Archivi categoria: Minima moralia

“Berlusconi o il ’68 realizzato”, Mario Perniola, Mimesis 2011 – di Federica D’Amato


A seguire una lettura del bel libretto “Berlusconi o il ’68 realizzato”, del filosofo Mario Perniola, edito da Mimesis nel 2011 – a cura di Federica D’Amato

Questa lettura nasce da un libro e da una débat. Il libro è Berlusconi o il ’68 realizzato (Mimesis Edizioni, 2011), dal filosofo Mario Perniola, e dal dibattito che questo libercolo ha animato sulle pagine on-line della rivista Alfabeta, tra Francesco Berardi “Bifo” e lo stesso “pseudo-Perniola”, come lo appella ironicamente il primo. E’ facile intuire dal titolo che Perniola propone nel suo pamphlet una tesi ardita: Silvio Berlusconi ha realizzato gli ideali della cultura libertaria esplosa con il maggio francese, la sua politica ed il suo barbarico neoliberismo non sono altro che l’esito spontaneo, l’acme tutto italiano, della rottura che nel ’68 vide frangersi uno spartiacque mai più risanato tra l’esperienza reale di famiglia, studio, lavoro, cultura e la loro deregolamentazione. E qui s’adira Franco Berardi, scrivendo a riguardo: “Lo pseudo-Perniola dimentica che il ’68 voleva anzitutto la fine del capitalismo, (la fine del predominio del profitto sull’interesse sociale) e come sappiamo Berlusconi è andato in una direzione ben diversa. E non solo lui. Nella cultura del ‘68 […] i movimenti furono il luogo dell’ironia: dissociazione del discorso dall’esistente, moltiplicazione dei piani di possibilità, perenne fuga dal dogma. Quando essi mancarono il loro scopo – che era la liberazione dal capitalismo, dal suo dogmatismo e dalla sua violenza, il potere spettacolare si appropriò della loro polisemia e la trasformò in cinismo”. Tralasciando la replica di Perniola, che invito alla lettura sul sito internet di Alfabeta, ciò che mi preme sottolineare, dal particolare angolo d’incidenza della mia giovinezza letteralmente disastrata da quelle “ironia” (?) e “dissociazione”, è come si possa oggi mancare da una dialettica sana in grado di storicizzare qualsiasi evento, positivo o negativo, alla luce della decomposizione del presente. Per dirla poeticamente alla Rilke, il consiglio è quello di uscire ed entrare dalla metamorfosi, ma per certificare la validità di una tesi la poesia non basta, dunque opportuno sarà esporre per sommi capi le argomentazioni principali del libro.

