOLA PREDICATORI

IL MIO INVERNO A ZEROLANDIA

Rizzoli 2012

di FEDERICA D’AMATO

La prima domanda mi vede coinvolta propriamente come lettrice: il prologo d’apertura del suo inverno a Zerolandia che peso ha nell’economia interpretativa del libro?

 Come  avrà ben compreso, rimanda alla fine, quando Alessandra ritorna con la memoria alla scena della spiaggia con la madre. Più che indicare un peso, direi che rimanda a qualcosa che verrà svolto poi più in là. Allude però anche alla memoria e alla fragilità che avvertiamo quando sappiamo che qualcosa è perduto per sempre e quindi offre una chiave di lettura del testo.

Il libro è una sorta di diario, il diario di Alessandra (Zeta), la giovane protagonista che alterna la cronaca sentimentale del suo rapporto con Gabriele (Zero), a quella del dolore, della perdita dell’amata madre. Con siffatta strutturazione del testo si è calata sino in fondo nel mondo post-adolescenziale, creando nel lettore un effetto di straniamento a se stesso, rendendo anch’esso adolescente. Come ci è riuscita? Voglio dire, è stato un escamotage voluto o naturalmente vocato alla natura della storia che andava scrivendo?

 Quando si scrive tutto è voluto. Non credo alla scrittura come a un rapimento in estasi,    ma non parlerei nemmeno di “escamotage”.  Per me è stato un ritornare con la     memoria a quegli anni. Mi sono calata in quello che lei definisce “il mondo post-adolescenziale” semplicemente perché alcune cose rimangono. Credo che non si    diventa adulti dimenticando completamente noi stessi, ciò che siamo stati.

 

La sua scrittura ha un respiro ampio, è dosata, piana, con sbavature che vengono lasciate solo per dare spazio a momenti di forte intensità emotiva, quasi poetici. Ha lavorato molto per raggiungere questo stile, sempre se sia proprio questo lo stile nel quale si riconosce, o la storia ha mosso la penna per lei?

 Sì, credo  di riconoscermi molto nello stile del libro, poetico ma allo stesso tempo con la sua ruvidezza, anche durezza in alcuni punti. Ci ho lavorato molto per alcune parti, meno in altre. All’inizio c’era solo una cosa che volevo dire e per fare questo ho dovuto raccontare una storia. Un po’ come quando spieghiamo ai bambini che nel buio non si nascondono         mostri. Ecco, trovare la storia, la nostra storia, è la parte più difficile.

 

Zerolandia è la zona d’ombra nella quale l’adolescente naturalmente si rifugia, quando il cortocircuito del mondo fatale gli palesa il dolore della vita. Ma è anche il terreno sul quale attecchisce l’autenticità, come accade a Zero & Zeta. E’ questo il messaggio che intende veicolare? Un messaggio di speranza, di riscatto?

 Ho sempre pensato a Zerolandia come a una zona di luce e non di ombra, d’altronde nessuno di noi si rifugerebbe mai in qualcosa di poco rassicurante. E’ il luogo del niente, dello zero e delle zeta, forse uno spazio estremo, ma proprio per questo libero e accogliente. Certo, ha ragione, è il terreno dell’autenticità, dove essere ciò che   vogliamo, con le nostre asprezze e la nostra fragilità. Il messaggio è di fiducia, non può   essere diversamente quando alla fine comprendiamo noi stessi.

 

Ho notato che nel testo è data particolare attenzione alle condizioni economiche, a benessere di questi liceali. Perché?

 Gabriele però non è benestante, alcuni lo sono. Altri no. Non ho pensato espressamente a un mondo di ricchi.

 

“Ma l’amore dov’è andato?” scrive Zeta il 28 Dicembre nel suo diario. L’amore dove va in questo romanzo? Ma soprattutto, che amore è?

 Nel romanzo l’amore diventa tanti tipi di amore. Quello filiale, quello di un ragazzo per una ragazza, quello che troviamo in un’amicizia. Ma l’amore soprattutto non è mai solo passione, ma solidarietà, impegno, coraggio e i temerari, si sa, scalano le montagne.

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INTERVISTA A VINCENZO LATRONICO – LA COSPIRAZIONE DELLE COLOMBE (Bompiani 2011)


Questa volta le Edizioni Noubs, per le cure di Massimo Pamio, intervista VINCENZO LATRONICO, una delle giovani voci della narrativa italiana più promettenti, ma soprattutto, unitamente ad Alcide Pierantozzi, una delle menti più colte e raffinate.