 Cosa compie Berlusconi di quel Maggio? Perniola raggruppa gli obiettivi della rivolta francese intorno agli attuali esiti berlusconiani, che nel testo coincidono con una manciata di capitoli densissimi: 1. la politica può essere fatta da tutti, 2. non lavorate mai, 3. la fine della famiglia, 4. la fine della scuola, 5. la fine dell’università e della borghesia, 6. l’espropriazione della salute, cui seguono tre capitoli che strutturano un paragone stringente tra la situazione del “culturame” italiano, o meglio occidentale, e quella della Rivoluzione Culturale Maoista, dove gli intellettuali cinesi in una ciclica alternanza di persecuzioni e glorificazioni da parte del potere, “da nona categoria puzzolente” divengono “spina dorsale della nazione”, nell’ottica di un giusto recupero della tradizione, ovvero del Confucianesimo. L’ultimo capitoletto, “10. Possiamo essere indignati?”, focalizzando l’etimologia della parola “dignità”, chiama in causa tutti noi, se “Ora la domanda cruciale è: possiamo permetterci di essere indignati, se non abbiamo nessuna delle quattro virtù fondamentali (saggezza, temperanza, coraggio e giustizia?)? Possiamo indignarci se noi stessi non abbiamo dignità?”. Un bel pugno allo stomaco che non risparmia nessuno. Continua Perniola, “ Se Berlusconi è da quasi vent’anni il protagonista della politica italiana non è solo per gli spettacoli che offre: se fosse così, bisognerebbe concludere che il popolo italiano è un popolo di cretini! […]. Dietro il commediante, il piazzista, il venditore di fumo, c’è qualcosa di anonimo, di neutro, direi quasi filosofico, che costituisce l’essenza del capitalismo finanziario, il quale non è fondato sul lavoro, ma sul gioco”. Dalla dialettica spezzata tra lavoro/gioco, e superando la trattazione su fine della famiglia, studio e lavoro, è opportuno soffermarsi sulla “fine dell’università e della borghesia”. Lungi dal ritenere Berlusconi il solo responsabile del “collasso dell’università italiana”, semmai colui che ne “ha raccolto i frutti”, ivi Perniola collega la deriva della classe borghese proprio a quella dell’università, fornendo una ragione lapidaria: “l’esistenza della borghesia non serve più al capitalismo, il quale oggi trova nella classe media un ostacolo all’espansione straripante del modello neo-liberistico”. Se la classe dirigente, la “classe media”, è divenuta scomoda perché costosa, l’Università di necessità non avrà più come obiettivo primario quello di formarne una – “indipendentemente dalle famiglie da cui provengono”. Dunque viene meno la ragion d’essere sia del sapere scientifico, sia dell’ordine professionale. Crudo rammentare al lettore il vizietto del baronaggio dell’università italiana, ossia quell’ “accanimento nell’impedire ogni mobilità sociale, riducendo i giovani in una condizione non molto dissimile da quella dei servi della gleba medioevali, che per nascita erano legati alla terra coltivata dai loro genitori. […] Azzerando ogni possibilità di ascesa socio-economica, (anche attraverso la svalorizzazione dei titoli di studio e la demotivazione dei docenti), il familismo amorale non trova più ostacoli nell’assegnare uffici … ai più incompetenti, ignoranti e corrotti. Anche qui Berlusconi … ha trovato la pappa pronta”. Dalla “borghesia che scopre che il capitalismo non ha più bisogno di lei” ci spostiamo alla vexata quaestio, “rispetto o disprezzo verso la cultura?”. Nell’introdurre il paragone tra la situazione occidentale e quella cinese, definita “per eccellenza” luogo della problematica culturale, per il vecchio continente Perniola parla addirittura di “odio: “Si parva licet, la questione degli intellettuali si trascina in Cina da due millenni e mezzo, come un problema di enorme rilevanza politica, mentre in Italia (con buona pace di Gramsci) è in fondo un argomento nuovo: anzi non è nemmeno un argomento, ma è l’aria di un’operetta […]. In realtà Berlusconi ha liberato l’ignoranza degli italiani da ogni cattiva coscienza, da ogni colpa, da ogni vergogna, portando a termine un processo iniziato nel Sessantotto sotto un’altra bandiera. Per dirla nel modo più chiaro possibile […] ‘Le persone istruite ci sono sempre state sul cazzo, ma prima non potevamo dirlo senza fare una brutta figura; viva Berlusconi che ci ha emancipato da questo complesso”. Una sassaiola sottoforma di parole che diventa sintesi epocale della devastazione dei tempi attuali: momento non solo di altissima riflessione, ma anche di bella letteratura, pagina che rende autentico il valore questo piccolo libro. Buona lettura.

di Federica D’Amato

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“VASCO, IL MALE”, di Talanca-Alfieri, lettura di Federica D’Amato


La Noubs oggi ospita la lettura tagliente del libro “Vasco, Il Male”, Mimesis Edizioni 2012, di Talanca-Alfieri, a cura di Federica D’Amato. Una riduzione dello scritto è già uscita sul quotidiano Il Centro, L’Espresso, lo scorso Venerdì 1 Giugno.

Buona lettura!

 

 

Vasco, il male? Il trionfo della logica del silfo

di Federica D’Amato

Il timore era quello di sprecare energie dietro l’ennesimo libro fantoccio, messo su da due autori in cerca di fama. Mai cautela fu più inopportuna. “Vasco, il Male”, anatema lanciato contro il cantante Vasco Rossi, scritto a quattro mani dal critico musicale Paolo Talanca e dal pensatore Vittorio Alfieri, è un libro che finalmente ha dato risposta chiara, sensata al disagio che da sempre provo al solo immaginare la sgraziata figura del silfo modenese. E, ai fini del “trionfo della logica dell’identico”, non è un caso che io abbia utilizzato l’appellativo “silfo”: nella mitologia nordica, il silfo era uno spiritello d’aria in grado, attraverso i suoi sortilegi, di causare paralisi, proprio come accade quando si ascoltano le canzoni del performer nostrano: immobilismo, torpore spirituale, accidia; induttore di “paranoia”, oserei dire, ovvero generatore di paranoici, e in questo mi soccorre l’impietosa definizione elaborata dallo psicanalista Luigi Zoja “Il paranoico spesso è convincente, addirittura carismatico. In lui il delirio non è direttamente riconoscibile. Incapace di sguardo interiore, parte dalla certezza granitica che ogni male vada attribuito agli altri. La sua logica nascosta procede invertendo le cause, senza smarrire però l’apparenza della ragione. Questa follia “lucida” è uno stile di pensiero privo di dimensione morale, ma con una preoccupante contagiosità sociale. Raggiunge infatti un’intensità esplosiva quando fuoriesce dalla patologia individuale e infetta la massa”. Ma andiamo per ordine. Il libro di Talanca-Alfieri, non solo ha soddisfatto una esigenza di natura, come dire, biografica, ma ha in special modo innegabili punti di forza. Il primo è che è scritto bene: nonostante il tema induca nel rischio di far scadere il registro nella palude della divulgazione spicciola, i nostri autori restano fedeli al dettato della migliore tradizione europea di critica formalista, discendente diretta di quella che fu la numinosa esperienza della Scuola di Francoforte. Il secondo è che c’è una franca sostanza dietro il buon dire: tutto ciò che viene affermato è verificabile, riscontrabile in un’ipotesi di esperienza dell’approccio filologico al vero – ovvero, in questo libro la comunicazione, “il traumatico miracolo” direbbe Perniola, manca di strutturare il testo. Era ora.

Il terzo motivo è che questa invettiva contro “la mediocrità come ambizione” del signor Rossi, è prova di eleganza del pensiero contro la quale è difficile scagliarsi “in difesa di”, semplicemente perché non sussistono giustificazioni sufficienti a dimostrare il contrario: Vasco Rossi, sì come il gregge che ha strumentalizzato e che lo ha strumentalizzato, è il “male”. Quale male? Un male tutto italiano, anni ’80, un male di cui lo stesso Alfieri ci parla «Indubbiamente il titolo ha una buona dose di provocazione, ma non vorrei che il suo significato ne risultasse in qualche modo ridimensionato. Ogni cultura di ogni tempo ha sempre fatto riferimento a idee di bene e male in base alle quali orientare il vivere nel mondo di ciascun individuo, e nella nostra società dello spettacolo spesso le due dimensioni si sono invertite di ruolo. Mi sono concentrato sulle specificità dialettiche che il fenomeno-Vasco incarna in sé: l’immagine del dannato e dell’outsider ha giovato al cantante emiliano, a tal punto però da contraddirsi nel suo stesso concetto, diventando il personaggio più celebre e trionfante della nostra cultura nazionale. Ho introdotto il termine così deciso di male a partire dalla constatazione del nostro presente, un orizzonte dove la catastrofe sembra compiersi quotidianamente senza possibilità di scampo, e la mia tesi è che alcune figure abbiano contribuito più di altre». Dunque nulla che abbia a che fare col fanatismo dell’esser contro a tutti i costi, ma: «La scrittura di “Vasco, il Male” è nata dall’esigenza di voler indagare con serietà un fenomeno, un personaggio, un percorso artistico che tanto hanno influito nella società italiana e nel presente che ci troviamo a vivere. Vasco Rossi è, senza fronzoli, la più grande rockstar italiana di tutti i tempi; bene: provare a spiegarne i motivi è il minimo che uno studioso serio e coscienzioso possa fare», dichiara Paolo Talanca, proseguendo «nella prima parte del libro guardo da vicino il percorso artistico di Vasco, individuando una parabola sublime fino alla metà degli anni Novanta e poi un lento e inesorabile declino. Negli ultimi quindici anni non ha fatto che cantare la stessa canzone, ripetere l’identico. Io chiamo questi ultimi quindici anni il periodo della “canzone a una dimensione».