Vincenzo Latronico è nato a Roma nel 1984. Ha pubblicato due romanzi con Bompiani (Ginnastica e rivoluzione, nel 2008, e La cospirazione delle colombe, nel 2011). Ha tradotto opere di Max Beerbohm, Hanif Kureishi e P.G. Wodehouse, e sta lavorando per minimum fax a una nuova traduzione di Tenera è la notte di F. S. Fitzgerald. Scrive di arte contemporanea per Domus, frieze e Rolling Stone.

Buona lettura!

CONTRO LA LETTERATURA DI CONTRABBANDO

Intervista a Vincenzo Latronico

a cura di Massimo Pamio

1) Vincenzo, intanto ti faccio i nostri complimenti perché, così giovane, hai già composto due romanzi di tutto rispetto, Ginnastica e rivoluzione e il recente La cospirazione delle colombe.  Ci vuoi accennare brevemente al primo romanzo? Quale è stata la tua palestra di scrittura: dove, come, quando hai compiuto le tue prime prove letterarie?

In realtà, non vorrei accennare al primo romanzo. È strano – ci ho messo tutto me stesso, quale ero allora, e il risultato gli assomiglia: agitato, ansioso, sovraccarico, impreciso, tutto sbalzi e strattoni e picchiate senza un bersaglio, o con un bersaglio che si rivela essere un ologramma, un fantasma, un fuoco di prisma. Se ci ripenso, cosa che mi sforzo il più possibile di non fare, mi intenerisce e mi imbarazza e mi fa venire voglia di pensare ad altro, come le lettere d’amore non spedite del liceo. Quando provo a rileggerlo trovo delle cose che mi piacciono, ma smetto subito. Parlava di cinque ventenni che vivevano a Parigi, volevano andare al G8 di Genova nel 2001 e alla fine non ci andavano, per colpa della polizia, di uno spacciatore messicano, di un anziano miliardario, e loro.

2) La cospirazione delle colombe, ambientato nel mondo dell’economia vissuto attraverso le esperienze di giovani bocconiani, è narrato in terza persona, senonché, sorprendentemente, a pagina 77, fa irruzione l’io narrante, un personaggio di secondo piano, ma, visto che viene chiamato in causa, si suppone che possa essere il vero motore occulto della storia, che segue gli avvenimenti senza farsi notare, ma che tutto inquadra dal buco della serratura. Una trovata hitchcockiana. Che sia un romanzo a tesi, e che ci sia qualcuno che voglia far passare una sua concezione del mondo, grazie alle leggi di una personale categoria morale…

In origine l’intenzione era un po’ il contrario: per me – da lettore – i romanzi che vogliono contrabbandare una tesi sono quelli che fingono oggettività (“in terza persona”, appunto). Inserire me stesso era proprio un tentativo di antidoto a questo contrabbando: dicendo dove sono io nella storia, come la vedo e perché, relativizzo o tento di relativizzare questa tesi – mettendola in bocca, fra l’altro, a un personaggio minore, marginale, che magari capisce poco di quello che succede. Ma forse è solo un alibi per una forma neanche troppo implicita di protagonismo.

3) In questo senso ti vedo come un nuovo Calvino, ovvero come quello scrittore che, partendo da un teorema per dimostrare qualcosa, alla fine giunge a una agnizione che però, potrebbe smentire le premesse date…

A farci ben caso, il libro contiene due teoremi, che sono diametralmente opposti l’uno all’altro. In questo senso – ovviamente non posso non sentirmi lusingato per il paragone – ma mi pare che quasi sempre Calvino sia troppo controllato, troppo limpido, troppo passeggiatore fischiettante nel fuoco incrociato della trincea. Il suo libro che amo di più – e che giudico davvero un capolavoro – è Il barone rampante, proprio perché secondo me lì il controllo gli sfugge, e il libro ha una tesi chiarissima che però è molto difficile da mettere a fuoco e si trasforma costantemente nel proprio opposto (c’è chiaramente una lotta fra “la ragione” e qualcosa d’altro: ma chi rappresenta la ragione? Cosimo, o gli altri?). In questo senso è un libro malriuscito, un po’ infetto, un po’ slabbrato (è anche quello con la trama più artificiosa, giustapposta): e questo, a mio parere, è un bene.