Quando comprendo ulteriormente l’utilità dell’operazione, chiedo a Talanca circa la funzione catartica del libro, ed egli risponde citando la famosa diatriba che molti anni fa vide coinvolti il critico Salvalaggio contra l’immoralità sbadata degli esordi del Blasco, con un ribaltamento della prospettiva che è da considerarsi anche risposta conclusiva nelle polemiche innescate dal volume oggetto di questa recensione: «Quale funzione? Vasco ha risposto al libro sul suo Facebook in maniera decisamente piccata e reazionaria. Sostanzialmente considera il libro una provocazione per farsi pubblicità e se l’è presa davvero a cuore. Bene: chi ha letto il libro sa che tutto è perfettamente motivato al suo interno. Ma non è questo il punto. Io credo che la cosa interessante sia il fatto che oggi Vasco vesta i panni di Salvalaggio e reagisca contro quella che secondo lui è una provocazione a un ordine costituito. Vasco è Salvalaggio: il meccanismo paradossalmente si è invertito. È significativo, in più, che oggi al posto della provocazione da sballati di Vasco si sostituiscano processi filologici, filosofici e critici. Insomma: se a cavallo tra gli anni Settanta/Ottanta la rivoluzione si faceva con uno spinello, oggi si fa col senso critico. A ben vedere, in quest’ottica il nostro periodo di crisi si rivela ben più interessante di quanto si possa pensare». Buona lettura.


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WALTER SITI MAGISTER, di Federica D’Amato


Brevi note di lettura di Federica D’Amato, sul grande scrittore Walter Siti, in questi giorni in libreria con il suo nuovo romanzo, Resistere non serve a niente, Rizzoli 2012.

Walter Siti magister

di Federica D’Amato

Nell’andare in libreria c’è da soffrire.

In quell’improbabile pellegrinaggio larvale delle nostre anime su facebook, twitter et alii, c’è anche da star peggio: chi ti molesta in libreria con romanzi privi d’ogni decenza escatologica, in rete pompa decadenza. Per non parlare di coloro che essendo ubiqui sui blog letterari, si considerano scrittori, e vai a vedere al massimo hanno partecipato a qualche antologia. O gli esordienti delle grandi case editrici che si improvvisano critici letterari sui quotidiani del casato? Con un bagaglio culturale che può vantare tutta la letteratura dagli anni ’90 sino ad oggi, imbastiscono faide contro il sistema che li nutre, consumandoli.

Dunque, il Male. O l’indifferenza assoluta?

La seconda. Lo fa intuire Walter Siti, non con Resistere non serve a niente (Rizzoli, 2012) – la cui lettura sospiro da giorni, timorosa ma spietata ché lì dentro vi sia un risposta fatale. No. Lo fa con uno scritto occasionale che prepara, soffre le lascive brutalità del contemporaneo: nelle risposte al Questionario Moraviano, proposto da Nuovi Argomenti, n°40, serie quinta del Settembre/Ottobre 2007, omaggio a Moravia ad un secolo dalla nascita.

Alla domanda se abbia senso oggi parlare di impegno di uno scrittore, Siti secca gli entusiasmi, affermando “non riesco a pensare alla letteratura se non come a una forma di impegno”. E’ impegnato lo scrittore, anche il più valoroso, che oggidì informa il regime di realtà della letteratura? No, col danno irreparabile che “il più valoroso” non scrive più, ha abdicato silenzioso per non perire, ha compreso che “resistere non serve a niente”. Perché? Ancora Siti “la letteratura ben pettinata, quella che porta scritto in fronte ‘letteratura’, quella che intrattiene e ci fa sentire fighi, è semplicemente prostituzione e non vale la pena di parlarne”. Mi sembra una ottima descrizione del fenomenico riportato ad incipit della presente lettura.

Proseguendo, nella vexata quaestio degli equilibri tra diritti privati e pubblici, Siti fulmineo: “intorno alla letteratura in quanto letteratura non si crea mai consenso. Chi esalta il libro di Saviano fino a farne un manifesto del PD, in realtà non parla del libro di Saviano ma della moda contenutistica che si è creata intorno ad esso”. In quest’aria pestifera e plastificata, dove respira quell’ “in quanto”? Se per ontogenesi è carsico il suo movimento, com’è possibile la scandalosa focalizzazione sul presente che attua? Soprattutto: in un’orgia di consenso plenario, nella prospettiva orizzontale e digitale dell’esperienza, può essere considerata democratizzante la funzione del “vero” scrittore? (considerate le premesse di inattualità).