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INTERVISTA INEDITA ALLA NON-FUNEREA BENEDETTA PALMIERI…


Federica D’Amato molesta BENEDETTA PALMIERI, giornalista e scrittrice, ormai seguitissima dal grande pubblico attraverso i suoi FUNERACCONTI, Feltrinelli 2011 (ospite lo scorso anno del Festival delle Letterature dell’Adriatico, Pescara).

C’è da dire che la signorina Palmieri è una persona così gentile e graziosa ché non solo ha resistito all’ormai famosa petulanza della D’Amato, ma ci ha praticamente onorati della sua presenza. Non è forse presenza, infatti, quella che scaturisce dalla partecipazione totale di una risposta ad una domanda? Per casa Noubs sì.

Speriamo che questa intervista vi faccia scoprire, se non la conoscete, una penna di valore, o che vi permetta di approfondire la lettura di un talento che ha da dare molto alla nostra letteratura.

Grazie Benedetta, di cuore.

“SCRIVERE PER RILEGGERSI E’ BELLEZZA”

intervista a Benedetta Palmieri

riproduzione riservata all’utilizzo esclusivo dell’autrice e della casa editrice

  1. Benedetta, i suoi Funeracconti (Feltrinelli, 2011) sono una collezione di intelligenza. Ritengo sia intelligente, infatti chi oggidì si confronti con il tabù certo non della morte, ma del suo più buio e complicato rovescio: la vita. Quale “rovescio” dell’enigmatica medaglia ha mosso la sua penna?

Innanzitutto voglio ringraziarla per la definizione lusinghiera: “collezione di intelligenza” non è poco. Per quanto riguarda la scelta del tema, però, non so se sia stata una questione di intelligenza; certamente lo è stata di istinto, o di inevitabilità. Credo che in me le due facce della medaglia siano una sola, che le mescola. Non sono mai riuscita a vivere senza che il pensiero del morire mi accompagnasse, e allo stesso modo non sono mai riuscita ad aver paura di morire senza interrogarmi sulla qualità della mia vita. Meglio: sulla sua identità; la qualità presuppone un giudizio che mi sembra troppo complesso dare, ma la sua identità è importante. È importante domandarci che storia desideriamo, che storia possiamo costruirci, e che posto vogliamo dare a ciò che ci mettiamo dentro.

Tra le altre cose, mi sono chiesta spesso se dovessi lanciarmi nella vita o prepararmi per lei – se anche un po’ di sane incoscienza e approssimazione fossero salutari, propedeutiche addirittura, al vivere; o se piuttosto dovessi aspettare di essere pronta – preparata, cresciuta, adatta – anche per il più piccolo dei passi (rischiando l’immobilismo). L’oscillare tra queste due posizioni e il tentativo di tenerne solo una non hanno potuto fare a meno di misurarsi costantemente con il parametro assoluto: la consapevolezza che a un certo momento (imprevedibile) della mia vita sarei morta. Questo coacervo di sentimenti emozioni e paure, di slanci impetuosi nel vivere e di frenate, si è trasformato nella voglia di domandarmi cosa pensassi anche attraverso la scrittura.

  1. Ho sempre associato la parola “partenopeo” alla filosofia, ovvero ai concetti di ironia e wit, direbbero i britannici. I suoi racconti, sì come le precedenti prove – penso a Un due Tre stella (Pironti 2009) – hanno confermato le mie associazioni, arricchendole di un valore aggiunto che credo sia caratteristico della sua scrittura: la levità. È in grado di circoscrivere una descrizione del suo dettato narrativo?

In verità no, non credo di esserne in grado. Però provo a individuarne uno auspicabile. E partirei dal fatto che ironia, wit, levità vorrei che a quel dettato appartenessero. Sono qualità che mi interessano. Forse, più di tutte tra le tre, la levità; che mi piacerebbe, però, chiaramente retta dalla sostanza. Insomma, non so se sia la formula più giusta, ma amo l’idea che i contenuti abbiano un peso senza che la loro forma sia necessariamente pesante – e per forma intendo sia lo stile sia l’animo con cui ci si dispone ad affrontarli.