E veniamo al rigor mortis dell’indifferente. Siti: “Mi pare interessante l’indifferenza culturale. In questo campo gli indifferenti sono, direi: 1) quelli che si credono intangibili (e intatti) dalla deprivazione di umanità che la tecnologia ha imposto a tutto il mondo occidentale; […] 3) quelli che si cullano nel beato possesso di un’eredità culturale ormai inefficace e minoritaria, ma che loro credono maggioritaria e vincente; […] 5) quelli che usano la satira per congratularsi con se stessi; 6) quelli che negano l’emergenza, o fingono di vederla ma hanno fiducia che il male si possa sconfiggere con gli strumenti della politica internazionale e dell’ingegneria giuslavoristica (applicata da altri) […]”. L’indifferenza, che è una scelta e non una stanchezza successiva al trauma1, fa più male del male, perché rende davvero inanimate pietra di paragone e pietra angolare. Rende privo di senso l’acume degli articulator, i “riformulatori” (pietra di paragone), ovvero di coloro che “hanno la funzione di mettere a fuoco ciò che più è significativo e, nel contempo, lo fanno rivivere sotto una veste nuova; rivelano un retroterra culturale che stabilisce quello che conta e che dà un senso a ciò che si fa”2, ed uccide con forza pesticida il nume dei “riconfiguratori” (la pietra angolare), coloro che “trasformano una cultura in modo così radicale che, per risultare comprensibili, non possono più basarsi su un linguaggio esistente e su pratiche condivise. Di conseguenza, spesso non vengono capiti dalla gente della loro stessa cultura […]”3.

Aggiungerei, alla lista di Siti, che indifferenti sono anche coloro che ignorano completamente una tradizione, nel nostro caso letteraria, e sulle sabbie mobili della letteratura “figa” stanno edificando un successo di vendite, ma anche un’opera di avvelenamento del lettore, di qualsiasi lettore. Vorrei chiedergli com’è possibile restare immobili, non resistere, restare a guardare tutte questi silfi che si fanno chiamare scrittori, in tale menzogna perpetrando un vero e proprio crimine contro “L’esperienza”. Questa corpo gelido…

Non vi è più alcuna differenza tra l’egocrazia politica e quella culturale: “[…] Se viene avanti un nuovo medioevo, io sono pronto”4.

Federica D’Amato

1ved. sul concetto di trauma, Mario Perniola e luigi Zoja.

2cit. p. 98, in Ogni cosa risplende, di H. Dreyfus e S. Dorrance Kelly, Einaudi, 2012

3Ibid., p. 98

4Resistere non serve a niente, Walter Siti, Rizzoli, 2012

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Inedito del Maestro SABATINO CIOCCA


Sabatino Ciocca, regista teatrale, è anche scrittore teatrale e umorista. In alcuni dialoghetti “morali” ha immaginato di far agire nella quotidianità personalità di spicco della nostra storia, evidenziando i luoghi comuni, le banalità, le situazioni involontariamente comiche a cui sono esposti anche i Grandi. Ve ne sottoponiamo uno attribuito, apocrifo, al Sommo Giacomo Leopardi.  

 

DIALOGODI UN BARBITONSORE E

UN AVVENTORE OCCASIONALE

Prosetta satirica apocrifa attribuita da Sabatino Ciocca a Giacomo Leopardi.

  • Capegli,signore?

  • Pel davanti non createvi scrupolo di sfoltire; la nuca me gli lasciate compatti, così per illuderci di porre riparo a certune fitte che, al menomo decadere de la stagione calda, si rimettono in uso.

  • Se non ci s’assiste da per noi stessi, diamo licenzaa la natura di scombuiarci come più l’aggrada… Un poco di tinta, signore?

  • No. Codesta è una stramberia.

  • Dal vostro dire m’era parso. E pure v’hanno clienti c’hanno in odio d’incanutire.