Conoscendone, e vivendone quotidianamente, sfumature e contraddizioni (e avendola molto a cuore), faccio sempre fatica a inquadrare Napoli in caratteristiche fisse. Però è vero che ce ne sono di riconoscibili e ricorrenti; e tra queste una che mi piace molto (e che dunque vorrei mi appartenesse) è la capacità di sintesi. Una sintesi concettuale che per me trova la sua espressione perfetta nel dialetto napoletano. Anzi, mi sembrano così visceralmente legati, che a volte mi diverte immaginare che il dialetto non sia funzionale a rendere la sintesi, ma ne sia addirittura l’ispiratore.

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INTERVISTA E RACCONTI DI ROLANDO D’ALONZO


Rolando D’Alonzo si dedica da tempo alla scrittura nei versanti della poesia, narrativa, drammaturgia, saggistica. Tra le sue opere ricordiamo: “Gli ultimi poeti della strada”, antologia-romanzo sui poeti antagonisti dello sperimentalismo, un tracciato sui giovani autori che già nel 1973 amavano misurarsi nella ricerca di un rinnovamento della lingua letteraria attraverso anche l’apporto di un nomadismo geografico e culturale; “Fancy hand”, “Navigazioni”, di poesia, “”Osman il turco e altri racconti”, con lo pseudonimo di Efel Trani, “Estate” di narrativa. Ha scritto radiodrammi e sceneggiature e drammi per il teatro tra i quali ricordiamo: “Nessuno per Itaca”, “Ritorni”, “Dardanidi”, “Oceano”, “L’angelo di neve”, “Diario di casa”, “Lo specchio magico”.  

 

 

INTERVISTA

-Rolando D’Alonzo è uno dei grandi poligrafi che hanno segnato il percorso del secondo Novecento e l’inizio del nuovo secolo. Rolando, hai assistito a mutamenti nel mondo letterario che presenteresti come?

-Come degradazione della lingua e degradazione della vita.

-C’è una degradazione civile, sociale o intellettiva? L’uomo dove ha perduto la sua bussola?

-Ha perduto la sua bussola quando ha smesso di essere critico e ha accettato di diventare un essere conformista, quando ha abdicato alla solitudine, per paura dell’esistenza e della morte, e ha accettato una vita massificata e omologata.

-Allora è la paura della morte quella che conduce l’uomo a ritirarsi a nascondersi nel male e nella diminutio dell’esistenza?

-La paura della morte (parliamo sempre dell’universo letterario) si è diffusa nella modernità per la pressione propagandistica di concezioni centralistiche di potere e del successo. Infatti ciò che ha inquinato la coscienza dello scrittore giovane e contemporaneo è l’insidia della competitività e della comunicazione. In fondo uno scrittore autentico dovrebbe lavorare per le poche persone che egli suppone lo possano comprendere. Altrimenti abbandoni il suo tavolino e vada a chiedere lavoro presso le redazioni giornalistiche.

-Quali autori italiani salveresti?

-Tra i contemporanei, Bufalino, Camilleri, che è stato il mio maestro a Roma, Dolores Prato, Melania Mazzucco, Paola Caprioglio.

-Tra gli autori stranieri?

-Joseph Roth, Louis Ferdinand Céline, Musil, Andric, Pastovskj.

-Il cinema rappresenta uno dei tuoi grandi interessi, una parte della tua vita. Che cos’è il cinema nella vita?

-Pasolini diceva che il cinema è la lingua scritta della realtà. Ma il cinema nella vita di ogni uomo è una finzione spettacolare che ha cullato e ha appagato i nostri sogni, le nostre pulsioni immaginative ed avventurose.

-Quindi a tuo avviso la degradazione oggi deriva da una minore necessità di sogni, da un impigrimento dell’immaginario, nonostante l’esplosione di mondi virtuali e di immagini che soverchiano la potenza della parola?

-Si diceva una volta che il poeta ha la testa fra le nuvole. Il distacco dalla realtà (o l’apparente distacco) ha sempre prodotto nella massa il ridicolo o il sospetto: si pensi alle “Nuvole” di Aristofane, a certe scene di Molière, e via dicendo. Ma in fondo anche dalle nuvole viene la vita: si pensi alla pioggia! Viene anche la poesia, si pensi alle nevicate. Dunque le nuvole appartengono all’universo come la realtà della terra. Ciò che ha prodotto il male contemporaneo è la scissione del concetto unitario del mondo, lo stabilire categorie e giudizi. Se non si è pronti ad accettare la diversità comunque essa sia, si ha sempre una riduzione dell’uomo e si precipita nel razzismo e nel conformismo.

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INTERVISTA INEDITA A QUEL GENIACCIO DI GIOVANNI DI IACOVO!