  • E quand’anche non lo volessimo? Credete voi bastevole lasciarsi colorire i crini per porre freno al corso naturale de l’esistere nostro? Cotesto stante, dovremmo accordare a la tintura virtù taumaturgiche, la qual dote,consentitemi, è totalmente mendace.

  • Nondimeno, da che ho in uso di tingermi la capegliatura, non provo nemmanco un minuzzolo d’un acciacco.

  • Cotesta,signore, è ciò che gli indagatori de la psiche nomano autosuggestione.

  • E mi sono ammogliato!

  • Vedete? Mi date ragione. Lasciate trascorrere un poco ancora di stagioni e troverete motivo di rammaricarvene.

  • De la moglie o de la tinta?

  • E’ il medesimo impiccio, signore, essendo l’una cosa effetto de l’altra.

  • E dunque voi negate a la tintura il merito di farci parer più giovani?

  • Sostengo, schiettamente, che non ci rende meno vecchi. Non è racconciandoci il capo che possiamo licenziar da noi l’angoscia de la morte. Cotesta vostra, credetemi, è una ridevole illusione. Su via, signore, non fingete di non comprendere. Chi vuol privarci de la serena rassegnazione a l’eternale trapasso è mosso unicamente da l’infido scopo di renderci vieppiù serventi dei rapporti, dei doveri, de le sociali obbligazioni. E non è cotesto un fabbricar mercato su le nostre angosce? Ora ditemi, vi pare un insulto attestare ch’è nostro dovere, noi essendo nati, morire? No, no, signore, che fate? Non è co’ l’ufficio del toccar ferro che potete rifuggire dal debito assunto co’ la morte.

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NOUBS EDITORE “EAP”? NO, GRAZIE.


Siamo alle solite, le solite dinamiche dell’italietta alla quale (ci) siamo condannati. Questa volta nel mirino dell’informazione corriva e infamante è capitata proprio la Noubs. Vi spieghiamo brevemente cosa è accaduto.

Tutto parte (ahinoi) ancora una volta da Facebook. Accediamo al nostro account, apriamo la posta e troviamo un messaggio di un certo Riccardo Barbagallo, collaboratore dell’interessante spazio “Gli amanti dei libri“; Riccardo prima ci offre visibilità gratuita sul suo sito per il nostro concorso Calendiario, poi ritira tutto per incompatibilità, dicendo che la loro è una politica “NO-EAP”. Noi, da perfetti ignoranti, crediamo che l’eap sia un formaggio sintetico, chiediamo così spiegazioni a Riccardo che risponde:

“Nel sito di Michela Murgia siete segnalati come doppio binario:

http://www.michelamurgia.com/di-cultura/libri/lista-eap-e-a-doppio-binario”

E’ proprio il caso di dire “APRITI CIELO”.

Da una breve ricognizione scopriamo di essere presenti nientepopodimeno che sul sito di Loredana lipperini, al seguente link:

http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2011/12/12/ah-la-mia-lista-doman-mattina/

e comprendiamo che tutto è partito da qui, per mano di Linda Racca:

http://www.writersdream.org/forum/index.php?app=ccs

Con l’intento di non minacciare nessuno, ma certamente di far valere i nostri diritti di CASA EDITRICE LESA DA INFORMAZIONI NON CORRISPONDENTI AL VERO, scriviamo alla signora Lipperini, a Michela Murgia e al team di Writerdream.

I desolanti e amarissimi risultati sono questi:

1) Loredana Lipperini (con acida superficialità) risponde che appena verificata come certa la scorrettezza delle sue fonti, toglierà il nostro nome dalla lista;

2) Daniele Pinna, dell’agenzia Kalama per conto della Murgia, ci risponde – con grande disponibilità – più o meno con le stesse parole della Lipperini;

3) Quelli di WD, fonte dell’infamia, proprio non rispondono.

Ora, al di là del fatto che quella lista non è stata ancora corretta, non abbiamo ricevuto UNA, DICIAMO UNA SCUSA DA NESSUNO DI LORO.

Queste le nostre considerazioni:

1) Ci pare assurdo che personaggi dallo spessore culturale come quello di Loredana Lipperini o Michela Murgia riportino, senza VERIFICHE E CERTIFICAZIONI, INFORMAZIONI (ALMENO IN PARTE) FALSE E INFAMANTI, per quanto i ragazzi di Writer’s dream siano bravi e appassionati;

2) Ci pare assurdo che nessuno ci abbia mai contattato per verificare il nostro essere EAP o meno: si vuole fare informazione PULITA E RESPONABILE O SI HA SOLO BISOGNO DI PUBBLICITA’?