Vi proponiamo in esclusiva per Casa Noubs un’intervista inedita ad uno dei più talentuosi, nonché geniali, scrittori abruzzesi, GIOVANNI DI IACOVO.L’intervista è a cura del direttore editoriale Noubs, Massimo Pamio.

Buona lettura!

INTERVISTA A GIOVANNI DI IACOVO: “I VERI SCRITTORI VIVONO NELLE FERITE DELLA REALTA'”

Giovanni Di Iacovo (Londra, 1978) ha esordito con il volume Sporco al Sole-Racconti del Sud Estremo (Besa-Book Bros, 1998) poi con 11 Under 30 (Castelvecchi, 2000), fino al pluripremiato romanzo Sushi Bar Sarajevo (Palomar, 2006) e ad un volume di “cover” di fiabe famose in versione pulp dal titolo E morirono tutti felici e contenti (Neo Edizioni, 2009).

Vincitore della sezione letteratura della Biennale dei Giovani Artisti dell’Europa e del Mediterraneo (Sarajevo, 2001), del Premio Teramo 2006 e del Premio Sassari 2011, è da dieci anni direttore del Festival delle Letterature dell’Adriatico, è Consigliere comunale di Pescara e collabora con la locale cattedra universitaria di Letteratura italiana contemporanea. Alcuni suoi racconti sono stati messi in scena nello spettacolo Viaggio nelle Metropolis insieme a Stefano Benni e David Riondino. È pronto il suo nuovo romanzo che uscirà nel 2012.

-Giovanni Di Iacovo è l’autore di “Sushi Bar Sarajevo” che è stato uno dei migliori esordi narrativi degli ultimi dieci anni, un romanzo straordinario. Giovanni che cosa è cambiato da allora?

Molte cose sono cambiate, perchè per me scrivere è un percorso. In generale, credo che in tutte le attività la cosa che conta è quello che scopri nel cambiamento, lungo il tragitto, più che il raggiungimento o meno della meta. In questo modo, infatti, mandare uomini sulla luna ci ha regalato le padelle di Teflon. Io scrivo ogni giorno, almeno tre ore al giorno, e la mia vita è immensamente migliorata da quando la vivo insieme ai miei personaggi, e alle mie storie. Scrivere è creare, quindi è anche vivere diverse vite.

-Quali sono i giudici migliori di un’opera narrativa? 

Sicuramente i lettori, anche se io nella scrittura utilizzo tre “cavie”. Tre amici  diversissimi tra loro che vivono in tre continenti diversi anche se hanno passato l’adolescenza con me, immersi nelle mie stesse culture. Quando termino una bozza la mando innanzitutto a loro. Le osservazione, i feedback o le micromodifiche che ricevo, quando coincidono in tutti e tre, le applico al romanzo.

-Chi sono gli scrittori oggi? Dove e come vivono?

Oggi gli scrittori sono tutti, il che è ottimo come formazione personale, un po’ meno per altri versi, ad esempio il fatto di scrivere e non leggere e non comprare libri. Per scrittori “veri” intendo coloro che lo fanno con mestiere, con continuità, non solo un mettersi a scrivere sull’onda di una qualche emozione passeggera. I veri scrittori, vivono nella ferite delle realtà, per indagarle.

-Come alimenti la tua fantasia? Alcool o yogurt?

Il mio motto è “prima vivi, poi scrivi”. La mia creatività si nutre di esperienze, incontri, viaggi, persone, pericoli ma anche libri, cinema, musica. Consumare culture è la benzina della creatività.

-Come leggi e dove?

Leggo nei viaggi, leggo nelle attese, oppure leggo in un punto preciso della mia casa, su una bizzarra poltrona di velluto nero, lontano dallo studio dove lascio i miei affanni e i miei lavori.

-Quali sono le tue pagine preferite di sempre?

Quelle su cui mi sono formato da ragazzino, quelle di Demian di Hesse, del Maestro e Margherita di Bulgakov, della Filosofia nel Boudoir di De Sade e de Alle Quattro del Mattino, di Lovecraft.

-Che cosa sogni prima di svegliarti?

Sesso estremo all’interno di piramidi costruite con geometrie non euclidee e fluittuanti al centro dello spazio, circondato da antiche porte che conducono ai recessi dei miei ricordi, anche quelli preesistenti alla mia nascita. Prima invece sognavo Berlusconi.

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