3) Ci pare assurdo che mentre DEBBANO ESSERE CHIARAMENTE LEGGIBILI I NOMI DI CHI FA EDITORIA A DOPPIA PISTA, CIO’ NON VALGA PER CHI DENUNCIA L’ESECRABILE PRATICA: NESSUNO DEI SIGNORI/E SUCCITATI, INFATTI, CI HA VOLUTO DIRE CHI ABBIA MESSO IN GIRO TALI CAZZATE SULLA NOUBS. UN CASO?

Siamo giunti alla conclusione che qualcuno vuole screditarci: un editore concorrente? Un autore respinto? Un autore che non abbiamo “curato” a dovere? Qualche cretino (e ce ne sono tanti in Abruzzo) che al posto di andare a zappare la terra, si ostina ad atteggiarsi scrittore?

Speriamo vivamente di essere cancellati da quelle liste quanto prima; speriamo vivamente che l’autore di tali menzogne esca allo scoperto; speriamo vivamente che le persone coinvolte nell’incidente rinsaviscano rendendosi conto di cosa sia UNA CORRETTA INFORMAZIONE. Speriamo vivamente che gli scrittori facciano gli scrittori, i giornalisti i giornalisti e gli editori gli editori.

Infine, ci scusiamo sentitamente con i nostri autori, forse i soggetti più colpiti da tali cretinerie.

Generosi e adorabili stanno inviando lettere aperte a testimonianza della gratuità e passione del lavoro svolto dalla casa editrice Noubs.

 

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Poesia di MAURIZIO LANDINI per il Giorno della Memoria


Casa Noubs non ama ricordare con enfasi o retorica, ma è certo che vi sono atrocità e bellezze che vanno costantemente rinnovate. In occasione del Giorno della Memoria, rispetto alla quale giungiamo in ritardo, ci siamo armati di ricordo attraverso le parole del poeta marchigiano Maurizio Landini.Le sue parole spandono cenere come memoria sparge orizzonte. Buona lettura.

 

Auschwitz, 27/1/1945

Cerco qualcosa di te, sotto
la cenere. In questa
spiaggia carbonaia
nemici e fratelli sono
mescolati insieme e
cullati da nessun mare:

gli fa brezza il dolore.

Maurizio Landini

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ALESSANDRO BERTANTE E I SEMINATORI D’ODIO


In questi giorni in rete, soprattutto sui social network più utilizzati, corre veloce la eco delle parole di Alessandro Bertante, geniale scrittore milanese che in un articolo per il Fatto Quotidiano ha dato finalmente voce e sfogo alla denuncia di una peste tutta italiana, quella dei “seminatori d’odio”. Ovviamente siamo in ambienza letteraria, o più in generale culturale, declinata nel mare magnum degli spazi letterari che tentano giorno per giorno di promuovere democraticamente (?) la fenomenologia contemporaena della letteratura nostrana: proprio in tali spazi i seminatori d’odio pare attecchiscano, bubboni il cui volume cresce in modo direttamente proporzionale alla propria frustrazione. Bertante ce ne indica cinquanta, ma sospettiamo siano infiniti.

Rimandiamo direttamente alla lettura dell’articolo, ponendo in essere un ulteriore interrogativo collaterale a quanto trattato da Bertante: ma coloro – seminatori d’odio inclusi – che da mane a sera non fanno altro che parlare di letteratura, quando scrivono?

Buona lettura!

Seminatori d’odio, di Alessandro Bertante

 

 

ALESSANDRO BERTANTE

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GIORGIO BOCCA, un anti-italiano di talento…


In occasione della morte di Giorgio Bocca, le edizioni Noubs propongono un’intervista di Gramellini a Bocca (STAMPA.IT), datata 30 Gennaio 2010.

La reputiamo rappresentativa non solo di un uomo grande, nei suoi aspetti negativi e positivi, ma anche di un’Italia “delittuosa”…

LEGGETE!

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cultura/201001articoli/51733girata.asp

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